giovedì 2 febbraio 2012

Emozioni e Sentimenti. Possiamo pertanto definire i sentimenti come un riflesso mentalizzato delle emozioni in quanto c’è un investimento mentale maggiore. Vediamo infatti che in entrambi i casi c’è una componente eccitatoria di tipo nervoso (aurosal), solo che nei sentimenti è soprattutto la mente ad essere coinvolta oltre che il corpo, mentre nelle emozioni è coivolto soprattutto il corpo oltre che la mente. I sentimenti in altre parole sono un modo di “sentire” con la mente.


Il cestino della rabbia
Uno strumento educativo e rituale per affrontare
gli scoppi di rabbia nei bambini e nelle bambine
Rossana Bernardinello e Laura Beltrami *


Mio fratello ha detto che l’ho picchiato, ma non è vero.
Mio papà mi ha sgridato:
io mi sono arrabbiato con lui.
Quando mi arrabbio,
mi sembra di avere un vulcano nella pancia.
(L., 9 anni)


http://www.cppp.it/files/cestino_articolo_conflitti_107.pdf


TEORIA E RICERCA SULL’EDUCAZIONE ALLA VITA AFFETTIVA
L’orto delle emozioni [...]
 Per costruire una buona ricerca pedagogica sulla vita affettiva prenderemo in esame le seguenti domande:

•฀ qual è l’essenza dell’affettività?
•฀ la dimensione affettiva può essere educata?
•฀ se sì, attraverso quali esperienze educative?

1. ESSENZA DELLA VITA AFFETTIVA
Nella sua essenza l’’educazione è cura della vita della mente.
Quando si pensa alla vita della mente è facile farla coincidere con il suo lato intellettuale, come se il lato del sentire fosse irrilevante. Invece “il cuore è il vero centro della vita”, intendendo con tale termine indicare non un organo corporeo ma il lato affettivo della vita cognitiva, il lato più sensibile dell’anima. 

Stein afferma che “il nostro animo è per natura pieno di sentimenti tanto che l’uno soppianta l’altro e tiene il nostro cuore in continuo movimento, spesso in tumulto ed inquietudine” (Stein, 1991, p. 47). La “situazione emotiva” o “tonalità emotiva” costituisce un fenomeno esistenziale fondamentale, perché l’esperienza vissuta è sempre affettivamente connotata (Heidegger, 1976, p. 172): va dal polo della depressione a quello dell’euforia, passando per l’ansietà e la quietezza, il senso di sicurezza e di insicurezza, di inquietudine e di serenità. I sentimenti sono parte essenziale del vivere; permeano l’intero fluire della mente e colorano della propria qualità ogni momento del vissuto, ogni atto del pensiero: il percepire come il deliberare, il congetturare come il ricordare. Nulla sfugge ai sentimenti, perché la situazione emotiva è ciò cui l’esserci è consegnato. Tale è l’importanza nell’esistenza della vita affettiva che la globalità dell’esperienza vissuta è fortemente influenzata dal sentire. I sentimenti, scrive Maria Zambrano (2008, p. 74) «si estendono per tutto il tempo della coscienza e toccano tutto ciò che accade in essa; nulla sfugge ai sentimenti, gruppi interi di pensieri, serie di percezioni, persino il ricordo resta toccato». [...]



Un’esperienza di educazione all’autocomprensione affettiva.
Nel corso di una ricerca qualitativa durata due anni è stato possibile sperimentare un modello di educazione affettiva pensato per i bambini e le bambine che frequentano la scuola primaria. Il processo attivato è complesso. Qui renderò conto in maniera sintetica di alcuni suoi aspetti.
Innanzitutto si tratta di trovare il dispositivo per favorire la riflessione su un oggetto così complesso e delicato allo stesso tempo che è la vita affettiva. Quando si tratta di avvicinare un oggetto difficile è utile ricorrere alle metafore.
In educazione è facile trovare metafore di tipo botanico a ragione del fatto che educare ha fra i suoi significati aver cura, allevare e coltivare. L’educazione può essere concepita come quella pratica che consente di coltivare la vita per farla fiorire.
In questa metafora la vita affettiva può essere pensata come una delle tante piante che il lavoro del vivere deve sapere coltivare. Pensare le emozioni come piante e il processo di autocomprensione come il lavoro di cura dell’orto delle emozioni costituisce il fulcro della teoria dell’educazione affettiva che ha guidato la ricerca.
Ogni pianta manifesta la sua essenza in precisi prodotti: in particolare la piantina dell’orto produce precisi frutti. Ma ogni frutto viene nutrito da qualcosa di preciso che viene da un terreno nel quale la pianta cresce, inoltre ogni pianta così come ogni emozione si manifesta con una ramatura, un fogliame e colori differenti che nel loro insieme la rendono più o meno gradevole.
L’analogia della vita della pianta con quella di un vissuto affettivo è significativa: ogni emozione cresce in un preciso terreno esperienziale, è generata da una precisa valutazione che viene formulata sulla cosa vissuta e può esternalizzarsi sia interiormente che all’esterno in modo differenti.

Per facilitare l’analisi del vissuto emozionale a ogni bambino veniva chiesto di pensare ad una emozione per lui/ei importante e poi di associare l’emozione ad una pianta dell’orto. Da quel momento l’analisi della piantina diventava la metafora dell’analisi delle vita affettiva.

Una volta associata l’emozione alla piantina ogni bambino disegna sul quaderno la pianta scelta; il disegno di una cosa che rappresenta l’intimo della vita della mente favorisce la riflessione interiore.
Queste azioni costituiscono solo l’inizio del processo educativo, il quale prende avvio dalla scrittura del diario della vita affettiva.

Prima azione
  • I bambini ascoltano narrare una storia e al termine viene chiesto loro di identificare l’emozione vissuta dal protagonista

oppure
  • Ai bambini viene chiesto di narrare un fatto accaduto a loro che viene vissuto come rilevante sul piano affettivo e al termine viene chiesto loro di identificare l’emozione vissuta


Seconda azione 
Individuare il fatto che ha provocato il vissuto affettivo

Terza azione 
Individuare quale valutazione la mente aveva espresso su quel preciso fatto

Quarta azione
Capire quale effetto preciso esercita vissuto affettivo sul proprio modo di essere interiore e come eventualmente si esternalizza rivelando agli altri la nostra coloritura affettiva

Per Giacomo 
capire l’antecedente di un vissuto emotivo significa dire che «provo tristezza perché A. mi ha fatto del male»; 

Elisa 
individua l’esternalizzazione di un vissuto: «proprio perché sono arrabbiata non riesco a parlargli». 

Giulio 
ha capito che l’esternalizzazione non sempre è sincera; ha subito un gesto violento, risponde con un sorriso ma dice che «se ci penso è un sorriso finto quindi non so a cosa serva».

Quando poi la scrittura ha ormai un tempo lungo di esercizio – poiché la scrittura del diario della vita affettiva accompagna l’intero periodo scolastico - i bambini possono capire da dove vengono certe tonalità di fondo. Veronica spiega che “dopo avere letto tante volte il mio diario mi accorgo che sono tranquilla quando mi sento protetta»

Il processo di autocomprensione è evidentemente complesso e pertanto è ragionevole diluire nel tempo il processo di apprendimento, organizzando le unità didattiche per obiettivi specifici: 

  • apprendere e identificare l’emozione saperla nominare, capire l’antecedente,
  • risalire al contenuto cognitivo a partire dal quale è stata realizzata la valutazione del fatto vissuto,
  • individuare eventuali modifiche del proprio modo di essere, di sentire di pensare e di essere con gli altri a seguito della valutazione incorporata nel vissuto affettivo.

Avvalendosi del racconto di storie individuate ad hoc vengono costruite unità didattiche ciascuna delle quali destinate a portare l’attenzione su uno dei nodi dell’autocomprensione affettiva: imparare a nominare l’emozione, capire la situazione che l'ha generata, identificare il contenuto delle mente che ha costituito la valutazione, comprendere se la sua espressione è stata inibita o si è esternalizzata e se sì come.

Per apprendere la pratica dell’autocomprensione la classe viene inviata ad esercitarsi come gruppo sull’analisi di una storia individuata ad hoc e letta in classe dalla ricercatrice.

Poi lo stesso tipo di analisi affettiva viene sviluppata individualmente da ogni bambino sul proprio quaderno della vita affettiva. Nel momento della discussione in classe si apprende il dispositivo cognitivo, nell’azione individuale si sviluppa la disciplina dell’apprendimento da sé per sviluppare competenze metodologiche proprie. Impegnarsi nella disciplina dell’autocomprensione significa decidersi per un vivere consapevoli delle qualità del proprio esserci. Per amore di quella libertà che è propria di una vita consapevolmente vissuta, l’educazione all’autocomprensione della vita emozionale risulta decisiva.

Date queste premesse si può dunque ipotizzare una teoria dell’educazione affettiva, intese come contesti di apprendimento che facilitano il processo di autocomprensione affettiva, cioè l’acquisizione della consapevolezza della qualità e dei movimenti della vita emozionale.

La ricerca della “conoscenza riflessiva della nostra interiorità” (Heidegger, 1976, p. 175) ci trasforma da esseri semplicemente viventi, cioè che stanno irriflessivamente immersi dentro il flusso della vita, in soggetti esistenti, che rispondono alla chiamata di comprendere come si è quando si vive. Impegnarsi in una fenomenologia della vita affettiva significa capire come si manifesta la stanchezza di vivere o la gioia di essere, il senso di piacere per le esperienze vissute o l’inerzia interiore che immobilizza l’anima, da dove ha origine un certo sentire, e quali conseguenze ha sul mio modo di rapportarmi a me stesso, agli altri e al mondo. Quando le passioni non sono accompagnate dalla riflessione si diventa schiavi di esse, mentre l’esercizio della disciplina riflessiva ha un effetto di guadagno di consistenza rispetto alla tendenza a lasciarsi dominare, e consente di guadagnare un’adeguata capacità di temperanza.

