mercoledì 8 febbraio 2012

Platone. Tu guardi le stelle stella mia, ed io vorrei essere il cielo per guardare te con mille occhi…

Di tutte le bestie selvagge, l'ignoranza è la più difficile da trattare.
Platone

Platone (428 -348 AC) in un dialogo con l'amico Carmide dice:
"Non dovresti curare gli occhi senza curare la testa o la testa senza curare il corpo.
Così anche non dovresti curare il corpo senza curare l'anima. Questo è il motivo per cui la cura di molte malattie è sconosciuta ai medici, perché sono ignoranti nei confronti del Tutto che anch'esso dovrebbe essere studiato, dal momento che una parte specifica del corpo non potrà star bene a meno che non stia bene il Tutto".


Platone. Il riso della servetta di Tracia.
“ Socrate: <Si racconta anche di Talète, il quale mentre stava mirando le stelle e aveva gli occhi in su, cadde in un pozzo; e allora una sua servetta di Tracia, spiritosa e graziosa, lo motteggiò dicendogli che le cose del cielo si dava gran pena di conoscerle, ma quelle che aveva davanti e tra i piedi non le vedeva affatto. Questo motto si può ben applicare a tutti coloro che fanno professione di filosofia. Perché il filosofo in verità non solo non si avvede di chi gli è presso, né del vicino di casa che cosa faccia, ma nemmeno, si può dire, se è uomo o altro animale; ma se si tratti invece di ritrovare che cosa l’uomo è, e che cosa alla natura dell’uomo, a differenza dagli altri esseri, conviene fare e patire, egli adopra in codesto ogni suo studio.>”
PLATONE (428/427 – 347 a.C.), “Teeteto”, trad. di Manara Valgimigli, in Platone, “Opere”, Laterza, Bari 1966, 2 voll., vol. I, XXIV, 174a - 174b, p.
310.



“ Σωκράτης
ὥσπερ καὶ Θαλῆν ἀστρονομοῦντα […]καὶ ἄνω βλέποντα, πεσόντα εἰς φρέαρ, Θρᾷττά τις ἐμμελὴς καὶ χαρίεσσα θεραπαινὶς ἀποσκῶψαι λέγεται ὡς τὰ μὲν ἐν οὐρανῷ προθυμοῖτο εἰδέναι, τὰ δ᾽ἔμπροσθεν αὐτοῦ καὶ παρὰ πόδας λανθάνοι αὐτόν. ταὐτὸν δὲ ἀρκεῖ σκῶμμα ἐπὶ πάντας ὅσοι ἐν φιλοσοφίᾳ διάγουσι. τῷ γὰρ ὄντι τὸν τοιοῦτον ὁ μὲν πλησίον καὶ ὁ γείτων λέληθεν, οὐ μόνον ὅτι πράττει, ἀλλ᾽ ὀλίγου καὶ εἰ ἄνθρωπός ἐστιν ἤ τι ἄλλο θρέμμα: τί δέ ποτ᾽ ἐστὶν ἄνθρωπος καὶ τί τῇ τοιαύτῃ φύσει προσήκει διάφορον τῶν ἄλλων ποιεῖν ἢ πάσχειν, ζητεῖ τε καὶ πράγματ᾽ ἔχει διερευνώμενος.”
ΠΛΑΤΩΝΟΣ “Θεαίτητος”, in “Platonis Opera”, ed. John Burnet, Oxford University Press, Oxford 1903, 174 – 174b.

"La conoscenza della Verità non è affatto comunicabile come le altre conoscenze, ma, dopo molte discussioni fatte su questi temi, e dopo una comunanza di vita, improvvisamente, come luce che si accende dallo scoccare di una scintilla, essa nasce dall'anima e da se stessa si alimenta."
Platone


Tu guardi le stelle
stella mia, ed io vorrei
essere il cielo per guardare
te con mille occhi…
Platone


La musica dà un anima all'universo
le ali al pensiero,
uno slancio all'immaginazione,
un fascino alla tristezza,
un impulso alla gaiezza
e la vita a tutte le cose.
Platone


La musica comprende l’insieme delle arti alle quali presiedono le Muse.
Racchiude tutto quello che è necessario all’educazione dello spirito
Platone

La musica è una legge morale, essa da un'anima all'universo, le ali al pensiero, uno slancio all'immaginazione, un fascino alla tristezza, un impulso alla gaiezza e la vita a tutte le cose. Essa è l'essenza di tutte le cose, essa è l'essenza dell'ordine ed eleva ciò che è buono, di cui essa è la forma invisibile, ma tuttavia splendente, appassionata ed eterna.
Platone


Fino a quando noi possediamo il corpo e la nostra anima resta invischiata in un male siffatto, noi non raggiungeremo mai in modo adeguato ciò che ardentemente desideriamo, vale a dire la verità.
Platone

L'anima dell'uomo ha una condanna, che quando per qualcosa prova un piacere o un dolore esagerato, immediatamente si convince che proprio questo oggetto della sua sensazione sia il più terso ed autentico... Proprio in sensazioni come queste l'anima più si avvinghia alla carne. Ogni delizia, ogni tormento è come avessero un chiodo: inchiodano l'anima alla carne, la configgono, la fanno carnale, illusa che sia tutto sincero dalla voce della carne.
Platone, Fedone

'E che altro è questa solenne pulizia, di cui ragioniamo, e ragionammo da tanto tempo, se non il ritirarsi estremo dell'anima dalla carne, l'addestrarsi ad un isolamento sovrano e assoluto dal corpo, in integro dialogo con se stessa, l'abitare in perfetta solitudine, nei limiti umani, oggi e in futuro, slegata, quasi, dalla trappola della carne?'
Platone, "Fedone"

