domenica 5 febbraio 2012

Jung. Animus e Anima. Il maschile e il femminile. Il pensiero junghiano è complementare al modo taoista (yin e yang), abbracciando e mantenendo le due possibilità dell’essere, per la loro integrazione. La psiche è duale nelle sue qualità primarie; così ogni sentimento o atteggiamento contiene il suo opposto, l’odio convive con l’amore, la sottomissione con la prevaricazione, il conscio con l’inconscio… E la dualità vale anche in ordine ai due generi biologici, il maschile e il femminile. Sappiamo che la cellula primaria li contiene entrambi, e Jung ci dice che anche la psiche ha in sé sia una energia maschile che una femminile. Possiamo intendere queste due valenze su un piano meramente sessuale oppure sollevarci più in alto nel cielo dell’archetipo. In questo secondo senso, Jung afferma che ogni uomo ha in sé una donna e che ogni donna ha in sé un uomo. Qualunque sia un genere, nella sua parte ombra avrà il genere opposto. Ognuno manifesta un’energia prevalente, ma contiene, in secondo piano, anche la sua opposta. La psiche è una combinazione di principi maschili e femminili, così come una candela è l’insieme di luce e ombra .

Chi sei tu, piccola? In veste di bambina, di ragazza, i miei sogni ti hanno dipinta; non conosco per nulla il tuo mistero. Perdonami, se parlo come trasognato, come un ubriaco... Tu sei Dio? Dio è forse un bambino, una bambina? (...) Come mi sembra strano chiamarsi bambina, tu che reggi nelle tue mani cose infinite. (...) Lo spirito del profondo mi insegna che sono un servitore, e cioè il servitore di un bambino. Questa definizione mi ripugnava e io la odiai. Dovetti però riconoscere e ammettere che LA MIA ANIMA È BAMBINA, e che Dio nella mia anima è BAMBINO.
Carl Gustav Jung, Libro Rosso, pp 18-22


«La nostra anima non è assolutamente un’unità. Essa sembra piuttosto un insieme di unità ereditate, probabilmente da frammenti del passato, o da anime ancestrali.»
(C.G.Jung - inedito non pubblicato, pronunciato nel corso di un seminario, riportato da Aniella Jaffè)


L'anima non è di oggi. Essa conta milioni di anni. Ma la coscienza individuale è solo il fiore e il frutto di una stagione, germogliato dal perenne rizoma sotterraneo...
Carl Gustav Jung

“Il paziente ed io ci rivolgiamo insieme a quel vecchio di due milioni di anni che vive in tutti noi. In ultima analisi la maggior parte delle nostre difficoltà dipendono dal fatto che abbiamo perduto il contatto coi nostri istinti, con l’antichissima e non dimenticata saggezza immagazzinata in ciascuno di noi.”
Carl Gustav Jung



Quanto più scendevo in basso, tanto più diveniva estraneo e oscuro.
Nella caverna avevo scoperto i resti di una primitiva civiltà, cioè il mondo dell’uomo primitivo in me stesso, un mondo che solo a stento può essere raggiunto o illuminato dalla coscienza. La psiche primitiva dell’uomo confina con la vita dell’anima animale, così come le caverne dei tempi preistorici.
Carl Gustav Jung



Se siete fanciulli, il vostro Dio sarà una donna.
Se siete donne, il vostro Dio sarà un fanciullo.
Se siete uomini, il vostro Dio sarà una fanciulla.
Il Dio è lì dove voi non siete.
Carl Gustav Jung. Libro Rosso. Liber Primus di pag. 233-234



