venerdì 2 marzo 2018

Tullio De Mauro. Ricordo che nel 1976 il linguista Tullio De Mauro, di recente scomparso, aveva fatto una ricerca per vedere quante parole conosceva un ginnasiale: il risultato fu circa 1.600. Ripetuto il sondaggio venti anni dopo, il risultato fu che i ginnasiali del 1996 conoscevano dalle 600 alle 700 parole. Oggi io penso che se la cavino con 300 parole, se non di meno. È un problema? SI, è un grosso problema, perché, come ha evidenziato Heidegger, riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponde una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono condizioni per poter pensare.

Ricordo che nel 1976 il linguista Tullio De Mauro, di recente scomparso, aveva fatto una ricerca per vedere quante parole conosceva un ginnasiale: il risultato fu circa 1.600. Ripetuto il sondaggio venti anni dopo, il risultato fu che i ginnasiali del 1996 conoscevano dalle 600 alle 700 parole
Oggi io penso che se la cavino con 300 parole, se non di meno
È un problema? SI, è un grosso problema, perché, come ha evidenziato Heidegger, riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponde una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono condizioni per poter pensare.
Dal libro: "La parola ai giovani: dialogo con la generazione del nichilismo attivo" di Umberto Galimberti
https://books.google.it/books?id=FSFFDwAAQBAJ&printsec=frontcover&hl=it

Copertina anteriore

U.G. [Umberto Galimberti] La sua lettera distribuisce le colpe dell'incompetenza linguistica dei nostri giovani ai genitori che non hanno mai letto un libro, un racconto, una storia ai loro figli, ai professori che senza passioni si ritengono soddisfatti quando riescono a ottenere in classe un po' di disciplina, e ai politici che al ministero che presiede l'istruzione non hanno mai messo qualcuno che conoscesse davvero la scuola. Il risultato è che i nostri giovani possiedono un vocabolario cosi ridotto da ricorrere a una sola parola, neppure troppo elegante, per esprimere la gamma di lutti i loro sentimenti: dalla gioia al dolore, dalla depressione all'euforia, dall'entusiasmo alla nota. Una sola parola che si incarica di dire lutto.
Ricordo che nel 1976 il linguista Tullio De Mauro, di recente scomparso, aveva fatto una ricerca per vedere quante parole conosceva un ginnasiale: il risultato fu circa 1600. Ripetuto il sondaggio vent'anni dopo, il risultato fu che i ginnasiali del 1996 conoscevano dalle 600 alle 700 parole. Oggi io penso che se la cavino con 300 parole, se non di meno. È un problema? Sì, è un grosso problema perché, come ben ha evidenzialo Heidegger, noi riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri ai quali non corrisponde una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono le condizioni per poter pensare.
Tutto ciò forse è dovuto al fatto che negli ultimi trentanni siamo passati a una fase in cui le cose che sappiamo, dalle più elementari alle più complesse, non le dobbiamo necessariamente al fatto di averle lette da qualche parte, ma semplicemente di averle viste in televisione, al cinema, sullo schermo di un computer, oppure sentite dalla viva voce di qualcuno, dalla radio o da un paio di cuffie applicate alle orecchie e collegate a un iPad. A questo punto sorgono spontanee le domande: come la trasformazione della strumentazione tecnica modifica il nostro modo di pensare? E ancora: quali forme di sapere stiamo perdendo per effetto di questo cambiamento?
Dal libro: "La parola ai giovani: dialogo con la generazione del nichilismo attivo" di Umberto Galimberti
https://books.google.it/books/content?id=FSFFDwAAQBAJ&printsec=frontcover&img=1&zoom=5&edge=curl&imgtk=AFLRE73EE3wh-vxoz6LUywREzXgJU58goh1IzQ2HvWZ1A4P7rfiPavsT3zm30zLcfgN4i3uV7Ys17eGM9-bb6EBCO82F7b5unoRDN_h5reLhGZMawB86lspFIaeYTGgz1WmkFTJart5l

https://books.google.it/books?id=FSFFDwAAQBAJ&printsec=frontcover&hl=it
LA RICERCA SUL LESSICO DEI GINNASIALI NEL 1976 e 1996 E' UNA BOIATA - 
QUESTO E' QUELLO CHE *DAVVERO* DICEVA DE MAURO NEL 2016*:
Le 7500 parole del lessico di base dell’italiano.
Tullio De Mauro ha pubblicato il Nuovo vocabolario di base della lingua italiana, un aggiornamento all’opera del 1980. È un elenco di circa 7500 parole selezionate per uso, frequenza e disponibilità e suddivise in tre categorie:

Vocabolario di base De Mauro 2016
1 – lessico fondamentale 
(FO, circa 2000 parole ad altissima frequenza usate nell’86% dei discorsi e dei testi; 
nell’elenco sono formattate in grassetto);

2 – lessico di alto uso 
(AU, circa 3000 parole di uso frequente che coprono il 6% delle occorrenze; 
sono formattate come testo normale);

3 – lessico di alta disponibilità 
(AD, circa 2000 parole usate solo in alcuni contesti ma comprensibili da tutti i parlanti e percepite come aventi una disponibilità pari o perfino superiore alle parole di maggior uso; 
sono formattate in corsivo).
http://blog.terminologiaetc.it/2016/12/29/vocabolario-base-italiano-demauro/




De Mauro non ha mai detto una simile sciocchezza.