Voglio darvi la dimostrazione logica del perché, lucidamente, sento che un uomo, vissuto nella vera pratica della filosofia, é sereno in punto di morte e ottimista al pensiero che di là, quando sarà morto, otterrà degli stupendi beni.
Platone, "Fedone"

Non si chiama morte il distacco, l'isolarsi dell'anima dal corpo?
Slegare l'anima, dicevamo, è una febbre esclusiva dei filosofi coerenti.
É l'addestramento loro, dei filosofi, la liberazione e l'isolamento dell'anima dalla carne.
Platone, "Fedone"

"Di una persona" riprese Socrate "l'indizio preciso che non era realmente filosofo, ma piuttosto attaccato al corpo, è il vederla sofferente nell'attimo che precede la sua morte."
Platone, "Fedone"

"Non c'è dubbio, Simmia, chi è coerentemente filosofo si attrezza a morire. E la morte è ciò che lo spaventa meno al mondo."
Platone, "Fedone"


Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio,
ma la vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce
Platone

Le brave persone non hanno bisogno di leggi che dicano loro di agire responsabilmente, mentre le cattive persone troveranno un modo per aggirare le leggi.
Platone

Ad un certo punto mi feci l'idea che tutte le città soggiacevano a un cattivo governo, in quanto le loro leggi, senza un intervento straordinario e una buona dose di fortuna, si trovavano in condizioni pressoché disperate. In tal modo, a lode della buona filosofia, fui costretto ad ammettere che solo da essa viene il criterio per discernere il giusto nel suo complesso, sia a livello pubblico che privato. I mali, dunque, non avrebbero mai lasciato l'umanità finché una generazione di filosofi veri e sinceri non fosse assurta alle somme cariche dello Stato, oppure finché la classe dominante negli Stati, per un qualche intervento divino, non si fosse essa stessa votata alla filosofia.
Platone



“Se un operaio o un altro cittadino con la naturale propensione al commercio, esaltato dalla ricchezza, dal numero dei suoi estimatori, o dalla sua forza, decidesse di passare alla classe dei soldati o di salire a quella dei custodi consiglieri, pur non avendone i requisiti, allora, ne sono convinto, anche tu saresti costretto ad ammettere che sarebbe di grave pregiudizio per lo Stato.
Lo scambio dei ruoli e delle professioni fra le classi costituirebbe un danno irreparabile per lo Stato, e non sarebbe errato definirlo un vero attentato.”
Platone, “Repubblica”, IV, 434 A - 434 C
[Paul Klee, “Ad Marginem”, 1930]


Platone, Sempre c’è guerra finché duri il genere umano.
“CLINIA. Credo, ospite, che a nessuno sia difficile capire le nostre cose.
La natura di tutta la regione cretese, voi vedete, non è come quella tessalica, non è pianeggiante. Là così usano di preferenza i cavalli, noi preferiamo correre a piedi. Da noi il suolo è tutto irregolare, si presta di più all’esercizio della corsa. È necessario perciò, in siffatto paese, possedere armi di poco peso e correre senza portare cose pesanti. Mi pare che la levità degli archi e delle frecce risponda perfettamente a questa esigenza. Tutte queste cose da noi ci preparano alla guerra e mi pare che anche tutte le altre le abbia disposte il legislatore a questo scopo. Perché anche i «pasti in comune» li ha forse introdotti vedendo che tutti, quando sono a combattere, da questo stesso fatto sono costretti a mangiare insieme, tutto il periodo della campagna, per ragioni di sicurezza. E così, egli intese, mi pare, condannare la stoltezza dei più, i quali non comprendono che sempre c’è la guerra per tutti gli stati contro tutti gli stati, continuamente, finché duri il genere umano. Se dunque durante la guerra, egli pensava, bisogna mangiare insieme per la sicurezza comune e devono esserci ufficiali e soldati predisposti alla loro vigilanza, ciò deve essere fatto anche in pace e quella che la maggior parte degli uomini chiamano «pace» non è altro che un nome, ma nella realtà delle cose, per forza di natura, c’è sempre una guerra, se pur non dichiarata, di tutti gli stati contro tutti. Analizzando così l’opera del legislatore di Creta, tu forse potrai che egli ordinò tutto il costume per noi in funzione della Guerra, la vita pubblica e quella privata, e che su questo fondamento le leggi che egli affidò alla nostra custodia furono tali, come se nessuna delle altre cose abbia alcun valore per chi in guerra non riesca a prevalere, né ricchezze né occupazioni, e tutto ciò che è dei vinti diventi dei vincitori.”
PLATONE (428/427 – 347 a.C.), “Leggi”, trad. di Attilio Zadro, in ID., “Opere”, Laterza, Bari 1966, 2 voll., vol. II, Libro primo, II., 625c – 626b, pp. 612 – 613.

