lunedì 13 febbraio 2012

Antonio Gramsci. Nella vita bisogna avere il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà

L'illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva:
la storia insegna, ma non ha scolari 
Antonio Gramsci


Antonio Gramsci 22 gennaio 1891-1937
L’esperienza storica non vale per i piccoli borghesi che non conoscono la storia;
i fenomeni si ripetono e si ripeteranno ancora negli altri paesi, oltre che in Italia [....]
L’illusione è la gramigna piú tenace della coscienza collettiva; la storia insegna, ma non ha scolari.
da Italia e Spagna,
L’Ordine Nuovo, 11 marzo 1921, anno I, n. 70

Nel succedersi delle generazioni può avvenire che si abbia una generazione anziana dalle idee antiquate e una generazione giovane dalle idee infantili, che cioè manchi l’anello storico intermedio, la generazione che abbia potuto educare i giovani.
Antonio Gramsci


L’attuale generazione ha una strana forma di autocoscienza ed esercita su di sé una strana forma di autocritica. Ha la coscienza di essere una generazione di transizione, o meglio ancora, crede di sé di essere qualcosa come una donna incinta: crede di stare per partorire e aspetta che nasca un grande figliolo. Si legge spesso che «si è in attesa di un Cristoforo Colombo che scoprirà una nuova America dell’arte, della civiltà, del costume». Si è letto anche che noi viviamo in un’epoca pre-dantesca: si aspetta il Dante novello che sintetizzi potentemente il vecchio e il nuovo e dia al nuovo lo slancio vitale. Questo modo di pensare, ricorrendo a immagini mitiche prese dallo sviluppo storico passato, è dei piú curiosi e interessanti per comprendere il presente, la sua vuotezza, la sua disoccupazione intellettuale e morale. Si tratta di una forma di «senno del poi» delle piú strabilianti. In realtà, con tutte le professioni di fede spiritualistiche e volontaristiche, storicistiche e dialettiche, ecc., il pensiero che domina è quello evoluzionistico volgare, fatalistico, positivistico. Si potrebbe porre cosí la quistione: ogni «ghianda» può pensare di diventar quercia. Se le ghiande avessero una ideologia, questa sarebbe appunto di sentirsi «gravide» di querce. Ma nella realtà, il 999 per mille delle ghiande servono di pasto ai maiali e, al piú, contribuiscono a crear salsicciotti e mortadella.
Antonio Gramsci, Passato e presente



L'Italia è il paese dove si è sempre verificato questo fenomeno curioso: gli uomini politici, arrivando al potere, hanno immediatamente rinnegato le idee e i programmi d'azione propugnati da semplici cittadini.
Antonio Gramsci. 28 luglio 1918


“L’aspetto della crisi moderna che viene lamentato come  <<ondata di materialismo>> è collegato con ciò che si chiama <<crisi di autorità>>. Se la classe dominante ha perduto il consenso, cioé non è più <<dirigente>>, ma unicamente <<dominante>>, detentrice della pura forza coercitiva, ciò appunto significa che le grandi masse si sono straccate dalle ideologie tradizionali, non credono più a ciò in cui prima credevano ecc. La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati (…)”
Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere (Q3, p.311)



Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri (..) Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque voglia.
Antonio Gramsci


La cultura [..] è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri.
Antonio Gramsci (1891 – 1937) da Socialismo e cultura, Il Grido del popolo, 29 gennaio 1916

I tre compiti di Gramsci:
"Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.
Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo.
Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza"
Antonio Gramsci, sul primo numero di L’Ordine Nuovo, primo maggio 1919


Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza.
Antonio Gramsci

COME ORGANIZZARE LA SCUOLA ITALIANA (GRAMSCI)

"Prendendo come tipo di riferimento la attuale scuola classica: 1) elementari, 2) ginnasio, 3) liceo, 4) università con le specializzazioni professionali, teoretiche o pratiche si può dire che la scuola unitaria comprenderebbe i primi tre gradi riorganizzati, non solo per il contenuto e il metodo dell’insegnamento, ma anche per la disposizione della carriera scolastica. Le elementari dovrebbero essere di tre-quattro anni e insegnare dogmaticamente (sempre in modo relativo) i primi elementi della nuova concezione del mondo, lottando contro la concezione del mondo data dall’ambiente tradizionale (folklore in tutta la sua estensione) oltre [a dare], s’intende, gli strumenti primordiali della cultura: leggere, scrivere, far di conto, nozioni di geografia, storia, diritti e doveri (cioè prime nozioni sullo Stato e la società). Il ginnasio potrebbe essere ridotto a quattro anni e il liceo a due, in modo che un bambino che è entrato a scuola a sei anni potrebbe a quindici-sedici anni aver percorso tutta la scuola unitaria. [...]

Il problema fondamentale si pone in quella fase dell’attuale carriera scolastica che oggi è rappresentata dal liceo, e che oggi non si differenzia per nulla, come tipo di insegnamento, dalle classi precedenti, altro che per la supposizione di una maggiore maturità intellettuale e morale dell’allievo come un portato della maggiore età e dell’esperienza accumulata precedentemente. Di fatto però tra liceo e università c’è un salto, una vera soluzione di continuità, non una passaggio normale dalla quantità (età) alla qualità (maturità intellettuale e morale). Dall’insegnamento quasi puramente ricettivo si passa alla scuola creativa; dalla scuola con disciplina dello studio imposta e controllata dal di fuori si passa alla scuola in cui l’autodisciplina [intellettuale] e l’autonomia morale è teoricamente illimitata. E ciò avviene subito dopo la crisi della pubertà, quando la foga delle passioni istintive ed elementari non ha ancora finito di lottare coi freni del carattere e della coscienza morale. [...]

Ecco dunque che nella scuola unitaria la fase del Liceo deve essere concepita come la fase transitoria più importante in cui la scuola tende a creare i valori fondamentali dell’«umanesimo», l’autodisciplina intellettuale e l’autonomia morale necessarie per l’ulteriore specializzazione, sia che essa sia di carattere immediatamente pratico-produttivo (industria, organizzazione degli scambi, burocrazia ecc.). Lo studio del metodo scientifico deve cominciare nel Liceo e non essere più un monopolio dell’Università: il Liceo deve essere già un elemento fondamentale dello studio creativo e non solo ricettivo (io faccio una differenza tra scuola creativa e scuola attiva: tutta la scuola universitaria è scuola attiva, mentre la scuola creativa è una fase, il coronamento della scuola attiva.

Naturalmente sia scuola attiva che scuola creativa devono essere intese rettamente: la scuola attiva, dalla fase romantica in cui gli elementi della lotta contro la scuola meccanica e gesuitica si sono dilatati morbosamente per ragioni di contrasto e di polemica, deve trovare e raggiungere la fase classica, liberata dagli elementi spuri polemici e che trova in se stessa e nei fini che vuole raggiungere la sua ragione di essere e l’impulso a trovare le sue forme e i suoi metodi. Così la scuola creativa non significa scuola di «inventori e scopritori» di fatti ed argomenti originali in senso assoluto, ma scuola in cui la «recezione» avviene per uno sforzo spontaneo e autonomo dell’allievo e in cui il maestro esercita specialmente una funzione di controllo e di guida amichevole come avviene, o dovrebbe avvenire oggi nelle Università. Scoprire da se stessi, senza suggerimenti e impulsi esterni, una verità è «creazione», anche se la verità è vecchia".
Antonio Gramsci, Quaderni dal Carcere, Quaderno 4 [XIII] voce 50, "La scuola unitaria"


In violazione della immunità parlamentare, l'8 novembre 1926 Antonio Gramsci venne arrestato e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli dal regime fascista.
Il pubblico ministero del Tribunale Speciale fascista concluse la sua requisitoria con una frase rimasta famosa: «Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare». Infatti Gramsci venne condannato a venti anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione.
Non uscì più dal carcere se non per morire nel 1936 in una clinica-carcere.




Lettera di Antonio Gramsci al figlio Delio
Caro Delio,
i tuoi bigliettini diventano sempre più corti e stereotipati. Io credo che tu abbia abbastanza tempo per scrivere più a lungo e in modo più interessante; non c’è nessun bisogno di scrivere all’ultimo momento, in fretta in fretta, prima di andare a spasso. Ti pare?
Non credo neppure che ti possa far piacere che il tuo babbo ti giudichi dai tuoi bigliettini come uno stupidello che si interessa solo della sorte del suo pappagalluccio, e fa sapere che sta leggendo un libro qualsiasi.
Io credo che una delle cose più difficili alla tua età è quella di star seduto dinanzi a un tavolino per mettere in ordine i pensieri (e per pensare addirittura) e per scriverli con un certo garbo; questo è un «apprendissaggio» talvolta più difficile di quello di un operaio che vuole acquistare una qualifica professionale, e deve incominciare proprio alla tua età.
Ti abbraccio forte.


