mercoledì 1 febbraio 2012

Michelstaedter. Il coraggio dell'Impossibile. I bambini» scrive Gustav Meyrink nel romanzo La Casa dell'Alchimista «provengono dal regno dello splendore della Luce - dal regno delle cause prime e delle immagini perenni -, poi scivolano giù, nel regno della "coda del Pavone "... nella terra dei colori, delle fantasie e delle fiabe dai riflessi cangianti; infine, precipitano sulla Terra, gelata da leggi irrigidite e, nella caduta, dimenticano da dove sono venuti. Si rammentano poi, oscuramente, solo del regno della "coda del Pavone"; per questo ascoltano così volentieri le fiabe. Dimenticano infine anche quello; non percepiscono più, non riconoscono più il proprio animo... poiché vengono allevati dai genitori a divenire cadaveri ambulanti

Tutti i progressi della civiltà sono regressi dell'individuo
Ogni progresso nella tecnica istupidisce per quella parte il corpo dell'uomo... 
Così ai nostri giorni sono istupiditi ad esempio i fabbri, che un tempo da un blocco di ferro sapevano a forza di fuoco, di martello e di scalpello foggiare qual si volesse oggetto, che oggi sanno appena adattare e congiungere con le viti pezzi fatti che arrivano dalle fabbriche o dalle fonderie... E al loro posto sono subentrate le masse di tristi e stupidi operai delle fabbriche che non sanno che un gesto, che sono quasi l'ultima leva delle loro macchine.
Carlo Michelstaedter




Eh già.E cosi vale per l'idraulico,il sarto e ogni altro mestiere artigiano. L'unica salvezza è la riscoperta del piacere nel fare che passa dal superare l'assemblare e il subire le angherie dei ritmi alienanti delle fabbriche.


"E se gli uomini non vogliono intenderlo, egli non deve dire: “sono ciechi - io ho dato già tutto”. Niente ha dato finché non ha dato la vicinanza delle cose lontane così che anche i ciechi le vedano. Egli deve sentire in sé l'insufficienza e rispettare in loro quello ch'essi in sé non rispettano, perché dal suo amore attratti essi prendano la persona ch'egli ama in loro: allora i ciechi vedranno".
Carlo Michelstaedter



