mercoledì 8 febbraio 2012

Alexander Lowen. Il fallimento ha sempre avuto un effetto positivo su di me, è stato il mio migliore maestro: mi ha costretto a fermarmi e a considerare il mio comportamento autodistruttivo. Mi ha dato la capacità di cominciare da capo con tutta la vitalità e l'entusiasmo che comporta un nuovo inizio. Accettando il fallimento mi sono liberato dalla lotta per superare il senso interiore di fallimento. Accettare il fallimento non è sintomo di rassegnazione, ma di accettazione di sé. Accettare il fallimento libera l'energia legata alla lotta per il successo e l'autoaffermazione, rendendo cosi possibile la crescita.

La chiave della psicoterapia è la comprensione.
Senza di essa nessun approccio o tecnica psicoterapeutica ha senso o è efficace a livello profondo.
Solo con la comprensione si è in grado di offrire un aiuto reale. Tutti i pazienti hanno un bisogno disperato di qualcuno che li capisca. Da bambini non furono capiti dai genitori; non venivano considerati individui con dei sentimenti, non venivano rispettati in quanto esseri umani. Lo psicoterapeuta che non riesce a capire la pena dei suoi pazienti, a sentire la loro paura e a conoscere l'intensità della loro lotta per difendere il proprio equilibrio in una situazione familiare che potrebbe condurre alla pazzia, non è in grado di aiutare efficacemente i pazienti a superare il loro disturbo.
Alexander Lowen



Gli uomini pensano di risolvere tutto con la mente invece di "sentire".
Ma il sentire non ha a che fare con l’intelligenza o con la forza.
Solo lavorando su di sé, sul proprio corpo - grazie al quale l’uomo "sente"
– l’uomo può curarsi e aspirare, come è sacrosanto, a una vita sana, libera, felice.
Ed essere in grado di amare veramente.
Alexander Lowen



Noi esseri umani siamo come gli alberi, radicati al suolo con un'estremità, protesi verso il cielo con l'altra, e tanto più possiamo protenderci quanto più forti sono le nostre radici terrene. Se sradichiamo un albero, le foglie muoiono; se sradichiamo una persona dal suo corpo, la sua spiritualità diventa un'astrazione senza vita.
Alexander Lowen


La persona creativa ha una nuova visione del mondo.
Non cerca di risolvere nuovi problemi con vecchie soluzioni.
Parte dal presupposto di non conoscere le risposte.
Affronta quindi la vita con la meraviglia e la curiosità attenta di un bambino
che non è ancora condizionato nella sua maniera di pensare e di essere.
L’individuo che non ha una personalità rigidamente strutturata
è libero di usare la propria immaginazione nel confronto
con i continui mutamenti delle circostanze della vita.
Alexander Lowen, psicoterapeuta statunitense


Lottando contro il destino ci si avvolge solo più profondamente nelle sue spire. Come un animale preso in una rete, più uno lotta più si lega strettamente. Questo significa che siamo condannati? Siamo condannati solo se lottiamo contro noi stessi.
Alexander Lowen


La separazione nella personalità moderna può anche essere descritta come la perdita di connessione tra l'adulto sofisticato che vive sulla superficie dominata dai processi di pensiero e il bambino sepolto in lui, che prova sentimenti profondi e reca il potenziale per una vita ricca e soddisfacente.
Alexander Lowen (New York, 23 dicembre 1910 – New Canaan, 28 ottobre 2008)



Se potessimo guardare fino in fondo negli occhi degli altri, vi scorgeremmo le loro paure, il loro dolore, la loro tristezza, la loro rabbia: ogni loro sentimento. Ma questi sono sentimenti che le persone non vogliono rivelare. Cerchiamo di nascondere agli altri e a noi stessi le nostre debolezze. 
Credo che il nostro modo di agire sia dettato da un tacito accordo: "io non guardo nel tuo animo se tu no guardi nel mio.” Consideriamo una questione di buona educazione non spingere lo sguardo dietro le maschere altrui. Di conseguenza non vediamo quasi mai la gente. E’ raro che ci si guardi negli occhi quando ci si saluta. Alla domanda “Come va?” rispondiamo meccanicamente “bene grazie”. 
Che differenza dal tradizionale saluto africano “Io ti vedo”.
Alexander Lowen


