lunedì 20 novembre 2017

Le Crociate viste dagli Arabi.

Amin Maalouf, «Le Crociate viste dagli Arabi».

"(...) all'epoca delle crociate il mondo arabo era ancora, sul piano intellettuale e materiale, il depositario della civiltà più avanzata del pianeta. Dopo, il polo si sposta decisamente verso l'Occidente. Esiste in questo fenomeno una relazione di causa-effetto? Si potrebbe affermare che le crociate abbiano dato il via allo sviluppo dell'Europa occidentale e segnato la fine della civiltà araba? (...) Assalito da ogni parte il mondo musulmano si rinchiuse in se stesso. Era diventato freddo, diffidente, intollerante, sterile e questi aspetti si aggravarono man mano che l'evoluzione del pianeta, rispetto alla quale si sentiva emarginato, proseguiva il proprio corso".
Amin Maalouf, «Le Crociate viste dagli Arabi».


Il libro presenta la storia delle Crociate vista da musulmani, invece che dalla parte dei cristiani europei. Due secoli di guerre sanguinose, tradimenti, saccheggi, massacri e intrighi, che vedono gli emirati arabi inizialmente sconfitti dai franchi, descritti come “biondi e sanguinari invasori” che conquistano Gerusalemme e importanti città nella zona palestinese e siriana.

Gli Stati musulmani sono divisi, spezzettati in tanti emirati che si fanno guerra fra loro e che non riescono a vedersi come un insieme di stati uniti sotto una stessa religione che li porti a condurre il Jihad contro l’invasore, talvolta alcuni emiri musulmani preferiscono schierarsi col nemico e diventarne vassalli, pur di mantenere il dominio sui loro regni.

Ma la divisione finirà e i musulmani si uniranno presto contro il nemico comune.

Grandi personaggi come Zenki, Nur-ad-din e Saladino schiacciano le divisioni interne e portano l’Islam alla vittoria. [...]

Un chiaro esempio ne è il massacro di Ma’arra, un’intera città massacrata durante la prima Crociata, episodio che vede i soldati cristiani che, stremati e disperati in seguito alla conquista di Antiochia sono costretti per la fame a dedicarsi al cannibalismo su bambini, vecchi e donne![...]

Il medio Oriente subisce non solo l’urto degli Stati Crociati, ma anche l’invasione mongola dall’est.

Pur riuscendo a debellare entrambe le minacce e a risultare vincitore da queste guerre, il mondo arabo ne esce fuori inasprito, abbrutito da tanti decenni di massacri. Mentre la fine delle Crociate vede un arricchimento della cultura europea, che si fa anche contaminare ed arricchire culturalmente dai nemici, i musulmani nutrono una profonda diffidenza nei confronti dell’estraneo, gli europei faranno uso delle conoscenze tecniche e scientifiche degli arabi, ma non viceversa: imparare la lingua o le tecniche europee per molti arabi significherebbe tradire la propria cultura.

Il principale polo politico mondiale si sposterà di lì a poco a Occidente con il Rinascimento e l’Oriente, dopo secoli di supremazia, passerà in un secondo piano e cederà il passo a quello che diventerà per lungo tempo il centro del Mondo: l’Europa.

http://www.sololibri.net/Le-Crociate-viste-dagli-Arabi-di.html


[...] Molto belle le descrizioni delle figure di Norandino e Saladino che sembrano decisamente meno "feroci" di come la storiografia occidentale li ha fatti passare. Di contro, il "re buono" Riccardo Cuor di Leone come tramandato dalle leggende occidentali, in Palestina è stato visto come un barbaro affamato di saccheggi e violenze.

[...] gli invasori "franchi" sono un popolo di barbari, infidi, fanatici e xenofobi, ma muniti di forti mezzi militari e rigide strutture amministrative e gerarchiche; gli arabi -già da alcuni decenni invasi e quindi ibridati con turchi, armeni, curdi e poi mongoli- costituiscono ancora a quel tempo la più raffinata civiltà esistente, ma dilaniata da continui conflitti interni. I primi cederanno ai secondi una mentalità barbara e intransigente fino al fanatismo, provocando, o forse solo accelerando, l'ascesa dei popoli islamizzati più brutali e determinati (turchi, armeni e curdi, appunto) e la definitiva decadenza delle dinastie arabe; a loro volta quei popoli raffinati dell'est Mediterraneo e del Vicino Oriente cederanno il loro cospicuo sapere, l'amore per la ricchezza e le bellezze, e l'antica saggezza presso di loro conservata, avviando il processo che dall'umanesimo porterà al risorgere dei comuni, al rinascimento, alle nuove scienze e al dominio del mondo.
Questa è, per grandi linee, la tesi sostenuta da Maalouf nel suo breve e interessante epilogo.  


