lunedì 20 febbraio 2012

Gabriella Giornelli. MANCA IL TEMPO! Il tempo che manca è una delle costanti della scuola ( “manca il tempo” “non c’è tempo” “sono indietro” “non facciamo in tempo”…). Insegnanti, genitori, adulti in genere hanno una visione affannosa rispetto alla relazione temporale delle cose. I bambini, prima ancora di saper leggere l’orologio, sono assillati dal tempo che incombe, capiscono che devono correre, sbrigarsi, che sono rimasti indietro.



MANCA IL TEMPO!
di Gabriella Giornelli


Il tempo che manca è una delle costanti della scuola ( “manca il tempo” “non c’è tempo” “sono indietro” “non facciamo in tempo”…). Insegnanti, genitori, adulti in genere hanno una visione affannosa rispetto alla relazione temporale delle cose.
I bambini, prima ancora di saper leggere l’orologio, sono assillati dal tempo che incombe, capiscono che devono correre, sbrigarsi, che sono rimasti indietro.
Gianfranco Zavalloni, con il suo libro, vuole ricordarci che ci comportiamo come se non fossimo padroni del nostro tempo mentre, per dirla con Aristotele, siamo solo padroni di quel tempo: “l’uomo è solo padrone del tempo delle cose, della cultura, degli studi, degli affetti. La scuola dovrebbe occuparsi principalmente di questo tempo perché è durante la consumazione di quel tempo che si cresce, che si può comprendere, che si impara a capire la realtà. Più che una “pedagogia della lumaca”, il libro vuol richiamare l’attenzione verso il senso della scuola e il senso del tempo che si trascorre insieme, che ha bisogno di velocità o lentezza a seconda di come le persone vivono e costruiscono significati con quello che fanno insieme. Quindi direi non tanto una scuola che vuole un tempo necessariamente lento, ma una scuola che non sia prigioniera del tempo, che dia al tempo il giusto valore di significato nelle relazioni fra gli uomini e le cose. Prima ancora d’imparare, prima ancora di affrontare delle discipline scolastiche, il libro di Gianfranco ci ricorda che è importante e determinante per la crescita creare spazi, ritmi, lavori comuni in cui nessuno si possa perdere, ma anzi, ci si ritrovi tutti sulla via di un piacevole apprendimento. Questi ritmi spontanei: dello sguardo, della parola, della voce, il bambino li ha insiti già nella sua natura. L’invito di Zavalloni è quello di non dimenticarsi di questo ritmo, di seguirlo in modo naturale perché solo così può avere un significato la nostra educazione. Il libro ci ricorda come la visione frenetica e consumistica della vita abbia catturato anche la scuola: si parla di educazione efficiente, di scuola azienda, di scuola direttamente collegata al mondo del lavoro come se fosse automatico apprendere/produrre/immettersi nel mondo del lavoro, mentre l’essere umano, per formarsi, per capire e agire consapevolmente nel mondo, ha bisogno di trovare un valore in tutto quello che fa, di capire immerso in un ambiente che lo accolga e che lo riconosca. Ha bisogno di fare, di pensare anche“cose inutili” perché spesso da quella inutilità, come può essere il gioco o il sogno, nasce il desiderio di apprendere e senza desideri l’uomo non apprende nulla.
Bachelard ci ha insegnato che il fantasticare del bambino dà origine ad associazioni di parole, a fantasie sui nomi, all’immaginazione di un mondo poetico; ma per sognare il bambino ha bisogno delle sue lentezze, delle sue perdite di tempo, di ripensare con il suo ritmo a quanto è avvenuto, a quello che ha visto, alle sensazioni provate. L’immaginazione del futuro nasce da questa “reverie”, come la scoperta della poesia, l’intuizione del cosmo e del nostro essere nel mondo.
Non possiamo far vivere al bambino, al ragazzo, all’adolescente il suo tempo come se il futuro fosse una minaccia incombente su di lui, e fosse fatto di tragitti rigidi, di stazioni già programmate, di tappe forzate, ma è necessario fargli gustare il piacere del fare, della scoperta, dell’imparare e del capire “come si fa ad imparare”e soprattutto di come è piacevole fare insieme agli altri, in allegria, ridendo.
Zavalloni ci ammonisce: “In una società basata sul successo, sul guadagno e sul vincere, abbiamo mai riflettuto sull’importanza e sul valore pedagogico del “perdere”? Perdere tempo, perdere una partita, perdere un treno, perdere un oggetto, perdere un appuntamento, perdere qualcuno, perdere e basta… perdere!” Bisogna perdere tempo per “imparare a fischiare a scuola” per imparare a gustare la vita a scuola, per prepararsi a gustare la vita.

http://www.scuolacreativa.it/recensioni-libro-lellagiornelli.html

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