lunedì 10 settembre 2012

Ginzburg. Lessico Famigliare. Si lamentavano a volte, i miei fratelli e mia madre, perché s'annoiavano in quelle villeggiature in montagna, e in quelle case isolate, dove non avevano svaghi, né compagnia. Io, essendo la più piccola, mi divertivo con poco, e la noia delle villeggiature non la sentivo ancora, in quegli anni. - Voialtri - diceva mio padre – vi annoiate perché non avete vita interiore!


Voialtri, - diceva mio padre,
- vi annoiate perché non avete vita interiore.
Natalia Ginzburg


È estinta o si sta estinguendo la stirpe dei padri.
Da tempo orfani, noi generiamo degli orfani,
essendo stati incapaci di diventare noi stessi dei padri.
Natalia Ginzburg


«E io intanto mi disinnamoravo. Ma disinnamorarsi è bruttissimo,
tutti gli uomini ti sembrano scemi, non sai dove si sono ficcati quelli che ti possono amare».
Natalia Ginzburg, Ti ho sposato per allegria


Io, dissi, non ti stacco mai da me.
Ti tengo là, fra le mie cose.
Natalia Ginzburg


Avevo immaginato tutto, con troppa chiarezza. Avevo immaginato te e me, qui, in questa stanza, in questa casa. Avevo immaginato tutto, con una tal precisione, fino ai minimi particolari. E quando si vedono le cose future con tanta chiarezza, come se già stessero succedendo, allora è segno che non devono succedere mai. Perchè sono già successe, in un certo senso, nella nostra testa e non è più consentito provarle davvero.
Dissi: è come in certi giorni che l'aria è troppo chiara, troppo limpida, si vedono i contorni spiccati, netti, precisi, e vuol dire che vien la pioggia.
Natalia Ginzburg, Le voci della sera


Dici che non sei un romantico, - dissi.- E non è vero, sei un romantico, invece. 
Vuoi donne velate, città sconosciute, non famiglie, non parenti. 
Questo vuol dire essere un romantico.
Natalia Ginzburg, Le voci della sera.



Ma gli altri li trovavo straordinari: e anche quando mi parevano imperfetti e non mi piacevano per intiero, vi trovavo però sempre qualche tratto o qualche faccia da portare via e da custodire nel pensiero: qualche faccia, qualche ragazza, o un rapporto fra due persone, o, fra due persone, un breve scambio di parole.
Natalia Ginzburg nella sua “Lettera a Ingmar Bergman” su La Stampa del 29 dicembre 1977.
Si riferisce a tutti i film del regista tranne quelli che non le sono piaciuti:
L'occhio del diavolo, L'ora del lupo e A proposito di tutte queste signore.


“C’erano allora due modi di scrivere, e uno era una semplice enumerazione di fatti, sulle tracce d’una realtà grigia, piovosa, avara, nello schermo d’un paesaggio disadorno e mortificato; l’altro era un mescolarsi ai fatti con violenza e condelirio di lagrime, di sospiri convulsi, di singhiozzi. Nell’un caso e nell’altro, non si sceglievano piú le parole; perché nell’un caso le parole si confondevano nel grigiore, e nell’altro si perdevano nei gemiti e nei singhiozzi. Ma l’errore comune era sempre credere che tutto si potesse transformare in poesia e parole. Ne conseguí un disgusto di poesia e parole, cosí forte che incluse anche la vera poesia e le vere parole, per cui alla fine ognuno tacque, impietrito di noia e di nausea. Era necessario tornare a scegliere le parole, a scrutarle per sentire se erano false o vere, se avevano o no vere radici in noi, o se vaveno soltanto le effimere radici della comune illusione. Era dunque necessario, se uno scriveva, tornare ad assumere il proprio mestiere che aveva, nella generale ubriachezza, dimenticato. E il tempo che seguí fu com eil tempo che segue all’ubriachezza, e che è di nausea, di languore e di tedio; e tutti si sentirono, in un modo o nell’altro, ingannati e traditi: sia quelli che abitavano la realtà, sia quelli che possedevano, o credevano di possedere, i mezzi per raccontarla. Così ciascuno riprese, solo e malcontento, la sua strada.”
[Natalia Ginzburg, 1963]


Un giorno incontriamo la persona giusta.
Restiamo indifferenti, perché non l’abbiamo riconosciuta.
Passeggiamo con la persona giusta per le strade di periferia, prendiamo a poco a poco l’abitudine di passeggiare insieme ogni giorno. Di tanto in tanto, distratti, ci chiediamo se non stiamo forse passeggiando con la persona giusta: ma crediamo piuttosto di no. Siamo troppo tranquilli, la terra e il cielo non sono mutati; i minuti e le ore fluiscono quietamente, senza rintocchi profondi nel nostro cuore. Noi ci siamo sbagliati già tante volte: ci siamo trovati in presenza della persona giusta, e non la era […].
Per settimane e mesi, passiamo i giorni con la persona giusta, senza sapere: solo a volte, quando rimasti soli ripensiamo a questa persona, la curva delle sue labbra, certi suoi gesti inflessioni della voce, nel ripensarli, ci danno piccolo sussurro al cuore: ma non teniamo conto d’un così piccolo, sordo sussulto. La cosa strana, con questa persona, è che ci sentiamo sempre così bene e in pace, con un largo respiro, con la fronte che era stata così aggrottata, torva per tanti anni, d’un tratto distesa; e non siamo mai stanchi di parlare e ascoltare. Ci rendiamo conto che mai abbiamo avuto un rapporto simile a questo con nessun essere umano; tutti gli esseri umani ci apparivano dopo un po’ così inoffensivi, così semplici e piccoli; questa persona, mentre cammina accanto a noi col suo passo diverso dal nostro, col suo severo profilo, possiede una infinita facoltà di farci tutto il bene e tutto il male. Eppure noi siamo infinitamente tranquilli.
Natalia Ginzburg, “I rapporti umani”.

Natalia Ginzburg, Memoria.
(in memoria del marito Leone Ginzburg, letterato, morto per le torture in un carcere fascista).
Gli uomini vanno e vengono per le strade della città.
Comprano libri e giornali, muovono a imprese diverse.
Hanno roseo il viso, le labbra vivide e piene.
Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso,
ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto.
Ma era l'ultima volta. Era il viso consueto,
solo un poco più stanco. E il vestito era quello di sempre.
E le scarpe erano quelle di sempre. E le mani erano quelle
che spezzavano il pane e versavano il vino.
Oggi ancora, nel tempo che passa sollevi il lenzuolo
a guardare il suo viso per l'ultima volta.
Se cammini per strada, nessuno ti è accanto,
se hai paura, nessuno ti prende la mano.
E non è tua la strada, non è tua la città.
Non è tua la città illuminata: la città illuminata è degli altri,
degli uomini che vanno e vengono comprando cibi e giornali.
Puoi affacciarti un poco alla quieta finestra,
a guardare in silenzio il giardino nel buio.
Allora quando piangevi c'era la sua voce serena; e allora quando ridevi c'era il suo riso sommesso.
Ma il cancello che a sera s'apriva resterà chiuso per sempre;
e deserta è la tua giovinezza, spento il fuoco, vuota la casa.
Natalia Ginzburg, Memoria



Non opprimere i figli con l'idea della scuola (di Natalia Ginzburg)
Al rendimento scolastico dei nostri figli, siamo soliti dare un'importanza che è del tutto infondata. E anche questo non è se non rispetto per la piccola virtù del successo. Dovrebbe bastarci che non restassero troppo indietro agli altri, che non si facessero bocciare agli esami; ma noi non ci accontentiamo di questo; vogliamo, da loro, il successo, vogliamo che diano delle soddisfazioni al nostro orgoglio.
Se vanno male a scuola, o semplicemente non così bene come noi pretendiamo, subito innalziamo fra loro e noi la bandiera del malcontento costante; prendiamo con loro il tono di voce imbronciato e piagnucoloso di chi lamenta un'offesa. Allora i nostri figli, tediati, s'allontanano da noi. Oppure li assecondiamo nelle loro proteste contro i maestri che non li hanno capiti, ci atteggiamo, insieme con loro, a vittime d'una ingiustizia. E ogni giorno gli correggiamo i compiti, anzi ci sediamo accanto a loro quando fanno i compiti, studiamo con loro le lezioni.