"Il metallurgico, il falegname, l'edile, ecc. devono non solo pensare come proletari e non più come metallurgico, falegname, edile, ecc., ma devono fare ancora un passo avanti; devono pensare come operai membri di una classe che tende a dirigere i contadini e gli intellettuali, di una classe che può vincere e può costruire il socialismo solo se aiutata e seguita dalla grande maggioranza di questi strati sociali. Se non si ottiene ciò, il proletariato non diventa classe dirigente."
Antonio Gramsci, 1926


Compito educativo e formativo dello stato, che ha sempre il fine di creare nuovi e più alti tipi di civiltà, di adeguare la 'civiltà' e la moralità delle più vaste masse popolari alle necessità del continuo sviluppo dell'apparato economico di produzione, quindi di elaborare anche fisicamente dei nuovi tipi d'umanità.
Antonio Gramsci, Noterelle sulla politica del Machiavelli, Torino, Einaudi, 1981, p. 44




"Non esiste una classe indipendente di intellettuali, ma ogni classe ha i suoi intellettuali: però gli intellettuali della classe storicamente progressiva esercitano un tale potere di attrazione, che finiscono, in ultima analisi, col subordinarsi gli intellettuali delle altre classi e col creare l'ambiente di una solidarietà di tutti gli intellettuali con legami di carattere psicologico (vanità, ecc.) e spesso di casta (tecnico-giuridici, corporativi)."
Antonio Gramsci, Quaderni dal Carcere, Quaderno I [XVI] voce 44


“I partiti politici sono il riflesso e la nomenclatura delle classi sociali. Essi sorgono, si sviluppano, si decompongono, si rinnovano, a seconda che i diversi strati delle classi sociali in lotta subiscono spostamenti di reale portata storica, vedono radicalmente mutate le loro condizioni di esistenza e di sviluppo.”
Antonio Gramsci

"una classe è dominante in due modi, e cioè "dirigente" e "dominante". E' dirigente delle classi alleate, è dominante delle classi avversarie. Perciò una classe già prima di andare al potere può essere "dirigente" (e deve esserlo): quando è al potere diventa dominante ma continua ad essere anche "dirigente". [...] il trasformismo è l'espressione politica di questa azione di direzione; tutta la politica italiana [...] è caratterizzata dal "trasformismo", cioè dall'elaborazione di una classe dirigente [...] con l'assorbimento degli elementi attivi sorti dalle classi alleate e anche da quelle nemiche. La direzione politica diventa un aspetto di dominio, in quanto l'assorbimento delle élites delle classi nemiche porta alla decapitazione di queste e alla loro impotenza. Ci può e ci deve essere una "egemonia politica" anche prima della andata al Governo e non bisogna contare solo sul potere e sulla forza materiale che esso dà per esercitare la direzione o egemonia politica."
Antonio Gramsci, Quaderni dal Carcere, Quaderno I [XVI] voce 44



"A un certo punto dello sviluppo storico, le classi si staccano dai loro partiti tradizionali, cioè i partiti tradizionali in quella data forma organizzativa, con quei determinati uomini che li costituiscono o li dirigono, non rappresentano più la loro classe o frazione di classe. È questa la crisi più delicata e pericolosa, perché offre il campo agli uomini provvidenziali o carismatici. Come si forma questa situazione di contrasto tra rappresentati e rappresentanti, che dal terreno delle organizzazioni private (partiti o sindacati) non può non riflettersi nello Stato, rafforzando in modo formidabile il potere della burocrazia (in senso lato: militare e civile)? In ogni paese il processo è diverso, sebbene il contenuto sia lo stesso. La crisi è pericolosa quando essa si diffonde in tutti i partiti, in tutte le classi, quando cioè non avviene, in forma acceleratissima, il passaggio delle truppe di uno o vari partiti in un partito che meglio riassume gli interessi generali. Questo ultimo è un fenomeno organico [e normale], anche se il suo ritmo di avveramento sia rapidissimo in confronto ai periodi normali: rappresenta la fusione di una classe sotto una sola direzione per risolvere un problema dominante ed esistenziale. Quando la crisi non trova questa soluzione organica, ma quella dell’uomo provvidenziale, significa che esiste un equilibrio statico, che nessuna classe, né la conservatrice né la progressista hanno la forza di vincere, ma anche la classe conservatrice ha bisogno di un padrone."
Antonio Gramsci, Quaderni dal Carcere, Quaderno IV [XIII] voce 69, "Sui partiti"


Gramsci amava citare un passaggio del Père Goriot (Papà Goriot) di Balzac, quello di quando a Rastignac viene posta la domanda "Se tu sapessi che ogni volta che mangi un arancio, un cinese dovrà morire, smetteresti di mangiare le arance?" e Rastignac risponde: "Le arance sono vicino a me, le conosco, i cinesi sono così lontano, e infatti non sono nemmeno sicuro che esistano". I lavoratori cambogiani sono lontani, per ogni scarpa o giacca che indossiamo, un lavoratore può essere svenuto, fino a morirne. Il sistema capitalistico mondiale non ci permette altro modo di vestirci, ma sappiamo che loro esistono, ne conosciamo l'ingiustizia che subiscono e possiamo rivendicare come nostra la lotta di queste nostre sorelle a 10.000 km da qui. Solidarietà!
[FONTE: http://www.resistenze.org/sito/te/po/cb/pocbel01-015091.htm]


IL DIFFONDERSI DELL'AMERICANISMO (GRAMSCI)
"Il problema non è se in America esista una nuova civiltà, una nuova cultura, e se queste nuove civiltà e cultura stiano invadendo l’Europa: se il problema dovesse porsi così, la risposta sarebbe facile: no, non esiste ecc., e anzi in America non si fa che rimasticare la vecchia cultura europea. Il problema è questo: se l’America, col peso implacabile della sua produzione economica, costringerà e sta già costringendo l’Europa a un rivolgimento della sua esistenza economico-sociale, che sarebbe avvenuto lo stesso ma con ritmo lento e che invece si presenta come un contraccolpo della «prepotenza» americana, se cioè si sta creando una trasformazione delle basi materiali della civiltà, ciò che a lungo andare (e non molto lungo, perché nel periodo attuale tutto è più rapido che nei periodi passati) porterà a un travolgimento della civiltà stessa esistente e alla nascita di una nuova.
Gli elementi di vita che oggi si diffondono sotto l’etichetta americana, sono appena i primi tentativi a tastoni, dovuti, non già all’«ordine» che nasce dalla nuova assise che non si è formata ancora, ma all’iniziativa degli elementi déclassés dagli inizi dell’operare di questa nuova assise. Ciò che oggi si chiama americanismo è in grandissima parte un fenomeno di panico sociale, di dissoluzione, di disperazione dei vecchi strati che dal nuovo ordine saranno appunto schiacciati: sono in gran parte «reazione» incosciente e non ricostruzione: non è dagli strati «condannati» dal nuovo ordine che si può attendere la ricostruzione, ma dalla classe che crea le basi materiali di questo nuovo ordine e deve trovare il sistema di vita per dar diventare «libertà» ciò che oggi è «necessità». Questo criterio che le prime reazioni intellettuali e morali allo stabilirsi di un nuovo metodo produttivo sono dovute più ai detriti delle vecchie classi il cui destino è legato ai nuovi metodi, mi pare di estrema importanza.
Un’altra quistione è che non si tratta di una nuova civiltà, perché non muta il carattere delle classi fondamentali, ma di un prolungamento ed intensificazione della civiltà europea, che ha però assunto determinati caratteri nell’ambiente americano. L’osservazione del Pirandello sulla opposizione che l’americanismo trova a Parigi e sull’accoglienza immediata che trova invece a Berlino, prova appunto la non differenza di qualità, ma di grado. A Berlino le classi medie erano già state rovinate dalla guerra e dall’inflazione e l’industria germanica era di un grado superiore a quella francese. Le classi medie francesi invece non subirono né le crisi (occasionali) come l’inflazione tedesca, né una crisi organica molto più rapida della normale per l’introduzione e la diffusione (improvvisa) di un nuovo metodo di produzione. Perciò è giusto che l’americanismo a Parigi sia come un belletto, una superficiale moda straniera."
Antonio Gramsci, Quaderni dal Carcere, Quaderno III [XX] voce 11, "Americanismo"