“ ΚΛΕΙΝΙΑΣ οἶμαι μέν, ὦ ξένε, καὶ παντὶ ῥᾴδιον ὑπολαβεῖν εἶναι τά γε ἡμέτερα. τὴν γὰρ τῆς χώρας πάσης Κρήτης φύσιν ὁρᾶτε ὡς οὐκ ἔστι, καθάπερ ἡ τῶν Θετταλῶν, πεδιάς, διὸ δὴ καὶ τοῖς μὲν ἵπποις ἐκεῖνοι χρῶνται μᾶλλον, δρόμοισιν δὲ ἡμεῖς· ἥδε γὰρ ἀνώμαλος αὖ καὶ πρὸς τὴν τῶν πεζῇ δρόμων ἄσκησιν μᾶλλον σύμμετρος. ἐλαφρὰ δὴ τὰ ὅπλα ἀναγκαῖον ἐν τῷ τοιούτῳ κεκτῆσθαι καὶ μὴ βάρος ἔχοντα θεῖν· τῶν δὴ τόξων καὶ τοξευμάτων ἡ κουφότης ἁρμόττειν δοκεῖ. ταῦτ’ οὖν πρὸς τὸν πόλεμον ἡμῖν ἅπαντα ἐξήρτυται, καὶ πάνθ' ὁ νομοθέτης, ὥς γ' ἐμοὶ φαίνεται, πρὸς τοῦτο βλέπων συνετάττετο· ἐπεὶ καὶ τὰ συσσίτια κινδυνεύει συναγαγεῖν, ὁρῶν ὡς πάντες ὁπόταν στρατεύωνται, τόθ’ ὑπ’ αὐτοῦ τοῦ πράγματος ἀναγκάζονται φυλακῆς αὑτῶν ἕνεκα συσσιτεῖν τοῦτον τὸν χρόνον. ἄνοιαν δή μοι δοκεῖ καταγνῶναι τῶν πολλῶν ὡς οὐ μανθανόντων ὅτι πόλεμος ἀεὶ πᾶσιν διὰ βίου συνεχής ἐστι πρὸς ἁπάσας τὰς πόλεις· εἰ δὴ πολέμου γε ὄντος φυλακῆς ἕνεκα δεῖ συσσιτεῖν καί τινας ἄρχοντας καὶ ἀρχομένους διακεκοσμημένους εἶναι φύλακας αὐτῶν, τοῦτο καὶ ἐν εἰρήνῃ δραστέον. ἣν γὰρ καλοῦσιν οἱ πλεῖστοι τῶν ἀνθρώπων εἰρήνην, τοῦτ’ εἶναι μόνον ὄνομα, τῷ δ’ ἔργῳ πάσαις πρὸς πάσας τὰς πόλεις ἀεὶ πόλεμον ἀκήρυκτον κατὰ φύσιν εἶναι. καὶ σχεδὸν ἀνευρήσεις, οὕτω σκοπῶν, τὸν Κρητῶν νομοθέτην ὡς εἰς τὸν πόλεμον ἅπαντα δημοσίᾳ καὶ ἰδίᾳ τὰ νόμιμα ἡμῖν ἀποβλέπων συνετάξατο, καὶ κατὰ ταῦτα οὕτω φυλάττειν παρέδωκε τοὺς νόμους, ὡς τῶν ἄλλων οὐδενὸς οὐδὲν ὄφελος ὂν οὔτε κτημάτων οὔτ’ ἐπιτηδευμάτων, ἂν μὴ τῷ πολέμῳ ἄρα κρατῇ τις, πάντα δὲ τὰ τῶν νικωμένων ἀγαθὰ τῶν νικώντων γίγνεσθαι.”
ΠΛΑΤΩΝΟΣ “Νόμοι”, in “Platonis opera”, recognovit brevique adnotatione critica instruxit Ioannes Burnett, oxonii e typographeo clarendoniano, M.CM.VI, tomus V, pars I, St. II, I. [625c 9 – 626b 4], pp. 625b – 626a.





Che è questo nuovo genere di cattura? 
Che è questa tirannide? 
Mi tiri con gli occhi e mi trascini contro la mia volontà, come Cariddi inghiottiva i naviganti. Dunque, ci sono rocce di amore e turbini di occhi: chi ne venga catturato anche una sola volta sprofonda. In verità, neppure Cariddi aveva questo potere: quei naufragi avvenivano in tempi precisi e dopo una breve attesa uno si procurava la salvezza, trovando un tronco in mare; invece, chi sprofonda una sola volta in questa distesa non ne esce più.
Filostrato


‎L'amore è una miscela di dolcezza e comprensione.
Platone


L'amore desidera qualcosa di cui ha bisogno ma che non ha ed è quindi mancanza
L'amore è un demone.
Platone

Τυφλοῦται γαρ περί τό φιλούμενον ό φιλων ωστε τα δικαια και τα αγαθά και τα καλά κακως κρίνει […] 
L'amante è cieco riguardo ciò che ama e, perciò, sbagliando giudica del giusto, del buono e del bello
Platone


L’amore è metafora della filosofia perché l’uomo non possiede il sapere, ma si sforza per ottenerlo; può riuscire ad avvicinarvisi, ma non si tratta comunque di una conquista definitiva: il pieno sapere è irraggiungibile.
Platone

La giusta maniera di procedere da sé o di essere condotti da un altro nelle cose d’amore è questa: PRENDENDO LE MOSSE DELLE COSE BELLE DI QUAGGIÙ, AL FINE DI RAGGIUNGERE IL BELLO, SALIRE SEMPRE DI PIÙ, come procedendo per gradini, da un solo corpo bello a due, e da due a tutti i corpi belli, e da tutti i corpi belli alle belle attività umane, e da queste alle belle conoscenze, e dalle conoscenze procedere fino a che non si pervenga a quella conoscenza di null’altro se non del Bello stesso, e così, giungendo al termine, CONOSCERE CIÒ CHE È IL BELLO IN SÉ
 Platone