Riferimenti bibliografici
Epitteto. Diatribe. (trad. it. Milano: Rusconi, 1982).
Frijda, N.H. (1990). Emozioni. Bologna: Il Mulino (The emotions. Cambridge: Cambridege University Press, 1986).
Harré, R. e Gillet, G. (1996). La mente discorsiva. Milano: Raffaello Cortina (tit. or. The Discursive Mind. Sage, 1994).
Heidegger, M. (1976). Essere e tempo. Milano: Longanesi (Sein und Zeit, Tübingen: Niemeyer, 1927).
Heidegger, M. (1999). Prolegomeni alla storia del concetto di tempo. Genova: Il Melangolo, (tit. or. Prolegomeni zur
Geschichte des Zeitbegriffs, Vittorio Klostermann Verlag, frankfurt am Main 1975).
Mortari, L. (2013). Aver cura della vita della mente. Roma: Carocci.
Nussbaum, M. (1998). Terapia del desiderio. Vita e Pensiero, Milano (The Therapy of Desire, Princeton: Princeton
University Press, 1996).
Nussbaum, M. (2004). L’intelligenza delle emozioni. Bologna: Il Mulino (Upheavals of Thought. Cambridge: Cambridge
University Press, 2001).
Oatley, K. (1997). Psicologia delle emozioni. Bologna: Il Mulino (tit. or. Best Laid Schemes. The Psychology of Emotions,
Cmbridge: Cambridge University press, 1992).
Platone. Platone: tutti gli scritti. (trad. dal greco Milano: Bompiani, 2000).
Stein, Edith (1991). La mistica della croce, Città Nuova, Roma (antologia a cura di Waltraud Herbstrith) (tit. or. In der
Kraft des Kreuzes, Verlag Herder, Freiburg im Breisgau 1980).
Zambrano, M. (2000), L’aurora, Genova: Marietti (tit. or. De la aurora, Madrid: Ediciones Turner, 1986).
Zambrano, M. (2008). Per l’amore e per la libertà. Genova-Milano: Marietti (tit. or. Filosofía y Educación. Manuscritos.
Málaga: Fundación María Zambrano, 2007).
http://www.cislscuola.it/uploads/media/2-2016Plus_Orto_delle_emozioni.pdf





Processi mentali e mondo interiore tra emozioni ed affetti
Scritto da Luisa Mingazzini 

Oggi sappiamo che emozione e cognizione sono processi mentali distinti ma interagenti, mediati da sistemi cerebrali parimenti distinti ma interagenti, che si influenzano e si arricchiscono reciprocamente. Fino ad ora, invece, banalizzate o trionfalizzate, condannate o esaltate, le emozioni sono state chiamate in causa quasi sempre come emblema del non-razionale, del non-ragionevole, residui di un passato animale o ostacoli all’agire intelligente, fino all’epoca moderna, che ha definitivamente celebrato la superiorità del logos sul pathos, della raison calcolante sulle perturbationes animi, senza considerare che l’homo sentiens o patiens sta forse prima dell’homo sapiens e faber, ricollegato com’è alle passioni e alle emozioni, senza le quali né la ratio né l’actio si strutturano, si definiscono e si realizzano (Cattarinussi B., 2003). Inoltre, un pensare astratto, che non si svolga in correlazione dialettica e armonica con un background emozionale, rischia di inaridirsi e svuotarsi di ogni orizzonte umano (Borgna E., 2001)­; una ragione de-emozionalizzata non coglie che alcuni aspetti del reale, mentre altri sono dominio delle “ragioni del cuore” pascaliane. Stando alla letteratura in materia, poi, sembra che senza emozione non ci sia adeguata elaborazione delle cose apprese né, forse, apprendimento (Boncinelli E., 2000) e, dalle ricerche compiute, l’attitudine emotiva emerge proprio quale meta-abilità che determina quanto bene riusciamo a servirci delle altre abilità, incluse quelle puramente intellettuali (Goleman D., 1996).

È quindi grazie all’interazione e all’influenza reciproca di questi due aspetti – rappresentate, appunto, dall’intelligenza emotiva – che possono emergere le peculiarità dell’essere umano, il quale mira ad attuarsi secondo un processo unitario, basato sull’interazione armonica tra le singole dimensioni della personalità. Non si tratta perciò di enfatizzare o esasperare l’aspetto emotivo – finendo col cadere in una visione riduttiva e monodimensionale – ma di restituire all’uomo uno spazio comunicativo in cui non prevalga né il regime di una cultura assolutistica e intellettualistica, né la tentazione di consegnarsi all’immediatezza di emozioni e pulsioni: uno spazio in cui i concetti sono riempiti di emozioni, non astratti e vuoti, e in cui le emozioni sono attraversate e controllate dai concetti (Gargani A.G., 1999). Per questo, un’educazione orientata a promuovere solo capacità intellettuali e conoscenze, che si ingrani solo su abilità cognitive e che, al contempo, dimentichi quella dimensione emotiva e affettiva così caratteristica del nostro essere, appare fondata su una concezione “parziale” dell’uomo e risulta una strategia formativa insufficiente a garantire il pieno e armonico sviluppo della persona. Al contrario, sostenere la necessità di un’alfabetizzazione emotivo-affettiva – che oltre a ricorrere all’affettività nell’educare, educhi la stessa affettività e alla affettività – significa cercare una chiave per ricongiungere nella scuola savoir, savoir-faire e savoir-être; significa chiamare ad una nuova sfida e ad una nuova responsabilità non solo la scuola, ma anche la famiglia, la Chiesa e la comunità intera, in modo che i ragazzi possano disporre di modelli e messaggi coerenti in ogni loro ambiente di vita; significa porsi al servizio del singolo ma anche della società, affinché sia sostenuta da una “cultura del cuore” e si faccia autentica “civiltà dell’amore” (Rosati L. et alii, 2001); significa impegnarsi per restituire “il possesso della parola” di un linguaggio comune che, ben lontano dall’essere un’atavica reliquia del passato, si configura come fenomeno di movimento verso il sé e di apertura all’altro, come strumento per entrare in armonico contatto con il sé e con l’altro-da-sé; significa recuperare la lezione di Rosmini e fare in modo che ciò che l’intelletto apprende, il cuore senta e l’opera manifesti.

Eppure la scuola, continua a privilegiare il pensiero e l’alfabetizzazione logico-formale, perpetuando modelli culturali razionalistici e tecnicistici, delegando l’educazione emotivo-affettiva alla famiglia, sottovalutando l’influenza dell’affettività sui processi di apprendimento e memorizzazione, di percezione e attenzione, di giudizio e di pensiero creativo, dimenticando l’incisiva presenza delle variabili affettive in ogni evento educativo e nella strutturazione della relazione tra le singole soggettività in esso coinvolte, misconoscendo il ruolo basilare degli affetti nella formazione del sé, nella definizione del carattere, nello sviluppo e nell’affermazione della personalità, nella conquista di un’identità autonoma e responsabile verso se stessi e verso gli altri, nelle dinamiche di socializzazione, nell’assunzione di atteggiamenti narcisistici o altruistici, nella decisionalità, nell’attribuzione di senso all’esistenza, nella formazione della coscienza e nello sviluppo del senso morale.

Rispetto, però, ai legami tra emotività e moralità il modello proposto da Goleman non solo non fornisce chiare indicazioni, ma appare debole sul piano etico: il concetto di intelligenza emotiva, benché riguardi esplicitamente il comportamento sociale, poco ha a che fare con il comportamento prosociale e risulta sostanzialmente connesso al successo personale. Ma la sfera morale, come ha scritto recentemente V. Andreoli (Avvenire, 17-12-2005) in riferimento all’ultimo messaggio di Papa Benedetto XVI, rientra proprio in quella più ampia delle relazioni, la cui qualità è strettamente connessa alla loro “colorazione” etica, ossia ai valori che le sostengono e le animano. Anche gli studi del neurologo portoghese Damasio hanno mostrato la necessità dell’integrità dei meccanismi di emozioni e sentimenti per l’assunzione di comportamenti eticamente retti (Damasio A.R., 1995). Per questo è possibile accogliere la proposta di R. Lucioni il quale, superando gli equivoci della lingua inglese derivanti dal rinchiudere tutta la vita affettiva nell’espressione “emotional life”, stabilisce una demarcazione tra emozione e sentimento, tra mondo dell’emotività e mondo dell’affettività, configurando quest’ultimo come mondo dei valori. Nella contrapposizione tra razionale ed emotivo, infatti, non si è riusciti a trovare il ruolo dei valori, ossia di quel mondo, quell’area e quella funzione che Lucioni vede sottesa alla sfera affettiva (con il suo substrato anatomo-funzionale nei lobi prefrontali) e che si riferisce al sé, agli altri, al mondo e ai sentimenti che ne regolano e ne definiscono le relazioni. Gli affetti, quindi, nocciolo della soggettività umana, si strutturano come funzioni timologiche, poiché è a partire dal riconoscimento del proprio valore che è possibile riconoscere il valore dell’altro, è il sentimento dell’io – organo regolatore della vita psichica – la premessa del sentimento del tu – come valorizzazione dell’alterità –, è l’affettività la funzione psichica che consente di mediare tra l’impulsività dell’emozione e la rigidità e la freddezza del ragionamento, ed è una strutturazione equilibrata tra emotività, affettività e razionalità a favorire quel passaggio, indicato da Rossi, da un io monologico e narcisista ad un sé dialogico e comunitario.

Se, quindi, c’è ancora molto da studiare sull’“arcipelago delle emozioni” (Borgna E., 2001), ancora di più sono da approfondire i meccanismi sottesi ai sentimenti e i loro legami sia con la valorizzazione del sé e dell’altro-da-sé sia con l’assunzione di comportamenti conformi all’etica. Perché c’è una tensione axiologica e finalistica in ogni azione educativa, pedagogica e didattica che va tenuta sempre presente e che sorge dal riconoscimento e dal rispetto della coessenziale dignità della soggettività di ognuno e di tutti, affinché ciascuno possa, tra gli altri e con gli altri, essere pienamente.



BIBLIOGRAFIA

Boncinelli E., Il cervello, la mente, l’anima. Le straordinarie scoperte sull’intelligenza umana, Oscar Saggi Mondadori, Milano 2000

Borgna E., L’arcipelago delle emozioni, Feltrinelli, Milano 2001

Cattarinussi B., Sentimenti, passioni, emozioni. Le radici del comportamento sociale, Angeli, Milano 2003

Cristofani A., R. Perugini, Rosati L., Umanità e amore nella relazione educativa, Anicia, Roma 2001

Dalai Lama, D. Goleman, Emozioni distruttive. Liberarsi dai tre veleni della mente: rabbia, desiderio, illusione, Oscar Mondadori, Milano 2003

Damasio A.R., Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti e cervello, Adelphi, Milano 2003

Damasio A.R., L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, Adelphi, Milano 1995

Gargani A.G., Il filtro creativo, Laterza, Roma-Bari 1999

Goleman D., Intelligenza emotiva. Cos’è, perché può renderci felici, Rizzoli, Milano 1996

Goleman D., Lavorare con intelligenza emotiva. Come inventare un nuovo rapporto con il lavoro, BUR, Milano 2000  

Lucioni R., Emotività, affettività, intelligenza: neurofisiologia psicodinamica della mente, Neurosciences International Network (www. neurosciences.ch/pagine/intelligenza_affettiva_2.htm)

Lucioni R., Intelligenza razionale e intelligenza affettiva, Neurosciences International Network (www.neurosciences.ch/pdf/intellig.pdf)

Lucioni R., Parliamo di intelligenza, www.geocities.com/lerre.geo/parliamo.html

Lucioni R., Psicologia e timologia, www.autismo-congress.net/timoliginews/timologia.html

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Mingazzini L., La sorgente delle emozioni, Morlacchi, Perugia 2005

Oatley K., Psicologia ed emozioni, il Mulino, Bologna 1997

Rossi B., Pedagogia degli affetti, Lat

http://www.vegajournal.org/content/archivio/38-anno-ii-numero-1/200-processi-mentali-e-mondo-interiore-tra-emozioni-ed-affetti?jjj=1475789232751




LE EMOZIONI
L'emozione, specialmente se intensa, può provocare alterazioni somatiche diffuse: il sistema nervoso centrale influenza le reazioni mimiche (l'espressione del viso), la tensione muscolare; il sistema vegetativo e le ghiandole endocrine, la secrezione di adrenalina, l'accelerazione del ritmo cardiaco e altre risposte viscerali.