Il fallimento ha sempre avuto un effetto positivo su di me, è stato il mio migliore maestro: 
mi ha costretto a fermarmi e a considerare il mio comportamento autodistruttivo.
Mi ha dato la capacità di cominciare da capo con tutta la vitalità e l'entusiasmo che comporta un nuovo inizio. Accettando il fallimento mi sono liberato dalla lotta per superare il senso interiore di fallimento. Accettare il fallimento non è sintomo di rassegnazione, ma di accettazione di sé. Accettare il fallimento libera l'energia legata alla lotta per il successo e l'autoaffermazione, rendendo cosi possibile la crescita.
Alexander Lowen, psicoterapeuta statunitense, fondatore dell'Analisi Bioenergetica


In un certo senso, ogni terapia che ha successo si conclude con un fallimento.
Non si raggiunge la propria immagine di perfezione. Il paziente si rende conto che avrà sempre dei difetti. Sa, tuttavia, che la sua crescita non è terminata e che il processo creativo iniziato in terapia è adesso sotto la sua personale responsabilità. Non termina la terapia camminando su una nuvoletta.
Chi lo fa è destinato alla ricaduta. Chi invece rimane con i piedi per terra, ha imparato ad apprezzare la realtà e ha sviluppato un atteggiamento creativo verso i problemi che incontrerà. 
Ha sperimentato la gioia, ma anche il dolore. Se ne va con un senso di auto-realizzazione che comprende il rispetto per la saggezza del suo corpo. ha riguadagnato il suo potenziale creativo.
Alexander Lowen, Il piacere. Un approccio creativo alla vita, 1970



Questa visione alternativa di (non-) fallimento mi piace.
Son sicura che nel mio futuro la utilizzerò tantissimo!
Sul discorso delle lacrime non poteva non venirmi in mente quanto scritto dalla Estés:
"Le lacrime sono un fiume che vi conduce da qualche parte. 
Il pianto crea attorno alla barca un fiume che porta la vostra vita-anima. 
Le lacrime sollevano la vostra barca al di sopra degli scogli, delle secche, 
conducendovi in un posto nuovo, migliore".

Ed infine, interessante anche il discorso della bioenergetica.
Qualche tempo fa avevo letto in un libro sulla meditazione mindfullness un qualcosa del genere. Per sommi capi, veniva spiegato, con un diagramma, come tutto nell'individuo è interdipendente, di come le problematiche mentali o spirituali si riflettono sul corpo e viceversa. E che delle volte, per avere dei giovamenti sul piano mentale, è molto più facile ed efficace agire sulla parte fisica del soggetto.



La vita crea due forze: una tende all'individualità e alla strutturazione, l'altra si dirige alla fusione e all'abbandono di ogni struttura. Queste due forse le possiamo riconoscere nella personalità e nel sesso. La personalità poi è l'espressione della struttura unica del nostro essere;
la sessualità è la forza che porta alla vicinanza, l'identificazione e l'unione con l'altro.
Alexander Lowen. Amore ed Orgasmo


La capacità di sentire ciò che sta accadendo ad un'altra persona, capacità che ho definito empatia, si fonda sul fatto che il nostro corpo entra in risonanza con altri corpi viventi
Alexander Lowen, psicoterapeuta statunitense


"[...]Quando il centro di gravità del corpo scende nelle pelvi e i piedi fungono da supporti energetici, si percepisce il sé incentrato nel basso ventre. L’importanza di avere il proprio centro nel basso ventre è riconosciuta dalla maggior parte degli orientali. I giapponesi, per esempio, hanno una parola, hara, che significa il ventre e anche la qualità specifica di una persona in quanto centrata in tale zona. Il punto esatto, secondo Durkenheim, è 5 cm sotto l’ombelico. Se una persona è centrata in questo punto, di essa si dice che possiede hara, cioè che è equilibrata tanto fisicamente quanto psicologicamente. La persona equilibrata è calma e disinvolta; tutti i suoi movimenti sono esenti da sforzo e tuttavia sono compiuti con destrezza. Durkenheim scrive: “Quando un uomo possiede hara al massimo grado, ha la forza e la precisione necessarie per compiere azioni che altrimenti non gli sarebbero mai possibili, nemmeno con la tecnica più perfezionata, l’attenzione più intensa o la forza di volontà più determinata. Solo ciò che è fatto con hara riesce pienamente”. Le discipline zen del tiro con l’arco, l’arte di disporre i fiori, la cerimonia del tè, intendono aiutare a conseguire hara.[...]"
Alexander e Leslie Lowen