LA COMPLICATA DIALETTICA DELLA COMUNICAZIONE E DELL'APPRENDIMENTO POLITICO 
(UNO DEI PASSI PIÙ SUBLIMI DI GRAMSCI)
"Passaggio dal sapere al comprendere al sentire e viceversa dal sentire al comprendere al sapere. L’elemento popolare «sente», ma non comprende né sa; l’elemento intellettuale «sa» ma non comprende e specialmente non sente. I due estremi sono dunque la pedanteria e il filisteismo da una parte e il settarismo dall’altra. Non che il pedante non possa essere appassionato, tutt’altro: la pedanteria appassionata è altrettanto ridicola e pericolosa che il settarismo o la demagogia appassionata.
L’errore dell’intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionato, cioè che l’intellettuale possa esser tale se distinto e staccato dal popolo: non si fa storia-politica senza passione, cioè senza essere sentimentalmente uniti al popolo, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo, comprendendole, cioè spiegandole [e giustificandole] nella determinata situazione storica e collegandole dialetticamente alle leggi della storia, cioè a una superiore concezione del mondo, scientificamente elaborata, il «sapere».
Se l’intellettuale non comprende e non sente, i suoi rapporti col popolo-massa sono o si riducono a puramente burocratici, formali: gli intellettuali diventano una casta o un sacerdozio (centralismo organico): se il rapporto tra intellettuali e popolo-massa, tra dirigenti e diretti, tra governanti e governati, è dato da una adesione organica in cui il sentimento passione diventa comprensione e quindi sapere (non meccanicamente, ma in modo vivente), allora solo il rapporto è di rappresentanza, e avviene lo scambio di elementi individuali tra governati e governanti, tra diretti e dirigenti, cioè si realizza la vita d’insieme che sola è la forza sociale, si crea il «blocco storico»."
Antonio Gramsci, Quaderni dal Carcere, Quaderno IV [XIII] voce 33



LA GRANDE SCOPERTA DELLA COMUNE DI PARIGI:
TRA PROGRESSO E SUFFRAGIO UNIVERSALE PUÒ ESSERCI CONFLITTO (GRAMSCI)

"Nel 1871 Parigi ha fatto un gran passo in avanti perché si ribella all’Assemblea nazionale formata dal suffragio universale, cioè implicitamente Parigi «capisce» che tra progresso e suffragio universale «può» esserci conflitto, ma questa esperienza storica, di valore inestimabile, è perduta immediatamente, perché i portatori di essa vengono fisicamente soppressi."
Antonio Gramsci, Quaderni dal Carcere, Quaderno I [XVI] voce 131, "Bainville e il suffragio universale in Francia"

"Les peuples suivront notre example", cioè "i popoli seguiranno il nostro esempio".

L'intuizione notata e sottolineata da Gramsci è che uno degli esperimenti politici più avanzati della storia del 19° secolo (la Comune di Parigi) nasce con la contrarietà della maggioranza della popolazione francese, contadina, analfabeta ed arretrata politicamente. A sancire questo grande progresso è stata piuttosto una minoranza attiva urbana, più politicizzata e cosciente, che respingendo il responso democratico delle urne, che aveva sancito una maggioranza reazionaria e conservatrice, ha creato un laboratorio socialista di eccezionale valore storico e politico, diventando un esempio per le generazioni successive. A volte il progresso passa insomma per l'azione attiva e consapevole di una avanguardia, la cui azione può diventare un prezioso insegnamento, un'indicazione per le grandi masse che "seguiranno il loro esempio". Nel 1918 i bolscevichi di Lenin, che avevano studiato attentamente la storia della Comune di Parigi, agiranno nella stessa maniera, continuando la costruzione dello stato socialista incuranti (e anzi non riconoscendo) la sconfitta elettorale ricevuta alle elezioni per l'assemblea costituente (organismo che verrà immediatamente sciolto e non riconosciuto valido).



Gli istinti sessuali sono quelli che hanno subito la maggior repressione da parte della società in sviluppo; il loro "regolamento", per le contraddizioni cui dà luogo e per le perversioni che gli si attribuiscono, sembra il più "innaturale", quindi più frequenti in questo campo i richiami alla "natura". Anche la letteratura "psicanalitica" è un modo di criticare la regolamentazione degli istinti sessuali in forma talvolta "illuministica", con la creazione di un nuovo mito del "selvaggio" sulla base sessuale .
Antonio Gramsci, da Quaderni del carcere, vol. III, pag.2149


...il tempo è la cosa più importante: esso è un semplice pseudonimo della vita stessa.
Antonio Gramsci


Dire la verità è rivoluzionario. Noi siamo persuasi che i fatti dovevano rimanere tali anche in tempo di guerra, e che la storia e la cultura sono cose troppo da rispettare perché possano essere deformate e piegate dalle contingenti necessità del momento. La verità deve essere rispettata sempre, qualsiasi conseguenza essa possa apportare, e le proprie convinzioni, se sono fede viva, devono trovare in se stesse, nella propria logica, la giustificazione degli atti che si ritiene necessario siano compiuti. Sulla bugia, sulla falsificazione facilona non si costruiscono che castelli di vento, che altre bugie e altre falsificazioni possono far svanire
Antonio Gramsci


Il Vaticano è la più grande forza reazionaria esistente in Italia:
forza tanto più temibile in quanto è insidiosa e inafferrabile
Antonio Gramsci


La cupola .........


Il mio stato d'animo é tale che se anche fossi condannato a morte, continuerei a essere tranquillo e anche la sera prima dell'esecuzione magari studierei una lezione di lingua cinese per non cadere più in quegli stati d'animo volgari e banali che si chiamano pessimismo e ottimismo. Il mio stato d'animo sintetizza questi due sentimenti e li supera: sono pessimista con l'intelligenza, ma ottimista con la volontà
Antonio Gramsci


"A proposito di ottimismo, viene spesso citata la frase di Antonio Gramscinella vita bisogna avere il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà”, il cui senso è legato alla famosa tesi su Feuerbach di Marx, secondo la quale i filosofi fino a oggi si sono limitati a conoscere il mondo ed è giunta l’ora di cambiarlo. L'ottimismo in cui credo non è quello romantico e campato per aria. E' invece l'ottimismo realistico della conoscenza e della consapevolezza, che ci porti a cambiare, noi stessi prima di tutto ed anche la realtà in cui viviamo, per renderla nostra amica. Per non sentirci più degli estranei, come avviene attualmente..."
Agostino Degas


Quando discuti con un avversario, prova a metterti nei suoi panni.
Lo comprenderai meglio e forse finirai con l'accorgerti che ha un po', o molto, di ragione. Ho seguito per qualche tempo questo consiglio dei saggi. Ma i panni dei miei avversari erano così sudici che ho concluso: è meglio essere ingiusto qualche volta che provare di nuovo questo schifo che fa svenire
Antonio Gramsci


«Demagogia vuol dire parecchie cose: nel senso deteriore significa servirsi delle masse popolari, delle loro passioni sapientemente eccitate e nutrite, per i propri fini particolari, per le proprie piccole ambizioni (il parlamentarismo e l'elezionismo offrono un terreno propizio per questa forma particolare di demagogia, che culmina nel cesarismo e nel bonapartismo coi suoi regimi plebiscitari).
Il "demagogo" deteriore pone se stesso come insostituibile, crea il deserto intorno a sé, sistematicamente schiaccia ed elimina i possibili concorrenti, vuole entrare in rapporto con le masse direttamente (plebiscito, grande oratoria, colpi di scena, apparato coreografico fantasmagorico: si tratta di ciò che il Michels ha chiamato “capo carismatico”)».
Lo scriveva Antonio Gramsci nei Quaderni dal carcere circa 80 anni fa. Lui aveva già capito tutto.


Ogni ghianda può pensare di diventare quercia, ma nella realtà il 999 per mille delle ghiande servono da pasto ai maiali.
Antonio Gramsci


L'indifferenza:
È invero la molla più forte della storia. Ma a rovescio.
Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto di valore può generare, non è tutto dovuto all'iniziativa dei pochi che fanno, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa dei cittadini abdica alla sua volontà, e lascia fare, e lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada può tagliare, e lascia salire al potere degli uomini che poi solo un ammutinamento può rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia è appunto l'apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo.
Antonio Gramsci.



Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera
Antonio Gramsci. Indifferenti


“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
Antonio Gramsci. 11 febbraio 1917



MACHIAVELLI E MARX MESSI A CONFRONTO DA GRAMSCI
"La innovazione fondamentale introdotta da Marx nella scienza politica e storica in confronto del Machiavelli è la dimostrazione che non esiste una «natura umana» fissa e immutabile e che pertanto la scienza politica deve essere concepita nel suo contenuto concreto (a anche nella sua formulazione logica?) come un organismo storicamente in sviluppo.