Secondo tale approccio, l'emozione rappresenta un comportamento di risposta profondamente legato alle motivazioni , che si manifesta a tre diversi livelli:

• psicologico

• comportamentale

• fisiologico

Ma...quali sono le motivazioni del comportamento umano? che cos'è l'emozione? quante e quali sono le emozioni?

L'insieme degli eventi che si succedono tra la comparsa dello stimolo scatenante l'attivazione dei tre sistemi di risposta (sensazione soggettiva - comportamento - variazioni fisiologiche)

Motivazioni

Comunemente si pensa di dedurre le motivazioni dal comportamento; in realtà lo stesso comportamento può essere causato da motivazioni diverse. Uno studente può passare tre ore a studiare per interesse per la materia, per compiacere un genitore o per primeggiare sui compagni e sentirsi importante. Ci sono infatti vari tipi di disaccordo tra attività e obiettivo:

• lo stesso obiettivo può essere raggiunto con diversi comportamenti

• differenti obiettivi possono essere raggiunti con lo stesso comportamento

• uno stesso comportamento può essere funzionale al raggiungimento di differenti obiettivi

Per meglio definire le motivazioni profonde del comportamento umano sono state sviluppate molte teorie, citiamo le più importanti: la teoria psicoanalitica , la teoria comportamentistica e la teoria cognitiva .

Secondo la teoria psicoanalitica di Freud le pulsioni fondamentali sono il sesso e l'aggressività.

La teoria comportamentistica sottolinea l'importanza della relazione stimolo-risposta e dell'apprendimento nello sviluppo del comportamento.

La teoria cognitiva può essere definita come la teoria della scelta preferenziale; cioè la decisione di impegnarsi in una certa attività piuttosto che in altre ed il grado di partecipazione si determinano sulla base di considerazioni di carattere cognitivo.

Che cos'è l'emozione?

Sebbene l'emozione si realizzi all'interno della complessa relazione tra l'individuo e l'ambiente, è utile, per chiarirne gli aspetti, considerarla come indotta da una specifica condizione stimolo. In altre parole, l'emozione è un esempio di comportamento rispondente, comportamento cioè dove può essere individuato uno stimolo scatenante , legato alle motivazioni profonde.

L'emozione può essere definita come quella complessa catena di eventi compresa tra la comparsa dello stimolo scatenante (INPUT) e l'esecuzione del comportamento rispondente (OUTPUT).

Tre sono i diversi livelli o sistemi di risposta attraverso i quali si manifesta l'emozione:

• Il primo sistema, detto psicologico, comprende i resoconti verbali relativi all'esperienza soggettiva, come ad esempio: "ho provato una intensa sensazione di rabbia quando ......".

• Il secondo sistema, denominato comportamentale, riguarda invece le manifestazioni motorie dell'emozione, come ad esempio il comportamento di evitamento, di avvicinamento, di attacco e la fuga ecc., e le modificazioni dell'atteggiamento posturale e dell'espressione facciale.

• Infine, vi è il livello fisiologico, prevalentemente rappresentato delle modificazioni fisiche: ad esempio negli effettori innervati dal sistema nervoso autonomo, quindi alterazioni della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, dell'irrorazione vascolare facciale (l'arrossire), l'aumento della sudorazione delle mani, o le modificazione del ritmo respiratorio. Tutte queste variazioni sono connesse con, e anche indotte da, modificazioni di tipo endocrino, per esempio del sistema ipofisi-corticosurrenale (ACTH e cortisolo) o della midollare del surrene (adrenalina e noradrenalina).

Nessuno di questi tre sistemi (psicologico, comportamentale e fisiologico) è prioritario rispetto agli altri, ma piuttosto ognuno risulta strettamente connesso agli altri in una globale risposta emozionale. I tre sistemi cioè interagiscono tra loro pur essendo parzialmente indipendenti.

Concludendo, l'emozione risulta essere un "insieme di risposte".

Quante e quali sono le emozioni? Possiamo ipotizzare che la moltitudine delle esperienze emotive sia spiegabile mediante una decina di emozioni fondamentali o primarie. Plutchik (1970, 1980) ha suggerito un modello efficace (parzialmente verificato sul piano empirico per la classificazione delle espressioni facciali). Tre sono le fondamentali dimensioni rappresentate in questo modello: intensità, polarità e somiglianza.

Il cerchio rappresenta la somiglianza e la polarità delle otto emozioni primarie. L'intensità può variare su un asse ortogonale al cerchio, per esempio la paura aumentando può divenire terrore, diminuendo può divenire apprensione.

Il modello sembra essere in grado di spiegare la maggior parte delle emozioni umane, ciascuna delle quali può essere considerata come una combinazione di queste emozioni primarie.

LA PAURA

Che cos'è la paura?

Con questo termine si identificano stati di diversa intensità emotiva che vanno da una polarità fisiologica come il timore, l'apprensione, la preoccupazione, l'inquietudine o l'esitazione sino ad una polarità patologica come l'ansia, il terrore, la fobia o il panico.

Il termine paura viene quindi utilizzato per esprimere sia una emozione attuale che una emozione prevista nel futuro, oppure una condizione pervasiva ed imprevista, o un semplice stato di preoccupazione e di incertezza

L'esperienza soggettiva, il vissuto fenomenico della paura è rappresentata da un senso di forte spiacevolezza e da un intenso desiderio di evitamento nei confronti di un oggetto o situazione giudicata pericolosa. Altre costanti dell'esperienza della paura sono la tensione che può arrivare sino alla immobilità (l'essere paralizzati dalla paura) e la selettività dell'attenzione ad una ristretta porzione dell'esperienza. Questa focalizzazione della coscienza non riguarda solo il campo percettivo esterno ma anche quello interiore dei pensieri che risultano statici, quasi perseveranti. La tonalità affettiva predominante nell'insieme risulta essere negativa, pervasa dall'insicurezza e dal desiderio di fuga.

Da dove nasce la paura? Dai risultati di molte ricerche empiriche si giunge alla conclusione che potenzialmente qualsiasi oggetto, persona o evento può essere vissuto come pericoloso e quindi indurre una emozione di paura. La variabilità è assoluta, addirittura la minaccia può generarsi dall'assenza di un evento atteso e può variare da momento a momento anche per lo stesso individuo. Essenzialmente la paura può essere di natura innata oppure appresa. I fattori fondamentali risultano comunque essere la percezione e la valutazione dello stimolo come pericoloso o meno

Come il corpo manifesta la paura?

La faccia della paura si manifesta in un modo molto caratteristico:

occhi sbarrati, bocca semi aperta, sopracciglia avvicinate, fronte aggrottata.

Questo stato di tensione dei muscoli del viso rappresenta l'espressione della paura

che è ben riconoscibile anche in età precoce e nelle diverse culture.

Le alterazioni psicofisiologiche sembrano differenziarsi fra quelle che si associano a stati di paura intensi, come il panico e la fobia, e quelle invece concomitanti alla preoccupazione e all'ansia. Precisamente, uno stato di paura acuta ed improvvisa caratteristica del panico e della fobia, si accompagna ad una attivazione del sistema nervoso autonomo parasimpatico, si ha quindi un abbassamento della pressione del sangue e della temperatura corporea, diminuzione del battito cardiaco e della tensione muscolare, abbondante sudorazione e dilatazione della pupilla. Il risultato di tale attivazione è una sorta di paralisi, ossia l'incapacità di reagire in modo attivo con la fuga o l'attacco . La funzione di questa staticità indotta dallo stimolo fobico sembra quella di difendere l'individuo dai comportamenti aggressivi d'attacco scatenati dalla fuga e dal movimento. Paradossalmente, in casi estremi, tale reazione parasimpatica può condurre alla morte per collasso cardiocircolatorio. Stati di paura meno intensi invece attivano il sistema nervoso simpatico, per cui i peli si rizzano, ai muscoli affluisce maggior sangue e la tensione muscolare ed il battito cardiaco aumentano; il corpo è così pronto all'azione finalizzata all'attacco oppure alla fuga.

Quali sono le funzioni della paura?

Sicuramente, la paura ha una funzione positiva, così come il dolore fisico, di segnalare uno stato di emergenza ed allarme , preparando la mente il corpo alla reazione che si manifesta come comportamento di attacco o di fuga. Inoltre, in tutte le specie studiate l'espressione della paura svolge la funzione di avvertire gli altri membri del gruppo circa la presenza di un pericolo e quindi di richiedere un aiuto e soccorso. Dal punto di vista biologico - evoluzionista sia il vissuto soggettivo, attraverso i processi di memoria e di apprendimento, sia le manifestazioni comportamentali, indifferentemente fuga, paralisi o attacco, che le modificazioni psicofisiologiche (attivazione parasimpatica o attivazione simpatica) tendono verso la conservazione e la sopravvivenza dell'individuo e della specie. Ovviamente, se la paura viene estremizzata e resa eccessivamente intensa, diventando quindi ansia, fobia o panico, perde la funzione fondamentale e si converte in sintomo psicopatologico.

Come guarire dalla paura?

La paura, come abbiamo detto, ha un alto valore funzionale, finalizzato alla sopravvivenza. Per esempio, ricordarsi che quel tipo di animale rappresenta un pericolo perché aggressivo e feroce oppure velenoso, costituisce un innegabile vantaggio. Oppure, preparare il proprio corpo ad un furioso attacco o ad una repentina fuga può in certi casi garantire la sopravvivenza. Infine, anche uno stato di paralisi da paura può salvarci dall'attacco di un feroce aggressore che non attende altro che una nostra minima reazione. Quindi le cure contro la paura si rivolgono solo a quei casi in cui essa rappresenta uno stato patologico, come ad esempio attacchi di panico o di ansia di fronte ad uno stimolo assolutamente non pericoloso.

Tre sono fondamentalmente i tipi di cura contro la paura patologica.

• L'approccio compartamentista mira alla eliminazione del sintomo della manifestazione della paura, attraverso tecniche di familiarizzazione e assuefazione allo stimolo fobico, basate su meccanismi di condizionamento.

• L'approccio cognitivista, è finalizzato invece alla eliminazione della causa della paura, si rivolge quindi alla percezione e alla valutazione degli stimoli o eventi etichettati come pericolosi.

• L'approccio umanistico, attraverso il riconoscimento positivo ed incondizio-nato della persona e l'ascolto empatico tende a facilitare il reperimento delle risorse personali per affrontare, superare o semplicemente accogliere e convivere serenamente con le proprie paure.

LA RABBIA

Che cos'è la rabbia?

La rabbia è una emozione tipica, considerata fondamentale da tutte le teorie psicologiche poiché per essa è possibile identificare una specifica origine funzionale, degli antecedenti caratteristici, delle manifestazioni espressive e delle modificazioni fisiologiche costanti, delle prevedibili tendenze all'azione. Essendo un'emozione primitiva, essa può essere osservata sia in bambini molto piccoli che in specie animali diverse dell'uomo.

Quindi, insieme alla gioia e al dolore, la rabbia è una tra le emozioni più precoci.