I sentimenti sono la vita del corpo così come i pensieri sono la vita della mente.
I bambini reprimono gran parte delle loro emozioni per adattarsi alle condizioni dell’ambiente familiare. Cominciano col trattenere le espressioni di paura, rabbia, tristezza e di gioia perché pensano che i loro genitori non siano in grado di confrontarsi con questi sentimenti. Di conseguenza diventano sottomessi o ribelli; né l’uno né l’altro di questi due atteggiamenti rappresenta una espressione genuina di sentimento. La ribellione è spesso la copertura di un bisogno, mentre la sottomissione è spesso la negazione della rabbia e della paura.
I sentimenti sorgono come impulsi o movimenti spontanei dal centro vitale dell’individuo. Per reprimere un sentimento bisogna smorzare e limitare la vitalità e motilità del corpo. Così lo sforzo per reprimere un sentimento diminuisce necessariamente tutto il sentire...
I sentimenti sono la vita del corpo così come i pensieri sono la vita della mente.
Alexander Lowen



Credendo di sapere e pensando di far bene, l’uomo si ribella alla natura con una lotta che non può vincere, ma che teme di perdere. Finché lotta, finché nella sua personalità c’è conflitto, non può avere la pace della mente. Dobbiamo renderci conto che la pace della mente è il risultato della nostra armonia con noi stessi e con la natura.
Alexander Lowen





Chi non sa piangere non sa neppure gioire. Il pianto è come la pioggia: a volte dolce, a volte violenta, ma sempre necessaria alla vita della terra. Come il campo senza pioggia inaridisce così la vita senza lacrime diventa un deserto. Lo splendore degli occhi e del viso dopo il pianto è come il cielo dopo la pioggia: pulito, luminoso, fresco, scintillante.. (...)
Alexander Lowen, La spiritualità del corpo


“Poche persone nella nostra cultura sono in grado di piangere in maniera sufficientemente profonda, vale a dire dalla pancia, o abbastanza a lungo da lasciar andare il dolore e liberarsi dalla disperazione. Di solito ci vogliono diversi anni di lavoro sul corpo per ridurne le tensioni croniche e aumentarne l'energia così che la persona possa avere la forza e la capacità […]
Vivere la nostra vita pienamente da esseri umani richiede la capacità di piangere liberamente e profondamente.
Quando i pazienti mi dicono di aver pianto abbastanza, io sottolineo che il pianto è come la pioggia che scende dal cielo a fecondare la terra.
Piangere protegge il cuore. E' l'unico modo per sciogliere il dolore di un cuore spezzato, di un amore perduto.
Portiamo troppa sofferenza nei nostri corpi per abbandonarci al sé. […]
Piangere è il processo di disgelo, decontrazione e apertura alla vita.
Trattenere il respiro è un mezzo per resistere all'abbandono al corpo e alle sue sensazioni; è una resistenza inconscia. […]
Molti esseri umani si concedono di piangere con moderazione, ma un pianto profondo che rinnovi l'anima è per molti un evento fortemente temuto”
Alexander Lowen