In verità la scuola dovrebbe essere fin dal principio, per un ragazzo, la prima battaglia da affrontare da solo, senza di noi; fin dal principio dovrebbe esser chiaro che quello è un suo campo di battaglia, dove noi non possiamo dargli che un soccorso del tutto occasionale e illusorio. E se là subisce ingiustizie o viene incompreso, è necessario lasciargli intendere che non c'è nulla di strano, perché nella vita dobbiamo aspettarci d'esser continuamente incompresi e misconosciuti, e di essere vittime d'ingiustizia: e la sola cosa che importa è non commettere ingiustizia noi stessi.

I successi o insuccessi dei nostri figli, noi li dividiamo con loro perché gli vogliamo bene, ma allo stesso modo e in egual misura come essi dividono, a mano a mano che diventano grandi, i nostri successi o insuccessi, le nostre contentezze o preoccupazioni. È falso che essi abbiano il dovere, di fronte a noi, d'esser bravi a scuola e di dare allo studio il meglio del loro ingegno. Il loro dovere di fronte a noi è puramente quello, visto che li abbiamo avviati agli studi, di andare avanti.

Se il meglio del loro ingegno vogliono spenderlo non nella scuola, ma in altra cosa che li appassioni, raccolta di coleotteri o studio della lingua turca, sono fatti loro e non abbiamo nessun diritto di rimproverarli, di mostrarci offesi nell'orgoglio, frustrati d'una soddisfazione.

Se il meglio del loro ingegno non hanno l'aria di volerlo spendere per ora in nulla, e passano le giornate al tavolino masticando una penna, neppure in tal caso abbiamo il diritto di sgridarli molto: chissà, forse quello che a noi sembra ozio è in realtà fantasticheria e riflessione, che, domani, daranno frutti.

Se il meglio delle loro energie e del loro ingegno sembra che lo sprechino, buttati in fondo a un divano a leggere romanzi stupidi, o scatenati in un prato a giocare a football, ancora una volta non possiamo sapere se veramente si tratti di spreco dell'energia e dell'impegno, o se anche questo, domani, in qualche forma che ora ignoriamo, darà frutti. Perché infinite sono le possibilità dello spirito.

Ma non dobbiamo lasciarci prendere, noi, i genitori, dal panico dell'insuccesso. I nostri rimproveri debbono essere come raffiche di vento o di temporale: violenti, ma subito dimenticati; nulla che possa oscurare la natura dei nostri rapporti coi nostri figli, intorbidarne la limpidità e la pace. I nostri figli, noi siamo là per consolarli, se un insuccesso li ha addolorati; siamo là per fargli coraggio, se un insuccesso li ha mortificati. Siamo anche là per fargli abbassare la cresta, se un successo li ha insuperbiti. Siamo per ridurre la scuola nei suoi umili ed angusti confini; nulla che possa ipotecare il futuro; una semplice offerta di strumenti, fra i quali forse è possibile sceglierne uno di cui giovarsi domani.

Quello che deve starci a cuore, nell'educazione, è che nei nostri figli non venga mai meno l'amore per la vita, né oppresso dalla paura di vivere, ma semplicemente in stato d'attesa, intento a preparare se stesso alla propria vocazione. E che cos'è la vocazione di un essere umano, se non la più alta espressione del suo amore per la vita?
Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, pubblicato originariamente su "Nuovi Argomenti" nel 1960




"Sono ebrea (( ... )) Nei confronti degli ebrei di Israele, credo di aver pensato che essi avevano diritti e superiorità sugli arabi. A un certo momento questa mi è sembrata un'idea mostruosa. L'ho strappata e calpestata con furia. Però mi sono accorta che una simile idea mostruosa l'avevo coltivata in me per molti anni come una pianta sul davanzale. Pur avendola strappata e calpestata, non sono perfettamente sicura che non ne restino in me dei brandelli sparsi. Le nostre idee mostruose hanno la virtù di farci capire come è fatto il nostro paesaggio interiore. (( ... ))
Le nostre idee mostruose dovrebbero anche avere la virtù di farci capire come sono fatti i nostri nemici, o quelli che usiamo chiamare i nostri nemici, esse dovrebbero insegnarci a posare gli occhi sugli altri con tolleranza e con estrema attenzione. Dopo che le abbiamo strappate e calpestate, noi dovremmo serbarne memoria e smetterla di pensare a noi stessi come ai figli del bene universale.
Natalia Ginzburg, Gli Ebrei, 1972. Fa parte della raccolta di saggi di Natalia G.: Vita immaginaria. Si trova nel secondo volume dei Meridiani Mondadori, 1987, pagg.643-4.


Consiglio vivamente di leggere o di rileggere: Le piccole virtù (Einaudi 1962).
In questo piccolo libro a mio parere si trovano alcuni dei saggi più belli di Natalia Ginzburg, fra questi ricordo:
Ritratto d'un amico (1957), su Cesare Pavese.
Lui e io (1962), dove lui è il secondo marito Gabriele Baldini, divertente racconto delle rispettive idiosincrasie con conseguenti litigi.
I rapporti umani (1953), dove narra, partendo da sé, "come si svolge la lunga catena dei rapporti umani, la sua lunga parabola necessaria, tutta la lunga strada che ci tocca percorrere per arrivare ad avere un poco di misericordia." (pag.109).
Donatella Donati


"Io sono ebrea. Tutto quello che riguarda gli ebrei, mi sembra sempre che mi coinvolga direttamente.
Sono ebrea solo per parte di padre, ma ho pensato sempre che la mia parte ebraica doveva essere in me più pesante e ingombrante dell'altra parte. Se mi succede di incontrare in qualche luogo una persona che scopro essere ebrea, istintivamente ho la sensazione di avere con essa qualche affinità. Dopo un minuto magari la trovo odiosa, ma permane in me un senso di segreta complicità. Questo è un aspetto della mia natura che trovo strano e che non mi piace affatto, perché è in aperto contrasto con tutto quello che ho sempre pensato nel corso della mia vita, perché ritengo che non esistano fra gli ebrei delle affinità se non estremamente superficiali, perché penso che gli uomini debbano oltrepassare i confini delle loro origini. Questo è ciò che penso, ma quando incontro un ebreo non riesco a reprimere una strana e buia sensazione di connivenza. Quando ho saputo della strage di Monaco, ho pensato che avevano ammazzato ancora una volta quelli del mio sangue. L'ho pensato in mezzo a un mare di altri pensieri, ma l'ho pensato. Nel pensarlo, ho provato disprezzo per me stessa perché era un pensiero da disprezzare. Non credo affatto che gli ebrei abbiano un sangue diverso da quello degli altri. Non credo che esistano divisioni di sangue".
Natalia Ginzburg, Gli Ebrei, 1972. Fa parte della raccolta di saggi di Natalia G.: Vita immaginaria.
Si trova nel secondo volume dei Meridiani Mondadori, 1987, pag. 643


