venerdì 3 febbraio 2012

Il mondo ha bisogno della scienza, della sua verità, ma come insegna Gadamer esistono anche verità extrametodiche che rimangono celate in discipline come l'arte, di cui abbiamo perso la capacità di riconoscerle, o più semplicemente - aggiungo io - perchè è più facile farne a meno.. ma esse possono rimettere in discussione il tipo di verità fin ora raggiunta, e restituirci il nostro senso nel mondo

CONVERSAZIONI DI FILOSOFIA 

Hans-Georg Gadamer. - Il testo deve parlare attraverso l’interpretazione - 
“Il testo deve parlare attraverso l’interpretazione. Ma nessun testo e nessun libro parlano se non parlano una lingua che raggiunga l’interlocutore. Sicché l’interpretazione, se vuol davvero far parlare il testo, deve trovare il linguaggio giusto. Perciò non può esservi una interpretazione giusta «in sé», proprio perché in ogni interpretazione è in gioco il testo stesso. La vita storica della tradizione consiste proprio in questo bisogno che essa ha di sempre nuove appropriazioni e interpretazioni. Una interpretazione giusta in sé sarebbe un ideale vuoto che misconoscerebbe l’essenza stessa della tradizione. Ogni interpretazione deve adattarsi alla situazione ermeneutica alla quale appartiene. Questo legame con la situazione non significa affatto che la pretesa di giustezza che ogni interpretazione non può non avanzare si dissolva totalmente nell’accidentalità del soggettivo e dell’occasionale. Non si tratta affatto di ricadere nella situazione superata definitivamente dal romanticismo, che ha liberato la problematica ermeneutica da tutti i motivi di occasionalità. L’interpretazione, anche per noi, non è un fatto pedagogico, ma l’attuarsi della comprensione stessa, che si compie pienamente nel suo esplicito articolarsi in parole, e ciò non solo per gli altri ai quali eventualmente l’interprete (ad esempio il predicatore) si rivolge, ma l’interprete stesso. In virtù della linguisticità di ogni interpretazione, ogni interpretazione comporta costitutivamente la possibilità di essere comunicata ad altri. Non può esservi un parlare che non metta in rapporto il parlante con un interlocutore. Ciò vale anche per il processo ermeneutico. Ma questo rapporto non determina l’atto interpretativo della comprensione come un consapevole adattarsi ad una esigenza pedagogica; esso non è nient’altro che il ‹concentrarsi del senso stesso›. Occorre qui ricordare ciò che si è detto a proposito a proposito dell’‹applicatio›, che era stata esclusa dall’ermeneutica e la cui validità ci è sembrato andasse recuperata. Abbiamo visto che comprendere un testo significa sempre applicarlo a noi stessi, e sappiamo che un testo, anche se non può essere compreso in modo diverso, è tuttavia sempre lo stesso testo, che ci si presenta di volta in volta in modo diverso.” HANS-GEORG GADAMER (1900 – 2002), “Verità e metodo” (1960), Bompiani, Milano 1983, a cura, introduzione e trad. di Gianni Vattimo, Parte terza ‘Dall’ermeneutica all’ontologia. Il filo conduttore del linguaggio’, 1. ʻIl linguaggio come mezzo dell’esperienza ermeneutica’, b) ‘La linguisticità come determinazione dell’atto ermeneutico’, pp. 456 – 457. 


Il mondo ha bisogno della scienza, della sua verità, ma come insegna Gadamer esistono anche verità extrametodiche che rimangono celate in discipline come l'arte, di cui abbiamo perso la capacità di riconoscerle, o più semplicemente - aggiungo io - perchè è più facile farne a meno.. ma esse possono rimettere in discussione il tipo di verità fin ora raggiunta, e restituirci il nostro senso nel mondo.




  “ Der Text soll durch die Auslegung zum Sprechen kommen. Kein Text und kein Buch spricht aber, wenn es nicht die Sprache spricht, die den anderen erreicht. So muß die Auslegung die rechte Sprache finden, wenn sie wirklich den Text zur Sprache bringen will. Es kann daher keine richtige Auslegung geben, gerade weil es in jeder um den Text selbst geht. In der Angewiesenheit auf immer neue Aneignung und Auslegung besteht das geschichtliche Leben der Überlieferung. Eine richtige Auslegung wäre ein gedankenloses Ideal, das das Wesen der Überlieferung verkennte. Jede Auslegung hat sich in die hermeneutische Situation zu fügen, der sie zugehört. Situationsgebundenheit bedeutet keineswegs daß sich der Anspruch auf Richtigkeit, den jede Interpretation erheben muß, ins Subjektive oder Okkasionelle auflöste. Wir fallen nicht hinter die romantischen Erkenntnisse zurück, durch die das Problem der Hermeneutik von allen okkasionellen Motiven gereinigt wurde. Auslegen ist auch für uns nicht ein pädagogisches Verhalten, sondern der Vollzug des Verstehens selbst, das sich nicht nur für die anderen, für die man etwas auslegt, sondern ebenso für den Interpreten selbst in der Ausdrücklichkeit sprachlicher Auslegung erst vollendet. Dank der Sprachlichkeit aller Auslegung ist gewiß in aller Auslegung der mögliche Bezug auf andere mit enthalten. Es kann kein Sprechen geben, das nicht den Sprechenden mit dem Angesprochenen zusammenschließt. Das gilt auch für den hermeneutischen Vorgang. Aber dieser Bezug bestimmt nicht in der Weise einer bewußten Anpassung an eine pädagogische Situation den auslegenden Vollzug des Verstehens, sondern dieser Vollzug ist nichts als ‹die Konkretion des Sinnes selbst›. Ich erinnere daran, wie wir das Moment der Applikation, das aus der Hermeneutik ganz verdrängt worden war, erneut zur Geltung gebracht haben. Wir haben gesehen: Einen Text verstehen, heißt immer schon, ihn auf uns selbst anwenden. Wissen, daß ein Text, auch wenn er immer anders verstanden werden muß, doch derselbe Text ist, der sich uns jeweils anders darstellt.” HANS-GEORG GADAMER, “Wahrheit und Methode. Grundzüge einer philosophischen Hermeneutik”, in ID., “Gesammelte Werke”, ʻHermeneutikʼ, Band I, J. C. B. Mohr (Paul Siebeck) Tübingen 1999 (Unveränderte Taschenbuchausgabe 1999, 6. Auflage 1990 durchgesehen, 1. Auflage 1960), Dritter Teil ʻOntologische Wendung der Hermeneutik am Leitfaden der Spracheʼ, 1. ʻSprache als Medium der hermeneutischen Erfahrungʼ, b) ʻSprachlichkeit als Bestimmung des hermeneutischen Vollzugsʼ, S. 401.



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