Essendo l'emozione la cui manifestazione viene maggiormente inibita dalla cultura e dalle società attuali, molto interessanti risultano gli studi evolutivi, in grado di analizzare le pure espressioni della rabbia, prima cioè che vengano apprese quelle regole che ne controllano l'esibizione. Inoltre, la rabbia fa parte della triade dell'ostilità insieme al disgusto e al disprezzo, e ne rappresenta il fulcro e l'emozione di base. Tali sentimenti si presentano spesso in combinazione e pur avendo origini, vissuti e conseguenze diverse risulta difficile identificare l'emozione che predomina sulle altre. Moltissimi risultano essere i termini linguistici che si riferiscono a questa reazione emotiva: collera, esasperazione, furore ed ira rappresentano lo stato emotivo intenso della rabbia; altri invece esprimono lo stesso sentimento ma di intensità minore, come: irritazione, fastidio, impazienza.

Da dove nasce la rabbia?

Per la maggior parte delle teorie la rabbia rappresenta la tipica reazione alla frustrazione e alla costrizione, sia fisica che psicologica. Pur rappresentandone i denominatori comuni, la costrizione e la frustrazione non costituiscono in sé le condizioni sufficienti e neppure necessarie perché si origini il sentimento della rabbia. La relazione causale che lega la frustrazione alla rabbia non è affatto semplice. Altri fattori sembrano infatti implicati affinché origini l'emozione della rabbia. La responsabilità e la consapevolezza che si attribuisce alla persona che induce frustrazione o costrizione sembrano essere altri importanti fattori.

Ancor più delle circostanze concrete del danno, quello che più pesa nell'attivare una emozione di rabbia sembra cioè essere la volontà che si attribuisce all'altro di ferire e l'eventuale possibilità di evitare l'evento o situazione frustrante. Insomma ci si arrabbia quando qualcosa o qualcuno si oppone alla realizzazione di un nostro bisogno, soprattutto quando viene percepita l'intenzionalità di ostacolare l'appagamento.

Contro chi ci si arrabbia?

L'emozione della rabbia può essere quindi definita come la reazione che consegue ad una precisa sequenza di eventi

1. stato di bisogno

2. oggetto (vivente o non vivente) che si oppone alla realizzazione di tale bisogno

3. attribuzione a tale oggetto dell'intenzionalità di opporsi

4. assenza di paura verso l'oggetto frustrante

5. forte intenzione di attaccare, aggredire l'oggetto frustrante

6. azione di aggressione che si realizza mediante l'attacco

Questo è quello che avviene in natura, anche se l'evoluzione sembra aver plasmato forti segnali che inducono la paura e di conseguenza la fuga, impedendo cosi l'aggressione dell'avversario. Nella specie umana, di solito, si assiste non solo ad una inibizione della tendenza all'azione di agg ressione e attacco ma addirittura al mascheramento dei segnali della rabbia verso l'oggetto frustrante. Nella specie umana, la cultura e le regole sociali a volte impediscono di dirigere la manifestazione e l'azione direttamente verso l'agente che scatena la rabbia.

Tre possono quindi essere i fondamentali destinatari finali della nostra rabbia:

• oggetto che provoca la frustrazione

• un oggetto diverso rispetto a quello che provoca la frustrazione (spostamento dall'obiettivo originale)

• la rabbia può infine essere diretta verso se stessi, trasformandosi in autolesionismo ed auto aggressione.

Come il corpo manifesta la rabbia?

Per quanto siano estremamente forti le pressioni contro la manifestazione della rabbia, essa possiede una tipica espressione facciale, ben riconoscibile in tutte le culture studiate. L'aggrottare violento della fronte e delle sopracciglia e lo scoprire e digrignare i denti, rappresentano le modificazioni sintomatiche del viso che meglio esprimono l'emozione della rabbia. Tutta la muscolatura del corpo può estendersi fino all'immobilità.

Le sensazioni soggettive più frequenti possono essere: la paura di perdere il controllo, l'irrigidimento della muscolatura, l'irrequietezza ed il calore. La voce si fa più intensa, il tono sibilante, stridulo e minaccioso. L'organismo si prepara all'azione, all'attacco e all'aggressione. Le variazioni psicofisiologiche sono quelle tipiche di una forte attivazione del sistema nervoso autonomo simpatico, ossia: accelerazione del battito cardiaco, aumento della pressione arteriosa e dell'irrorazione dei vasi sanguigni periferici, aumento della tensione muscolare e della sudorazione. Gli studi sugli effetti dell'inibizione delle manifestazioni aggressive sembrano indicare che chi non esprime in alcun modo i propri sentimenti di rabbia tende a viverli per un tempo più lungo .

Quali sono le funzioni della rabbia?

Le modificazioni psicofisiologiche che si manifestano attraverso la potente impulsività e la forte propensione all'agire con modalità aggressive sono funzionali alla rimozione dell'oggetto frustrante . La rabbia è sicuramente uno stato emotivo che aumenta nell'organismo il propellente energetico utilizzabile per passare alle vie di fatto, siano queste azioni oppure solo espressioni verbali. La rimozione dell'ostacolo che si oppone alla realizzazione del bisogno può avvenire sia attraverso l'induzione della paura e la conseguente fuga sia mediante un violento attacco.

Le numerose ricerche compiute sui comportamenti di specie diverse dall'uomo, hanno dimostrato che l'ira e le conseguenti manifestazioni aggressive sono determinate da motivi direttamente o indirettamente legati alla sopravvivenza dell'individuo e delle specie. Gli animali spesso attaccano perché qualcosa li spaventa oppure perché vengono aggrediti da predatori, per avere la meglio sul rivale sessuale, per cacciare un intruso dal territorio o per difendere la propria prole.

Negli uomini invece, i motivi alla base di un attacco di rabbia riguardano maggiormente la frustrazione di attività che erano connesse con l'immagine e la realizzazione di sé. Lo scopo in questo caso sembra più rivolto a modificare un comportamento che non si ritiene adeguato. L'arrabbiarsi, motivando chiaramente le motivazioni dello scontento, sembra infatti essere una procedura per ottenere un utile cambiamento

LA GELOSIA

La gelosia è da sempre argomento privilegiato nell'arte e nella letteratura. Da più parti si è cercato di descriverla, di definirla, ma soprattutto di stabilire quali persone vi siano più inclini, quali fatti la producano e quali comportamenti provochi. In questo articolo si cerca di dare una definizione a questo stato emotivo-affettivo complesso e si descrivono alcuni aspetti di due tipi di gelosia: la gelosia romantica e la gelosia da competizione sociale

Che cos'è la gelosia

Definire la gelosia è difficile soprattutto perché non si sa bene se sia un'emozione , uno stato d'animo o un sentimento . Potrebbe essere considerata un'emozione in quanto si presenta in modo brusco e accompagnata da tipiche modificazioni psico-fisiologiche; tuttavia è anche un sentimento nel momento in cui permane nel tempo, viene evocata da eventi esterni o rappresentazioni mentali e occupa gran parte del vissuto emotivo e cognitivo dell'individuo. Il fatto che esistano più tipi di gelosia distinguibili in base all'oggetto verso cui questo stato emotivo o affettivo è rivolto complica ulteriormente il problema. Infatti è diverso essere gelosi di uno cosa ed essere gelosi di una persona. Nel primo caso c'è un desiderio di esclusività per delle cose che ci appartengono e che non vorremmo cedere in uso ad altri (gelosia materiale ); nel secondo caso domina il timore di perdere l'affetto, il più delle volte l'affetto esclusivo di una persona (gelosia romantica ).

In ultimo esiste anche una gelosia da confronto sociale che origina dal desiderio di ottenere un bene che non si ha - l'amore di una persona, un lavoro o un premio - e dal timore che qualcun altro possa ottenerlo al posto nostro (D'Urso, 1990 ).

La gelosia romantica

In genere le ricerche in ambito psicologico così come la letteratura in senso lato, si sono occupate in prevalenza di questo tipo di gelosia. La gelosia romantica suscita un insieme di sentimenti ed emozioni riguardo la persona amata, il rivale e il sé (D'Urso e Trentin, 1992 ). Queste emozioni si riassumono in una sorta di ambivalenza nei confronti della persona amata che si traduce in un aumento dell'interesse e del desiderio nei suoi confronti associato a rabbia, ostilità e al timore della perdita . Parallelamente la persona gelosa sperimenta verso il rivale odio e desiderio di annullamento che diventano tanto più forti quanto più il rivale è percepito con caratteristiche positive come la bellezza, l'intelligenza, la cultura ecc. In questo senso una delle cose curiose è costituita dal fatto che il geloso percepisce come più pericoloso un rivale che possiede le caratteristiche positive che lui stesso vorrebbe possedere, piuttosto che un rivale considerato ideale dalla persona amata (Schmitt, 1988 ).

Esistono delle strategie che consentono di far fronte alla gelosia romantica? D'Urso e Trentin (1992) ne riportano tre, ossia

1. rafforzare la fiducia in se stessi: questo consente di ridurre ansia e aggressività connesse alla gelosia stessa

2. affinare le proprie capacità : in questo modo si migliora l'immagine di sé e si riducono depressione e rabbia connesse all'idea della possibile perdita della persona amata

3. ignorare tutto ciò che concerne la persona amata e il rivale o che è psicologicamente associato ai luoghi, alle occasioni, ai motivi della gelosia

La gelosia da competizione sociale

Secondo Salovey e Rodin (1984) la caratteristica specifica della gelosia da competizione sociale è l'oggetto del desiderio , che non è mai una persona, ma è sempre una cosa , un tipo di successo o una buona posizione sociale. In realtà è possibile sperimentare questo tipo di gelosia anche verso una persona e competere in ambito sociale per ottenere i suoi favori, la sua attenzione o il suo amore. Il sorgere e l'intensità di questo tipo di gelosia variano a seconda dell'importanza che l'individuo attribuisce alla meta ambita, dell'identità e della valenza emotiva degli altri concorrenti. In base ad una serie di esperimenti Mikulincer, Bizman e Aizemberg (1989) hanno trovato che la gelosia da confronto sociale aumenta quando:

1. si attribuisce prevalentemente a se stessi la responsabilità di un confronto sfavorevole o di un proprio fallimento

2. si considera lo scacco almeno in parte controllabile

3. si ritiene che lo sfavore nel confronto dipenda da condizioni relativamente stabili nel tempo e soprattutto relative alla propria personalità

Chi sono le persone gelose

In genere le persone gelose sono descritte come insicure, ansiose, possessive, invidiose, sospettose, irrazionali, con una scarsa stima di sé.

Non sembra ci siano differenze tra i sessi rispetto all'intensità della gelosia (Bringle e Buunk, 1985 ), anche se si rilevano vistose diversità rispetto ai comportamenti associati. Da questo punto di vista gli uomini sono più inclini delle donne ad assumere iniziative aperte in caso di tradimento, cercano cioè di discutere il problema, di affrontare il rivale o aggredire la compagna. Al contrario le donne sembrano esternalizzare meno la gelosia e i comportamenti connessi soffrendo però maggiormente di intensi sentimenti negativi, quali disperazione, depressione e di malattie psicosomatiche (D'Urso e Trentin, 1992 ). Non sembra invece ci siano differenze tra i sessi rispetto agli aspetti cognitivi messi in atto. Pines e Aronson (1981) hanno infatti accertato che la reazione più comune a uomini e donne è quella di rimuginare tormentosamente sull'accaduto e questo avviene con frequenza, durata e intensità equivalente nei due sessi.