Platone, in un celebre passo del «Fedone», così descrive il processo psicologico che conduce alla misantropia (cap. XXXIX; traduzione di Nino Marziano, Garzanti, 1975, 1998):
«”Prima di tutto bisogna stare attenti che non ci succeda qualche guaio”.
“E quale?”, domandai.
“Che non diventiamo dei misologi, come certo che diventano misantropi. Non c’è male peggiore che questo di odiare ogni discussione. Misologia e misantropia nascono nello stesso modo. La misantropia nasce quando si è riposta eccessiva fiducia in qualcuno, senza conoscerlo bene, ritenendolo amico leale, sincero, fedele, mentre poi, a poco a poco, si scopre che è malvagio e infido, un essere del tutto diverso. Quando questa esperienza si ripete più volte, specie con quelli che stimavamo più fidati e più amici, si finisce, dopo tante delusioni,con l’odiare tutti e col credere che in nessun uomo  vi sia qualcosa di buono. Non succede così?
“Proprio così”, risposi.
“E non è ingiusto, questo? Non  forse vero che chi si comporta così, evidentemente vive tra gli uomini senza averne nessuna esperienza? Se, infatti, li conoscesse appena, saprebbe che son pochi quelli veramente buoni o completamente malvagi e che per la maggior parte, invece, sono dei mediocri.
“In che senso?”, feci.
“È lo stesso delle cose molto piccole e molto grandi. Credi forse che sia tanto facile trovare un uomo o un cane o un altro essere qualunque  molto grande o molto piccolo o, che so io,  uno molto veloce o molto lento o molto brutto o molto bello o tutto bianco o tutto nero? Non ti sei mai accorto che in tutte le cose gli estremi sono rari mentre gli aspetti intermedi sono frequenti, anzi numerosi?
“Ma certo”, riconobbi io.
“E non credi che se si facesse una gara di malvagità, pochissimi arriverebbero tra i primi?”
“È probabile”, ammisi.
“Altro che”, disse. “Ma su questo punto, non si può fare un parallelo tra le discussioni e gli uomini. Il fatto è che tu hai continuato a discutere ed io ti son venuto dietro. Si può vedervi, invece, una relazione in questo senso, quando uno presta, cioè, troppa fede a una tesi e la ritiene buona senza conoscerla a fondo e poi in un secondo momento gli sembra falsa, a volte anche a ragione, ma a volte a torto, e quando questo gli capita spesso… Tu sai bene che quelli che si perdono in discussioni sul pro e sul contro, finiscono col credersi dei sapientoni e di essere i soli ad avere intuito che niente a questo mondo, e tanto meno le discussioni, è stabile e sicuro e credono che tutto, come nell’Euripo, vada su e giù, senza sosta, senza un momento di tregua.”
“È proprio vero, è così!”, affermai. “Ebbene Fedone”, riprese, “sarebbe una cosa veramente deplorevole se, con tute le tesi vere e sicure che vi sono e vengono riconosciute tali, soltanto per il fatto che ci si imbatte in altre che, pur essendo sempre le stesse, ora ci sembrano vere ora false, si finisse col dare la colpa non a se stessi e alla propria incapacità ma, per la stizza, agli argomenti e si passasse tutta la vita a odiare e maledire ogni discussione privandoci, così, della verità e della conoscenza della realtà.”
“Santo cielo”, esclamai, “sarebbe veramente una brutta cosa.”»

Per Platone, dunque, la misantropia è figlia della delusione; che, a sua volta, è il risultato di un errore di valutazione, o di una serie di errori di valutazione, nei confronti del prossimo.
Il misantropo, egli afferma, è un individuo che si è fidato troppo di amici che ancora non conosceva bene e nei quali ha riversato, incautamente, il tesoro della propria confidenza: scoprendo poi, a sue spese, che essi erano completamente diversi da quel che gli era sembrato, ne è rimasto atrocemente deluso; e, se tale esperienza si è ripetuta più volte, la sua ferita è divenuta immedicabile, recando con sé una disistima e una avversione indiscriminate verso l’intera umanità, come se ogni essere umano non possa essere altro che una creatura malvagia.
Secondo Platone, in tutto questo processo mentale e affettivo vi è un duplice errore, psicologico e filosofico: psicologico, allorché si valuta il prossimo erroneamente e gli si concede una fiducia imprudente e avventata; filosofico, perché da tali amare esperienze, reiterate a causa di una propria incapacità di discernimento, si traggono delle conclusioni troppo drastiche di ordine generale e ci s’immagina che l’intero genere umano sia composto da esseri irrimediabilmente sleali, simulatori e malvagi.
Un ragionamento del tutto analogo, osiamo credere, è ipotizzabile come chiave interpretativa del fenomeno chiamato misoginia: gli uomini che arrivano a nutrire una avversione preconcetta per il sesso femminile altro non sono che degli individui i quali, avendo sofferto più e più delusioni nella loro sfera privata di esperienza affettiva, generalizzano arbitrariamente le caratteristiche della natura femminile e deformano la realtà, vedendo in ogni singola donna un soggetto incapace di lealtà e di bontà, tutto teso a ordire inganni e a preparare colpi bassi nei confronti dell’uomo.
Anche in questo processo, ovviamente, vi è un duplice errore, psicologico e filosofico; anche in esso vi è una incapacità di imparare dai propri sbagli, ad esempio evitando di concedere la propria fiducia in maniera imprudente e di idealizzare eccessivamente l’altra; salvo poi cadere nella esagerazione opposta, quella di denigrare sistematicamente tutte le donne e, quindi, pervenire alla generalizzazione arbitraria di singole esperienze sfortunate, ricavandone delle conclusioni che sorpassano di molto l’ampiezza e la ragionevolezza delle premesse.
Sarebbe come se, dopo aver subito un paio di furti nel paese di X, ne traessimo la conclusione che tutti i suoi abitanti sono dei ladri matricolati, mentre è possibile che noi siamo incappati negli unici due individui disonesti su una intera popolazione di molte migliaia di persone; oppure come se, avendo prenotato una settimana di vacanza nella località di Y e avendo dovuto trascorrerla al chiuso, a causa del maltempo continuo, ne traessimo la conclusione che nella località di Y il maltempo dura trecentosessantacinque giorni l’anno, mentre è possibile che siamo capitati nell’unica settimana di tempo cattivo verificatasi nell’arco dell’intero anno.
Platone ci ricorda che i casi eccezionali sono rari: sono rare le cose grandissime o piccolissime, oppure le cose tutte bianche o tutte nere; la realtà, in linea di massima, è costituita da cose mediocri, nel senso di ordinarie: da persone né completamente stupide, né assolutamente geniali; da animali né giganteschi, né microscopici, bensì di grandezza intermedia; e via dicendo.
Quindi, giudicare che la totalità, o la quasi totalità degli esseri umani, sia costituita da malvagi, è una forzatura dei dati offerti dall’esperienza comune, oltre che dal ragionamento basato sul buon senso; e lo stesso vale allorché ci si immagina che tutte le donne, o quasi tutte, siano perfide, ingannatrici, malevole.
Siamo giunti così alla terza e più interessante domanda: come si esce dalla misantropia e dalla misoginia; come si supera il trauma delle ripetute delusioni e come si fa a riconquistare la fiducia nell’altro, o nell’altra, recuperando un rapporto più equilibrato con  la realtà e rimettendo in circolo le energie affettive che, per paura, abbiamo bloccato in noi stessi, castrando la nostra parte migliore e inibendoci la messa in gioco delle nostre tendenze più generose?
Partiamo da una considerazione preliminare: misantropia e misoginia sono gravissime malattie dell’anima, addirittura mortali: vivere in esse, senza speranza di uscirne, significa trasformare la propria vita in uno squallido e allucinante deserto, popolato da orribili fantasmi sghignazzanti e tormentati da ricordi molesti e da rimpianti amarissimi; uscirne è, pertanto, questione di vita o di morte..
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=40627