[...] Una volta gli Occidentali erano chiamati in maniera indistinta "i Franchi", adesso sono "gli Americani", così come noi occidentali chiamiamo erroneamente tutti i mussulmani allo stesso modo "gli Arabi". I fanatici non mancarono da entrambe le parti, Templari, Ospitalieri e Assassini, abbondarono i traditori di entrambi i fronti, e gli avventurieri senza onore. I cronisti "arabi" si meravigliarono, e giustamente, della scarsa civiltà giuridica e medica dei Franchi. Particolare orrore suscitava in loro la pratica del giudizio divino, ma anche il modo supponente e arrogante con cui i medici occidentali curavano i loro pazienti. Lo sguardo dello storico lascia ben visibili però le vittime reali di questa follia durata secoli: le popolazioni passate da un dominio all'altro, da un sistema vessatorio ad un altro, e la paura, la morte e la carestia che le guerre portarono e portano sempre con loro. 

[...] È la storia delle crociate, o meglio delle "guerre franche", come vengono viste dal popolo arabo, dalla prima invasione del 1096 alla definitiva cacciata degli ultimi Franchi nel 1291.

http://www.anobii.com/books/Le_crociate_viste_dagli_arabi/9788805050505/0162824c02b55a4fbb



Tutto iniziò nel 1096 con la crociata guidata da Pietro l’Eremita e tutto, almeno a livello materiale, terminò nel 1291 con la caduta di Acri e quindi la fine della presenza europea in Oriente (almeno per un po di secoli a venire).

Ma le conseguenze morali delle crociate non sono ancora spente ai nostri giorni e ci pare giustificato quanto scrive Maalouf a conclusione del suo libro 
E’ chiaro che l’Oriente arabo continua a vedere nell’Occidente un nemico naturale. Contro di lui, ogni atto ostile – sia esso politico, militare o facente leva sul petrolio – non é che rivendicazione legittima. E non si può dubitare che la rottura avvenuta tra i due mondi abbia la propria radice nelle crociate, a tutt’oggi considerate dagli arabi come vero atto di violenza“.

[...] Le fonti arabe non parlano di crociate, ma di guerre o invasioni dei “franchi”, intendendo con questo nome tutti gli occidentali.

Dapprima il sultano di Nicea riesce a contenere gli invasori franchi, ma l’anno successivo viene scontitto e gli europei dilagano progressivamente impadronendosi di Edessa, Antiochia, di alcune città siriane, libanesi, palestinesi e infine di Gerusalemme (1099), che viene saccheggiata e la cui popolazione massacrata.

Anche la comunità ebraica della città, riunita nella sinagoga principale, non viene risparmiata.
I franchi circondano l’edificio con legname e poi vi danno fuoco; chi tenta di uscire viene ucciso, gli altri sono lasciati bruciare vivi all’interno del tempio.

Nel periodo di massima conquista occidentale, il territorio in mano franca comprende tutta la fascia che va dalle coste turche mediterranee orientali fino a Gaza.

Gli opposti schieramenti sono quanto mai eterogenei, mutevoli e molti disuniti, specialmente in campo arabo, in cui le rivalità interne sono più evidenti.

Molti successi dipendono anche dalle personalità che a un certo momento si trovano a guidare una delle parti in campo.

Da parte araba emergono Zenki, suo figlio Norandino (Nur ad-Din), Saladino (Salah ad-Din) (che pare non fosse feroce come lo descrivono certe fonti occidentali), Al-Kamil e altri.

Da parte occidentale, come si sa, é tutto un accorrere in Oriente di personaggi anche del calibro di molti celebri re e imperatori.

A complicare il quadro ci sono le mene e le giustificate paure degli imperatori di Bisanzio, che durante una crociata viene persino conquistata e saccheggiata dai franchi.

Per non parlare dell’apparizione dei terribili mongoli nel già tanto complicato scacchiere!

Insomma due secoli che ne videro di tutti i colori in quella, tuttora, tormentata parte del mondo: dall’assedio di Tripoli durato duemila giorni, agli atti di cannibalismo compiuti dai crociati nella città di Ma’rra, da un lebbroso come re di Gerusalemme agli atti di terrorismo suicida della setta degli Assassini.

A causa delle sinistre gesta degli “Assassini”, l’estremista setta islamica attiva in alcuni paesi del Levante nei primi secoli del nostro millennio, già nel XIV secolo la parola “assassino” era diventata sinonimo di omicida in molte lingue europee.