ALESSITIMIA ED EMPATIA

Parole ed emozioni

Molti dei primi esponenti della medicina psicosomatica ritenevano che i conflitti emotivi inconsci giocassero un ruolo molto importante come cause dei disturbi o delle malattie psicosomatiche. Alcuni di essi, in base ad osservazioni cliniche e ai colloqui avuti con i loro pazienti, ipotizzarono che fosse un disturbo nella capacità di esprimere le emozioni a predisporre le persone alle malattie psicosomatiche classiche.

Paul MacLean (1949, 1954, 1977), ad esempio, notò che molti pazienti psicosomatici mostravano un'evidente incapacità intellettuale a verbalizzare le proprie emozioni e ipotizzò che le emozioni disturbanti invece di essere collegate al neocortex (il cervello verbale) e trovare espressione nell'uso simbolico delle parole, avessero un'espressione immediata nelle vie autonome e venissero tradotte in una specie di linguaggio organico.

Allo stesso modo Jurgen Ruesch (1948) osservò sia un analogo disturbo dell'espressione verbale e simbolica nei pazienti psicosomatici sia un'insieme di caratteristiche comportamentali e psicologiche che facevano pensare ad una personalità infantile.

Tali caratteristiche erano ad esempio l'arresto e il deterioramento dell'apprendimento sociale, una tendenza a usare l'azione fisica diretta o canali corporei di espressione, dipendenza e passività, modi infantili di pensare, il ricorso all'imitazione, una coscienza morale estremamente rigida, aspirazioni elevate e irrealistiche ed un grado eccessivo di conformismo sociale.Marty e de M'Uzan (1963) coniarono il termine di pensée opératoire (pensiero operatorio) per descrivere un tipo di pensiero incapace di produrre fantasie, senza immaginazione, estremamente utilitaristico, preoccupato dei minimi particolari degli eventi esterni e molto aderente alla realtà, e ipotizzarono che questo tipo di pensiero fosse tipico di una specifica personalità psicosomatica.

A questo proposito Sifneos coniò il termine alessitimia per indicare: un disturbo specifico nelle funzioni affettive e simboliche che spesso rende sterile e incolore lo stile comunicativo dei pazienti psicosomatici

Attualmente l'alessitimia, dopo un primo periodo di notevoli controversie, non è considerata la sola, ma una delle molteplici possibili situazioni generali di insorgenza o uno dei fattori di rischio che sembrano accrescere la suscettibilità alla malattia.

Infatti occorre precisare che non tutti i pazienti psicosomatici esibiscono chiari elementi alessitimici e non tutti i medici psicosomatici hanno accettato il concetto di alessitimia. Inoltre quest'ultima non è considerata un fenomeno del tipo tutto o nulla e ogni persona sembra avere la capacità di accedere ad uno stile di comunicazione relativamente asimbolico, tanto che le caratteristiche alessitimiche sono state riscontrate anche in pazienti con disturbi da uso di sostanze e disturbi da stress post-traumatico, in pazienti con gravi disturbi affettivi o depressioni mascherate che spesso si presentano ai medici accusando disturbi fisici. Inoltre l'alessitimia è stata descritta come un fenomeno secondario nei pazienti in dialisi e in quelli che hanno subito un trapianto, oltre a quelli in pericolo di vita che si trovano nei reparti di terapia intensiva.

In genere gli individui alessitimici oltre ad avere un pensiero simbolico nettamente ridotto o assente mostrano anche una sorprendente difficoltà a riconoscere e descrivere i loro sentimenti e a discriminare tra stati emotivi e sensazioni corporee .

Capita ad esempio che tali persone abbiano esplosioni di collera o di pianto incontrollato, ma quando vengono interrogate sui motivi di queste manifestazioni sono incapaci di descrivere quello che provano. Inoltre anche la rigidità nei movimenti e la mancanza di movimenti espressivi del volto di queste persone tradiscono un funzionamento emotivo ridotto. In genere le persone alessitimiche sembrano ben adattate da un punto di vista sociale nonostante manchi loro non solo la capacità entrare in contatto con la propria realtà psichica e con i propri vissuti interiori ma anche la fondamentale capacità di sintonizzarsi sui sentimenti e vissuti altrui, elementi che rendono il loro buon adattamento sociale solo apparente. Inoltre queste persone tendono a stabilire relazioni interpersonali fortemente dipendenti oppure preferiscono stare da soli ed evitare gli altri.



Come si sviluppa l'alessitimia?

Probabilmente non esiste un'unica spiegazione sulle cause di un fenomeno tanto complesso. Infatti oltre che da fattori genetici, neurofisiologici e intrapsichici, gli stili di comunicazione sono influenzati da fattori socioculturali, dall'intelligenza e dai modelli familiari di conversazione.

Per esempio, Leff (1973) ha trovato che nei paesi sviluppati le persone mostrano una maggiore differenziazione degli stati emotivi rispetto a coloro che vivono in paesi in via di sviluppo e che alcune lingue impongono limitazioni all'espressione delle emozioni.

Secondo McDougall (1982) l'alessitimia è una difesa straordinariamente forte contro il dolore psichico , mentre Krystal (1979, 1982-1983) invece di concettualizzare l'alessitimia come una difesa, la attribuisce ad un arresto dello sviluppo affettivo a seguito di un trauma infanti le , o a una regressione nella funzione affettivo-cognitiva dopo un trauma catastrofico nella vita adulta. Sono state proposte anche alcune teorie neurofisiologiche per l'origine eziologica dell'alessitimia. Si è già vista l'ipotesi di MacLean secondo cui i sintomi fisici dei pazienti alessitimici sono dovuti al fatto che le emozioni vengono incanalate direttamente negli organi corporei attraverso le vie neuroendocrine e autonome. Nemiah (1975, 1977) ha approfondito questa posizione sostenendo che l'alessitimia è provocata da un difetto neurofisiologico che influenza la modulazione da parte del corpo striato dell'input proveniente dal sistema limbico e diretto al neocortex.

Inoltre gli studi sulla specializzazione emisferica, compreso il modo in cui il cervello integra il linguaggio affettivo e propositivo, hanno portato all'idea che l'alessitimia sia dovuta ad una disfunzione dell'emisfero destro o ad una carenza nella comunicazione interemisferica.

Tale ipotesi sembra avvalorata dall'osservazione di Hoppe (1977; Hoppe e Bogen, 1977) della comparsa di caratteristiche alessitimiche in pazienti con cervello scisso i quali riferiscono scarsità di sogni e fantasie e mostrano un deterioramento della funzione simbolica.

Inoltre, come hanno dimostrato Weintraub e Mesulam (1983), un danno precoce all'emisfero destro può interferire seriamente con l'acquisizione di capacità per le quali quell'emisfero è ritenuto specializzato. Essi sostengono infatti che come l'emisfero sinistro controlla lo sviluppo della competenza linguistica, così l'integrità dell'emisfero destro potrebbe essere essenziale all'emergere di capacità interpersonali e di quella che Hymes (1971) ha definito competenza comunicativa (p. 468).

Pertanto una carente funzionalità dell'emisfero destro potrebbe spiegare non solo la difficoltà dei pazienti alessitimici a riconoscere e descrivere le loro emozioni, ma anche la loro minore capacità empatica .



Cosa si intende per empatia?
Se l'alessitimia implica l'incapacità o l'impossibilità di percepire le proprie e le altrui emozioni, l'empatia è al contrario quell'abilità che consente alle persone di entrare in sintonia con i propri e gli altrui stati d'animo. Non a caso tale abilità si basa sull'autoconsapevolezza: quanto più si è aperti verso le proprie emozioni, tanto più si è abili nel leggere i sentimenti altrui. Questa capacità consente di capire come si sente un'altra persona ed entra in gioco in moltissime situazioni, da quelle tipiche della vita professionale a quelle della vita privata.

La capacità empatica permette di leggere e capire non solo le emozioni che le persone esprimono a parole, ma anche quelle che, più o meno consapevolmente sono espresse con il tono di voce, i gesti, l'espressione del volto e altri simili canali non verbali.

Come si sviluppa l'empatia?

E' possibile rintracciare il germe dell'empatia sin dalla prima infanzia. In effetti si è visto che dal giorno stesso della nascita i neonati sono turbati dal pianto di un altro bambino e addirittura i bambini intorno all'anno d'età imitano la sofferenza altrui, probabilmente per meglio comprendere ciò che l'altro sta provando. Titchener negli anni venti nominò questa abilità mimetismo motorio e secondo tale autore essa è il precursore dell'empatia.

Inoltre, sembra che alla base dell'empatia ci siano i processi di sintonizzazione-desintonizzazione che caratterizzano le prime fasi del rapporto madre-figlio e che consentono al bambino di sentirsi compreso. Non a caso la prolungata assenza di sintonia emozionale tra genitori e figli impone al bambino un costo enorme in termini emozionali . Quando un genitore non riesce mai a mostrare alcuna empatia con una particolare gamma di emozioni del bambino - gioia, pianto, bisogno di essere cullato - questi comincia ad evitare di esprimerle e forse anche di provarle. In questo modo presumibilmente, numerose emozioni cominciano ad essere cancellate dal repertorio delle relazioni intime soprattutto se, anche in seguito durante l'infanzia, questi sentimenti continuano ad essere copertamente o apertamente scoraggiati.

lcuni studiosi hanno suggerito che in aggiunta ad una disfunzione organica responsabile dell'alessitimia esista uno specifico ambiente sociale-evolutivo che inibisce l'espressione emotiva, ipotesi che sembra per altro confermata dalla presenza di un numero maggiore di uomini alessitimici rispetto alle donne e da una maggiore propensione di queste ultime ad essere empatiche. Infatti, agli uomini più che alle donne si insegna ad esprimere poco le proprie emozioni e a sviluppare capacità legate più alla vita pratica, lavorativa che non alla sfera affettiva.

Secondo Goleman (1995) l'empatia e l'autocontrollo sono due competenze sociali che aiutano l'individuo a costruirsi una vita relazionale ricca ed emotivamente soddisfacente, la quale, è ormai noto, influenza positivamente anche il benessere psico-fisico della persona.

http://www.counselingitalia.it/contenuti/articoli/1565-emozioni-e-sentimenti




Emozioni e Sentimenti
di Doriano Dal Cengio

Viviamo in un’epoca in cui si dà ampio risalto alle emozioni. 
Contrariamente al passato in cui la dimensione emotiva veniva nascosta per cultura, per pudore, per riservatezza, oggi invece si tende ad esibire, a mostrare ciò che la gente vive intimamente. Molti format televisivi hanno fatto la loro fortuna creando le condizioni perché le persone coinvolte in trasmissione vivessero “in diretta” le loro emozioni, mostrassero i loro sentimenti, come se ci fosse un elemento di morbosità da un lato e di interesse dall’altro nel vedere quello che una persona prova. Senza entrare nel merito della scelta televisiva, quello che si coglie però è l’evidente interesse del pubblico (e quindi di tutti noi) per tutto ciò che riguarda l’intimità, la dimensione emotiva, la questione dei sentimenti. Il motivo è facilmente intuibile: tutti noi viviamo di emozioni, la nostra realtà è fatta di sentimenti, anzi la qualità della nostra vita è principalmente definita dalla qualità nella nostra dimensione emotiva, per cui osservare le reazioni degli altri, “sbirciare” nell’animo degli altri ci incuriosisce e ci coinvolge perché sappiamo che è quello che dà sapore e colore alla vita. Infatti non sono tanto le cose che ci accadono, i fatti in sé, o gli eventi che si inseriscono nella nostra vita a definire la qualità della nostra giornata, quanto le emozioni che questi fatti o eventi suscitano in noi, la reazione emotiva che provocano in noi. Stiamo bene o stiamo male a seconda delle emozioni che proviamo.