A. Lowen descrive una seduta con W. Reich
Nella mia prima seduta con lui, Reich mi fece sdraiare sul lettino con le sole mutande in modo da potermi osservare la rspirazione. L'unica istruzione che mi diede fu di respirare. A me sembrava di farlo, ma dopo una decina di minuti lui mi disse: "Lowen, tu non stai respirando". Gli risposi che lo stavo facendo, altrimenti sarei morto. Ribatté: "Ma il tuo torace è immobile". Allora mi fece mettere una mano sul suo perché sentissi come si contraeva e si dilatava nell'inspirazione. Mi accorsi che il mio torace si muoveva assai meno del suo e decisi di attivarlo in modo che si mettesse in movimento con la respirazione. Lo feci per alcuni minuti respirando con la bocca. Allora Reich mi disse di spalancare gli occhi e nel farlo mi esplose un grido. Lo udii distintamente ma con una sensazione di distacco. Non ero spaventato, ero semplicemente sorpreso. Reich mi disse di non gridare, perché avrei disturbato i vicini e smisi. Ripresi a respirare con la bocca e dopo una decina di minuti Reich mi ripeté di spalancare gli occhi. Caccai un altro grido e sentii lo stesso senso di distacco. Quando uscii dal suo studio capii di avere qualche grosso problema di cui ero completamente inconsapevole. Capii che la respirazione profonda e libera aveva il potere di dare accesso e sfogo ai sentimenti e alle emozioni repressi.
Alexander Lowen, Onorare il corpo, Autobiografia



Non aspettare di essere morto per lasciarti andare. Lasciati andare ora”:
è una battuta di una qualche laica saggezza che ama ripetere Alexander Lowen, il fondatore dell’analisi bioenergetica, un signore nato a New York da una coppia di immigrati ebrei nel 1910. Oggi vive in una villa di campagna del Connecticut ed è stupefacente come continui a curare pazienti e a formare allievi, nonostante i suoi tanti anni: il prossimo dicembre ne avrà novantaquattro. Bioenergetica s’intitola uno dei suoi libri di maggiore successo, uscito in America nel 1975 e da noi per la prima volta vent’anni fa, che ora Feltrinelli ripubblica in un’edizione economica. È un libro che ha già venduto ventimila copie, e del resto anche altri saggi di Lowen – da Il narcisismo a Il linguaggio del corpo, a Amore e orgasmo – hanno conquistato un pubblico di lettori ampio. Un interesse piuttosto insolito per una produzione saggistica, e non solo di natura intellettuale se intanto, anche sul versante clinico, si vanno sempre più diffondendo le tecniche terapeutiche che si rifanno, seppure in forme diverse, ai modelli teorici di Lowen.
Modelli molto distanti dal celebre divano freudiano, da un’impostazione che tradizionalmente privilegia la parola e la tendenza a mentalizzare i conflitti. Qui l’attenzione si sposta e si concentra nettamente sul corpo, sulle sue posture, le tensioni, le rigidità, fino a certi blocchi muscolari che spesso producono malattia. Un corpo che non è vuoto, un puro contenitore, ma un “luogo” capace di esprimere l’identità, anche quella più profonda, di manifestare i segni più vistosi dell’Io come le tracce più sottili dell’Inconscio, non solo la coscienza ma anche la memoria di un passato più o meno felice, più o meno doloroso, in ogni caso mai sepolto una volta per tutte. Lowen è stato allievo di Wilhelm Reich, di un genio per molti versi, ma dalla personalità disturbata se nella parte finale della sua vita identificava sé stesso con un messia e l’energia sessuale con Dio. Quando Reich confidò a Einstein che molta gente lo considerava pazzo: “Davvero non esito a crederlo”, fu la risposta raggelante del padre della relatività che gli voltò le spalle. Famoso e discusso, il pioniere della “rivoluzione sessuale”, tra i discepoli (della seconda generazione) più brillanti di Freud, l’autore di Psicologia di massa del fascismo non meritava comunque di morire a sessant’anni in un carcere, dov’era finito dopo un’invenzione effettivamente pazzesca, la famosa scatola di legno che avrebbe dovuto funzionare come un accumulatore di vigore erotico, una specie di paradiso racchiuso in una cabina. è nell’autunno del ’40 che Lowen s’iscrive a un corso tenuto da Reich sull’analisi del carattere, e più precisamente sul legame tra la tensione muscolare cronica – definita body armor, armatura corporea – e la personalità nevrotica. Sono teorie nuove, eterodosse rispetto all’impalcatura complessiva del pensiero freudiano, e Lowen ne è così affascinato da intraprendere una terapia con Reich che durerà tre anni, dal ’42 al ’45. I rapporti tra i due, mai davvero stretti e mai apertamente conflittuali, non saranno comunque destinati a un lungo idillio intellettuale: mentre Reich si allontana dall’analisi del carattere, preso dai suoi esperimenti sull'”orgone”, Lowen prende le distanze dal suo antico mentore, si laurea in medicina a Ginevra, continua la sua formazione personale e nel 1956 fonda l’International Institute for Bioenergetic Analysis di New York.