Nel Machiavelli sono da vedere due elementi fondamentali:
1) l’affermazione che la politica è un’attività indipendente e autonoma che ha suoi principi e sue leggi diversi da quelli della morale e della religione in generale (questa posizione del Machiavelli ha una grande portata filosofica, perché implicitamente innova la concezione della morale e della religione, cioè innova tutta la concezione del mondo);
2) contenuto pratico e immediato dell’arte politica studiato e affermato con obbiettività realistica, in dipendenza della prima affermazione.  [...]

Come disse il Foscolo, il «Machiavelli ha svelato» qualcosa di reale, ha teorizzato una pratica.
Come questo è avvenuto? Non sarebbe stato il Machiavelli un politico poco machiavellico, poiché le sue norme «si applicano, ma non si dicono»? L’affermazione del Foscolo implica quindi un giudizio storico-politico, che non si limita solo al fatto costatato dal Croce (e in sé giustissimo) che il machiavellismo, essendo una scienza, serviva tanto ai reazionari quanto ai democratici. Il Machiavelli stesso nota che le cose che egli scrive sono applicate e sono state sempre applicate: egli quindi non vuol suggerire a chi già sa, né è da pensare in lui una pura «attività scientifica» che in questa materia sarebbe stata miracolosa al tempo suo, se oggi stesso trova non poco contrasto.

Il Machiavelli quindi pensa «a chi non sa», a chi non è nato nella tradizione degli uomini di governo, in cui tutto il complesso dell’educazione di fatto, unita con l’interesse di famiglia (dinastico e patrimoniale) porta a dare il carattere del politico realistico. E chi non lo sa? La classe rivoluzionaria del tempo, il «popolo» e la «nazione» italiana, la democrazia che esprime dal suo seno dei «Pier Soderini» e non dei «Valentini». Il Machiavelli vuol fare l’educazione di questa classe, da cui deve nascere un «capo» che sappia quello che si fa e un popolo che sa che ciò che il capo fa è anche suo interesse, nonostante che queste azioni possono essere in contrasto con l’ideologia diffusa (la morale e la religione).

Questa posizione del Machiavelli si ripete per Marx: anche la dottrina di Marx è servita oltre alla classe alla quale Marx esplicitamente si rivolgeva (in ciò diverso e superiore al Machiavelli) anche alle classi conservatrici, il cui personale dirigente in buona parte ha fatto il suo tirocinio politico nel marxismo."

Antonio Gramsci, Quaderni dal Carcere, Quaderno IV [XIII] voce 8, "Machiavelli e Marx"




ODIO IL CAPODANNO - Antonio Gramsci
Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda comm...erciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.


Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Antonio Gramsci, 1° Gennaio 1916 su l’Avanti!, edizione torinese, rubrica “Sotto la Mole”


"La miseria del Mezzogiorno era inspiegabile storicamente per le masse popolari del Nord: queste non capivano che l'unità non era stata creata su una base di eguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Sud nel rapporto territoriale città campagna, cioè che il Nord era una "piovra" che si arricchiva alle spese del Sud, che l'incremento industriale era dipendente dall'impoverimento dell'agricoltura meridionale. Esse invece pensavano che se il Mezzogiorno non progrediva dopo essere stato liberato dagli impacci che allo sviluppo moderno opponeva il borbonismo, ciò significava che le cause della miseria non erano esterne ma interne; poichè d'altronde era radicata la persuasione della grande ricchezza naturale del terreno, non rimaneva che una spiegazione, l'incapacità organica degli uomini, la loro barbarie, la loro inferiorità biologica.
Queste opinioni già diffuse (il lazzaronismo napoletano era una leggenda di vecchia data) furono consolidate e teorizzate addirittura dai sociologhi del positivismo assumendo la forza di verità scientifiche in un tempo di superstizione della scienza. Si ebbe così una polemica Nord-Sud sulle razze e sulle superiorità e inferiorità del Settentrione e del Mezzogiorno [...]. Intanto rimase nel Nord la credenza della palla di piombo che il Mezzogiorno rappresenterebbe per l'Italia, la persuasione dei più grandi progressi che la civiltà moderna industriale del Nord avrebbe fatto senza questa palla di piombo, ecc."

Antonio Gramsci




Gramsci, che predisse il nostro tempo.
Se le tante sinistre facessero il loro mestiere, che è anche quello di correlare i meriti e i demeriti all’assetto sociale, sicuramente vivremmo la trasformazione del mondo lavoro con qualche speranza in più. Che non è poco se si pensa che in questo Paese tre lavoratori al giorno muoiono a causa delle condizioni nelle quali si trovano a svolgere la propria attività; e nel silenzio pressoché totale. «La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati», scriveva nei ”Quaderni dal carcere” Antonio Gramsci, del quale ricorre il settantacinquesimo anniversario della morte, (Roma, 27 aprile 1937).
 […] Insomma, SI DEVE DISSEPPELLIRE IL CONCETTO DI EGEMONIA CULTURALE INVENTATO DA GRAMSCI? Secondo il quale PER EGEMONIA CULTURALE S’INTENDE L’IMPOSIZIONE, ATTRAVERSO LE PRATICHE QUOTIDIANE E LE CREDENZE CONDIVISE, DELLE RAPPRESENTAZIONI E DELLA VISIONE CULTURALE DI UN GRUPPO EGEMONE (QUELLO BORGHESE) AGLI ALTRI GRUPPI SOCIALI, FINO ALLA LORO INTERIORIZZAZIONESUCCEDE PERCHÉ LE ISTITUZIONI EGEMONIZZATE COME LA SCUOLA DELL’OBBLIGO, I MASS MEDIA, LA CULTURA POPOLARE, I TECNOCRATI INDOTTRINANO LE MASSE DEI LAVORATORI VERSO UNA FALSA COSCIENZA, CON L’ ACQUISIZIONE DI FALSI VALORI, COME LO SONO IL CONSUMISMO ED IL NAZIONALISMO. Insomma LA CLASSE EGEMONE «ATTRAVERSO PRATICHE QUOTIDIANE E CREDENZE CONDIVISE», CREA «I PRESUPPOSTI PER UN COMPLESSO SISTEMA DI CONTROLLO», AVVERTIVA GRAMSCI.
[…] l’aumento massiccio del lavoro precario dovuto al fatto che le imprese tendono sempre di più a SOSTITUIRE PORZIONI DI FORZA LAVORO STABILE E QUALIFICATA CON FORZA LAVORO PRECARIA E ATIPICA. Sono QUEST’ULTIME FIGURE CONTRATTUALI, TUTTE DEBOLISSIME, quelle che PUNTANO NON AD ELEVARE LA CONDIZIONE DEL LAVORATORE, MA AD AGGREDIRE LA CONDIZIONE DEL LAVORATORE STABILE. […] Inoltre, chiunque abbia superato i quarant’anni è consapevole che ai primi segni di crisi il suo posto di lavoro è a rischio, e che in caso di licenziamento sarà molto difficile trovarne un altro di pari livello professionale e a parità di retribuzione.
 […] Tuttavia al di là della crisi c’è pure UNA RIVOLUZIONE IN ATTO CON PROTAGONISTA LA TECNOLOGIA CHE OGGI NON È PIÙ UN MEZZO NELLE MANI DELL’UOMO, ma PER EFFETTO DELLA GLOBALIZZAZIONE È DIVENTATA LA VERA PROTAGONISTA DEL MONDO DELL’ECONOMIA E DEL LAVORO. LA TECNOLOGIA NON CONOSCE IL SOCIALE, SA SOLTANTO OTTIMIZZARE L’IMPIEGO MINIMO DELLE RISORSE UMANE PER CONSEGUIRE IL MASSIMO DELL’UTILE. Progetti a lunga durata se ne fanno sempre di meno per il semplice motivo che, la nuova tecnologia agisce in un arco di tempo compreso tra il recente passato e l’immediato futuro PREFERENDO SOPRATTUTTO L’IMMEDIATO. E dunque ALLA PROGETTAZIONE DI LUNGO PERIODO È SUBENTRATA QUELLA DI BREVE PERIODO[...]
In un contesto del genere quel che si richiede al lavoratore è la capacità di cambiare tattica e stile nel breve periodo con la cosidetta FLESSIBILITÀ, che naturalmente deve essere a basso costo, di alta efficienza e di perfetta funzionalità poiché È LA MACCHINA, E SOLTANTO ESSA CHE DETERMINA LA TEMPISTICA DI PRODUZIONE E QUINDI ANCORA RIMANE – COME NEL PIÙ CUPO FORDISMO – IL MODELLO CHE INCANALA E IMPONE ALL’OPERAIO IL RITMO ALLA CORSA.
Sicché GRAMSCI AVEVA VISTO GIUSTO QUANDO SCRIVEVA CHE IL DOMINIO DI UN GRUPPO SU ALTRI GRUPPI, CON O SENZA LA COERCIZIONE DELLA FORZA, VIENE ESERCITATO FINCHÉ I MODELLI CULTURALI DEL GRUPPO DOMINANTE SI IMPONGONO AGLI ALTRI, I QUALI SI ADATTANO E FAVORISCONO IL GRUPPO EGEMONE. Il fatto è che in questo confronto i lavoratori partono svantaggiati […]. Gli imprenditori, invece, possono essere meno «impazienti» nell’acquistare la forza lavoro, poiché  POSSONO SOPRAVVIVERE CONSUMANDO IL PROPRIO CAPITALE. Inoltre, soltanto gli acquirenti della forza lavoro possono perseguire strategie dirette ad indebolire la controparte, vuoi RICORRENDO A TECNOLOGIE RISPARMIATRICI DI MANODOPERA, vuoi SPOSTANDO GLI INVESTIMENTI DA UN PAESE ALL’ALTRO, vuoi modificando i requisiti professionali richiesti. […]
[…] Come si fa di fronte a tanta evidenza, a non capire che IL PROBLEMA DEL LAVORO CON TUTTE QUELLE MORTI BIANCHE, ASSIEME AI SUICIDI DEI TANTI PICCOLI IMPRENDITORI È UN PROBLEMA PRIORITARIO? […] Così vivendo IL RISCHIO È CHE PREVARRÀ NELLA SOCIETÀ CIVILE LA CONVINZIONE SECONDO LA QUALE “È GIUSTO” “È BELLO” SOLTANTO LA CONQUISTA DELL’UTILE ECONOMICO. Sicché le rivendicazioni operaie non possono essere considerati che un fastidioso incidente di percorso, e quindi vanno cassate. Gramsci, aveva visto giusto, almeno così pare.
di Vincenzo Maddaloni -
www.vincenzomaddaloni.it
http://www.altrenotizie.org/societa/4825-gramsci-che-predisse-il-nostro-tempo.html
Tratto da: Gramsci, che predisse il nostro tempo | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/04/27/gramsci-che-predisse-il-nostro-tempo/#ixzz24qv3P1Dw
 - NEL TEMPO DELL'INGANNO UNIVERSALE, DIRE LA VERITÀ È UN ATTO RIVOLUZIONARIO!