«I bambini» scrive Gustav Meyrink nel romanzo La Casa dell'Alchimista «provengono dal regno dello splendore della Luce - dal regno delle cause prime e delle immagini perenni -, poi scivolano giù, nel regno della "coda del Pavone "... nella terra dei colori, delle fantasie e delle fiabe dai riflessi cangianti; infine, precipitano sulla Terra, gelata da leggi irrigidite e, nella caduta, dimenticano da dove sono venuti. Si rammentano poi, oscuramente, solo del regno della "coda del Pavone"; per questo ascoltano così volentieri le fiabe. Dimenticano infine anche quello; non percepiscono più, non riconoscono più il proprio animo... poiché vengono allevati dai genitori a divenire cadaveri ambulanti».
Dal regno dello splendore della Luce portiamo con noi, sulla terra, l'anelito verso lo Spirituale, la possibilità stessa di amare e sperimentare l'Ideale. Fantasia e sentimento li riceviamo in dono nel regno della "coda del Pavone".
Veniamo al mondo, esseri angelici, per apprendere a volere, liberi dai Mondi Spirituali, quella Conoscenza che sola ci può rendere liberi.
Naturale, dunque, la spontanea, innata venerazione e fiducia del bambino nei confronti della figura degli adulti, dei genitori. Percezione residua dello Spirituale e anelito d'Ideale sono l'alimento animico del bambino.
Naturale, d'altra parte, anche la progressiva sfiducia, che tutti abbiamo sperimentato ad un certo punto della nostra avventura terrena, non riuscendo a scorgere l'ideale realizzato nel mondo degli uomini.
È la scoperta della menzogna.
È quel primo, arduo crinale che divide due mondi, superato il quale mai si tornerà quelli di prima.
La perdita dello splendore della Luce e l'incapacità di trovare la Verità - della quale si ha una confusa ma potente rappresentazione - realizzata sulla terra, sono la nostra ferita di Anfortas.
Una piaga che non rimargina ed il cui dolore, a volte lancinante, a volte oscuro, rombante malessere, che ci toglie lo stesso piacere di esistere, è compagno fedele quanto indesiderato della nostra vita interiore.
È tale la tragica, misera condizione di questa umanità materialista che, incapace di Conoscenza, stanca di Fede, non sa più ravvisare il Logos nell'uomo, né dispone di autentici esempi di uomini superiori.
Eppure forse mai come in questa epoca essi sono stati indispensabili; mai così fervidamente ed instancabilmente cercati.
Questa ricerca di un lenimento della sofferenza per la ferita che non rimargina ha prodotto - ed il fenomeno si sta facendo sempre più imponente - una folla di maestri, di guru, di idoli e santoni, di miti e mode, da far apparire i nostri ambienti culturali delle vere e proprie corti di miracoli.
Dopo ogni inevitabile delusione, puntuale si riaffaccia la speranza in un nuovo Moloch, che viene nutrito di aneliti e disperato bisogno di certezza.
È destino comune, in particolare delle ultime generazioni, questo incessante creare e distruggere nuove mitologie.
Certamente pochi, forse pochissimi, coloro che si son potuti sottrarre a tale destino.
Tra i pochissimi, sicuramente molti di coloro che, come me, hanno avuto la fortuna - ma fu proprio fortuna e nulla più? - di incontrare, conoscere e riconoscere Massimo Scaligero.
Come per il Buddha furono determinanti i quattro incontri, con il malato, il vecchio, il funerale e l'asceta, e per Parsifal la vista dei cavalieri in armi, così per la maggior parte di coloro che hanno avuto la ventura di conoscerlo, quello con Scaligero non è stato un incontro, ma l'Incontro.
Superfluo parlarne con chi lo conobbe, arduo, talvolta impossibile, con gli altri.
L'Incontro ha spesso luogo dopo la "notte dell'anima".
È esso stesso mistero.
Solo molto tempo dopo, a volte trascorrono degli anni, ci si avvede, gettando uno sguardo al passato, della necessità di quell'evento.
Proprio in quel momento.
È come se l'intera esistenza che precede l'Incontro non fosse altro che una maturazione dell'anima, una preparazione all'avvenimento fondamentale.
Difficile valutare quanto il ricercatore debba al Maestro, di quanto il suo animo sia debitore all'infinita tolleranza, alla smisurata dedizione di un essere come Massimo Scaligero. Di un essere che ha preso su di sé, per lunghi anni, le sofferenze ed i cedimenti dei discepoli, mai stanco di aiutare chiunque a lui si rivolgesse; sempre pronto all'umorismo, alla donazione di sé.
Fino a sacrificare coscientemente ogni istante della propria giornata agli incontri con gli amici, pur necessitando disperatamente di solitudine, onde poter riconquistarsi quelle energie di cui faceva instancabilmente dono agli altri. Sino all'olocausto, al sacrificio della vita stessa.
Rievocandone l'immagine, oggi, a due anni dalla scomparsa, viene fatto di pensare al “coraggio dell'impossibile” di Michelstaedter. «Il coraggio dell'impossibile è la luce che rompe la nebbia, davanti a cui cadono i terrori della morte e il presente diviene vita. Che v'importa di vivere se rinunciate alla vita in ogni presente per la cura del possibile? se siete nel mondo e non siete nel mondo, prendete le cose e non le avete, mangiate e siete affamati, dormite e siete stanchi, amate e vi fate violenza, se siete voi e non siete voi? Dare è fare l'impossibile: dare è avere».
Sarebbe dunque possibile il ribaltamento di una parabola discendente che ci vede dapprima angeli, poi inguaribili sognatori che si trasformano ben presto in adulti cinici e disillusi, per giungere al termine del viaggio già...cadaveri ambulanti?
Possibile ritrovare, celata nell'oscura ed ambigua trama della nostra esistenza terrena, la sacra Coppa che sola è in grado di rimarginare la ferita della nostra incompiutezza?
Possibile ostinarsi a credere, nonostante tutto, che parole come verità, moralità e fraternità nascondano delle realtà e non siano solo dei curiosi retaggi, un po' anacronistici, del regno della coda del Pavone?
Sì, in Massimo e grazie a Massimo è stato ed è possibile.
A tutti coloro che aspirano all'impossibile. Che lo rendono possibile.
Ci ha fatto il dono più grande. Il dono di una coerenza di vita - accanto a quella, mirabile e poetica dei puri ritmi del Pensiero Vivente - sovraumana, che, in quanto tale, può e deve fecondare l'umano.
A tale fecondazione dell'”umano, troppo umano”, ha dedicato la sua esistenza, la sua opera.
Con dedizione infinita.
Per quel che riguarda la coerenza, devo riconoscere di aver sempre nutrito una decisa quanto profonda perplessità nei confronti degli argomenti di chi, di fronte alle debolezze ed agli errori di un determinato personaggio, è solito esclamare: «... d'accordo, ma ciò nulla toglie alla grandezza dell'artista!».
Già, uomo e artista. Ma è dunque proprio vero che la grandezza dell'artista - sia questi filosofo o pittore, musicista o letterato - possa servir da giustificazione ad ogni piccolezza, ad ogni incompiutezza dell'uomo?
Che si possa separare così nettamente opera e vita?
Che l'elevatezza del pensiero e dell'opera del grande non debbano operare una trasmutazione alchemica della sua esistenza, mutando il piombo in oro?