La preghiera di Jung.
Anima mia, dove sei? Io parlo, ti chiamo... Ci sei? Sono tornato, sono di nuovo qui. Ho scosso dai miei calzari la polvere di ogni paese e sono venuto da te, sono a te vicino, dopo lunghi anni di lunghe peregrinazioni, sono ritornato da te. Vuoi che ti racconti tutto ciò che ho visto, vissuto, assorbito in me? Oppure non vuoi sentire nulla di tutto il rumore della vita e del mondo? Ma una cosa devi sapere: una cosa ho imparato, ossia che questa vita va vissutaQuesta vita e' la via, la via a lungo cercata verso ciò che e' inconoscibile e che noi chiamiamo divino. Non c'e' altra via. Ogni altra strada e' sbagliata. Ho trovato la via giusta, mi ha condotto a te, anima mia. Ritorno temprato e purificato. Mi conosci ancora? Quanto a lungo e' durata la separazione! Tutto e' così mutato. E come ti ho trovata? Come e' stato bizzarro il mio viaggio! Che parole dovrei usare per descrivere per quali tortuosi sentieri una buona stella mi ha guidato fino a te? Dammi la mano, anima mia quasi dimenticata. Che immensa gioia rivederti, o anima per tanto tempo disconosciuta! La vita mi ha riportato a te. Diciamo grazie alla vita perché ho vissuto, per tutte le ore serene e per quelle tristi, per ogni gioia e ogni dolore. Anima mia, il mio viaggio deve proseguire insieme a te. Con te voglio andare ed elevarmi alla mia solitudine".
Carl Gustav Jung "Il libro rosso"


"Devo accostarmi all’anima mia come uno stanco viandante che nulla ha cercato nel mondo al di fuori di lei. Devo imparare che dietro ogni cosa da ultimo c’è l’anima mia, e se viaggio per il mondo ciò accade in fondo per trovare la mia anima.
Perfino le persone più care non sono la meta e il fine della ricerca d’amore, ma simboli della nostra anima."
‪CarlGustavJung‬, Il libro Rosso, Liber novus



Dunque gli spiriti, veduti sotto il profilo psicologico, sono complessi autonomi inconsci che appaiono in forma di proiezioni perché non hanno una diretta associazione con l'ego.
Carl Gustav Jung

Alla resa dei conti il fattore decisivo è sempre la coscienza, che è capace di intendere le manifestazioni inconsce e di prendere posizione di fronte ad esse
Carl Gustav Jung

Si fa di tutto, anche le cose più strane, pur di sfuggire alla propria anima. Si compiono esercizi di Yoga indiano di qualsiasi osservanza, si seguono regimi alimentari, si impara a memoria la teosofia, si ripetono testi mistici della letteratura mondiale, tutto, perché non si sa affrontare sé stessi, e perché a gente simile manca ogni fiducia che dalla loro anima possa scaturirne qualcosa di utile. Così gradatamente l’anima è diventata quella Nazareth dalla quale non può nascere nulla di buono; per questa ragione la si va cercando ai quattro venti, e quanto più è lontana e bizzarra meglio è.
Carl Gustav Jung



Non si può mai sapere in che forma un individuo farà esperienza di Dio.
Opere, Jung, vol II, p.306


Se l’anima umana è qualcosa, allora è una cosa infinitamente complessa e di tale sconfinata molteplicità che è impossibile accedervi con la semplice psicologia dell’istinto. Posso soltanto fermarmi a contemplare con profonda ammirazione e reverenza gli abissi e le altezze della nostra psiche, il cui mondo aspaziale cela una smisurata ricchezza di immagini, accumulate e condensate organicamente in milioni di anni di vivente sviluppo. La mia coscienza è come un occhio che accoglie in sé gli spazi più remoti, ma il non-io psichico è ciò che riempie aspazialmente questo spazio. E queste immagini non sono pallide ombre, ma determinazioni psichiche di straordinaria potenza, che possiamo fraintendere ma non mai spogliare della loro potenza negandole. Accanto a questa impressione non potrei mettere che la vista del cielo notturno stellato; ché il solo equivalente del mondo interno è il mondo esterno, e come raggiungo questo mondo attraverso il medium del corpo, così raggiungo quel mondo attraverso il medium dell’aníma.
Carl Gustav Jung“, La psicoanalisi”, in Opere Vol. IV, Freud e la Psicoanalisi, Boringhieri, Torino