Le radici storiche del malessere e del sottosviluppo della Sardegna (prima parte)
Antonio Gramsci  
Gramsci in un articolo del 1919 sull’Avanti, censurato e scoperto tra Carte d’archivio decenni dopo e fortemente critico nei confronti della politica italiana postunitaria, scrive che “I SIGNORI DI TORINO E LA CLASSE BORGHESE TORINESE HA RIDOTTO ALLO SQUALLORE LA SARDEGNA, PRIVANDOLA DEI SUOI TRAFFICI CON LA FRANCIA HA ROVINATO I PORTI DI ORISTANO E BOSA E HA COSTRETTO PIÙ DI CENTOMILA SARDI A LASCIARE LA FAMIGLIA PER EMIGRARE NELL’ARGENTINA E NEL BRASILE”.
Infatti in seguito alla rottura dei Trattati doganali con la Francia (1887) e al protezionismo tutto a beneficio delle industrie del Nord, fu colpita a morte l’economia meridionale e quella sarda. CON LA “GUERRA” DELLE TARIFFE VOLUTA DA CRISPI, I PRODOTTI TRADIZIONALI SARDI (OVINI, BOVINI, VINI, PELLI, FORMAGGI) FURONO DEPRIVATI DEGLI SBOCCHI TRADIZIONALI DI MERCATO.
Nel solo 1883 – ricorda lo storico Carta-Raspi – erano stati esportati a Marsiglia 26.168 tra buoi e vitelli, pagati in oro. DOPO IL 1887 TALE COMMERCIO CROLLERÀ VERTIGINOSAMENTE E CON ESSO ENTRERÀ IN CRISI E IN COMA L’INTERA ECONOMIA SARDA.
Salgono i prezzi dei prodotti del Nord protetti: le società industriali siderurgiche e meccaniche fanno pagare un occhio della testa – annota Gramsci – ai contadini, ai pastori, agli artigiani sardi con le zappe, gli aratri e persino i ferri per cavalli e buoi.
Di contro CROLLANO I PREZZI DEI PRODOTTI AGRICOLI NON PIÙ ESPORTABILI: il vino, da 30-35 e persino 40 lire ad ettolitro, rende adesso non più di 6-7 lire. Discende bruscamente il prezzo del latte. E S’AFFRETTANO A SBARCARE IN SARDEGNA QUELLI CHE GRAMSCI CHIAMA “GLI SPOGLIATORI DI CADAVERI” .

1° categoria di spogliatori di cadaveri
SONO GLI INDUSTRIALI CASEARI. “I signori Castelli – scrive Gramsci – vengono dal Lazio (Di qui anche la denominazione di “pecorino romano” pur essendo nel passato ma anche oggi prodotto in Sardegna per il 90%). nel 1890, molti altri li seguono arrivando dal Napoletano e dalla Toscana. IL MECCANISMO DELLO SFRUTTAMENTO (ed è un lascito della borghesia peninsulare non più rimosso) è semplice: al pastore che privo di potere contrattuale, deve fare i conti con chi gli affitta il pascolo e con l’esattore, l’industriale affitta i soldi per l’affitto  del pascolo, in cambio di una quantità di latte il cui prezzo a litro è fissato vessatoriamente dallo stesso industriale”. IL PREZZO DEL FORMAGGIO CRESCE MA VA AI CASEARI E AI PROPRIETARI DEL PASCOLO O AI GRANDI ALLEVATORI NON AI PASTORI CHE CONDUCONO UNA VITA DI STENTI, AGGRAVATI DALLE ANNATE DI SICCITÀ E DALLE ALLUVIONI: conseguenze e prodotti del disboscamento della Sardegna, opera  di un’altra categoria di spogliatori di cadaveri.

2° categoria di spogliatori di cadaveri
Sono GLI INDUSTRIALI DEL CARBONE – secondo Gramsci – che scendono dalla Toscana. Stavolta il lascito per la Sardegna è la degradazione catastrofica del suo territorio. L’ISOLA È TUTTA BOSCHI. GLI INDUSTRIALI TOSCANI NE OTTENGONO LO SFRUTTAMENTO PER POCHI SOLDI. “A UN POPOLO IN GINOCCHIO ANCHE QUESTI POCHI SOLDI PAIONO LA SALVEZZA”, SCRIVE GRAMSCI.
Così – continua l’intellettuale di Ales – “L’ISOLA DI SARDEGNA FU LETTERALMENTE RASA SUOLO COME PER UN’INVASIONE BARBARICA. CADDERO LE FORESTE. CHE NE REGOLAVANO IL CLIMA E LA MEDIA DELLE PRECIPITAZIONI ATMOSFERICHE. LA SARDEGNA D’OGGI ALTERNANZA DI LUNGHE STAGIONI ARIDE E DI ROVESCI ALLIVIONANTI, L’ABBIAMO EREDITATA ALLORA. Massajos ridotti in miseria dalla politica protezionista di Crispi e pastori spogliati dagli industriali caseari, s’affollano alla ricerca di un lavoro stabile nel bacino minerario del Sulcis Iglesiente. Dove troveranno altri  spogliatori di cadaveri.

3° categoria di spogliatori di cadaveri
Sono quelli che arrivano dalla Francia, dal Belgio e da Torino per un’ATTIVITÀ DI RAPINA DELLE RISORSE DEL SOTTOSUOLO (che il 9 settembre del 1848, ad appena otto mesi dalla FUSIONE PERFETTA, fu esteso alla Sardegna un EDITTO, GIÀ OPERANTE NELLA TERRAFERMA, CHE ASSEGNAVA LA PROPRIETÀ DELLE MINIERE – E TUTTE LE RISORSE DEL SOTTOSUOLO – ALLO STATO). Questo, per quattro soldi le darà in concessione a pochi “briganti, in genere stranieri ma anche italiani. “ESSI SI LIMITERANNO – SCRIVE GRAMSCI –  A PURA ATTIVITÀ DI RAPINA DEI MINERALI, ALLA SEMPLICE ESTRAZIONE, SENZA PARALLELI IMPIANTI PER LA RIDUZIONE DEL GREGGIO E SENZA INDUSTRIE DERIVATE E DI TRASFORMAZIONE”
Certo, GLI OCCUPATI NELLE INDUSTRIE ESTRATTIVE PASSERANNO DA 5 MILA (1880) A 10 MILA (1890) MA IN CONDIZIONI INUMANE DI LAVORO (11 ORE CONSECUTIVE) E DI VITA: La Commissione parlamentare istituita dopo i moti del 1906 scriverà ”Si mangia un tozzo di pane durante il lavoro e per companatico mangeranno polvere di calamina o di minerale.
Sempre nella relazione della Commissione parlamentare si scrive testualmente: ”S’attraversano ancora oggi nel Sulcis Iglesiente villaggi nati allora, lascito della borghesia mineraria con intonaci scomparsi, pavimenti trascurati, filtrazioni di umidità, insetti immondi, annidati dappertutto”.
Ad essere date in concessione non erano solo le miniere di carbone ma anche quelle di piombo, argento, zinco, rame.