Ma cosa sono le emozioni? Perché ci emozioniamo? A cosa servono? Emozioni e sentimenti sono la stessa cosa? 



Il Piacere ed il Dolore.
Per cercare di rispondere a queste domande dobbiamo andare a ritroso nella nostra storia inserendo le riflessioni in una prospettiva ontogenetica, che ha come assunto base il fatto che l’embrione umano dal concepimento in poi ha racchiuso in sé tutto il suo potenziale di sviluppo, come il seme comprende in sè l’albero che si svilupperà. La programmazione biologica, che ha come base quella che potremmo definire “l’intelligenza genetica”, prevede l’organizzazione sequenziale di strutture nervose che diverranno la base del funzionamento di strutture psichiche. La progressiva maturazione del sistema nervoso si accompagnerà alla progressiva organizzazione del sistema cognitivo (il Pensare) e del sistema emotivo-affettivo (il Sentire). Sappiamo che l’interazione con l’ambiente stimola il sistema nervoso a produrre connessioni fra aree la cui attivazione dà luogo a esperienze psichiche. Dal punto di vista psicologico possiamo dire che l’interazione con l’ambiente produce esperienza e l’esperienza interiorizzata diventa apprendimento e l’organizzazione degli apprendimenti diventa struttura psichica, cioè personalità. Le neuroscienze a partire dagli studi negli anni novanta di Jay Giedd, ricercatore del National Institute of Mental Health di Bethesda (USA), ci dicono che la maturazione cerebrale  e quindi le connessioni fra le varie strutture cerebrali, richiede tempi lunghi. Sostengono infatti che nell’essere umano tale maturazione avviene nel corso dei primi vent’anni, mentre quella psichica sembra necessiti molto di più, forse tutta una vita.

Ma quali sono gli aspetti del sistema emotivo e come si sviluppano?
Osservando un neonato si coglie che il Sentire precede il Pensare. L’apparato biologico, che sottostà alla percezione delle sensazioni, matura prima di quello che supporta l’organizzazione del pensiero. La conoscenza del mondo che un neonato inizia a maturare, passa attraverso le sensazioni che precedono e probabilmente stimolano l’attivazione di quelle strutture con cui si producono e organizzano i pensieri.

Il neonato avverte da subito sensazioni piacevoli e spiacevoli. 
Pur vivendo in un universo psichico indifferenziato il neonato reagisce istintivamente (reazione neurovegetativa) di fronte a ciò che vive come piacevole e a ciò che vive come spiacevole, cioè doloroso. Sigmund Freud stesso nella sua riflessione sull’organizzazione dell’apparato psichico postulò l’esistenza di un principio di piacere che pose alla base di tutto il funzionamento psichico. Per Freud la ricerca del piacere è il motore che dirige il flusso e il fluire dell'energia psichica. Sostiene che la ricerca del piacere, intesa come la ricerca di esperienze gratificanti, è alla base non solo di tutta l’organizzazione psichica, ma anche della motivazione esistenziale. In altre parole, che ne siamo consapevoli o meno, secondo la visione freudiana (e non solo) il nostro agire nel mondo è motivato dalla ricerca di gratificazioni. Più  “accumuliamo” gratificazioni durante la nostra giornata e più possiamo dire di sentirci soddisfatti e felici. Se questa prospettiva ci trova convinti assertori, può diventare interessante, per il tema che stiamo trattando, prendere in considerazione non solo il piacere ma anche e soprattutto, il suo opposto cioè il dolore, che sicuramente, come il piacere, ha un risvolto emotivo. Il neonato infatti di fronte ad una sensazione piacevole, come dopo la poppata si rilassa, mentre di fronte ad una sensazione dolorosa, come nel caso dello stimolo della fame, si agita.

Ora considerando il dolore, vediamo che l’esperienza dolorosa innesca, non solo nel neonato ma in ognuno di noi, una reazione, come se ci sentissimo in qualche modo feriti. La ferita, di qualsiasi natura essa sia (aggressione, frustrazione, offesa…) fa scattare automaticamente una reazione neurovegetativa, funzionale a mettere a disposizione dell’Organismo un quantum di energia necessario per far fronte all’evento. Il dolore è probabilmente la prima esperienza emotiva di tipo spiacevole che facciamo in quanto viene vissuto come reazione ad una sofferenza di tipo fisico. Il pianto di un neonato affamato è un pianto di dolore non qualificabile come nessun altra emozione. E’ difficile collocare il dolore nell’ambito delle emozioni pur avendo esso una dimensione emotiva, in quanto l’esperienza del dolore sembra essere così primitiva da precedere quella emotiva. Se come vedremo le emozioni sono la sintesi di un vissuto corporeo (reazione neurovegetativa) e di una valutazione mentale, nel caso del dolore la valutazione mentale è assente, perché nel neonato non sono ancora funzionanti le strutture cerebrali atte a produrre esperienze mentali di valutazione. C’è la percezione dolorosa vissuta nel corpo che assume rilevanza emotiva semplicemente perché viene interessato il funzionamento di strutture nervose che si attivano quando ricevono determinati imput percettivi. Probabilmente il dolore o l’esperienza dolorosa, è il precursore di tutte le emozioni spiacevoli. E’ partendo dal dolore che nel tempo, grazie alla progressiva maturazione del sistema cognitivo, si andranno a strutturare le emozioni cosiddette primarie.



Il Dolore e le Emozioni
Il dolore inteso come reazione emotiva ad una ferita ci rimanda alla rabbia che come vedremo verrà definita in termini molto simili in quanto spesso la reazione al dolore è una reazione aggressiva. La reazione ad una ferita è istintuale quanto il dolore stesso ed è una istintiva reazione di attacco (basta pensare alle reazioni degli animali). La rabbia sembra quindi essere una delle evoluzioni emotive del dolore, nel senso che nel corso della crescita le situazioni che suscitano dolore tenderanno ad essere vissute sempre più con rabbia. Quanto più crescendo l’oggetto che produce una ferita verrà riconosciuto e identificato, tanto più il vissuto corrispondente sarà di rabbia (verso quell’oggetto). Da questo punto di vista possiamo dire che il dolore è rabbia senza oggetto, in quanto l’attivazione neurovegetativa è la stessa, ma manca la proiezione mentale che identifica l’oggetto.

Va detto però che anche la perdita dell’oggetto soprattutto se amato, produce una ferita e infatti se pensiamo all’esperienza del lutto credo si possa dire che il primo vissuto è più di dolore che di tristezza, la tristezza si afferma successivamente come reazione alla consapevolezza della perdita dell’oggetto quando questa esperienza entra cioè nel campo della coscienza.

Quindi il dolore è la reazione emotiva ad una ferita che impariamo a riconoscere molto presto in termini evolutivi prima ancora che il sistema cognitivo si sia sufficientemente evoluto per riconoscere ed identificare lo stimolo di tale esperienza. Quando si arriva a tale maturazione l’esperienza del dolore tenderà a dare origine a seconda delle situazioni ad un vissuto di rabbia o di tristezza.

 Ma se andiamo ad approfondire notiamo che anche la paura ha a che fare in qualche modo con il dolore in quanto l’esperienza dolorosa lascia una traccia cioè un ricordo e quindi proprio per questo può essere rievocata e di conseguenza temuta. Se come vedremo la paura è la percezione di una minaccia o di un pericolo, noi vediamo che l’oggetto minaccioso per essere riconosciuto come tale deve essere già stato conosciuto come un oggetto che ha causato un danno cioè un dolore. In altre parole l’esperienza del dolore può nel tempo dare origine al timore che quella esperienza si possa ripetere ecco che allora il nostro immaginario comincia a popolarsi di oggetti o esperienze potenzialmente dolorose di cui aver paura.

Per la mia esperienza sono portato a credere che i bambini percepiscano il dolore ma non la sofferenza, in quanto la sofferenza ha una sua dimensione mentale o cognitiva che il dolore non ha. Il dolore si trasforma in sofferenza grazie ad un processo di pensiero. E’ necessaria una certa capacità di elaborazione mentale che si acquisisce nel corso dello sviluppo cognitivo. Probabilmente dopo i 9 - 11 anni quando, dal punto di vista intellettivo, si avvia quella che secondo Piaget è la formazione del pensiero astratto. La sofferenza interiore, intesa come consapevolezza di un dolore, si avvicina alla tristezza sul piano emotivo e probabilmente in termini evolutivi ne è una anticipazione.

Secondo vari autori le ferite infantili lasciano un segno, una traccia, in quanto percepite come dolorose. Nella preadolescenza e nella adolescenza i vissuti infantili riemergono, dal segno si innesca un pensiero, una interpretazione, un interrogativo. Nasce la sofferenza interiore che con queste caratteristiche, è tipica dell’adolescenza in quanto per la prima volta nella vita si sperimentano sensazioni che coinvolgono contemporaneamente il corpo, il sentire e il pensare. Infatti durante l’adolescenza il sistema cognitivo si avvia a maturazione e si completa anche l’integrazione con il sistema emotivo che sul piano della percezione e della capacità di espressione è già completamente funzionante. Questa integrazione è per certi versi il “compito evolutivo” dell’adolescenza, l’ultimo tassello che preannuncia la maturità, almeno sul piano biologico e permetterà una gamma di possibilità percettive più articolate e complesse, necessarie sul piano esperienziale per “produrre” o favorire maturità psicologica.

Quindi per riassumere: da un punto di vista emotivo le esperienze precoci che l’essere umano fa sperimentando la vita, sono il piacere e il dolore. Dall’esperienza del piacere si svilupperà la gioia, mentre dal dolore si svilupperanno a seconda dei contesti (il ruolo degli oggetti in rapporto alle esperienze) la paura, la rabbia e la tristezza.



Le Emozioni
Le emozioni sono strettamente collegate al corpo, hanno origini nel biologico. Le teorie che hanno cercato di inquadrare il fenomeno sono molte e tuttora non definitive. Diciamo che le varie ipotesi interpretative che si sono succedute nel tempo convergono nel riconoscere la dimensione psico-somatica dell’esperienza emotiva. Viene tuttora accettato il ruolo adattivo delle emozioni proposto nell’ottocento dagli evoluzionisti (Lamarck, Darwin, Spencer) per cui nel corso della filogenesi, gli stati emotivi sono serviti agli animali e all’essere umano per  adattarsi all’ambiente e per potervi sopravvivere. Essendo direttamente collegate al sistema percettivo e quindi ai sensi, le emozioni sono servite (e per molti versi tuttora servono) a conoscere l’ambiente, a riconoscere i pericoli o le situazioni minacciose, a “sentire” se a determinati contesti o situazioni ci si può avvicinare o è opportuno allontanarsi. Le emozioni sono dei sensori conoscitivi “viscerali”, dei “marcatori somatici” come sostiene Damasio, degli strumenti di conoscenza  che integrando il sentire con il pensare, ci aiutano a costruire la nostra idea di mondo. E’ condivisa l’idea che sia il corpo il palcoscenico privilegiato in cui si manifestano gli stati emotivi. Noi ci sentiamo emozionati quando percepiamo che qualcosa sta succedendo in modo particolare al nostro corpo. Il cuore batte più forte, le mani diventano più umide, ci sentiamo arrossire o impallidire, le gambe a volte ci tremano, la pancia è sottosopra. Siamo emozionati. Percependo questi cambiamenti fisiologici, che sono sinonimo di attivazione nervosa (aurosal) secondo la teoria cognitiva (Arnold, Schacter, Singer, Lazarus) la nostra mente comincia a pensare e a valutare (appraisal), cercando una causa che ci spieghi il motivo di queste modificazioni corporee.