Spinta dai racconti dei crociati, di Marco Polo e di Odorico da Pordenone, la loro dubbia fama aveva raggiunto l’Europa verso la metà del Medioevo.

Tanto che, sebbene nessuno di essi si fosse mai sognato di metter dito nelle beghe politiche europee (dove l’omicidio era già ampiamente praticato senza bisogno di imparare dagli orientali), agli Assassini furono attribuiti omicidi politici e attentati anche in Occidente.

Un Assassino sarebbe stato al seguito di Federico Barbarossa mentre questi assediava Milano, ben quindici Assassini sarebbero stati incaricati dal re di Francia di uccidere Riccardo Cuor di Leone e così via.

Tutte fantasticherie, naturalmente, anche perché obiettivo principale dei pugnali (l’unica arma da loro usata per uccidere) della setta fu sempre il potere islamico sunnita, sia arabo che turco.

Se anche degli europei (i più importanti furono Raimondo II di Tripoli e Corrado di Monferrato, re di Gerusalemme) furono vittime dei loro pugnali, ciò avveniva comunque lontano dall’Europa, nel guazzabuglio delle crociate.

L’interessante storia di questa terribile setta si può ora leggere in Gli Assassini” (Una setta radicale islamica, i primi terroristi della storia) scritto dell’islamista americano Bernard Lewis e recentemente pubblicato anche in italiano.

[...] Fondata dal persiano Hasan-i Sabbah, una straordinaria figura di religioso, rivoluzionario e organizzatore, sul finire del primo secolo del nostro millennio, la setta (detta anche degli Ismailiti o dei Nizari) era una derivazione dell’islamismo sciita.

Tra le impervie montagne dell’Elburz in Persia, il castello di Alamut, a 1800 metri sul livello del mare, fu la prima roccaforte del movimento, che s’estese man mano conquistandosi altri nidi d’aquila, pressoché imprendibili con i mezzi bellici di allora, soprattutto in Persia e poi anche in Siria.

I loro nemici principali erano i sovrani islamici sunniti e i loro apparati di potere ovunque essi si trovassero e qualunque fosse la loro origine.

Così, malgrado le importanti misure difensive, molte e importanti furono le loro vittime: 
califfi, visir, ministri, ecc.

Tentarono, e per poco non ci riuscirono, persino di uccidere il grande Saladino, curdo d’origine e poi sultano d’Egitto e di Siria.

Le imprese della setta erano preparate con gran cura e i suoi sicari erano fanatici votati a morte sicura (subito dopo i loro omicidi finivano a loro volta per essere trucidati dalle guardie del corpo degli importanti personaggi trafitti dalle loro lame) in cambio delle presunte salvezza eterna e giustezza della loro causa.

Tra alti e bassi, l’attività politico-omicida della setta durò circa due secoli.

Il ramo siriano, che possedeva una decina di roccheforti e che fu quello che venne a contatto – in strani rapporti a volte persino di quasi allenza – con i crociati, espresse un altro importante capo: Sinan ibn Salmam (noto anche come Rashid-al Din o il Vecchio della Montagna).

L’invasione mongola mise fine all’attività del ramo persiano della setta; il castello di Alamut, dove fu trovata anche una grande biblioteca, cadde nel 1256.

Al ramo siriano, ci pensarano i Mamelucchi d’Egitto, che prima del 1273 avevano conquistato tutti le sue roccheforti.

Il fallimento degli obiettivi della setta fu totale e definitivo.

Dopo di allora, l’ismailismo rimase un’eresia religiosa minore in Persia e in Siria senza, o quasi, rilevanza politica.

Uno degli avvenimenti più belli, in mezzo a tanto sangue e barbarie, é l’accordo raggiunto con le sole armi della diplomazia tra il sultano Al-Kamil e Federico II di Svevia Hohenstaufen, in base al quale gli europei ottengono Gerusalemme (più alcune cittadine) e una striscia di terra per poterla raggiungere dal mare.

Trattato per altro – a riprova di quanto sia difficile mettere d’accordo il genere umano – visto con indignazione in molti settori sia del campo musulmano che di quello cristiano.
Paradossalmente, la sconfitta territoriale finale degli europei si trasformò in vittoria in campo culturale (e anche commerciale), in quanto essi appresero dagli arabi (come anche in Sicilia e in Spagna) quanto di meglio la civiltà araba aveva allora di offrire (in svariati settori, e non solo culturali) e trassero l’eredità della civiltà greca attraverso le traduzioni arabe.