Trovo sempre assi strano che, dopo le elezioni, quasi tutti i giornali dei partiti dichiarino di aver vinto anche quando hanno perso. Se io fossi a capo di un partito, stamperei sul mio giornale, a lettere rosse e immense, la verità. Darei ordine che si scrivesse: 
"Grande sconfitta del nostro partito" quando vi fosse stata una grande sconfitta."
Natalia Ginzburg (1916-1991), Un governo invisibile, 1972, Fa parte della raccolta di 
saggi di Natalia G.: Vita immaginaria. Si trova nel secondo volume dei Meridiani Mondadori, 1987, pag. 634.


"Le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne.
Le donne spesso si vergognano di avere questo guaio, e fingono di non avere guai e di essere energiche e libere, e camminano a passi fermi per le strade con grandi cappelli e bei vestiti e bocche dipinte e un’aria volitiva e sprezzante; ma a me non è mai successo di incontrare una donna senza scoprire dopo un poco in lei qualcosa di dolente e pietoso che non c’è negli uomini, un continuo pericolo di cascare in un gran pozzo oscuro, qualcosa che proviene proprio dal temperamento femminile e forse da una secolare tradizione di soggezione e schiavitù che non sarà tanto facile vincere".
Natalia Ginzburg, Discorso sulle donne


Poiché anch'io, come te e come tutte le donne, ho grande e antica pratica di pozzi: mi accade spesso di cadervi e vi cado proprio di schianto, appunto perché tutti credono che io sia una donna forte e io stessa, quando sono fuori del pozzo, lo credo. Figurati, dunque, se non ho apprezzato ogni parola del tuo scritto. Ma - al contrario di te - io credo che questi pozzi siano la nostra forza. Poiché ogni volta che cadiamo nel pozzo noi scendiamo alle più profonde radici del nostro essere umano, e nel riaffiorare portiamo in noi esperienze tali che ci permettono di comprendere tutto quello che gli uomini - i quali non cadono mai nel pozzo - non comprenderanno mai. È questo il difetto degli uomini, a parer mio: quello di non abbandonarsi mai totalmente, mai lasciarsi cadere nel pozzo. Sicché a volte io penso con affettuosa compassione che essi non abbiano pozzi in cui cadere e quindi non possano mai venire a contatto immediato con la debolezza, i sogni, le malinconie, le aspirazioni, e insomma tutti quei sentimenti che formano e migliorano l'animo umano e che - sebbene inconsapevolmente e per un succedersi di ignorati tranelli - pesano anche sulla vita dell'uomo più conforme al modello virile.
Alba de Céspedes, In risposta a Natalia Ginzburg

"E intanto dovevo andare a scuola, e studiare il greco, il latino, la matematica, la storia, e soffrivo molto e mi sentivo in esilio. Passavo le giornate a scrivere le mie poesie e a ricopiarle nei quaderni, e non studiavo le lezioni e allora mettevo la sveglia alle cinque del mattino. La sveglia suonava ma io non mi svegliavo. Mi svegliavo alle sette, quando non c'era più tempo di studiare e dovevo vestirmi per andare a scuola. Non ero contenta, avevo sempre una paura tremenda e un senso
di disordne e di colpa. Studiavo a scuola, nell'ora di latino la storia, nell'ora di storia il greco, sempre così e non imparavo nulla."
Natalia Ginzburg (1916-1991), Il mio mestiere, 1949, in: Le piccole virtù, 1962 Einaudi pagg. 66-67.



Del senso di colpa, del senso di panico, del silenzio, ciascuno cerca a modo suo di guarire.
Alcuni vanno a fare viaggi. Nell’ansia di veder paesi nuovi, gente diversa, c’è la speranza di lasciare dietro a sé i propri torbidi fantasmi; c’è la segreta speranza di scoprire in qualche punto della terra la persona che potrà parlare con noi. Alcuni s’ubriacano, per dimenticare i propri torbidi fantasmi e parlare. E ci sono poi tutte le cose che si fanno per non dover parlare: alcuni passano le serate addormentati in una sala di proiezioni, con al fianco la donna alla quale, così, non sono tenuti a dover parlare; alcuni imparano a giocare a bridge; alcuni fanno l’amore, che si può fare anche senza parole. Di solito si dice che queste cose si fanno per ingannare il tempo: in verità si fanno per ingannare il silenzio
Natalia Ginzburg, Le piccole virtù



E ci sono poi tutte le cose che si fanno per non dover parlare: alcuni passano le serate addormentati in una sala di proiezioni, con al fianco la donna alla quale, così, non sono tenuti a dover parlare; alcuni imparano a giocare a bridge; alcuni fanno l’amore, che si può fare anche senza parole. Di solito si dice che queste cose si fanno per ingannare il tempo: in verità si fanno per ingannare il silenzio". Natalia Ginzburg, Le piccole virtù



L’Italia è un paese pronto a piegarsi ai peggiori governi.
È un paese dove tutto funziona male, come si sa.
È un paese dove regna il disordine, il cinismo, l’incompetenza, la confusione.
E tuttavia, per le strade, si sente circolare l’intelligenza, come un vivido sangue.
È un’intelligenza che, evidentemente, non serve a nulla.
Essa non è spesa a beneficio di alcuna istituzione che possa migliorare di un poco la condizione umana.
Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, 1962




"Per quanto riguarda l'educazione dei figli, penso che si debbano insegnar loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l'indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l'astuzia, ma la schiettezza e l'amore alla verità; non la diplomazia, ma l'amore al prossimo e l'abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere."
Natalia Ginzburg, Le piccole virtù


"Portavo dentro di me un carico di cose imbalsamate, facce mute e parole di cenere, paesi e voci e gesti che non vibravano, che pesavano morti nel mio cuore.
E poi mi sono nati dei figli e io sul principio quando erano molto piccoli non riuscivo a capire come si facesse a scrivere avendo dei figli. Non capivo come avrei fatto a separarmi da loro per inseguire un tale in un racconto. M'ero messa a disprezzare il mio mestiere. Credevo di dover fare così. [...]
Perché quello che avevo allora per i miei figli era un sentimento che non avevo ancora imparato a dominare. Ma poi ho imparato poco a poco. Non ci ho messo neppure tanto tempo.
Preparavo il sugo di pomodoro e il semolino, ma pensavo intanto a delle cose da scrivere. [...]
Scrivevo nel pomeriggio, quando i miei bambini erano a spasso con una ragazza del paese, scrivevo con avidità e con gioia, ed era un bellissimo autunno e mi sentivo ogni giorno così felice."
Natalia Ginzburg, "Le piccole virtù"