http://www.labarbagia.net/notizie/varie/6423/le-radici-storiche-del-malessere-e-del-sottosviluppo-della-sardegna-prima-parte



http://cesim-marineo.blogspot.it/2012/03/ciascuno-il-suo-gramsci.html#!/2012/03/ciascuno-il-suo-gramsci.html

Dopo circa vent’anni di oblio, in Italia si torna a parlare e a scrivere su Antonio Gramsci.
Da un lato ci sarebbe da rallegrarsi perchè il silenzio è cessato. Dall’altro, se si entra nel merito, viene da piangere. Negli ultimi giorni persino uno scrittore che stimo, come Roberto Saviano, ha dato il suo contributo a questo gioco al massacro. Non parliamo poi di chi ricerca Quaderni e manoscritti che non esistono, come se quelli esistenti non fossero sufficienti a definire un pensiero chiaro e limpido che niente e nessuno potrà mai oscurare.
Ho sempre considerato Gramsci un classico del 900. E mi vado sempre più convincendo che i classici sono i migliori antidoti nei confronti delle mode culturali. Cosicchè mentre queste ultime risultano ogni giorno più effimere, i primi durano e resistono al tempo anche quando sono investiti da pretestuose polemiche.

Dire la verità è rivoluzionario”:in questo motto, che campeggiava nella testata di una delle riviste da lui create (L’Ordine Nuovo. Rassegna settimanale di cultura socialista), si potrebbe riassumere il complesso pensiero e la breve vita di Antonio Gramsci (1891-1937).
Fin da giovane, aveva mostrato di prediligere la verità su tutto. Basti rileggere gli articoli scritti negli anni della prima guerra mondiale. In uno, in particolare, credo che si trovi la chiave per comprenderli tutti:

Noi siamo persuasi che i fatti dovevano rimanere tali anche in tempo di guerra, e che la storia e la cultura sono cose troppo da rispettare perché possano essere deformate e piegate dalle contingenti necessità del momento. La verità deve essere rispettata sempre, qualsiasi conseguenza essa possa apportare, e le proprie convinzioni, se sono fede viva, devono trovare in se stesse, nella propria logica, la giustificazione degli atti che si ritiene necessario siano compiuti. Sulla bugia, sulla falsificazione facilona non si costruiscono che castelli di vento, che altre bugie e altre falsificazioni possono far svanire.” 
La conferenza e la verità, in L’Avanti torinese del 19/2/1916, ora nel volume “ Sotto la Mole”, Einaudi 1960,p.43

Queste affermazioni non sono l’ingenua manifestazione del pensiero di un giovane idealista. L’amore per la verità contrassegna l’intera opera gramsciana e ne costituisce uno dei suoi leit-motiv. Lo stesso scontro con Togliatti nel 1926 avverrà proprio su questo terreno. Infatti non condividendo le ragioni che spinsero quest’ultimo a censurare le sue critiche a Stalin, con spirito profetico, arriverà a predire il “suicidio” della rivoluzione d’ottobre. Gramsci, a differenza di Togliatti, non accetterà mai la necessità di sacrificare la verità sull’altare della rivoluzione. Basta rileggere le Lettere e i Quaderni delcarcere per convincersene:

Io sono sempre stato dell’opinione che la verità abbia in sé la propria medicina”. ( L., p.783)

Non bisogna concepire la discussione scientifica come un processo giudiziario, in cui c’è un imputato e un procuratore che, per obbligo d’ufficio deve dimostrare che l’imputato è colpevole e degno di essere tolto dalla circolazione. Nella discussione scientifica, poiché si suppone che l’interesse sia la ricerca della verità (…), si dimostra più avanzato chi si pone dal punto di vista che l’avversario può esprimere un’esigenza che deve essere incorporata (…) nella propria costruzioneComprendere e valutare realisticamente la posizione e le ragioni dell’avversario (…) significa appunto essersi liberato dalla prigione delle ideologie (nel senso deteriore di cieco fanatismo ideologico), cioè porsi da un punto di vista critico.” (Q, 1933)

E’opinione molto diffusa (…) che sia essenziale dell’arte politica il mentire, il saper astutamente nascondere le proprie vere opinioni, i veri fini a cui si tende, il saper far credere il contrario di ciò che realmente si vuole, ecc. ecc. L’opinione è tanto radicata e diffusa che a dire la verità non si è creduti (…) nella politica di massa dire la verità è una necessità politica.” (Q.p. 222).
Quest’ultima nota, in particolare, per essere compresa in tutto il suo valore, va collegata alla sua concezione non elitaria della politica e di ogni attività intellettualePer Gramsci, infatti,la politica non doveva essere riservata agli addetti ai lavori. Dal suo punto di vista - così come “tutti gli uomini sono filosofi perché tutti pensano” - tutti possono e devono occuparsi di politica; tanto più se si crede nella possibilità di superare la secolare divisione del genere umano tra dirigentie diretti.
In uno dei passi meno citati e frequentati dei Quaderni si trova scritto:

Bisogna proprio dire che i primi ad essere dimenticati sono proprio i primi elementi, le cose più elementari (…) Primo elemento è che esistono davvero governati governantidirigenti e diretti. Tutta la scienza e l’arte politica si basano su questo fatto (…) Nel formare i dirigenti è fondamentale la premessa: si vuole che ci siano sempre governati e governanti, oppure si vogliono creare le condizioni in cui la necessità dell’esistenza di questa divisione spariscaCioè si parte dalla premessa della perpetua divisione del genere umano o si crede che essa sia solo un fatto storico rispondente a certe condizioni? (…) per certi partiti è vero il paradosso che essi sono compiuti e formati quando non esistono più, cioè quando la loro esistenza è diventata storicamente inutile. Così, poichè ogni partito non è che una nomenclatura di classe, è evidente che per il partito che si propone di annullare le divisioni in classi, la sua perfezione e compiutezza consiste nel non esistere più.” (Q. pp.1752-1753)

Rileggendo oggi questo brano, scritto in carcere nel 1933si comprende meglio perché la memoria di Gramsci è stata rimossa dall’orizzonte politico dell’Italia odierna. Con un ceto politico sempre più autoreferenziale e irresponsabile, interessato soltanto a difendere le proprie rendite di posizione, a prima vista sembra che non possa esserci più spazio per l’utopia gramsciana. D’altra parte è comprensibile il silenzio della “Casta” di fronte ad un Autore rivelatosi profetico in più di una circostanza. E’ molto più comodo per tutti oscurarlo e/o ricordarlo soltanto in modo rituale. Invece per me, pur riconoscendo che su alcuni punti è necessario andare oltre Gramsci, rimane valido il suo metodo di approccio critico e mai dogmatico ai problemi. E molte sue pagine mi appaiono ancora oggi di straordinaria attualità. Si rilegga,ad esempio, La favola del castoro”, dedicata all’analisi dei dirigenti socialisti italiani del primo dopoguerra che, con la loro inettitudine, aprirono le porte al fascismo.
Sicuramente “la scissione tra i programmi sonori e i fatti miserabili” oggi è maggiore di ieriper non parlare del distacco tra rappresentati e rappresentanti e la nessuna unione con la classe rappresentata” da parte di quella che oggi, non a caso, viene definita una “casta”.


