sabato 4 febbraio 2012

Julio Cortazar, Il gioco del mondo. Quello che tanta gente chiama amare è scegliere una donna e sposarla. La scelgono, te lo giuro, l’ho visto. Come se si potesse scegliere in amore, come se non fosse un raggio che ti spezza le ossa e ti lascia come un palo in mezzo al cortile

La letteratura non è nata per dare risposte ma per fare domande, per inquietare, per aprire l'intelligenza e la sensibilità a nuove prospettive del reale...
Julio Cortázar


E dopo aver fatto tutto quello che fanno, si alzano, si lavano, si mettono il talco, si profumano, si pettinano, si vestono, e così progressivamente tornano a essere ciò che non sono.
Julio Cortàzar


E io pensavo alla cameriera dell’albergo che mi dava consigli per una felce:
«Non la innaffi, metta un piatto pieno d’acqua sotto il vaso, così quando vuol bere, beve, e quando non vuole non beve». E pensavamo a quella cosa incredibile che avevamo letto, che un pesce solo nella vaschetta diventa triste e allora basta mettergli uno specchio e il pesce ridiventa contento».
Julio Cortázar, Il gioco del mondo


Perché così lontani dagli dei? Forse per domandarcelo.
E allora? L’uomo è l’animale che domanda. Il giorno in cui sapremo veramente domandare, ci sarà dialogo. Per ora le domande ci allontanano vertiginosamente dalle risposte. Quale epifania possiamo sperare se stiamo affogando nella libertà più falsa, quella della dialettica giudaicocristiana? Abbiamo bisogno di un Novum Organum di verità, dobbiamo spalancare le finestre e gettare tutto in strada, ma soprattutto dobbiamo gettare la finestra e noi con essa. È la morte, oppure uscire volando. Dobbiamo farlo, ad ogni costo dobbiamo farlo. Avere il coraggio di entrare nel più bello della festa e mettere sulla testa della abbagliante padrona di casa un bel rospo verde, dono della notte, e assistere senza paura alla vendetta dei lacchè.
Julio Cortazar, Il gioco del mondo


E’ un bel pò che non vado a letto con le parole. Continuo a servirmene, come fai tu e come tutti, ma le spazzolo moltissimo prima di mettermele. [...] Fra me e la Maga si alza un canneto di parole, ci separano appena alcune ore e alcuni isolati e già la mia pena si chiama pena, il mio amore si chiama il mio amore… A poco a poco soffrirò sempre di meno e ricorderò sempre di più, ma che cosa è il ricordo se non la lingua dei sentimenti, un dizionario di facce e giorni e profumi che tornano come i verbi e gli aggettivi nella frase, che mascherati vengono prima della cosa in sé, del puro presente, rattristandoci o addestrandoci vicariamente finché l’essere nostro medesimo diventa vicario, la faccia che guarda all’indietro apre grandi gli occhi, la vera faccia si cancella a poco a poco come nelle vecchie fotografie e Giano è di colpo chiunque di noi.
Julio Cortázar, Il Gioco del Mondo


Quel che molta gente definisce amare consiste nello scegliere una donna e sposarla. 
La scelgono, te lo giuro, li ho visti. Come se si potesse scegliere in amore, come se non fosse un fulmine che ti spezza le ossa e ti lascia lungo disteso in mezzo al cortile. Tu dirai che la scelgono perché-la-amano, io invece credo che avvenga tutto all'aicsevor. Beatrice non la si sceglie, Giulietta non la si sceglie. Tu non scegli la pioggia che t’inzupperà le ossa all'uscita di un concerto.
Julio Cortázar, Il Gioco del Mondo



A PROPOSITO della inutilità della virgola, non la pensava così il poeta e scrittore argentino Julio Cortàzar che scrisse: «La virgola è la porta girevole del pensiero». E fece questo esempio:
«Se l'uomo sapesse realmente il valore che ha la donna andrebbe a quattro zampe alla sua ricerca». Se sei donna, certamente metteresti la virgola dopo la parola «donna»; se sei uomo, la metteresti dopo la parola «ha».


Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d’aria.
Non ti danno soltanto l’orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perché è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. Ti regalano – non lo sanno, il terribile è che non lo sanno -, ti regalano un altro frammento fragile e precario di te stesso, qualcosa che è tuo ma che non è il tuo corpo, che devi legare al tuo corpo con il suo cinghino simile a un braccetto disperatamente aggrappato al tuo polso.
Ti regalano la necessità di continuare a caricarlo tutti i giorni, l’obbligo di caricarlo se vuoi che continui ad essere un orologio; ti regalano l’ossessione di controllare l’ora esatta nelle vetrine dei gioiellieri, alla radio, al telefono.
Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi.
Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell’orologio.
Julio Cortázar, Preambolo alle istruzioni per caricare l’orologio, da "Storie di cronopios e di famas"




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