Del senso di colpa, del senso di panico, del silenzio, ciascuno cerca a modo suo di guarire. 
Alcuni vanno a fare viaggi. Nell’ansia di veder paesi nuovi, gente diversa, c’è la speranza di lasciare dietro a sé i propri torbidi fantasmi; c’è la segreta speranza di scoprire in qualche punto della terra la persona che potrà parlare con noi. Alcuni s’ubriacano, per dimenticare i propri torbidi fantasmi e parlare. E ci sono poi tutte le cose che si fanno per non dover parlare: alcuni passano le serate addormentati in una sala di proiezioni, con al fianco la donna alla quale, così, non sono tenuti a dover parlare; alcuni imparano a giocare a bridge; alcuni fanno l’amore, che si può fare anche senza parole. Di solito si dice che queste cose si fanno per ingannare il tempo: in verità si fanno per ingannare il silenzio.
Natalia Ginzburg, "Le piccole virtù"

Abbiamo cominciato a tacere da ragazzi, a tavola, di fronte ai nostri genitori che ci parlavano ancora con quelle vecchie parole sanguinose e pesanti. Noi stavamo zitti. Stavamo zitti per protesta e per sdegno. Stavamo zitti per far capire ai nostri genitori che quelle loro grosse parole non ci servivano più. Noi ne avevamo in serbo delle altre. Stavamo zitti, pieni di fiducia nelle nostre nuove parole. Avremmo speso quelle nostre nuove parole più tardi, con gente che le avrebbe capite. Eravamo ricchi nel nostro silenzio. Adesso ne siamo vergognosi e disperati, e ne sappiamo tutta la miseria. Non ce ne siamo liberati mai più. Quelle grosse parole vecchie, che servivano ai nostri genitori, sono moneta fuori corso e non l'accetta nessuno. E le nuove parole, ci siamo accorti che non hanno valore, non ci si compra nulla. Non servono a stabilire rapporti, sono acquatiche, fredde, infeconde. Non ci servono a scrivere dei libri, non a tenere legata a noi una persona cara, non a salvare un amico.
Natalia Ginzburg, "Le piccole virtù", in: "Silenzio"


Il mezzo più diffuso per liberarsi del silenzio, è andare a farsi psicanalizzare. Parlare incessantemente di se stesso a una persona che ascolta, che è pagata per ascoltare: mettere a nudo le radici del proprio silenzio: sì, questo forse può dare un momentaneo sollievo. Ma il silenzio è universale e profondo. Il silenzio, lo ritroviamo subito appena usciti dalla porta della stanza dove quella persona, pagata per ascoltare, ascoltava. Ci ricaschiamo subito dentro. Allora quel sollievo di un’ora ci sembra superficiale e banale. Il silenzio è sulla terra: che ne guarisca uno solo di noi, per un’ora, non serve alla causa comune. Quando andiamo a farci psicanalizzare, ci dicono che dobbiamo smetterla di odiare così fortemente la nostra stessa persona. Ma per liberarci di questo odio, per liberarci del senso di colpa, del senso di panico, del silenzio, ci viene suggerito di vivere secondo natura, di abbandonarci al nostro istinto, di seguire il nostro puro piacere: di fare della nostra vita una pura scelta. Ma fare della vita una pura scelta non è vivere secondo natura: è vivere contro natura, perchè all’uomo non è dato scegliere sempre: l’uomo non ha scelto l’ora della sua nascita, né il proprio viso, né i propri genitori, né la propria infanzia: l’uomo non sceglie, di solito, l’ora della sua morte. L’uomo non può che accettare il suo proprio destino: e la sola scelta che gli è consentita è la scelta fra il bene e il male, fra il giusto e l’ingiusto, fra la verità e la menzogna. Le cose che ci dicono quelli da cui andiamo a farci psicanalizzare non servono perché non tengono conto della nostra responsabilità morale, della sola scelta che è consentita alla nostra vita.
Natalia Ginzburg, "Le piccole virtù", in: "Silenzio"



Io ho le scarpe rotte e l’amica con la quale vivo in questo momento ha le scarpe rotte anche lei. Stando insieme parliamo spesso di scarpe. Se le parlo del tempo in cui sarò una vecchia scrittrice famosa, lei subito mi chiede: «Che scarpe avrai?» Allora le dico che avrò delle scarpe di camoscio verde, con una gran fibbia d’oro da un lato. Io appartengo a una famiglia dove tutti hanno scarpe solide e sane. Mia madre anzi ha dovuto far fare un armadietto apposta per tenerci le scarpe, tante paia ne aveva. Quando torno fra loro, levano alte grida di sdegno e di dolore alla vista delle mie scarpe. Ma io so che anche con le scarpe rotte si può vivere. Nel periodo tedesco ero sola qui a Roma, e non avevo che un solo paio di scarpe. Se le avessi date al calzolaio avrei dovuto stare due o tre giorni a letto, e questo non mi era possibile. Così continuai a portarle, e per giunta pioveva, le sentivo sfasciarsi lentamente, farsi molli ed informi, e sentivo il freddo del selciato sotto le piante dei piedi. È per questo che anche ora ho sempre le scarpe rotte, perché mi ricordo di quelle e non mi sembrano poi tanto rotte al confronto, e se ho del denaro preferisco spenderlo altrimenti, perché le scarpe non mi appaiono più come qualcosa di molto essenziale. Ero stata viziata dalla vita prima, sempre circondata da un affetto tenero e vigile, ma quell’anno qui a Roma fui sola per la prima volta, e per questo Roma mi è cara, sebbene carica di storia per me, carica di ricordi angosciosi, poche ore dolci. Anche la mia amica ha le scarpe rotte, e per questo stiamo bene insieme. La mia amica non ha nessuno che la rimproveri per le scarpe che porta, ha soltanto un fratello che vive in campagna e gira con degli stivali da cacciatore. Lei e io sappiamo quello che succede quando piove, e le gambe sono nude e bagnate e nelle scarpe entra l’acqua, e allora c’è quel piccolo rumore a ogni passo, quella specie di sciacquettìo. La mia amica ha un viso pallido e maschio, e fuma in un bocchino nero. Quando la vidi per la prima volta, seduta a un tavolo, con gli occhiali cerchiati di tartaruga e il suo viso misterioso e sdegnoso, col bocchino nero fra i denti, pensai che pareva un generale cinese. Allora non lo sapevo che aveva le scarpe rotte. Lo seppi più tardi. Noi ci conosciamo soltanto da pochi mesi, ma è come se fossero tanti anni. La mia amica non ha figli, io invece ho dei figli e per lei questo è strano. Non li ha mai veduti se non in fotografia, perché stanno in provincia con mia madre, e anche questo fra noi è stranissimo, che lei non abbia mai veduto i miei figli. In un certo senso lei non ha problemi, può cedere alla tentazione di buttar la vita ai cani, io invece non posso. I miei figli dunque vivono con mia madre, e non hanno le scarpe rotte finora. Ma come saranno da uomini? Voglio dire: che scarpe avranno da uomini? Quale via sceglieranno per i loro passi? Decideranno di escludere dai loro desideri tutto quel che è piacevole ma non necessario, o affermeranno che ogni cosa è necessaria e che l’uomo ha il diritto di avere ai piedi delle scarpe solide e sane? Con la mia amica discorriamo a lungo di questo, e di come sarà il mondo allora, quando io sarò una vecchia scrittrice famosa, e lei girerà per il mondo con uno zaino in spalla, come un vecchio generale cinese, e i miei figli andranno per la loro strada, con le scarpe sane e solide ai piedi e il passo fermo di chi non rinunzia, o con le scarpe rotte e il passo largo e indolente di chi sa quello che non è necessario. Qualche volta noi combiniamo dei matrimoni fra i miei figli e i figli di suo fratello, quello che gira per la campagna con gli stivali da cacciatore. Discorriamo così fino a notte alta, e beviamo del tè nero e amaro. Abbiamo un materasso e un letto, e ogni sera facciamo a pari e dispari chi di noi due deve dormire nel letto. Al mattino quando ci alziamo, le nostre scarpe rotte ci aspettano sul tappeto. La mia amica qualche volta dice che è stufa di lavorare, e vorrebbe buttar la vita ai cani. Vorrebbe chiudersi in una bettola a bere tutti i suoi risparmi, oppure mettersi a letto e non pensare più a niente, e lasciare che vengano a levarle il gas e la luce, lasciare che tutto vada alla deriva pian piano. Dice che lo farà quando io sarò partita. Perché la nostra vita comune durerà poco, presto io partirò e tornerò da mia madre e dai miei figli, in una casa dove non mi sarà permesso di portare le scarpe rotte. Mia madre si prenderà cura di me, m’impedirà di usare degli spilli invece che dei bottoni, e di scrivere fino a notte alta. E io a mia volta mi prenderò cura dei miei figli, vincendo la tentazione di buttar la vita ai cani. Tornerò ad essere grave e materna, come sempre mi avviene quando sono con loro, una persona diversa da ora, una persona che la mia amica non conosce affatto. Guarderò l’orologio e terrò conto del tempo, vigile ed attenta ad ogni cosa, e baderò che i miei figli abbiano i piedi sempre asciutti e caldi, perché so che così dev’essere se appena è possibile, almeno nell’infanzia. Forse anzi per imparare poi a camminare con le scarpe rotte, è bene avere i piedi asciutti e caldi quando si è bambini.
Natalia Ginzburg, Le scarpe rotte