Verissima la tesi di Heidegger e purtroppo anche triste se riportata alla realtà dell'istruzione italiana 
(e non solo). Se pensiamo a quante persone leggono solo sporadicamente, si comprende il dilagare della superficialità a svantaggio delle capacità di analisi e di valutazione differenziata. Ciò che non posso assolutamente condividere sono i 300 vocaboli. Corrispondono a meno dei 400 vocaboli previsti in un corso d'italiano per stranieri di livello A1. Ossia il livello di "sopravvivenza" in un paese straniero. I conti non tornano.


 il "problema" di non prendere per oro colato qualunque cosa si legga.
mi piacerebbe leggere la ricerca di De Mauro, soprattutto per capire come è stata condotta, ma in rete non trovo nessuna traccia, lei per caso saprebbe indicarmi una fonte dove reperire ulteriori informazioni?


700 parole sono da terza elementare c'è qualcosa che non quadra


700 parole sono da asilo nido :) E' una bufala.
Se conti solo le parole davvero base che conoscono anche gli analfabeti 
("cane", "perché", "arrivederci", "camminare" ecc.) arrivi a ben più di 700
Nulla di scientifico, l'idea che "il pensiero è determinato dalla lingua" è un luogo comune abbastanza screditato.

il vocabolario di base della lingua italiana comprende 2000 parole. 
Si alza a 7000 il bagaglio di un parlante colto.


300 si possono conoscere già dai 18 mesi



Premettendo che sono d'accordo con la preoccupazione per il diffuso impoverimento linguistico-espressivo dei giovani, confermo che il repertorio minimo per parlare una lingua è di almeno 2000 parole, e il lessico "passivo" anche di più.



"La lingua strumento del pensiero". Più il linguaggio in nostro possesso è complesso e articolato, maggiore è la capacità di elaborazione delle idee e di risoluzione dei problemi. Apprendere la lingua nei suoi diversi aspetti (morfologia, ortografia, sintassi, lessico) significa diventare persone libere, dotate di spirito critico e creatività.



Come insegnante lo sperimento tutti i giorni: gli studenti della scuola secondaria non conoscono il significato del 50% delle parole che utilizzano. È vero che ci sono vari livelli di conoscenza di una lingua, ma è anche vero che la perdita dei significati comporta la mancata comprensione di ciò che si ascolta e si legge.





Bellissimo articolo.... 
Quando ero all'università di sociologia, il professore ci stava raccontando che in Norvegia, i bambini della classe medio bassa, venivano iscritti negli stessi asili dei bambini di classe più alta. Questo faceva sì che poi i bambini acquisivano lo stesso numero di vocaboli di chi viveva in famiglie più istruite. Ti faccio poi un altro esempio di paesi scandinavi. In queste nazioni non esistono le periferie con degrado sociale... Non esistono i ghetti perché sono concentrati nel centro delle città, sono inglobati nel sistema 😀
Io parto dal presupposto che tutti debbano avere le stesse opportunità. 
È logico che un bambino svantaggiato ha meno strumenti di altri onde per cui, è qui che bisognerebbe agire. Uno svantaggiato al quale vengano dati strumenti adeguati potrebbe avere più successo di chi, al contrario viaggia già con una riserva piena e non fa nulla per potenziarla perché vive di rendita.



Aggiungerei anche l'indispensabile esperienza del mondo che abbiamo intorno e la cultura del "saper fare"... e avremmo l'uomo quasi perfetto 🙂



Fare è una parola non amata nei Licei. Sono convinti che si debba costruire una classe dirigente che non si sia mai sporcata le mani. Al contrario del pensiero anglosassone dove, fra l'altro, il numero dei vocaboli è molto limitato rispetto all'italiano.


L'inglese è, notoriamente, una lingua con un lessico molto più ricco della media, perché ha una doppia origine (germanica e neolatina, attraverso il francese).

Ogni essere ha bisogno di comunicare con i suoi simili, pertanto ha avuto bisogno di avere un codice comune, anche se estremante primitivo. Il bisogno di comunicare è aumentato via via, così sono aumentate le "parole "e la possibilità di pensare.



Il linguaggio è il veicolo attraverso il quale diamo forma ai nostri pensieri e attraverso il quale codifichiamo i pensieri altrui. L'impoverimento lessicale corrisponde dunque, oltre che ad un impoverimento culturale d'insieme, ad una perdita della nostra capacita' di comprendere noi stessi e gli altri. Se non riusciamo ad esprimere le nostre idee, i nostri principi, i nostri sentimenti e a capire quelli altrui, è come se non esistessimo, o comunque non esistiamo nel modo in cui siamo veramente. Le parole, quindi, non sono solo condizioni per poter pensare ma diventano la base per poter ESSERE. "Cogito ergo sum" non è abbastanza. 
Si è o si diventa solo attraverso il dialogo con se stessi e con gli altri.



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