Quando appoggi e sostegni vanno in frantumi, e non ci sentiamo le spalle coperte neanche dalla più debole promessa di protezione, allora per la prima volta ci è data la possibilità di sperimentare un archetipo che si era prima tenuto nascosto nell'assurdità piena di significato dell'Anima.
E' l'archetipo del Significato, come l'Anima è semplicemente l'Archetipo della Vita.
Carl Gustav Jung



« Ciò che si oppone conviene, e dalle cose che differiscono si genera l'armonia più bella, e tutte le cose nascono secondo gara e contesa. »
Eraclito, Frammenti

« Questo fenomeno caratteristico [l'enantiodromia] si verifica quasi universalmente là dove una direttiva completamente unilaterale domina la vita cosciente, così che col tempo si forma una contrapposizione inconscia altrettanto forte, che dapprima si manifesta con un'inibizione delle prestazioni della coscienza e in seguito con un'interruzione dell'indirizzo cosciente. »
Carl Gustav Jung, Dizionario di Psicologia Analitica


Il vecchio Eraclito, che era veramente un grande saggio, ha scoperto la più portentosa di tutte le leggi psicologiche, cioè la funzione regolatrice dei contrari.  L'ha definita enantiodromia, il convergere l'uno verso l'altro, con la qual cosa intendeva che tutto sfocia nel suo contrario.
Carl Gustav Jung


 Πόλεμος πάντων μὲν πατήρ ἐστι Polemos pantōn men patēr esti
"La guerra è padre di tutte le cose." - Secondo Eraclito il principio del mondo sta nel continuo rivolgimento, nel continuo passaggio da un polo a un altro.
"Πόλεμος πάντων μὲν πατήρ ἐστι, πάντων δὲ βασιλεύς, καὶ τοὺς μὲν θεοὺς ἔδειξε τοὺς δὲ ἀνθρώπους, τοὺς μὲν δούλους ἐποίησε τοὺς δὲ ἐλευθέρους."
"Il conflitto è padre di tutte le cose, signore di tutte le cose, mostra gli uni come dei, gli altri come uomini, rende gli uni schiavi, gli altri uomini liberi.
Eraclito


Nella psicologia di Jung vale la legge fondamentale degli opposti: conscio e inconscio rappresentano una polarità dialettica e quindi, se la coscienza sviluppa un certo atteggiamento o una certa funzione, l’inconscio assumerà l’atteggiamento o la funzione opposta. Così, alla funzione superiore, che determina il nostro atteggiamento conscio, corrisponde una funzione inferiore opposta; un intellettuale introverso, ad esempio, sarà, inconsciamente, un sentimentale estroverso.
Oltre che della sua funzione superiore, l’uomo si serve in parte anche di una seconda funzione ausiliaria, solo relativamente differenziata, che appartiene all’altra coppia dialettica (cioè a quella coppia in cui non rientrano la funzione superiore ed inferiore). La funzione opposta a quella ausiliaria sarà quindi prevalentemente inconscia e andrà ad affiancarsi alla funzione inferiore.

Lo schema circolare illustra le polarità dialettiche che si instaurano tra le quattro funzioni. Ad ogni funzione è stato attribuito un elemento della filosofia classica (Terra, Acqua, Aria, Fuoco) ed un corrispondente colore. I settori grigio scuro rappresentano le combinazioni tra la funzione principale e quella ausiliaria.