È MORTO D’ESTATE…NON C’ERA NESSUNO DI NOI. Scelse, per morire, un giorno qualunque di quel torrido agosto; e scelse la stanza d’un albergo nei pressi della stazione: volendo morire, nella città che gli apparteneva, come un forestiero… Andammo, poco tempo dopo la sua morte, in collina. C’erano osterie sulla strada, con pergolati d’uva rosseggiante, giochi di bocce, cataste di biciclette… Guardammo, sulle sponde erbose e sui campi arati, salire la notte di settembre. Eravamo tutti molto amici, e ci conoscevamo da tanti anni; persone che avevano sempre lavorato e pensato insieme. COME SUCCEDE FRA CHI SI VUOL BENE ED È STATO COLPITO DA UNA DISGRAZIA, CERCAVAMO ORA DI VOLERCI PIÙ BENE E DI ACCUDIRCI E PROTEGGERCI L’UNO CON L’ALTRO; PERCHÉ SENTIVAMO CHE LUI, IN QUALCHE SUA MANIERA MISTERIOSA, CI AVEVA SEMPRE ACCUDITI E PROTETTI. ERA PIÙ CHE MAI PRESENTE, SU QUELLA PRODA DELLA COLLINA.
Ritratto d'un amico (1957), Natalia Ginzburg su Cesare Pavese.


Pavese si uccise un'estate che non c'era, a Torino, nessuno di noi. 
Aveva preparato e calcolato le circostanze che riguardavano la sua morte, come uno che prepara e predispone il corso d'una passeggiata o d'una serata. Non amava vi fosse, nelle passeggiate e nelle serate, nulla d'imprevisto o di casuale. Quando andavamo, lui, io, i Balbo e l'editore, a far passeggiate in collina, s'irritava moltissimo se qualcosa deviava il corso da lui predisposto, se qualcuno arrivava tardi all'appuntamento, se cambiavamo all'improvviso il programma, se si aggiungeva a noi una persona imprevista, se una circostanza fortuita ci portava a mangiare, invece che nella trattoria che lui aveva prescelto, nella casa di qualche conoscente incontrato inaspettatamente per strada. L'imprevisto lo metteva a disagio. Non amava esser colto di sorpresa.
Aveva parlato, per anni, di uccidersi.
Nessuno gli credette mai. Quando veniva da me e da Leone mangiando ciliege, e i tedeschi prendevano la Francia, già allora ne parlava. Non per la Francia, non per i tedeschi, non per la guerra che stava investendo l'Italia. Della guerra aveva paura, ma non abbastanza per uccidersi a motivo della guerra. Continuò tuttavia ad avere paura della guerra, anche dopo che la guerra era da gran tempo finita: come, del resto, noi tutti. Perché questo ci accadde, che appena finita la guerra ricominciammo subito ad aver paura di una nuova guerra, e a pensarci sempre. E lui temeva una nuova guerra più di tutti noi. E in lui la paura era più grande che in noi: era in lui, la paura, il vortice dell'imprevisto e dell'inconoscibile, che sembrava orrendo alla lucidità del suo pensiero; acque buie, vorticose e venefiche sulle rive spoglie della sua vita.
Non aveva, in fondo, per uccidersi, alcun motivo reale.
Ma compose insieme più motivi e ne calcolò la somma, con precisione fulminea, e ancora li compose insieme e ancora vide, assentendo col suo sorriso maligno, che il risultato era identico e quindi esatto. Guardò anche oltre la sua vita, nei nostri giorni futuri, guardò come si sarebbe comportata la gente, nei confronti dei suoi libri e della sua memoria. Guardò oltre la morte, come quelli che amano la vita e non sanno staccarsene, e pur pensando alla morte vanno immaginando non la morte, ma la vita. Lui tuttavia non amava la vita, e quel suo guardare oltre la sua propria morte non era amore per la vita, ma un pronto calcolo di circostanze, perché nulla, nemmeno dopo morto, potesse coglierlo di sorpresa.
Natalia Ginzburg, Lessico famigliare