«A che la filosofia, se non per la vita?» si chiedeva Nietzsche.
A che la vita - aggiungerei io - se non per rendere testimonianza della filo-Sophia?
Nella sua accezione letterale di ricerca della conoscenza, s'intende.
Se così non fosse, dovremmo relegare il suicidio di un Weininger, di un Michelstaedter, la stessa follia di Nietzsche, nel regno dello psicopatologico, senza ravvisare in questi esempi il risultato della sovraumana coerenza di chi, alla disperata ricerca di un senso superiore dell'esistenza, non riesce a realizzarne la compiutezza.

Rammento con particolare vivacità una frase, pronunciata da Scaligero nel corso di uno degli incontri settimanali che, nell'arco di nove anni, ebbi la fortuna e l'onore di avere con lui: «In un certo momento della mia esistenza», mi disse, « sentii con chiarezza dentro di me che, o la vita mi svelava il suo significato, oppure per me non era degna di essere vissuta».
Fu una rivelazione. Avevo cercato a lungo, nonostante la giovane età, prima di incontrarlo, nello sguardo e nelle parole di pensatori e sedicenti maestri, un elemento di quella sublime coerenza che tramuta la filo-Sophia in "carne e sangue".
Invano. Negli anni di università, affascinato dalle ardite costruzioni di pensiero, nonché dalla profondità e lucidità di alcuni docenti, alimentai - quasi arrossisco intimamente nel rammentarmene - la segreta convinzione che costoro realizzassero anche nella propria esistenza esteriore ed interiore quella nobile e adamantina coerenza delle loro Weltanschauungen.
Fu arduo e doloroso avvedermi del contrario.
Invero, credere e tendere con tutto l'essere all'Individuo Assoluto non è certo impresa da poco in questa epoca. Né lo è mai stata.
Per questo, oggi più che mai, incontrare chi realizzi l'ideale, ponendo l'individuo illusorio al servizio dell'Individuo Assoluto, non dovrebbe, per colui che sia assetato di Conoscenza, non coincidere con quella che si potrebbe definire la "decisione definitiva".