E’ nella natura della nostra mente cercare spiegazioni, fare valutazioni. Di fronte a qualcosa di ignoto la nostra mente si mette automaticamente in moto e cerca di capire. E’ automatico, è nella sua natura. Non tolleriamo “gestalt” aperte, perché creano incertezza e disagio, abbiamo bisogno di “chiudere il cerchio”, darci cioè delle spiegazioni. La spiegazione che la mente trova, secondo i cognitivisti, connota, e definisce, la qualità delle emozioni, per cui noi diremmo che stiamo provando paura anziché rabbia.

Le emozioni sono pertanto delle risposte di tipo psicofisiologico che l’Organismo nel suo complesso mette in atto di fronte a certi stimoli. Secondo la psicologia le emozioni sono delle risposte psicofisiologiche direttamente correlate ad uno stato di squilibrio o meglio di disequilibrio. Nella situazione di inerzia non c’è emozione, si può dire che nello stato di inerzia o quiete c’è benessere in quanto non c’è alcun elemento turbativo. Non si può e lo vedremo più avanti parlare di gioia in quanto la gioia è comunque energia, movimento, eccitazione. Nello stato di quiete c’è benessere, beatitudine, appagamento, non gioia. Le situazioni di disequilibrio possono essere varie: uno stato di bisogno o necessità, un conflitto interiore o esteriore, la percezione dell’esistenza di un problema, di una minaccia, o di un pericolo, situazioni stressanti, o anche situazioni positive di forte coinvolgimento come nel caso dell’innamoramento.

In pratica un evento, che può essere di varia natura, interessa l’individuo, lo coinvolge. L’Organismo si attiva modificando i propri parametri fisiologici. Nella fattispecie abbiamo l’attivazione del metabolismo degli zuccheri e dei grassi, sudorazione, vasodilatazione, accelerazione del battito cardiaco per favorire l’afflusso di sangue ai muscoli, etc. In pratica l’Organismo si attiva producendo energia e si prepara ad affrontare l’evento, si verifica la cosiddetta  “la reazione d’allarme” così definita da Walter B. Cannon negli anni venti, funzionale a preparare le migliori condizioni organiche per reagire all’evento. Tale reazione può essere fight or flight, di attacco o fuga, o di “adattamento” come suggerirà successivamente Hans Seyle, teorico dello stress come sindrome generale di adattamento. In ogni caso l’Organismo ha bisogno di energia, e l’attivazione metabolica necessaria per produrre energia (eccitazione) viene vissuta soggettivamente come emozione o stato emotivo.



Quali Emozioni?
Su quante siano le emozioni, primarie o secondarie, pure o miste, semplici o complesse, il dibattito è tuttora aperto. Ricordiamo il lavoro di Paul Ekman negli anni sessanta, che lavorando sulle varie espressioni facciali con i Fore, una sperduta popolazione della Nuova Guinea confrontate poi con le valutazioni assegnate dagli americani alle stesse espressioni mimiche, concluse che le emozioni, quelle fondamentali sono indipendenti dalla cultura, sono probabilmente innate e sono 6: felicità, rabbia, tristezza, paura, disgusto  e sorpresa. Caroll Izard invece, negli anni settanta sostenne che le emozioni innate e quindi fondamentali erano 10: paura, dolore, gioia, disgusto, interesse, sorpresa, disprezzo, vergogna, tristezza, colpa. Successivamente Robert Plutchik degli anni ottanta propose il suo modello che prevedeva l’esistenza di 8 emozioni primarie: gioia, tristezza, rabbia, paura, sorpresa, disgusto, fiducia e aspettativa. Ognuna di queste emozioni può variare d’intensità lungo un continuum in cui il vissuto emotivo varia da un livello di bassa intensità  ad alta intensità (es. apprensione-paura-terrore). Queste variazioni favoriscono, secondo Plutchik, il combinarsi tra loro delle varie emozioni creando sfumature diverse che danno vita ad emozioni complesse che amplificano la soggettiva varietà dei toni emotivi.

Ma al di là del numero reale delle emozioni primarie, varie scuole psicologiche e soprattutto psicoterapeutiche tendono a soffermarsi, come faremo noi, sulle 4 emozioni considerate di base o primarie: paura, rabbia, tristezza e gioia. La differenza fra queste quattro emozioni non sta tanto nell’attivazione fisiologica in quanto i parametri interessati sono sostanzialmente gli stessi (sudorazione, battiti, vampate di calore etc.) quanto nella valutazione che il soggetto fa delle cause che hanno scatenato l’attivazione fisiologica. Vediamo le quattro emozioni separatamente.

Paura: è la sensazione che proviamo quando percepiamo la presenza di un pericolo. Qualcosa ci minaccia o sta per minacciarci e questo qualcosa viene soggettivamente vissuto (valutato) come superiore a noi, è una situazione che come prima valutazione ci appare superiore alle nostre forze, noi percepiamo che le nostre risorse o capacità, sono insufficienti per fronteggiare l’evento minaccioso. La paura ci dice: scappa, fuggi, evita, allontanati. Nella  stessa categoria vanno a collocarsi fenomeni simili come l’ansia, le fobie o il panico. Sono manifestazioni di intensità diversa di un fenomeno qualitativamente simile. La differenza, oltre che sull’intensità, si riconosce nella presenza più o meno definita dell’oggetto. Nelle paure e nelle fobie solitamente l’oggetto è definito, invece nell’ansia e nelle situazioni di panico l’oggetto è più sfumato e meno facilmente riconoscibile. La differenza principale però sta nel fatto che mentre nella paura l’oggetto viene percepito come minaccioso, nell’ansia più che un oggetto da temere c’è una prova da sostenere in cui non è sicuro il successo (v. esame scolastico o gara sportiva) per cui la minaccia in questo caso è quella di fallire. L’ansia è la paura di non farcela, di andare incontro ad un fallimento.

Rabbia: è il vissuto che proviamo quando ci sentiamo aggrediti. Non tanto sul piano fisico (in tal caso spesso è più la paura a prevalere) quanto sul piano psichico, come può essere una aggressione verbale, un’offesa, un rifiuto, un’aspettativa delusa o un torto subito. In pratica la rabbia è quella sensazione che proviamo quando qualcosa o qualcuno ci ferisce, provocandoci appunto una ferita, e quindi un dolore. L’evento o la situazione che ci ha aggredito, offeso, ferito, dà origine ad una reazione (o controreazione): l’organismo si attiva e mette a disposizione energia, ci sentiamo pronti a difenderci, valutiamo la situazione e sentiamo che possiamo farcela perché percepiamo che l’evento è qualcosa alla nostra portata e quindi agiamo. La rabbia ci dice quindi: attacca, reagisci, aggredisci. Se secondo questa lettura, la rabbia è attivazione finalizzata al “combattimento” come suggerisce lo schema di Cannon, fight or flight, spesso nella nostra cultura all’aggressione fisica si sostituisce l’aggressione verbale, l’insulto, oppure si evita la relazione con l’altro per timore o condizionamento sociale e la rabbia viene vissuta internamente come dialogo interno, è “l’arrabbiatura” che non trova una direzione, uno sbocco e rischia di scaricarsi internamente ad esempio su organi bersaglio come lo stomaco, cuore o il fegato.

Tristezza: è il vissuto che noi proviamo quando qualcosa è andato perduto o qualcosa che ci si aspettava accadesse non si è mai realizzato. E’ la sensazione della mancanza, qualcosa si è rotto, è andato perduto, non esiste più. E’ l’emozione del lutto. Anche in questo caso ci sentiamo feriti ma la sensazione soggettiva è che non possiamo farci niente. Mentre nelle due emozioni precedenti, paura e rabbia, l’energia prodotta tende a farci agire, a metterci in movimento o per fuggire o per attaccare, in questo caso l’energia prodotta ristagna, non sembra avere una direzione perché non c’è una direzione verso cui andare, in quanto è proprio l’oggetto, cioè la causa ad essere assente. Per usare un’immagine possiamo dire che nella tristezza è come se l’energia fosse bloccata, non fluisse e in questo ristagno diventasse  densa, cioè pesante. Quando si è tristi ci sentiamo appesantiti, stanchi, come se si venisse schiacciati da un forte peso. Se si ha la possibilità di direzionare l’energia verso l’esterno, metterla fuori, attraverso il pianto ad esempio o lo sfogo con una persona che ci sta ad ascoltare, ecco che improvvisamente ci sentiamo più leggeri, l’energia ha ripreso a fluire. Si è messo fuori qualcosa che si tratteneva dentro. La tristezza ci dice: non c’è direzione verso cui andare, stai fermo. Ci sono molte affinità con la disperazione. Per certi versi la tristezza che è l’emozione dell’assenza o della perdita, se amplificata e prolungata nel tempo si trasforma in disperazione o depressione. La disperazione è la mancanza di speranza (di-sperare), ci sentiamo disperati quando non vediamo via d’uscita, soggettivamente viviamo una sensazione di impotenza dovuto al fatto che non sappiamo cosa fare per uscire dalla situazione che stiamo vivendo. Visto che la speranza è il nome che diamo all’eccitazione che proviamo quando ci aspettiamo che succeda qualcosa di piacevole (se fosse qualcosa di spiacevole parleremmo di paura) possiamo dire che la speranza è la proiezione di un desiderio e di conseguenza la disperazione è la consapevolezza dell’impossibilità di realizzare il desiderio. Sul piano emotivo il vissuto che si prova è dato dalla successione (o fusione) di tristezza e dolore.

Gioia: è il nome che diamo all’emozione che si prova quando un desiderio, o un’aspettativa, o un bisogno è stato soddisfatto, o un problema è stato risolto. E’ l’eccitazione dell’appagamento e della soddisfazione. Ci si sente elettrici, eccitati, contenti, soddisfatti. Mentre le altre emozioni considerate hanno un risvolto negativo nel loro vissuto, la gioia è invece l’unica emozione positiva. Le sfumature di questa emozione possono essere tante come tanti sono i sinonimi nel linguaggio comune: felicità, soddisfazione, contentezza, allegria, delizia etc. In realtà sono tutte sfumature di un’unica emozione che è appunto la gioia. La gioia da un punto di vista ontologico nasce, si è detto, dall’esperienza del piacere, tutto ciò che viviamo come fonte di piacere ci procura gioia al punto che poi diventa difficile distinguere il piacere dalla gioia. Da un punto di vista esperenziale, questi vissuti si fondono e quindi soggettivamente possono essere considerati un tutt’uno, in realtà pensiamo che la gioia come emozione sia la conseguenza del piacere che in sè non è un’emozione ma una esperienza, il cui risultato è appunto una sensazione di gioia, di appagamento, di soddisfazione.