Il «Lessico» della famiglia Levi mi ha fatto riconciliare con la mia.
ERO UNA BAMBINA ABBASTANZA TERRIBILE, vivace al punto che MI AVEVANO CUCITO DEI CAMPANELLINI DA GATTO ALLE PANTOFOLE PER POTER SEGUIRE TUTTI I MIEI MOVIMENTI IN CASA. Devo a mia madre i suggerimenti di libri che mi hanno fornito forti ispirazioni comportamentali.
L’inizio, quasi ovviamente, era stato PICCOLE DONNE: muse ispiratrici, prima LA LANGUIDA BETH, che suonava il pianoforte, con passione lei, con svogliatezza io, ma, AL FINE DI POTERLE ASSOMIGLIARE AVEVO MESSO NELLE MIE ESERCITAZIONI UN TANTINO IN PIÙ DI BUONA VOLONTÀ. Avevo trovato poi nella SORELLA JO una affinità molto maggiore, non tanto perché AMAVA SCRIVERE, ma perché ERA PIÙ VIVACE. Stufa di vedermi cincischiare sempre col medesimo libro, mia madre mi propose un giorno IL GIORNALINO DI GIANBURRASCA.
Fu la SCOPERTA DI UN NUOVO MONDO: ABBANDONAI TASTIERE E FAMIGLIE POVERE PER DEDICARMI AGLI SCHERZI, con tale impegno che mio padre mi trascinò, un giorno, al Commissariato di Polizia di zona per costituirmi quale autrice di scherzi per cui «era stata fatta denuncia». Con ogni probabilità, non ho mai approfondito in seguito, era stata una messinscena a cui avevo creduto, ma avevo trovato estremamente gentile e carezzevole, in confronto a quelle sentite in casa mia, la ramanzina del Commissario.
Ero diventata poi un’ADOLESCENTE INETTA E SOGNANTE, SCONTENTA E DISORIENTATA. INSOFFERENTE VERSO LA MIA FAMIGLIA, OSSERVAVO E PARAGONAVO LE FAMIGLIE DELLE MIE COMPAGNE DI SCUOLA, E MI SEMBRAVANO SEMPRE MEGLIO DELLA MIA. Mio padre ci leggeva le NOVELLE DI PIRANDELLO A TAVOLA, io avrei voluto avere la televisione in cucina.
Un giorno mia madre mi lesse alcuni passaggi del libro che la stava appassionando. Era LESSICO FAMIGLIARE DI NATALIA GINZBURG. Fu un colpo di fulmine. Lessi e rilessi, con immenso piacere e interesse, e non finivo mai di stupirmi per le ENORMI AFFINITÀ TRA LA MIA FAMIGLIA E LA SUA.
Una nuova forma di orgoglio, lentamente, come ogni processo evolutivo, aveva incominciato a sostituirsi alla insofferenza e alla vergogna. La frase «Vivevamo sempre, in casa, nell’incubo delle sfuriate di mio padre» era consolatoria, mi faceva accettare con una sorta di buon umore il mio BURBERO PADRE che, ANCHE LUI, TRANCIAVA GIUDIZI, PARLAVA FORTE, ERA SPREZZANTE. Continuavo a rilevare le tantissime analogie, ERA DIVENTATO NORMALE CHE UN PADRE STUDIOSO E SCIENZIATO FOSSE VISSUTO COME DISTANTE DAI MIEI PROBLEMI QUOTIDIANI, che avrei ritrovato perfettamente descritti, sempre da Natalia Ginzburg, nei racconti Infanzia e I baffi bianchi che facevano parte di “MAI DEVI DOMANDARMI”, che lessi poco dopo, seguito da tutti i romanzi di quella che per me era diventata una sorta di mito.
Un entusiasmo collettivo aveva contagiato tutti noi per quel linguaggio, ognuno di noi aveva forse trovato qualche rispondenza in quei personaggi, tanto che adottammo molte di quelle frasi e parole.
Quel lessico, e quelle persone, oltre ad aver portato in casa una nota di allegria, mi avevano riconciliata con la famiglia.
Amando la famiglia Levi, avevo finalmente imparato ad amare anche la mia.
Gianfranca Fra, Lettera al direttore - La Stampa, 24 agosto 2013

http://www.lastampa.it/2013/08/24/cultura/opinioni/lettere-al-direttore/il-lessico-della-famiglia-levi-mi-ha-fatto-riconciliare-con-la-mia-xiisIRXqhqP8R0tbJsMSFI/pagina.html


Noi siamo cinque fratelli.
Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso.
Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti.
Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico”, ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole.
Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio d’una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo.
Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finchè saremo al mondo, ricreandosi e risuscitando nei punti più diversi della terra, quando uno di noi dirà – Egregio signor Lipmann, – e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: – Finitela con questa storia! L’ho sentita già tante di quelle volte! -
Natalia Ginzburg, Lessico famigliare




"Nella mia casa paterna, quand'ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: – Non fate malagrazie! Se inzuppavamo il pane nella salsa, gridava: – Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! non fate potacci!
Sbrodeghezzi e potacci erano, per mio padre, anche i quadri moderni, che non poteva soffrire. Diceva: – Voialtri non sapete stare a tavola! Non siete gente da portare nei loghi! E diceva: – Voialtri che fate tanti sbrodeghezzi, se foste a una table d'hôte in Inghilterra, vi manderebbero subito via."
Natalia Ginzburg, "Lessico famigliare"


LESSICO FAMIGLIARE

«Aveva mia madre quella sua natura cosí lieta, che investiva ed accoglieva ogni cosa, e che di ogni cosa e di ogni persona rievocava il bene e la letizia, e lasciava il dolore e il male nell’ombra, dedicandovi appena, di quando in quando, un breve sospiro.»

«La quotidiana solitudine è l’unico mezzo che noi abbiamo di partecipare alla vita del prossimo, perduto e stretto in una solitudine uguale.»

« Intorno ai comunisti, comunque, mio padre non aveva, a quel tempo, un’opinione ben definita. Nuovi cospiratori, nella generazione dei giovani, non pensava che ce ne fossero; e se avesse sospettato che ce ne potessero essere, gli sarebbero sembrati dei pazzi. Secondo lui non c’era, contro il fascismo, nulla, assolutamente nulla da fare.
Quanto a mia madre, lei aveva un’indole ottimista, e aspettava qualche bel colpo di scena. Aspettava che qualcuno un giorno, in qualche modo, «buttasse giù» Mussolini. Mia madre usciva, la mattina, dicendo: - Vado a vedere se il fascismo è sempre in piedi. Vado a vedere se hanno buttato giù Mussolini -. »

« Vivevano così, in stretta amicizia, dividendosi il poco che avevano, e senza appoggiarsi a nessun gruppo, senza fare progetti per il futuro, perché non c’era nessun futuro possibile; probabilmente sarebbe scoppiata la guerra, e l’avrebbero vinta gli stupidi; perché gli stupidi, Mario diceva, vincevano sempre. »

"Pavese, quella primavera, era solito arrivare da noi mangiando ciliege. Amava le prime ciliege, quelle ancora piccole e acquose, che avevano, lui diceva, «sapore di cielo». Lo vedevamo dalla finestra apparire in fondo alla strada, alto, col suo passo rapido; mangiava ciliege e scagliava i noccioli contro i muri con un tiro secco e fulmineo. La sconfitta della Francia, per me, rimase legata per sempre a quelle sue ciliege, che arrivando ci faceva assaggiare, traendole a una a una di tasca con la mano parsimoniosa e scontrosa. »

« La guerra, noi pensavamo che avrebbe immediatamente rovesciato e capovolto la vita di tutti. Invece per anni molta gente rimase indisturbata nella sua casa, seguitando a fare quello che aveva fatto sempre. Quando ormai ciascuno pensava che in fondo se l’era cavata con poco e non ci sarebbero stati sconvolgimenti di sorta, né case distrutte, né fughe o persecuzioni, di colpo esplosero bombe e mine dovunque e le case crollarono, e le strade furono piene di rovine, di soldati e di profughi. E non c’era più uno che potesse far finta di niente, chiuder gli occhi e tapparsi le orecchie e cacciare la testa sotto al guanciale, non c’era. In Italia fu così la guerra. »