Solamente tre dei dialoghi platonici erano disponibili in latino: il Timeo, familiare fin dal IV secolo ed accettato dalla Chiesa che riteneva che il suo racconto cosmologico fosse compatibile con la Genesi, invece il Menone e il Fedone, disponibili dal XII secolo, furono considerati eretici in quanto, il primo, presumeva l'esistenza dell'anima prima della nascita, mentre il secondo appariva negare la resurrezione dei corpi.
"Giorgio Gemisto Pletone. De differentiis" a cura di Neri Moreno





"Giunti all’arte di regnare ed esaminandola a fondo, per vedere se fosse quella a offrire e a produrre la felicità, caduti allora come in un labirinto, mentre credevamo di essere ormai alla fine risultò che eravamo ritornati come all’inizio della ricerca, e avevamo bisogno della stessa cosa che ci occorreva quando avevamo incominciato a cercare."
Platone, Socrate ne "Eutidemo"



COME IL CIBO INFLUENZA IL CORPO, LA MENTE, LA COSCIENZA E LO SPIRITO 
Platone (428 -348 AC) in un dialogo con l’amico Carmide dice: “Non dovresti curare gli occhi senza curare la testa o la testa senza curare il corpo. Così anche non dovresti curare il corpo senza curare l’anima. Questo è il motivo per cui la cura di molte malattie è sconosciuta ai medici, perché sono ignoranti nei confronti del Tutto che anch’esso dovrebbe essere studiato, dal momento che una parte specifica del corpo non potrà star bene a meno che non stia bene il Tutto”.


Il nostro re, che è un dio, affermava che, come non bisogna tentare di guarire gli occhi indipendentemente dalla testa, né la testa indipendentemente dal corpo, così non bisogna neppure tentare di guarire il corpo indipendentemente dall’anima… Tutti i mali e tutti i beni, diceva, provengono al corpo e all’uomo intero dall’anima… E’ questo oggi l’errore degli uomini: che alcuni cercano di essere medici separatamente di una cosa o dell’altra, della saggezza o della salute”.
Platone, Carmide




Jean Rialland: “La medicina che si limita all’intervento farmaceutico senza riformare l’individuo, è un’azione di frode, di oscuramento mentale e di miseria spirituale”. Il fatto che un individuo scelga di alimentarsi con un determinato prodotto indica che la sua mente e la sua coscienza sono al livello evolutivo del cibo cui si sente attratto. L’uomo è ciò che mangia e in base a ciò che mangia pensa, e di conseguenza si comporta. Ciò che entra nel nostro organismo attraverso l’alimentazione, l’acqua, l’aria, il pensiero degli altri, i suoni ecc. costruisce il nostro organismo. Se ciò che forma il nostro corpo è povero di nutrienti, contaminato o impuro anche la mente, la coscienza e lo spirito ne subiranno gli effetti.