L’organizzazione della scuola e della cultura

di Antonio Gramsci, dai “Quaderni dal carcere” 

Si può osservare in generale che nella civiltà moderna tutte le attività pratiche sono diventate così complesse e le scienze si sono talmente intrecciate alla vita che ogni attività pratica tende a creare una scuola per i propri dirigenti e specialisti e quindi a creare un gruppo di intellettuali specialisti di grado più elevato, che insegnino in queste scuole. Così, accanto al tipo di scuola che si potrebbe chiamare “umanistica” ed è quello tradizionale più antico, e che era rivolta a sviluppare in ogni individuo umano la cultura generale ancora indifferenziata, la potenza fondamentale di pensare e di sapersi dirigere nella vita, si è andato creando tutto un sistema di scuole particolari di vario grado, per intere branche professionali o per professioni già specializzate e indicate con precisa individuazione. Si può anzi dire che la crisi scolastica che oggi imperversa è appunto legata al fatto che questo processo di differenziazione e particolarizzazione avviene caoticamente, senza principi chiari e precisi, senza un piano bene studiato e consapevolmente fissato: la crisi del programma e dell’organizzazione scolastica, cioè dell’indirizzo generale di una politica di formazione dei moderni quadri intellettuali, è in gran parte un aspetto e una complicazione della crisi organica più comprensiva e generale.
La divisione fondamentale della scuola in classica e professionale era uno schema razionale: la scuola professionale per le classi strumentali, quella classica per le classi dominanti e per gli intellettuali. Lo sviluppo della base industriale sia in città che in campagna aveva un crescente bisogno del nuovo tipo di intellettuale urbano: si sviluppò accanto alla scuola classica quella tecnica (professionale ma non manuale), ciò che mise in discussione il principio stesso dell’indirizzo concreto di cultura generale, dell’indirizzo umanistico della cultura generale fondata sulla tradizione greco-romana. Questo indirizzo, una volta messo in discussione, può dirsi spacciato, perché la sua capacità formativa era in gran parte basata sul prestigio generale e tradizionalmente indiscusso, di una determinata forma di civiltà.
Oggi la tendenza è di abolire ogni tipo di scuola “disinteressata” (non immediatamente interessata) e “formativa” o di lasciarne solo un esemplare ridotto per una piccola élite di signori e di donne che non devono pensare a prepararsi un avvenire professionale e di diffondere sempre più le scuole professionali specializzate in cui il destino dell’allievo e la sua futura attività sono predeterminati. La crisi avrà una soluzione che razionalmente dovrebbe seguire questa linea: scuola unica generale di cultura generale, umanistica, formativa, che contemperi giustamente lo sviluppo della capacità di lavorare manualmente (tecnicamente, industrialmente) e lo sviluppo delle capacità del lavoro intellettuale. Da questo tipo di scuola unica, attraverso esperienze ripetute di orientamento professionale, si passerà a una delle scuole specializzate o al lavoro produttivo.
[...]
Un punto importante nello studio dell’organizzazione pratica della scuola unitaria è quello riguardante la carriera scolastica nei suoi vari gradi conformi all’età e allo sviluppo intellettuale-morale degli allievi e ai fini che la scuola stessa vuole raggiungere. La scuola unitaria o di formazione umanistica (inteso questo termine di umanismo in senso largo e non solo nel senso tradizionale) o di cultura generale, dovrebbe proporsi di immettere nell’attività sociale i giovani dopo averli portati a un certo grado di maturità e capacità, alla creazione intellettuale e pratica e di autonomia nell’orientamento e nell’iniziativa. La fissazione dell’età scolastica obbligatoria dipende dalle condizioni economiche generali, poiché queste possono costringere a domandare ai giovani e ai ragazzi un certo apporto produttivo immediato. La scuola unitaria domanda che lo Stato possa assumersi le spese che oggi sono a carico della famiglia per il mantenimento degli scolari, cioè trasforma il bilancio del dicastero dell’educazione nazionale da cima a fondo, estendendolo in modo inaudito e complicandolo: la intiera funzione dell’educazione e formazione delle nuove generazioni diventa da privata, pubblica, poiché solo così essa può coinvolgere tutte le generazioni senza distinzione di gruppi o caste.
Ma questa trasformazione dell’attività scolastica domanda un allargamento inaudito dell’organizzazione pratica della scuola, cioè degli edifizi, del materiale scientifico, del corpo insegnante, ecc. Il corpo insegnante specialmente dovrebbe essere aumentato, perché la efficienza della scuola è tanto maggiore e intensa quanto più piccolo è il rapporto tra maestro e allievi, ciò che prospetta altri problemi non di facile e rapida soluzione. Anche la quistione degli edifizi non è semplice, perché questo tipo di scuola, dovrebbe essere una scuola-collegio, con dormitori, refettori, biblioteche specializzate, sale adatte per il lavoro di seminario, ecc.
Perciò inizialmente il nuovo tipo di scuola dovrà e non potrà non essere che propria di gruppi ristretti, di giovani scelti per concorso o indicati sotto la loro responsabilità da istituzioni idonee.
La scuola unitaria dovrebbe corrispondere al periodo rappresentato oggi dalle elementari e dalle medie, riorganizzate non solo per il contenuto e il metodo di insegnamento, ma anche per la disposizione dei vari gradi della carriera scolastica. Il primo grado elementare non dovrebbe essere di più che tre-quattro anni e accanto all’insegnamento delle prime nozioni “strumentali” dell’istruzione – leggere, scrivere, far di conto, geografia, storia – dovrebbe specialmente svolgere la parte che oggi è trascurata dei “diritti e doveri”, cioè le prime nozioni dello Stato e della Società, come elementi primordiali di una nuova concezione del mondo che entra in lotta contro le concezioni date dai diversi ambienti sociali tradizionali, cioè le concezioni che si possono chiamare folcloristiche.
Il problema didattico da risolvere è quello di temperare e fecondare l’indirizzo dogmatico che non può non essere proprio di questi primi anni. Il resto del corso non dovrebbe durare più di sei anni, in modo che a quindici-sedici anni si dovrebbe poter compiere tutti i gradi della scuola unitaria.
Si può obiettare che un tale corso è troppo faticoso per la sua rapidità, se si vogliono raggiungere effettivamente i risultati che l’attuale organizzazione della scuola classica si propone ma non raggiunge. Si può dire però che il complesso della nuova organizzazione dovrà contenere in se stessa gli elementi generali per cui oggi per una parte degli allievi almeno, il corso è troppo lento. Quali sono questi elementi? In una serie di famiglie, specialmente dei ceti intellettuali, i ragazzi trovano nella vita familiare una preparazione, un prolungamento e un’integrazione della vita scolastica, assorbono, come si dice, dall’”aria” tutta una quantità di nozioni e di attitudini che facilitano la carriera scolastica propriamente detta: essi conoscono già e sviluppano la conoscenza della lingua letteraria, cioè il mezzo di espressione e di conoscenza, tecnicamente superiore ai mezzi posseduti dalla media della popolazione scolastica dai sei ai dodici anni.
Così gli allievi della città, per il solo fatto di vivere in città, hanno assorbito già prima dei sei anni una quantità di nozioni e di attitudini che rendono più facile, più proficua e più rapida la carriera scolastica. Nell’organizzazione intima della scuola unitaria devono essere create almeno le principali di queste condizioni, oltre al fatto, che è da supporre, che parallelamente alla scuola unitaria si sviluppi una rete di asili d’infanzia e altre istituzioni in cui, anche prima dell’età scolastica i bambini siano abituati a una certa disciplina collettiva ed acquistino nozioni ed attitudini prescolastiche.
Infatti, la scuola unitaria dovrebbe essere organizzata come collegio, con vita collettiva diurna e notturna, liberata dalle attuali forme di disciplina ipocrita e meccanica e lo studio dovrebbe essere fatto collettivamente, con l’assistenza dei maestri e dei migliori allievi, anche nelle ore di applicazione così detta individuale, ecc.
Il problema fondamentale si pone per quella fase dell’attuale carriera scolastica che oggi è rappresentata dal liceo e che oggi non si differenzia per nulla, come tipo di insegnamento, dalle classi precedenti, altro che per la supposizione astratta d’una maggiore maturità intellettuale e morale dell’allievo conforme all’età maggiore e all’esperienza precedentemente accumulata.
Di fatto ora tra liceo e università, e cioè tra la scuola vera e propria e la vita, c’è un salto, una vera soluzione di continuità, non un passaggio razionale dalla quantità (età) alla qualità (maturità intellettuale e morale). Dall’insegnamento quasi puramente dogmatico, in cui la memoria ha una grande parte, si passa alla fase creativa o di lavoro autonomo e indipendente; dalla scuola con disciplina dello studio imposta e controllata autoritativamente si passa a una fase di studio o di lavoro professionale in cui l’autodisciplina intellettuale e l’autonomia morale è teoricamente illimitata.
E ciò avviene subito dopo la crisi della pubertà, quando la foga delle passioni istintive ed elementari non ha ancora finito di lottare coi freni del carattere e della coscienza morale in formazione. In Italia poi, dove nelle università non è diffuso il principio del lavoro di “seminario” il passaggio è ancora più brusco e meccanico.