« Era, il dopoguerra, un tempo in cui tutti pensavano d’essere dei poeti, e tutti pensavano d’essere dei politici; tutti s’immaginavano che si potesse e si dovesse anzi far poesia di tutto, dopo tanti anni in cui era sembrato che il mondo fosse ammutolito e pietrificato e la realtà era stata guardata come di là da un vetro, in una vitrea, cristallina e muta immobilità. Romanzieri e poeti avevano, negli anni del fascismo, digiunato, non essendovi intorno molte parole che fosse consentito usare; e i pochi che ancora avevano usato parole le avevano scelte con ogni cura nel magro patrimonio di briciole che ancora restava. Nel tempo del fascismo, i poeti s’erano trovati ad esprimere solo il mondo arido, chiuso e sibillino dei sogni.
Ora c’erano di nuovo molte parole in circolazione, e la realtà di nuovo appariva a portata di mano; perciò quegli antichi digiunatori si diedero a vendemmiarvi con delizia. »
« Balbo, quando smetteva un momento di discutere con quei suoi amici, esponeva a Pavese e a me le sue idee sul nostro modo di scrivere. Pavese lo ascoltava seduto in poltrona, sotto il lume, fumando la pipa, con un sorriso maligno: e di tutte le cose che Balbo gli diceva, lui diceva che già le sapeva da lunghissimo tempo.
Ascoltava, tuttavia, con vivo piacere. Aveva sempre, nei rapporti con noi suoi amici, un fondo ironico, e usava, noi suoi amici, commentarci e conoscerci con ironia; e questa ironia, che era forse tra le cose più belle che aveva, non sapeva mai portarla nelle cose che più gli stavano a cuore, non nei suoi rapporti con le donne di cui s’innamorava, e non nei suoi libri: la portava soltanto nell’amicizia, perché l’amicizia era, in lui, un sentimento naturale e in qualche modo sbadato, era cioè qualcosa a cui non dava un’eccessiva importanza. Nell’amore, e anche nello scrivere, si buttava con tale stato d’animo di febbre e di calcolo, da non saperne mai ridere, e da non esser mai per intero se stesso: e a volte, quando io ora penso a lui, la sua ironia è la cosa di lui che più ricordo e piango, perché non esiste più, non ce n’è ombra nei suoi libri, e non è dato ritrovarla altrove che nel baleno di quel suo maligno sorriso. [...] Della guerra aveva paura, ma non abbastanza per uccidersi a motivo della guerra. Continuò tuttavia ad avere paura della guerra, anche dopo che la guerra era da gran tempo finita: come, del resto, noi tutti. Perché questo ci accadde, che appena finita la guerra ricominciammo subito ad aver paura di una nuova guerra, e a pensarci sempre. E lui temeva una nuova guerra più di tutti noi. E in lui la paura era più grande che in noi: era in lui, la paura, il vortice dell’imprevisto e dell’inconoscibile, che sembrava orrendo alla lucidità del suo pensiero; acque buie, vorticose e venefiche sulle rive spoglie della sua vita.
Non aveva, in fondo, per uccidersi, alcun motivo reale. Ma compose insieme più motivi e ne calcolò la somma, con precisione fulminea, e ancora li compose insieme e ancora vide, assentendo col suo sorriso maligno, che il risultato era identico e quindi esatto. Guardò anche oltre la sua vita, nei nostri giorni futuri, guardò come si sarebbe comportata la gente, nei confronti dei suoi libri e della sua memoria. Guardò oltre la morte, come quelli che amano la vita e non sanno staccarsene, e pur pensando alla morte vanno immaginando non la morte, ma la vita. Lui tuttavia non amava la vita, e quel suo guardare oltre la sua propria morte non era amore per la vita, ma un pronto calcolo di circostanze, perché nulla, nemmeno dopo morto, potesse coglierlo di sorpresa. »
Natalia Ginzburg - Lessico Famigliare - Einaudi , 2010


Premio Strega 1963. "Lessico famigliare" è il libro di Natalia Ginzburg che ha avuto maggiori e più duraturi riflessi nella critica e nei lettori. La chiave di questo straordinario romanzo è delineata già nel titolo. Famigliare, perché racconta la storia di una famiglia ebraica e antifascista, i Levi, a Torino tra gli anni Trenta e i Cinquanta del Novecento. E Lessico perché le strade della memoria passano attraverso il ricordo di frasi, modi di dire, espressioni gergali. Scrive la Ginzburg: "Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all'estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c'incontriamo, possiamo essere, l'uno con l'altro, indifferenti, o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase, una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire 'Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna' o 'De cosa spussa l'acido cloridrico', per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole".
In appendice la Cronistoria di "Lessico famigliare" a cura di Domenico Scarpa e uno scritto di Cesare Garboli. Introduzione di Cesare Sagre.



Voialtri - diceva mio padre - vi annoiate perché non avete vita interiore.
Natalia Ginzburg


Si lamentavano a volte, i miei fratelli e mia madre, perché s'annoiavano in quelle villeggiature in montagna, e in quelle case isolate, dove non avevano svaghi, né compagnia.   Io, essendo la più piccola, mi divertivo con poco, e la noia delle villeggiature non la sentivo ancora, in quegli anni.
- Voialtri - diceva mio padre – vi annoiate perché non avete vita interiore!
                                        Natalia Ginzburg, Lessico Famigliare, Einaudi, 1963

Cosa suscita in me questo brano, come osservazione, riflessione o ricordo?

1)      Personalmente mi ritrovo nel personaggio dei fratelli, forse ciò è negativo in quanto mi rendo conto che in passato anche io mi divertivo con poco, ciò non so se dovuto ad una mancanza di vita interiore o ad una esistenza di questa vita forse non ancora riconosciuta o scoperta.

2)      I bambini sono curiosi e privi di condizionamenti finchè non intervengono i ”grandi”, sono felici con l'essenziale. Tornare bambini è sempre una buona terapia per gli adulti.

3)      Io non ancora conosciuto la noia. Uno di questi giorni mi piacerebbe incontrarla, sarebbe una buona occasione per imparare qualcosa di nuovo.

4)      Nei ricordi non mi evoca granchè, non mi sono mai veramente “annoiato”, se proprio non ho nulla da fare la mente “viaggia” o evade.


5)      Non ritengo che sia l'assenza o l'esistenza di una dimensione (o vita) interiore a discriminare Natalia dai suoi fratelli, la mia esperienza mi suggerisce che si attraversano fasi della propria vita in cui si avverte, quasi a livello epidermico, la necessità di vivere il proprio “io” in uno stato di deserto. Come se ne attraversano altre in cui tutto, e la stessa vita assumono un senso solo se ricevono stimoli dall'esterno. In un caso e nell'altro, si opera a beneficio della propria vita interiore.

6)      Lascia pensare alla necessità che le persone avvertono, indipendentemente dalla vacanza, di ricevere stimoli esterni “per non annoiarsi”, quando la risorsa dovrebbe nascere da noi stessi, da un nostro spessore interiore che ci porta a saper cogliere, a gestire e a capire l'importanza di un momento di interazione costruttiva per noi e per gli altri.