Platone. L’occhio e la vista.
“Prima di ogni altro organo [gli dei] fabbricarono gli occhi che portano la luce, e ve li collocarono in siffatto modo: di tutto quel fuoco che non può bruciare, ma produce la mite luce propria d’ogni giorno, fecero in modo che esistesse in un corpo. Il fuoco puro, che sta dentro di noi ed è della stessa natura di questo fuoco del giorno lo fecero scorrere liscio e denso attraverso gli occhi, costringendo tutte le parti, ma specialmente quelle di mezzo, degli occhi, in modo che trattenessero tutto quello ch’era più grasso e lasciassero passare solo quello puro. Quando dunque v’è luce diurna intorno alla corrente del fuoco visuale, allora il simile incontrandosi col simile e unendosi strettamente con esso, costituisce un corpo unico e appropriato nella direzione degli occhi, dove la luce che sopravviene dal di dentro s’urta con quella che s’abbatte dal di fuori. E questo corpo, divenuto tutto sensibile alle stesse impressioni per la somiglianza delle sue parti, se tocca qualche cosa o ne è toccato, ne trasmette i movimenti per tutto il corpo fino all’anima, e produce quella sensazione per cui noi diciamo di vedere. Ma il fuoco visuale si separa dal suo affine dal suo affine, quando questo scompare nella notte: infatti uscendo fuori incontra il dissimile, e si altera e si estingue, né può connaturarsi con l’aria circostante, perché questa non ha più fuoco. Pertanto l’occhio cessa di vedere a anche chiama il sonno. Perché le palpebre, che gli dei hanno fabbricate per conservare la vista, chiudendosi, trattengono dentro la forza del cuore. E questa placa e appiana le agitazioni interiori e, appianate queste, ne deriva la quiete. E quando la quiete è molta, viene un sonno di brevi sogni: ma se persistono agitazioni troppo forti, secondo la loro natura e la parte del corpo dove rimangono, producono di dentro tali e tanti fantasmi ad esse somiglianti che di fuori si ricordano dopo il risveglio. In quanto alla formazione delle immagini negli specchi e a tutti i corpi lucidi e levigati, non è difficile rendersene conto. Perché dalla combinazione reciproca del fuoco interno ed esterno, che ogni volta si riuniscono in uno solo sulla superficie levigata e in molti modi si trasformano, derivano di necessità tutte queste apparenze, perché si compongono insieme sopra una superficie liscia e lucida il fuoco che è intorno alla faccia e quello che esce dagli occhi. E la sinistra pare destra, perché le parti opposte del fuoco visuale toccano le parti opposte del fuoco esteriore contro l’usato modo del contatto: invece la destra pare destra, e la sinistra sinistra, quando il lume mescolandosi cambia il suo posto con quello con cui si mescola. E questo avviene quando, la superficie liscia degli specchi essendo curvata innanzi dalle due parti, la parte destra invia la luce verso la parte sinistra del fuoco visuale, e viceversa. Ma questo stesso specchio, se si gira secondo la lunghezza della faccia, fa sì che ogni cosa sembri rovesciata, perché spinge la parte inferiore verso la parte superiore del raggio visivo, e viceversa la parte superiore verso l’inferiore. Tutte queste sono cause secondarie, di cui dio si serve come di ministre per compiere, quanto si può, l’idea dell’ottimo. Ora, alla più parte degli uomini queste cause non sembrano secondarie, ma cause principali di tutto, perché raffreddano e riscaldano, condensano e dilatano, e operano altri effetti simili: però esse non sono capaci d’avere alcuna ragione o intelligenza verso qualche cosa. Perché di tutti gli esseri quello, che solo può possedere intelligenza, si deve dire che è l’anima. E questa è invisibile, mentre il fuoco e l’acqua e l’aria e la terra sono tutti corpi visibili. Ora bisogna che l’amico dell’intelligenza e della scienza ricerchi prima di tutto le cause della natura ragionevole, e in secondo luogo tutte quelle che si generano da altre che sono mosse e di necessità ne muovono altre. E così bisogna fare anche noi: dobbiamo esporre queste due specie di cause, distinguendo quelle che compiono con intelligenza il bello e il bene e quelle che sprovvedute di ragione operano ogni volta a caso e senz’ordine. E già delle cause ausiliarie degli occhi, come questi abbiano la facoltà, che ora hanno sortito, è stato detto abbastanza: dopo, bisogna dire quale sia la più grande utilità da essi arrecata, per cui dio ce ne ha fatto dono. La vista, a mio parere, è divenuta per noi causa di grandissima utilità, perché nessuno di questi discorsi , che diciamo intorno all’universo, sarebbe stato detto, se non avessimo veduto né gli astri, né il sole, né il cielo. Ora l’osservazione del giorno e della notte, dei mesi e dei periodi degli anni hanno fornito il numero e procurato la nozione del tempo e la ricerca intorno alla natura dell’universo. Di qui abbiamo acquistato il genere della filosofia, della quale non venne nessun bene maggiore, né mai verrà, al genere mortale, come dono largito dagli dèi. Io dico che questo è il più grande benefizio degli occhi: e tutti gli altri che sono minori, a che scopo celebrarli? E se chi non è filosofo si lamentasse d’esserne privo per la cecità, si lamenterebbe a torto. Ma noi di questo affermiamo questa cagione, che dio ha trovato e ci ha donato la vista, affinché, contemplando nel cielo i giri dell’intelligenza, ce ne giovassimo per i giri della nostra mente, che sono affini a quelli, sebbene essi siano disordinati e quelli ordinati, e così ammaestrati e fatti partecipi dei ragionamenti veri secondo natura, imitando i giri della divinità che sono regolari, potessimo correggere l’irregolarità dei nostri.”
PLATONE (428/427 – 347 a.C.), “Timeo”, trad. di Cesare Giarratano, in PLATONE, “Opere”, Laterza, Bari 1966, 2 voll., vol. II, XV, 45b – 47c, pp. 498 – 501.