I Sentimenti
Il termine sentimento viene spesso usato nel linguaggio comune come sinonimo di emozione, in realtà ci sono delle affinità ma anche delle differenze. Anche nei sentimenti c’è un sentire corporeo generato da una attivazione nervosa e i parametri in gioco sono gli stessi degli stati emotivi, che si integrano con una componente mentale che però non è centrata come per le emozioni su una valutazione, quanto su una rielaborazione fatta di immagini e pensieri che vanno semmai a sostenere o alimentare una certa emozione. Possiamo pertanto definire i sentimenti come un riflesso mentalizzato delle emozioni in quanto c’è un investimento mentale maggiore. Vediamo infatti che in entrambi i casi c’è una componente eccitatoria di tipo nervoso (aurosal), solo che nei sentimenti è soprattutto la mente ad essere coinvolta oltre che il corpo, mentre nelle emozioni è coivolto  soprattutto il corpo oltre che la mente. I sentimenti in altre parole sono un modo di “sentire” con la mente.

Visto il ruolo particolare della mente e quindi del pensiero nei sentimenti vissuti, va da sé che le emozioni vengono sperimentate prima e i sentimenti successivamente. Abbiamo già detto come la componente affettiva ha a che fare con le relazioni e quindi  i sentimenti diventano possibili quando è possibile concettualizzare una relazione. Probabilmente è possibile vivere compiutamente i vari sentimenti dalla preadolescenza in poi quando l’accesso al pensiero astratto permette una rielaborazione cognitiva dei legami di attaccamento. Questo non significa che prima non si possano vivere sentimenti d’amore o di odio tanto per fare degli esempi, solo che questi sentimenti non reggono la prova del tempo perché non c’è uno sviluppo cognitivo che permetta di farlo. Un bambino può odiare ma per un tempo breve, come dire, gli passa presto. Se si va a vedere la sua è più una arrabbiatura che non un vero sentimento di odio

La dimensione temporale infatti è un’altra differenza  sostanziale fra emozioni e sentimenti
Le emozioni vengono vissute nel qui ed ora ed hanno una durata breve, i sentimenti invece tendono a durare nel tempo in quanto alimentati dalla mente. Nel corso dello sviluppo, come abbiamo visto, si passa da una percezione dicotomica centrata  su piacere - dolore ad una percezione più variegata di tipo emotivo, per passare poi ad una ancor più variegata gamma di stati d’animo, detti sentimenti. I sentimenti nascono quindi come evoluzione della possibilità di provare emozioni, sono un passo avanti, un gradino successivo favorito dalla maggiore strutturazione cognitiva. Il  rapporto fra i sentimenti e le emozioni è così stretto che non possono esistere sentimenti senza emozioni, mentre si possono vivere delle emozioni senza che necessariamente si sviluppino dei sentimenti in quanto la discriminante è il livello di eccitazione mentale che ne conseguirà. Va sottolineato però che se è vero che un sentimento nasce da una emozione è altrettanto vero che un certo sentimento si alimenta nel tempo reiterando tale emozione e nutrendosi di questa

Come vedremo più avanti l’odio è un sentimento che nasce dalla rabbia, tale sentimento si può alimentare nel tempo grazie ad una serie di pensieri  o rielaborazioni che lo sostengo i quali “riportano a galla” la rabbia originaria che verrà sentita e provata nuovamente fuori da un contesto temporale reale. Quella persona può averci ferito con le sue parole un mese fa, ma noi alimentando il nostro odio nei suoi confronti con pensieri vari, recuperiamo la sensazione di rabbia anche se è passato del tempo dal fatto reale.

Passiamo ora a vedere la relazione esistente fra le quattro emozioni base che abbiamo preso in considerazione e i possibili sentimenti che ne possono conseguire.


Dalla Paura all’Insicurezza
L’insicurezza è un sentimento caratterizzato da pensieri di sfiducia, di incapacità, di diffidenza, di sospettosità, accompagnato da una sensazione più o meno accentuata di ansia continua. Se la paura, come abbiamo visto, è l’emozione che si prova di fronte a qualcosa di minaccioso che sentiamo più grande di noi e nei confronti del quale ci sentiamo impreparati, l’insicurezza è quella sensazione di  inadeguatezza che ci accompagna e che ci fa pensare di non essere all’altezza, di non essere in grado di far fronte agli eventi della vita. Se nel caso della paura è un oggetto che ci spaventa nel caso dell’insicurezza è la vita e il vivere nel suo complesso che ci spaventa. L’esperienza prolungata della paura, nel corso dell’infanzia ma non solo, ci porta a pensare che noi non siamo in grado di fronteggiare le situazioni, cominciamo a crederci e a darlo per scontato, arrivando così ad anticipare con una serie di pensieri svalutanti le varie situazioni che diventano più grandi di noi ancora prima di incontrarle nella realtà. L’esperienza reiterata della paura riduce la nostra autostima, introduce l’idea di incapacità e quindi di fallimento, rafforzando l’idea di noi come delle persone che non hanno le risorse adeguate per far fronte alle cose. Ci sentiamo insicuri e questa sensazione medierà notevolmente il nostro rapporto con noi stessi, con gli altri e con il mondo, dando vita nel tempo a spunti di rilevanza clinica come stati ansiosi continui, nevrosi d’ansia, fobie e attacchi di panico.


Dalla Rabbia all’Odio
L’odio è un sentimento caratterizzato da un forte investimento aggressivo nei confronti di una persona, di una cosa, di un’idea o di un ideale. L’odio nasce dalla rabbia. Quella persona ci ha ferito in qualche modo, proviamo rabbia nei suoi confronti e cominciamo a coltivarla interiormente attraverso l’immaginazione, dando corso a pensieri e immagini la trasformiamo in odio. La nostra mente è occupata a pensare a quella persona che ci ha offeso, mancato di rispetto, non capito, deluso, in una parola ferito e più ci pensiamo e più ci sentiamo arrabbiati. Alimentiamo la rabbia e la trasformiamo  in odio. Anche in questo caso l’odio può essere descritto con una serie di sinonimi, in cui proviamo le stesse cose magari in forma più o meno attenuata, come nel caso del rancore, dell’ostilità, del disprezzo, del rifiuto etc., sono sentimenti diversificati ma riconducibili ad un medesimo sentire. Da un punto di vista clinico spesso le ferite precoci lasciano delle gestalt aperte, delle ferite che non si chiudono mai, dando spazio ad una rabbia che viene reiterata nel tempo magari coinvolgendo oggetti e situazioni diverse. Di solito queste persone sono arrabbiate, possiamo dire, con la vita perché sentono che la vita è stata profondamente ingiusta con loro, così come ingiuste sono state le persone significative che hanno incontrato, a partire dai loro genitori. Questo senso di ingiustizia e di ferita subita, le porta spesso ad alimentare questa rabbia instaurando sul piano relazionale giochi psicologici che le portano a confermare sul piano copionale la propria posizione di vittima, e questo le autorizza per una questione di rivalsa o di reazione ad esercitare su un piano sociale una posizione persecutoria, tipica di chi in fondo ce l’ha con tutto e con tutti.


Dalla Tristezza alla Melanconia
La melanconia è un sentimento caratterizzato da  una sorta di tristezza di fondo, a volte inconsapevole, che porta un soggetto a vivere passivamente, subendo e adattandosi agli eventi esterni nella convinzione che non possa avervi un ruolo determinante. Spesso si manifesta con una visione della vita sostanzialmente pessimistica accompagnata da pensieri autocolpevolizzanti, autosvalutanti, e da un senso generale di stanchezza. La melanconia è quello stato d’animo che ci accompagna nel tempo quando realizziamo più o meno consapevolmente che nella nostra vita manca qualcosa. Se la tristezza è l’emozione della perdita, la melanconia è il sentimento della mancanza. Anche in questo caso sono i pensieri che occupano la nostra mente a prolungare, reiterare quel senso di tristezza che ri-viviamo ogni qual volta ci soffermiamo su ciò che è andato perduto o su ciò che non c’è mai stato. L’aggravarsi della situazione di tristezza, del rimuginare mentale, con i risvolti sul piano poi del comportamento (apatia, chiusura, dolore interiore) possono portare ad un aggravamento della situazione portando così all’affermarsi di una sindrome, quella depressiva, che a seconda del quadro sintomatologico può essere più o meno grave.


Dalla Gioia all’Amore
L’Amore è un sentimento caratterizzato da un forte investimento affettivo nei confronti di una persona, di una cosa, di un’idea o di un ideale, in altre parole nei confronti dell’oggetto amato. L’emozione che genera l’amore è la gioia. L’incontro con quella persona, quella cosa, quell’idea ci ha fatto provare qualcosa di piacevole, ci sentiamo eccitati coinvolti, gioiosi, ecco che il nostro interesse nei confronti di quello specifico “oggetto” che ci ha fatto provare quella particolare sensazione che chiamiamo gioia, aumenta, e quindi se si tratta di una persona scatta il desiderio di rivederla, se si tratta di una cosa il desiderio è di possederla, di un’idea di farla nostra. Aumenta l’investimento che se corrisposto fa nascere un legame. Il piacere che proviamo in tale relazione fa aumentare l’attaccamento e quindi il sentimento d’amore. L’esperienza del piacere produce desiderio, la soddisfazione del desiderio genera gioia, l’oggetto al centro di questa dinamica diventa l’oggetto amato. Visto che le emozioni sono energia possiamo dire, che l’amore è una energia che attrae, che avvicina, come l’odio è invece una energia che respinge, allontana. La nostra mente viene fortemente coinvolta per cui pensiamo intensamente alla persona amata quando questa non è presente, fantastichiamo, desideriamo rivederla e tutti questi pensieri ci coinvolgono emotivamente riprovando le sensazioni piacevoli che provavamo in sua presenza. Se quello descritto è il sentimento provato nell’innamoramento, diciamo che ci sono tutta una gamma di sfumature che ripropongono situazioni accostabili comunque all’amore. Si può parlare di affetto, trasporto, simpatia, attrazione, passione e via dicendo. Sono tutti stati d’animo riconducibili all’amore e all’emozione che l’ha generato, la gioia.

La dimensione del sentire e quindi la dimensione emotiva, affettiva, dei sentimenti vissuti è molto importante perché, come si è detto all’inizio, è questa dimensione che colora e dà senso alla nostra vita. 

Il benessere o il malessere personale come l’equilibrio o lo squilibrio personale viene definito principalmente dalla qualità della nostra vita emotiva più che dalla qualità della nostra vita intellettiva. L’ascolto pertanto di cosa ci dicono le emozioni che proviamo, il riconoscimento degli stati d’animo che viviamo, proprio per la notevole importanza che rivestono per il nostro personale equilibrio, dovrebbero far parte delle capacità e delle competenze di ogni persona. 

Questa capacità di ascolto dovrebbe essere il primo obiettivo di una “nuova” materia di studio, che potremmo chiamare “educazione emotiva”, che però non viene insegnata né a scuola né purtroppo a volte neanche in famiglia.
http://www.physis-institute.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=4:emozioni-e-sentimenti&Itemid=117

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