7)      E' necessaria la “prossimità” con gli altri per non annoiarsi? Affatto, si è sempre in buona compagnia con sé e con l'Altro, basta saper riconoscere l'importanza dell'incontro, che sia con un buon libro, con un'opera d'arte o con l'amico di sempre. Incontrare l'Altro per riconoscere se stessi, essergli “vicino” per ascoltarlo e far sì che si riconosca. Cerchiamo un po' di noi sia nella vita interiore che in compagnia. E credo che questo abbia spinto molti di noi ad essere qui.

8)      Non avvertirei alcun problema, amo leggere dipingere, giocare, meditare, ecc; ricarica.

9)      Le villeggiature devono avere un obiettivo: escursioni, arrampicate, sciate, discoteca ecc. Se questo manca  o se le condizioni meteo avverse costringono di stare nel rifugio ...allora sì che è solo noia.

10)  Bisogna cogliere il meglio dalle situazioni che a noi sembrano peggiori...

11)  Conoscendomi, posso dire che è impossibile per me annoiarmi. Ovunque mi trovo ho sempre da fare e il tempo non mi basta mai. Sono sempre alla ricerca di scoprire e di scoprirmi.

12)  La noia, che ho scoperto da adolescente, era uno stato d'animo che rifletteva il vuoto, col tempo ho imparato a osservare il mondo esterno e quello interiore e questo mi ha restituito un posto nel mondo e una consapevolezza di me che sono oggi alla base di ogni rapporto con quelle persone che accettano lo scambio e il mistero.

13)  Io ho vissuto fino a maggiore età in campagna, per villeggiatura, ed era pieno di vita, quindi il tempo volava. E non ero mai annoiato.

14)  Io non mi annoio mai e non penso che chi si annoia non abbia una vita interiore, probabilmente non sa cogliere e gioire per quello che ha.

15)  Io non so se ci si annoia in montagna, in villeggiatura, ma sono sicuro che non mi annoiavo da piccolo. Forse perchè avevo un “mondo” interiore.

16)  Quando si è piccoli, forse l'età della protagonista, se si ha fantasia o creatività si può giocare e quindi non annoiarsi anche con niente, due legni, un pezzo di stoffa, quando si è grandi invece non ci si annoia mai se una persona sogna.

17)  A volte non è necessario avere compagnia per stare bene, ma è sufficiente trovare parecchi interessi di vita e sinceramente starci pure bene, anzi a volte ancora meglio. Quindi sono d'accordo con l'autrice del brano.

18)  Vivere in un posto isolato può essere accettato come momento di riposo e quasi di fuga, se rientra nelle proprie aspettative. Se invece c'è curiosità e attesa di nuovi incontri, può sembrare un'occasione spesa.

19)  L'equilibrio fra vita interiore e esteriore è differentemente realizzabile. Quando esiste questo equilibrio la noia è annullata.

20)  Ci si annoia quando non si ha un equilibrio interiore. Se si rincorre qualcosa perchè possa distrarci, svagarci non ci permette di trovare il nostro io.

21)  Ogni momento della propria esistenza è interessante vivendo l'attimo, anche quando ti rompono le....... perchè cerchi di capire i tuoi limiti, e di tentare di migliorarli.

22)  Mi ricordo che bastava un po' di fantasia e immaginazione, lo svago e il divertimento era assicurato, le bellissime giornate trascorse in campagna, solo ora ricordo quanto erano uniche e irripetibili nella loro semplicità insieme ai miei cugini.

23)  Personalmente, traendo spunto dalla mia esperienza personale, in realtà in quella piccola bambina posso dire che non mi ci ritrovo, ancora non riesco a spiegarmi il perchè o più semplicemente il fatto che non mi andava molto a genio il posto della villeggiatura scelto dai miei parenti, quindi se in realtà si può pensare che essendo più piccoli ci si possa divertire o distrarsi con poco, a me non è successo. Ma leggendo questo piccolo passo, posso dire che provo un po' di “invidia” per quella bambina.

24)  Credo che la continua ricerca di qualcosa di materiale crei un senso continuo di insoddisfazione, mentre qualcosa di interiore potrebbe gratificare maggiormente.

25)  Suscita il ricordo di quando nell'adolescenza mi trovavo nella casa al mare senza la compagnia delle mie amicizie lasciate al paese.

26)  Non trovo la noia a priori negativa, fa bene anche annoiarsi qualche volta, può essere perfino indice di un interesse superiore... Ma condivido che una fervida vita interiore offra pochi momenti di noia . Vorrei annoiarmi un po'!

http://www.socialefecondo.altervista.org/formazione/f_l_verb_1.htm



ora si vuol riempire tutto di frenesia, si corre, si corre, non si bene verso cosa...
il fermarsi può corrispondere anche all'antico otium romano,
un fermare la corsa del treno per stare in sala d'attesa, attesa di noi stessi :)



da piccola accompagnavo spesso mio padre nei suoi giri: dal meccanico, in banca, negli uffici, il tempo di attesa mi ha insegnato ad osservare e ad imparare, perchè lui, con la sua grazia innata, commentava il lavoro e qe azioni che si susseguivano. E' stata una esperienza di vita avvicinarsi così al mondo del lavoro e mio padre devo dire è stato uno strepitoso pedagogista in questo e in altro!
 ..... alla noia è sempre stato dato questo significato "noioso"
.....invece la noia è consapevolezza, riflessività.



Noia?!? Più cresco e più ho la sensazione che il tempo accelera. 
Mi è sempre stato insegnato a gestire bene il mio tempo e adesso mi rendo conto che è davvero una risorsa preziosa, forse l'unica che possediamo davvero.
"Se possiedi il tuo tempo, allora possiedi tutto", delle volte mi ripeto.
Da piccola, nelle lunghe e solitarie giornate estive trascorse in campagna, andavo di tanto in tanto dai miei genitori e dicevo: "mi sembra che il tempo non passa mai!".
E i miei, saggiamente, mi rispondevano "goditelo adesso, perché poi non sarà più così!" e poi mi indicavano qualcosa da osservare o da fare "guarda quella farfallina!", oppure "guarda come gioca il gattino, perché non lo accarezzi un po'?". Ecco, adesso quando riesco a ritagliarmi del tempo, prezioso, in cui "non ho nulla da fare", in realtà qualcosa da fare lo trovo sempre:
pensare, meditare, osservare, pianificare, analizzare, ascoltare.
E poi, quando tutto è potato e sistemato, rilassarsi nel proprio giardino interiore, è davvero una goduria! ...altro che noia!



Delle vacanze scolastiche ho un ricordo strano, perché non potrei dire che mi annoiavo: riuscivo a inventare giochi fantasiosi e avevo un fratello e due sorelle e altri bambini nelle vicinanze che si radunavano per giocare. Accadeva però in estate un mutamento straordinario Gli stessi luoghi dell'inverno e delle altre stagioni assumevano un aspetto fantastico, inusuale. I campi incolti diventavano selvaggi e inesplorati. Gli alberi si facevano custodi di segreti e spiriti. Le case si trasformavano in castelli, antri, prigioni. Con estrema convinzione ogni cosa si tramutava in altro. Anche il tempo perdeva la sua scansione. Era un flusso di luce e colori in cui si correva, ci si nascondeva, ci si arrampicava, si diventava ogni sorta di creature. Quando si ritornava a scuola, tutto questo incantamento si dissolveva. Ritornava, chissà perché, solo nei giorni della neve.





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