Signor Lowen, che cosa deve a Reich?
Gli devo molto. È stato il mio maestro e il mio terapeuta. Non il solo, ma non sarei dove sono oggi, se non ci fosse stato lui. Alla fine della sua vita, non ci stava più tanto con la testa, su questo non c’è dubbio. Ma succede ai geni, e secondo me anche oggi ci vorrebbe un pazzo per vedere la follia della nostra cultura.

Direbbe che l’analisi bioenergetica sia stata il frutto del suo lavoro con Reich?
Reich rimane il punto di partenza, ma fondamentalmente la mia terapia è stato un viaggio di autoscoperta: ho sviluppato l’analisi bioenergetica per applicarla a me stesso prima che ai miei pazienti. In fondo i problemi che avvertivo non erano così diversi da quelli di tanti altri.

Problemi risolti?
Mai del tutto, ma progressivamente mi sono sentito sempre più in pace con me stesso.

Un buon risultato. Ma, per lei, è questo che vuol dire stare bene?
Non proprio, o almeno non solo. Per me, stare bene vuol dire soprattutto avere un senso di vitalità e di allegria nel corpo, sentirsi a proprio agio. Ma per ottenere un risultato del genere, occorre un lavoro molto lungo, e a volte non basta l’intera vita.

La clinica bioenergetica ha la caratteristica di non basarsi esclusivamente sulla parola, ma di coinvolgere il corpo. Lei come risponde ai critici che non considerano “etico” toccare il paziente?
La nostra è una terapia che ha la componente analitica verbale e il lavoro corporeo, e tende ad armonizzarli. Il terapeuta, per certi aspetti, rappresenta il sostituto di un genitore. Si può essere dei bravi genitori se si ha paura di toccare i propri figli? Io non lo credo, ma si può essere pessimi genitori, estremamente distruttivi, se toccare i figli assume connotazioni sessuali. Ecco, il terapeuta che non sa controllare il modo in cui tocca un paziente non dovrebbe mai farlo. Se i pazienti possono fidarsi di te, allora il contatto fisico non è una violazione della fiducia, se invece non possono fidarsi di te, non li toccare!.

Secondo lei, i terapeuti che fanno bioenergetica sono tutti ben formati e qualificati?
Sfortunatamente no, non è così. Uno dei motivi è che ci vuole metà della vita per imparare come si fa la bioenergetica: non sono consentite improvvisazioni. Servono diverse esperienze che si acquisiscono lentamente, innanzitutto con il lavoro davvero interminabile su sé stessi, sui propri problemi. In ogni caso, non potrei mai convincere i miei detrattori, perché in realtà nelle loro critiche proiettano un’ansia profonda, procurata dall’idea stessa del contatto fisico.

Magari non tutti si sentono votati a una teologia del corpo, non crede?
No, credo ci sia soprattutto una resistenza alla dimensione della corporeità. Per quanto mi riguarda, è importante parlare poco, quanto basta per capirsi, e concentrare gli sforzi sugli esercizi fisici, a cominciare dal modo in cui il paziente respira. È fondamentale che lo faccia correttamente, per il rapporto strettissimo che esiste tra le inibizioni psichiche e l’insufficienza delle funzioni respiratorie. Un paziente può raccontarmi la sua storia per anni, parlare a lungo delle sue difficoltà emotive, ma non è detto che comprenda mai quali siano realmente queste sue difficoltà, né che sia io a comprenderle, questo è il punto.

Qualcuno sta male e si presenta nel suo studio. Lei che fa?
Certamente non gli chiedo qual è il suo problema, non subito ad ogni modo. Osservo il suo corpo per capirne l’assetto, se è sano o malato, se è vivo e vibrante oppure no. è questo che faccio, durante la prima seduta. Quando viene da me, il paziente parla, e intanto io lo studio. Cerco di localizzare i suoi problemi guardando i suoi occhi, il viso, le spalle, o anche i piedi, il modo in cui stabiliscono il legame col suolo, con la terra, quella che noi chiamiamo grounding che è la base stessa della vita, come le radici per l’albero.