Il mondo musulmano, invece, tese a rinchiudersi in se stesso, a diventare diffidente e intollerante e a non partecipare all’evoluzione del pianeta.

Secondo Maalouf, gli avvenimenti conclusisi sette secoli fa influenzano ancora l’atteggiamento degli arabi in generale a tal punto che la spedizione di Suez del 1956 fu vista da molti come una nuova crociata, che Israele é talvolta equiparato a un nuovo stato crociato o che il defunto presidente Sadat é odiato da alcuni tanto quanto lo fu un suo lontano predecessore al potere al Cairo: quel Al-Kamil che aveva osato riconoscere la sovranità cristiana su Gerusalemme scendendo a patti con il “divino” Federico II.

FEDERICO II.
Nato per caso a Jesi nelle Marche, ma cresciuto a Palermo, nella splendida e ricca Sicilia del tempo (un crogiolo di razze e culture che offriva quanto di meglio c’era in fatto di arte e civiltà), Federico, nipote di Federico I Barbarossa per via paterna e di Ruggero II di Sicilia per via materna, ereditò entrambi i titoli di imperatore del Sacro Romano Impero e di re di Sicilia.
Praticamente quindi si trovò a regnare su un territorio vastissimo che andava dalla Sicilia al mare del Nord, ma con ampie limitazioni di varia natura da Napoli in su, non ultime il potere temporale del Papato e varie autonomie locali, difese con i denti soprattutto da molte città della Padania, con Milano in testa.
Come normanno di Sicilia, un pò per nascita ma sopratuttto per elezione e cultura, l’interesse di Federico verso i suoi possedimenti decresceva man mano che questi s’allontanavano geograficamente dalla Sicilia e dalle Puglie, le due perle più amate della sua duplice corona e dove più cospicue furono le sue realizzazioni (basti pensare ai tanti castelli da lui fatti edificare, non ultimo quel magico gioiello che é Castel del Monte), fino a diventare assai scarso per quelli d’oltralpe.

Tanto che durante tutta la sua vita trascorse soltanto pochi anni nell’impero germanico.

La sua corte di Palermo, splendida e orientaleggiante, era uno dei massimi centri del sapere e dell’arte, senza preclusioni di razza o religione.

Uomo coltissimo e tollerante, non v’era praticamente campo dello scibile che non lo interessasse e non solo proteggeva e favoriva le arti e le scienze, ma lui stesso lasciò poesie e scritti in italiano e in latino e praticò altre arti o discipline.

A lui si deve la fondazione dell’università di Napoli e la promulgazione delle “Costituzioni di Melfi“, miranti anche a gettare le basi di uno stato laico nel regno di Sicilia.

Amante della diplomazia più che della guerra, evitò quest’ultima ogni volta che era possibile, come nella crociata da lui guidata (anche se scomunicato!), che ebbe un esito abbastanza favorevole senza ricorrere alle armi.

Amante della vita e della bellezza, gli unici suoi probabili eccessi (a parte qualche crudeltà negli ultimi anni) furono quelli in campo sessuale (aveva a disposizione anche un harem con molte donne arabe), ma fu un buon padre anche per i suoi tanti figli illegittimi e non fu troppo crudele con il primogenito ribelle, che si limitò a condannare alla prigionia.

Più che giustificata quindi la qualifica di “meraviglia del mondo” attribuitagli e l’ammirazione di tanti intellettuali, da Dante e Nietzsche.

Malgrado tutto, Federico perse la più importante battaglia della sua vita: quella politica.

La sua lunga lotta, anche guerreggiata, contro varie città del Nord Italia e il Papato fu alla fine perdente.
Una lotta che se vinta – tra l’altro e semplificando molto – avrebbe forse portato a qualche forma di unità – o maggiore omogeneità – italiana circa sei secoli prima del 1870.
Quando morì per cause naturali nel castello di Fiorentino nelle Puglie, la partita sembrava ancora aperta.

Ma la cattiva sorte e i suoi nemici s’accanirono contro i suoi discendenti, ultimo il giovanissimo nipote Corradino giustiziato a Napoli nel 1268, col quale finì la dinastia degli Hohenstaufen.
Sorse allora la leggenda che il grande Federico si fosse soltanto addormentato (per i siciliani nel cono dell’Etna, per i tedeschi nella caverna di una loro montagna) in attesa di risvegliarsi per salvare l’impero e il mondo.
Leggenda a parte, molti suoi ideali riapparirono circa due secoli dopo e talvolta trionfarono nel Rinascimento, la Riforma e poi la nascita di stati laici.

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