“ Tῶν δὲ ὀργάνων πρῶτον μὲν φωσφόρα συνετεκτήναντο ὄμματα, τοιᾷ δε ἐνδήσαντες αἰτίᾳ. τοῦ πυρὸς ὅσον τὸ μὲν κάειν οὐκ ἔσχε, τὸ δὲ παρέχειν φῶς ἥμερον, οἰκεῖον ἑκάστης ἡμέρας, σῶμα ἐμηχανήσαντο γίγνεσθαι. τὸ γὰρ ἐντὸς ἡμῶν ἀδελφὸν ὂν τούτου πῦρ εἰλικρινὲς ἐποίησαν διὰ τῶν ὀμμάτων ῥεῖν λεῖον καὶ πυκνὸν ὅλον μέν, μάλιστα δὲ τὸ μέσον συμπιλήσαντες τῶν ὀμμάτων, ὥστε τὸ μὲν ἄλλο ὅσον παχύτερον στέγειν πᾶν, τὸ τοιοῦτον δὲ μόνον αὐτὸ καθαρὸν διηθεῖν. ὅταν οὖν μεθημερινὸν ᾖ φῶς περὶ τὸ τῆς ὄψεως ῥεῦμα, τότε ἐκπῖπτον ὅμοιον πρὸς ὅμοιον, συμπαγὲς γενόμενον, ἓν σῶμα οἰκειωθὲν συνέστη κατὰ τὴν τῶν ὀμμάτων εὐθυωρίαν, ὅπῃπερ ἂν ἀντερείδῃ τὸ προσπῖπτον ἔνδοθεν πρὸς ὃ τῶν ἔξωσυνέπεσεν. ὁμοιοπαθὲς δὴ δι᾽ ὁμοιότητα πᾶν γενόμενον, ὅτου τε ἂν αὐτό ποτε ἐφάπτηται καὶ ὃ ἂν ἄλλο ἐκείνου, τούτων τὰς κινήσεις διαδιδὸν εἰς ἅπαν τὸ σῶμα μέχρι τῆς ψυχῆς αἴσθησιν παρέσχετο ταύτην ᾗ δὴ ὁρᾶνφαμεν. ἀπελθόντoς δὲ εἰς νύκτα τοῦ συγγενοῦς πυρὸς ἀποτέτμηται: πρὸς γὰρ ἀνόμοιον ἐξιὸν ἀλλοιοῦταί τε αὐτὸ καὶ κατασβέννυται, συμφυὲς οὐκέτι τῷ πλησίον ἀέρι γιγνόμενον, ἅτε πῦρ οὐκ ἔχοντι. παύεταί τε οὖν ὁρῶν, ἔτι τε ἐπαγωγὸν ὕπνου γίγνεται: σωτηρίαν γὰρ ἣν οἱ θεοὶ τῆς ὄψεως ἐμηχανήσαντο, τὴν τoν βλεφάρων φύσιν, ὅταν ταῦτα συμμύσῃ, καθείργνυσι τὴν τοῦ πυρὸς ἐντὸς δύναμιν, ἡ δὲ διαχεῖ τε καὶ ὁμαλύνει τὰς ἐντὸς κινήσεις, ὁμαλυνθεισῶν δὲ ἡσυχία γίγνεται, γενομένης δὲ πολλῆς μὲν ἡσυχίας βραχυόνειρος ὕπνος ἐμπίπτει, καταλειφθεισῶν δέ τινων κινήσεων μειζόνων, οἷαι καὶ ἐν οἵοιςἂν τόποις λείπωνται, τοιαῦτα καὶ τοσαῦτα παρέσχοντο ἀφομοιωθέντα ἐντὸς ἔξω τε ἐγερθεῖσιν ἀπομνημονευόμενα φαντάσματα. τὸ δὲ περὶ τὴν τῶν κατόπτρων εἰδωλοποι ίαν καὶ πάντα ὅσα ἐμφανῆ καὶ λεῖα, κατιδεῖν οὐδὲν ἔτι χαλεπόν. ἐκ γὰρ τῆς ἐντὸς ἐκτός τε τοῦ πυρὸς ἑκατέρου κοινωνίας ἀλλήλοις, ἑνός τε αὖ περὶ τὴν λειότητα ἑκάστοτε γενομένου καὶ πολλαχῇ μεταρρυθμισθέντος, πάντα τὰ τοιαῦτα ἐξ ἀνάγκης ἐμφαίνεται, τοῦ περὶ τὸ πρόσωπον πυρὸς τῷ περὶ τὴν ὄψιν πυρὶ περὶ τὸ λεῖον καὶ λαμπρὸν συμπαγοῦς γιγνομένου. δεξιὰ δὲ φαντάζεται τὰ ἀριστερά, ὅτι τοῖς ἐναντίοις μέρεσιν τῆς ὄψεως περὶ τἀναντία μέρη γίγνεται ἐπαφὴ παρὰ τὸ καθεστὸς ἔθος τῆς προσβολῆς: δεξιὰ δὲ τὰ δεξιὰ καὶ τὰ ἀριστερὰ ἀριστερὰ τοὐναντίον, ὅταν μεταπέσῃ συμπηγνύμενον ᾧ συμπήγνυται φῶς, τοῦτο δέ, ὅταν ἡ τῶν κατόπτρων λειότης, ἔνθεν καὶ ἔνθεν ὕψη λαβοῦσα, τὸ δεξιὸν εἰς τὸ ἀριστερὸν μέρος ἀπώσῃ τῆς ὄψεως καὶ θάτερον ἐπὶ θάτερον. κατὰ δὲ τὸ μῆκος στραφὲν τοῦ προσώπου ταὐτὸν τοῦ τοὕπτιον ἐποίησεν πᾶν φαίνεσθαι, τὸ κάτω πρὸς τὸ ἄνω τῆς αὐγῆς τό τ᾽ἄνω πρὸς τὸ κάτω πάλιν ἀπῶσαν. ταῦτ᾽ οὖν πάντα ἔστιν τῶν συναιτίων