Ma perché tutta questa diffidenza per la parola, per il Logos che non sarà forse alla base della vita, ma certamente della nostra cultura, e non è poco, non le pare?
La nostra cultura non ci ha reso né più sani né più felici, e comunque se fosse possibile cambiare profondamente le persone con le parole, lo farei senz’altro, ma ho visto che le parole non bastano a trasformare le persone. Se stai male, puoi parlare quanto vuoi, ma è il tuo corpo che dovrà cambiare, con un lavoro che richiede molto, molto tempo. Solo se la tua energia corporea è più viva e forte, allora sì, è possibile un cambiamento.

L’ultima domanda è anche personale, ne faccia quindi l’uso che crede. Da qualche tempo lei ha perso Leslie, la donna che ha sposato a 32 anni, a cui ha dedicato molti dei suoi lavori. Siete sempre stati insieme. Le chiedo: cosa sorregge un essere umano di fronte a un lutto così grave? Insomma, che possiamo fare quando siamo davvero preda del dolore?
Possiamo piangere. Anzi, dobbiamo farlo tutte le volte che avvertiamo un dolore, sia fisico che spirituale, perché altrimenti non ci liberiamo neanche un po’ dall’angoscia, e nulla potrà rendere meno acuto il dolore. L’unico modo immediato che abbiamo per superare gli eventi tragici della vita è piangere, esprimere il sentimento della sofferenza, liberare la tensione che è in noi, aumentando l’energia del nostro corpo. Ma non voglio sfuggire all’aspetto personale della sua domanda: è stato difficilissimo elaborare la perdita di mia moglie, capire che non le avevo dato abbastanza amore e sostegno durante il nostro matrimonio. Il dolore permane, ma nello stesso tempo oggi mi sento più consapevole e riesco a lavorare meglio su di me, sui miei sentimenti.
“la Repubblica”, 31 agosto 2004, Luciana Sica.Intervista ad Alexander Lowen



Non si può cambiare con la mente. 
Si cambia con il corpo. 
Va cambiata l'energia del corpo.
Da dove il corpo ricava energia? Dal respiro e dal cibo.
Ecco l'importanza di respirare correttamente e nutrirsi correttamente.
Senza respiro non c'è energia, senza energia il corpo si contrae, non è pienamente vivo, ed ecco perché poi si ha bisogno di compensare con diversi meccanismi. Si cerca di essere più forti, più veloci, più belli. Ma l'unico modo in cui gli uomini possono imparare è attraverso il sentire, attraverso l'esperienza personale, fisica, concreta. Leggere un libro non basta, non serve a cambiare. Persino la bioenergetica, che pure ho coltivato per tanti anni: da sola non basta, se non si va a fondo, se non si va con l'energia nei propri piedi e nel cuore.
Alexander Lowen


TOGLIERE LA MASCHERA (esercizio di bioenergetica)

* Prendere una posizione in piedi con la schiena eretta e le gambe leggermente flesse .
* Appoggiare i polpastrelli di una mano sulla fronte appena sopra la radice del naso e le sopracciglia .
* Appoggiare trasversalmente la palma dell'altra mano sul dorso del naso e gli zigomi .
*Ora allontanare contemporaneamente le mani in direzione opposta , esercitando una certa pressione sulla pelle del viso .
* Le dita della prima mano scorreranno in alto attraverso la fronte , i capelli , premendo sul cuoio capelluto fino a dietro la testa .
* Allo stesso tempo la seconda mano scorrera' sul naso , la fronte , il mento .
Infine allontanare energeticamente le mani fino all'altezza delle spalle .
* Ripetere l'esercizio per 3 volte .
Immaginando di togliere dal volto uno strato sgradevole esprimendolo anche con una mimica facciale e vocalizzare il suono " uaa " e scuotere le mani come a liberarsi di qualcosa .
Mentre si toglie la maschera inspirare 






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