«O con me o con il mondo» son parole del Christo
Abbia comunque essa luogo prima o poi, sia gioiosa o sofferta, una cosa va rammentata: il morso del Drago non cicatrizza.
IL seme deposto nell'animo di tutti coloro che hanno conosciuto le parole e l'esempio di Massimo Scaligero è destinato a germogliare.
Spesso non subito, certo non senza difficoltà.
Poiché ciò che egli ha sempre preteso da se stesso, lo ha sempre additato agli altri come condizione necessaria: amare la Conoscenza e sperimentare personalmente ogni Verità. Nel campo dell'occultismo non mente solo chi afferma il falso, ma anche colui che riferisce alcunché senza averne sperimentato personalmente la veridicità.
Dalla sua opera, dalla sua autobiografia, ma soprattutto dalla sua avventura terrena risalta luminosamente questo anelito verso il puro Conoscere, questa sua ansia di Verità.
Verità che deve essere incontrata dall'uomo autenticamente libero alla sorgente, dove le acque del pensiero sono trasparenti e luminose: è la Via del Pensiero Vivente, svincolato dai sensi. È la straordinaria possibilità, offerta all'uomo attuale, di realizzare una conoscenza metadialettica, o meglio, predialettica e non partigiana, poiché sperimentata in una zona dove il pensare è ancora intessuto di Spirito.
Il pensiero, grazie al quale il mondo cessa di essere caos e diviene intellegibile, mediante il quale dirigiamo il vascello della nostra esistenza, in virtù del quale possiamo dirci veramente uomini, è l'autentico, grande sconosciuto.
Ne sperimentiamo solo il riflesso, il pensato.
IL suo movimento, la sua sorgente, che è la fucina stessa della nostra individualità, rimangono preclusi al nostro sguardo. La consapevolezza dei reali moventi delle nostre decisioni, così come una genuina autoconoscenza, sono inesorabilmente sottratti alla coscienza ordinaria.
Lo scienziato si muove tra i concetti delle cose e ritiene di muoversi tra le cose. Il pensatore, che riveste il mondo di una impenetrabile quanto soggettiva e arbitraria trama dialettica, degradando così la filosofia a vuoto speculare, non ravvisa nella conoscenza del suo strumento di indagine, il pensiero, l'unica possibile redenzione del filosofare.
IL Pensiero Vivente, autentico ricostitutore del rapporto dell'uomo con il reale, «o è un'esperienza o è un nulla» scrive Scaligero nel suo Dallo Yoga alla Rosacroce.
Né rappresentazione, dunque, né contenuto dialettico.
Condizione privilegiata a cui deve tendere incessantemente chi intenda, sperimentando il pensante e non il pensato, risalire alla scaturigine stessa dell'attività pensante, attingendo in tal modo alle forze spirituali delle quali essa è intessuta.
IL termine esperienza mette in fuga ogni illusione: è condizione, quindi, da raggiungere non grazie a speculazione concettuale o a performance dialettica, ma esclusivamente mediante ascesi interiore.
Le indicazioni per intraprendere il moderno Sentiero della Conoscenza, la cui prima formulazione, all'inizio del secolo, va attribuita a Rudolf Steiner - colui che, nelle operc di Scaligero viene chiamato il "Maestro dei nuovi Tempi" - alla cui figura ed al cui insegnamento, tramite la testimonianza di Giovanni Colazza, si riferisce Massimo Scaligero, sono il contenuto della sua opera.
Non v'è pagina di essa che non rimandi il lettore al suo compito di discepolo, non d'una o d'altra ideologia, ma della Conoscenza.
Così come non v'era incontro o riunione in cui egli non indicasse, sulla base della propria personale esperienza interiore - ed in ciò va ravvisato forse non l'unico, ma certamente il massimo esempio di fedeltà all'autentico senso dell'insegnamento del "Maestro dei nuovi Tempi", che si possa riscontrare tra coloro che ne hanno proseguito l'opera - il giusto atteggiamento da prendere, a livello animico e spirituale, nei confronti degli eventi storici e delle difficoltà del momento.
Conscio del valore insostituibile della libertà e dell'indipendenza interiori, di cui l'uomo attuale necessita, non ha voluto che i numerosi discepoli - o amici, come ci ha sempre chiamato - si dessero organizzazioni esteriori di sorta. Il legame che unisce coloro che servono lo Spirito non può che essere esclusivamente spirituale; ogni sodalizio che si fonid su altre realtà rischia inesorabilmente di pregiudicare l'esito del lavoro.
Questa assoluta indipendenza dall'esteriorità che ne ha sempre contraddistinto l'agire, ha sovente fatto di lui il bersaglio delle ire degli epigoni. Di tale o talaltra via. A prescindere dalla validità del sentiero intrapreso, costoro, per necessità o, peggio, per comodità, sono soliti far consistere la propria evoluzione spirituale nello studio e nell'esegesi di un sempre crescente numero di opere del "Maestro", rinunciando così a pensare di testa propria. A pensare tout-court.
Chi insegna agli uomini la via verso la Libertà non può certo sperare nella comprensione da parte di coloro che troppo amano le proprie catene.
E sono molti.
Scaligero, infatti, non si è limitato ad indicare a chi, assetato di vera conoscenza a lui si è rivolto, una disciplina interiore, una autentica Scienza dello Spirito, ma ha incessantemente ribadito la necessità di pensare a fondo i pensieri e le realtà del presente.
Di comprendere profondamente la Storia, di cui siamo al tempo stesso soggetti ed oggetti.
Liberi da condizionamenti dialettici e di parte.
Abbiamo appreso da lui la Via che, se da un lato ci fa sentire corresponsabili della miseria politica, sociale ed intellettuale dei nostri giorni, ci fornisce dall'altro anche i mezzi per esserne i terapeuti.
L'aver ravvisato - intuendo le cause profonde della contestazione giovanile e del diffuso malcontento sociale - nella reale comprensione della legge karmica l'unico efficace contravveleno al funesto concetto della lotta di classe, è, tra le tante, una delle indicazioni spiritualmente più significative e più gravide di conseguenze per il futuro che siano state fornite all'uomo di quest’epoca.
Tanto più significative e necessarie in quanto concepite da chi ha reso testimonianza, con il proprio sacrificio e la propria infinita dedizione, della volontà di evoluzione di tutto un popolo.
E' l'olocausto di chi, destinato a realizzare la Conoscenza più elevata, per amore e compassione nei confronti dei propri simili, dedica la propria esistenza all'evoluzione spirituale del popolo cui appartiene, delle cui necessità e dei cui aneliti si fa portavoce e garante presso il Mondo Spirituale.
Ma molto si potrebbe ancora scrivere e rievocare della sua figura e delle sue parole.
Senza sfuggire, però, alla drammatica sensazione di inadeguatezza del linguaggio a descrivere ciò che vive nell'animo di chi lo ha avuto come amico e Maestro.
Mi si consenta un'ultima considerazione augurale, a conclusione di queste pagine.
L'auspicio, cioè, che dalla fedeltà di quanti sono stati testimoni del suo lavoro e del suo sacrificio, e dalla sete di libertà di coloro che ancora cercano una Via verso lo Spirituale, possa nascere, in un numero sempre maggiore di uomini, quel coraggio che non è di questo mondo: il coraggio dell'impossibile.
Piero Cammerinesi
IL CORAGGIO DELL’IMPOSSIBILE, AA.VV., Tilopa 1982




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