οἷς θεὸς ὑπηρετοῦσιν χρῆται τὴν τοῦ ἀρίστου κατὰ τὸ δυνατὸν ἰδέαν ἀποτελῶν: δοξάζεται δὲ ὑπὸ τῶν πλείστων οὐ συναίτια ἀλλὰ αἴτια εἶναι τῶν πάντων, ψύχοντα καὶ θερμαίνοντα πηγνύντα τε καὶ διαχέοντα καὶ ὅσα τοιαῦτα ἀπεργαζόμενα. λόγον δὲ οὐδένα οὐδὲ νοῦν εἰς οὐδὲν δυνατὰ ἔχειν ἐστίν. τῶν γὰρ ὄντων ᾧ νοῦν μόνῳ κτᾶσθαι προσήκει, λεκτέον ψυχήν—τοῦτο δὲ ἀόρατον, πῦρ δὲ καὶ ὕδωρ καὶ γῆ καὶ ἀὴρ σώματα πάντα ὁρατὰ γέγονεν—τὸν δὲ νοῦ καὶ ἐπιστήμης ἐραστὴν ἀνάγκη τὰς τῆς ἔμφρονος φύσεως αἰτίας πρώτας μεταδιώκειν, ὅσαι δὲ ὑπ᾽ ἄλλων μὲν κινουμένων, ἕτερα δὲ κατὰ ἀνάγκης κινούντων γίγνονται, δευτέρας. ποιητέον δὴ κατὰ ταῦτα καὶ ἡμῖν: λεκτέα μὲν ἀμφότερα τὰ τῶν αἰτιῶν γένη, χωρὶς δὲ ὅσαι μετὰ νοῦ καλῶν καὶ ἀγαθῶν δημιουργοὶ καὶ ὅσαι μονωθεῖσαι φρονήσεως τὸ τυχὸν ἄτακτον ἑκάστοτε ἐξεργάζονται. τὰ μὲν οὖν τῶν ὀμμάτων συμμεταίτια πρὸς τὸ σχεῖν τὴν δύναμιν ἣν νῦν εἴληχεν εἰρήσθω: τὸ δὲ μέγιστον αὐτῶνεἰς ὠφελίαν ἔργoν, δι᾽ ὃ θεὸς αὔθ᾽ ἡμῖν δεδώρηται, μετὰ τοῦτο ῥητέον. ὄψις δὴ κατὰ τὸν ἐμὸν λόγον αἰτία τῆς μεγίστης ὠφελίας γέγονεν ἡμῖν, ὅτι τῶν νῦν λόγων περὶ τοῦ παντὸς λεγομένων οὐδεὶς ἄν ποτε ἐρρήθη μήτε ἄστρα μήτε ἥλιον μήτε οὐρανὸν ἰδόντων. νῦν δ᾽ ἡμέρα τε καὶ νὺξ ὀφθεῖσαι μῆνές τε καὶ ἐνιαυτῶν περίοδοι καὶ ἰσημερίαι καὶ τροπαὶ μεμηχάνηνται μὲν ἀριθμόν, χρόνου δὲ ἔννοιανπερί τε τῆς τοῦ παντὸς φύσεως ζήτησιν ἔδοσαν: ἐξ ὧν ἐπορισάμεθα φιλοσοφίας γένος, οὗ μεῖζον ἀγαθὸν οὔτ᾽ ἦλθεν οὔτε ἥξει ποτὲ τῷ θνητῷ γένει δωρηθὲν ἐκ θεῶν. λέγω δὴ τοῦτο ὀμμάτων μέγιστον ἀγαθόν: τἆλλα δὲ ὅσα ἐλάττω τί ἂν ὑμνοῖμεν, ὧν ὁ μὴφιλόσοφος τυφλωθεὶς ὀδυρόμενος ἂν θρηνοῖ μάτην; ἀλλὰ τούτου λεγέσθω παρ᾽ ἡμῶν αὕτη ἐπὶ ταῦτα αἰτία, θεὸν ἡμῖν ἀνευρεῖν δωρήσασθαί τε ὄψιν, ἵνα τὰς ἐν οὐρανῷ τοῦ νοῦ κατιδόντες περιόδους χρησαίμεθα ἐπὶ τὰς περιφορὰς τὰς τῆς παρ᾽ ἡμῖν διανοήσεως, συγγενεῖς ἐκείναις οὔσας, ἀταράκτοις τεταραγμένας, ἐκμαθόντες δὲ καὶ λογισμῶν κατὰ φύσιν ὀρθότητος μετασχόντες, μιμούμενοι τὰς τοῦ θεοῦ πάντως ἀπλανεῖς οὔσας, τὰς ἐν ἡμῖν πεπλανημένας καταστησαίμεθα. φωνῆς τε δὴ καὶ ἀκοῆς πέρι πάλιν ὁ αὐτὸς λόγος, ἐπὶ ταὐτὰ τῶν αὐτῶνἕνεκα παρὰ θεῶν δεδωρῆσθαι. λόγος τε γὰρ ἐπ᾽ αὐτὰ ταῦτα τέτακται, τὴν μεγίστην συμβαλλόμενος εἰς αὐτὰ μοῖραν, ὅσον τ᾽αὖ μουσικῆς ἐκείναις οὔσας, ἀταράκτοις τεταραγμένας, ἐκμαθόντες δὲ καὶλογισμῶν κατὰ φύσιν ὀρθότητος μετασχόντες, μιμούμενοι τὰς τοῦ θεοῦπάντως ἀπλανεῖς οὔσας, τὰς ἐν ἡμῖν πεπλανημένας καταστησαίμεθα.”
ΠΛΑΤΩΝΟΣ “Τίμαιος”, in “Platonis Opera”, ed. John Burnet, Oxford University Press, Oxford 1903, 45β - 47ξ.
















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