Ecco dunque che nella scuola unitaria la fase ultima deve essere concepita e organata come la fase decisiva in cui si tende a creare i valori fondamentali dell’”umanesimo”, l’autodisciplina intellettuale e l’autonomia morale necessarie per l’ulteriore specializzazione sia essa di carattere scientifico (studi universitari) sia di carattere immediatamente pratico-produttivo (industria, burocrazia, organizzazione degli scambi, ecc.). Lo studio e l’apprendimento dei metodi creativi nella scienza e nella vita deve cominciare in questa ultima fase della scuola e non essere più un monopolio dell’università o essere lasciato al caso della vita pratica: questa fase scolastica deve già contribuire a sviluppare l’elemento della responsabilità autonoma negli individui, essere una scuola creativa. Occorre distinguere tra scuola creativa e scuola attiva, anche nella forma data dal metodo Dalton.
Tutta la scuola unitaria è scuola attiva, sebbene occorra porre dei limiti alle ideologie libertarie in questo campo e rivendicare con una certa energia il dovere delle generazioni adulte, cioè dello Stato, di “conformare” le nuove generazioni. Si è ancora nella fase romantica della scuola attiva, in cui gli elementi della lotta contro la scuola meccanica e gesuitica si sono dilatati morbosamente per ragioni di contrasto e di polemica: occorre entrare nella fase “classica”, razionale, trovare nei fini da raggiungere la sorgente naturale per elaborare i metodi e le forme.

La scuola creativa è il coronamento della scuola attiva: nella prima fase si tende a disciplinare, quindi anche a livellare, a ottenere una certa specie di “conformismo” che si può chiamare “dinamico”; nella fase creativa, sul fondamento raggiunto di “collettivizzazione” del tipo sociale, si tende ad espandere la personalità, divenuta autonoma e responsabile, ma con una coscienza morale e sociale solida e omogenea.
Così scuola creativa non significa scuola di “inventori e scopritori”; essa indica una fase e un metodo di ricerca e di conoscenza, e non un “programma” predeterminato con l’obbligo dell’originalità e dell’innovazione a tutti i costi. Indica che l’apprendimento avviene specialmente per uno sforzo spontaneo e autonomo del discente, e in cui il maestro esercita solo una funzione di guida amichevole come avviene o dovrebbe avvenire nell’Università. Scoprire da se stessi, senza suggerimenti e aiuti esterni, una verità è creazione, anche se la verità è vecchia, e dimostra il possesso del metodo; indica che in ogni modo si è entrati nella fase di maturità intellettuale in cui si possono scoprire verità nuove.
Perciò in questa fase l’attività scolastica fondamentale si svolgerà nei seminari, nelle biblioteche, nei laboratori sperimentali; in essa si raccoglieranno le indicazioni organiche per l’orientamento professionale.
L’avvento della scuola unitaria significa l’inizio di nuovi rapporti tra lavoro intellettuale e lavoro industriale non solo nella scuola, ma in tutta la vita sociale. Il principio unitario si rifletterà perciò in tutti gli organismi di cultura, trasformandoli e dando loro un nuovo contenuto.

http://www.laprospettiva.eu/lorganizzazione-della-scuola-e-della-cultura-gramsci/



"Il piccolo grande Gramsci"
Il piccolo grande Gramsci. Anche da studente di IV elementare, era già lui. di Sandra Amurri
La grafia è quella di un bambino di dieci anni. Il contenuto è quello di un bambino che a dieci anni già parlava agli uomini di domani. Il suo nome è Antonio Gramsci.
Questo è il suo tema di italiano all’esame di quarta elementare: “Se un tuo compagno benestante e molto intelligente ti avesse espresso il proposito di abbandonare gli studi, che cosa gli risponderesti?".
Scuola elementare di Ghilarza, 15 luglio 1903. Non si può che restare colpiti da un maestro che chiede a dei bambini di affrontare un argomento così centrale per una società giusta e uguale: il diritto allo studio che nel 1948 diverrà un diritto sancito dalla Carta costituzionale, oggi così discussa. Ma non solo: lo studio come forma più alta della libertà di un individuo a prescindere dalle sue condizioni economiche.
Non è il denaro, che la modernità ha posto al centro della vita di relazione e neppure lo sfarzo che ne deriva, per il piccolo Gramsci, a garantire un futuro onorato e dignitoso.
IL SOLO strumento per combattere l’ingiustizia sociale è la cultura. La conoscenza, perché chi non conosce non sceglie e chi non sceglie non è una persona capace di esercitare a pieno il suo compito di cittadino attivo.
Più o meno le stesse cose rivendicate dagli studenti scesi in piazza contro la Riforma Gelmini, per una scuola pubblica di tutti e per tutti.
Ma veniamo al tema. Antonio Gramsci si rivolge all’ipotetico amico che chiama Giovanni per fargli sapere: “Quanti ragazzi poveri ti invidiano, loro che avrebbero voglia di studiare, ma a cui Dio non ha dato il necessario, non solo per studiare, ma molte volte, neanche per sfamarsi. Io li vedo dalla mia finestra, con che occhi guardano i ragazzi che passano con la cartella a tracolla, loro che non possono andare che alla scuola serale”.
E lo stupore cresce di fronte alla consapevolezza che il suo compagno di banco Giovanni abbia deciso di non andare più a scuola, lui che è un privilegiato: “Un punto solo mi fa stupire di te; dici che non riprenderai più gli studi, perché ti sono venuti a noia. Come, tu che sei tanto intelligente, che, grazie a Dio, non ti manca il necessario, tu vuoi abbandonare gli studi? Dici a
me di far lo stesso, perché è molto meglio scorrazzare per i campi, andare ai balli e ai pubblici ritrovi, anziché rinchiudersi per quattro ore al giorno in una camera, col maestro che ci predica sempre di studiare perché se no resteremo  zucconi. Ma io, caro amico, non potrò mai abbandonare gli studi che sono la mia unica speranza di vivere onoratamente quando sarò adulto, perché come sai, la mia famiglia non è ricca di beni di fortuna”. E quanta amorevole insistenza nelle sue parole: “Torna agli studi, caro Giovanni, e vi troverai tutti i beni possibili. Chi non studia in gioventù se ne pentirà amaramente nella vecchiaia. Un rovescio di fortuna, una lite perduta, possono portare alla miseria il più ricco degli uomini. Ricordati del signor Francesco; egli era figlio di una famiglia abbastanza ricca; passò una gioventù brillantissima, andava ai teatri, alle bische, e finì per rovinarsi completamente, ed ora fa lo scrivano presso un avvocato che gli da sessanta lire al mese, tanto per vivacchiare.
Questi esempi dovrebbero bastare a farti dissuadere dal tuo proposito”.
INFINE, il saluto, Antonio si rivolge a Giovanni scusandosi per la franchezza del suo dire, dettata dal cuore e dall’affetto: “Non pigliarti a male se ti parlo col cuore alla mano, perché ti voglio bene, e uso dire tutto in faccia, e non
adularti come molti. Addio, saluta i tuoi genitori e ricevi un bacio dal Tuo amico Antonio”.
La fotocopia di questo “tema d’autore” appartiene a Giovanni Cocco, giovane ricercatore dell’Università di Sassari, segretario provinciale del Pdci, che a sua volta l’ha ricevuta da suo padre Agostino, per oltre 20 anni segretario della scuola elementare intitolata ad Antonio Gramsci nel 1985, occasione in cui a tutti i bambini, venne regalato L’albero del riccio. Ma l’originale dove si trova, visto che all’Archivio di Stato di Oristano, dove Agostino Cocco lo aveva inviato assieme a tutti gli altri, non è mai arrivato?
Un giallo che siamo riusciti a risolvere a patto che il nome di chi lo conserva – con la stessa gelosia con cui si ha cura di un tesoro – resti misterioso. L’originale del tema di quarta elementare di Gramsci ce l’ha il figlio della domestica del maestro di Antonio Gramsci, che ha ereditato la sua casa.
NELLA BIBLIOTECA, nascosto tra le pagine di un libro, c’era il tema di quel bambino che a dieci anni dava lezione di latino ai compagni del ginnasio. Una sola volta lo ha prestato alla Casa Museo Gramsci di Ghilarza perché fosse esposto durante un convegno, ma restando di guardia finché non gli è stato restituito.
“È un vecchio compagno, cresciuto come me a pane e Gramsci”, dice Giovanni Cocco “che grazie ad Antonio ha appreso le cose veramente importanti per ognuno di noi, come il senso critico, e ha imparato – per fare un esempio di attualità stretta – che bisogna guardare alla speculazione finanziaria dando priorità alla speculazione mentale”. Eppure in Italia Antonio Gramsci non è così studiato, mentre è il terzo autore più letto a livello planetario dopo Karl Marx e Jean-Jacques Rousseau. Fino a diventare l’autore più studiato nei club neoliberisti americani. Una malattia tutta italiana quella della perdita della memoria, che condanna chi non è padrone della sua storia a non esserlo neppure del suo futuro. (Il Fatto Quotidiano, 12 novembre 2011)
http://zdenekpol.blogspot.it/2011/11/il-piccolo-grande-gramsci.html



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