"Nei Tarocchi è presente l'ermafrodito, la figura del diavolo. Questo sarebbe l'oro nell'alchimia. In altre parole, il tentativo di unire gli opposti che alla mentalità cristiana appare come diabolico e proibito, appartenendo alla magia nera".
Queste carte (Tarocchi) sono in realtà l'insieme del nostro set di 4 elementi - bastoni, spade, quadri e cuori, ed appartengono anche al simbolismo di individuazione.
Sono immagini psicologiche, simboli con i quali uno gioca, nello stesso modo che l'inconscio sembra giocare con il suo contenuto.
Si combinano in un certo modo, e le diverse combinazioni corrispondono allo sviluppo ludico degli eventi nella storia dell'umanità.
Le carte dei Tarocchi originali sono costituiti da lettere ordinarie, il re, regina, cavaliere, l'asso, - solo che le figure sono un po ' diverse - oltre queste ci sono 21 carte che sono situazioni o immagini simboliche.
Ad esempio, il simbolo del sole, o il simbolo dell'impiccato, o il colpo di fulmine sulla torre, o la ruota della fortuna e così via.
Si tratta di un tipo di idee archetipiche, di natura differenziata, che si mescolano con i componenti ordinari del flusso dell'inconscio, e quindi sono applicabili come un metodo intuitivo con l'intenzione di capire il flusso della vita, possibilmente per predire eventi futuri essendo che tutti gli eventi consentono una lettura delle condizioni del momento presente.
A questo proposito sono simili ai Ching, il metodo di divinazione cinese che permette almeno una lettura della condizione presente.
Infatti, l'essere umano si sente sempre la necessità di trovare un accesso attraverso il significato inconscio del suo stato attuale, perché c'è una corrispondenza o analogia tra la condizione prevalente e la condizione dell'inconscio collettivo.

Sintesi di una lezione di C.G. Jung Jung nel 1933 ( Documentato nel libro Visions: Notes of the Seminar given in 1930-1934 by C. G. Jung, Princeton University Pres 1997).




20. L'INCONTRO CON L'ANIMUS MASCHILE
Punto cruciale della fiaba, la ragazza senza le mani (l'anima quindi neonata) incontra 4 personaggi, tutti archetipi del maschile psichico, Jung lo chiama l'animus (maschile inconscio): sono il Re, il Giardiniere, il Mago o prete e lo Spirito Bianco. Si tratta della teoria delle quattro funzioni psicologiche: Pensiero, Sentimento, Sensazione, Intuizione. Queste potenze psichiche sono in ognuno di noi, donne ed uomini. Quando usciamo dalle tenebre del rassicurante ventre materno ed affrontiamo per la prima volta la grande sfida della luce nasce il maschile. Ogni successivo momento della vita risveglierà l’eroe che abbiamo dentro. Vediamo come agiscono ed interagiscono queste 4 funzioni psicologiche nei seguenti post.




Umberto Galimberti. 
JUNG: IL RITORNO DELL'ANIMA

"Noi siamo un processo psichico che non controlliamo, o che dirigiamo solo parzialmente
Di conseguenza, non possiamo pronunciare alcun giudizio conclusivo su noi stessi o sulla nostra vita. 
Se lo facessimo, conosceremmo tutto, ma gli uomini non conoscono tutto, al più credono solamente di conoscerlo. In fondo, noi non sappiamo mai come le cose siano avvenute. La storia di una vita comincia da un punto qualsiasi, da qualche particolare che per caso ci capita di ricordare; e quando essa era a quel punto, era già molto complessa. Noi non sappiamo dove tende la vita: perciò la sua storia non ha principio, e se ne può arguire la meta solo vagamente.
La vita umana è un esperimento di esito incerto. E' un fenomeno grandioso solo in termini quantitativi. Individualmente, è così fugace, così insufficiente, da doversi letteralmente considerare un miracolo che qualcosa possa esistere e svilupparsi. Fui colpito da questo fatto tanto tempo fa, quando ero un giovane studente di medicina, e mi sembra sempre miracoloso di non venir annientato prematuramente. La vita mi ha sempre fatto pensare a una pianta che vive nel suo rizoma: la sua vera vita è invisibile, nascosta nel rizoma. Ciò che appare alla superficie della terra dura solo un'estate, e poi appassisce, apparizione effimera. Quando riflettiamo sull'incessante sorgere e decadere della vita e delle civiltà, non possiamo sottrarci a un'impressione di assoluta nullità: ma io non ho mai perduto il senso che qualcosa vive e dura oltre questo eterno fluire.
Quello che noi vediamo è il fiore, che passa: ma il rizoma perdura. In fondo, le sole vicende della mia vita che mi sembrano degne di essere riferite sono quelle nelle quali il mondo imperituro ha fatto irruzione in questo mondo transeunte. Ecco perché parlo principalmente di esperienze interiori, nelle quali comprendo i miei sogni e le mie immaginazioni. Questi costituiscono parimenti la materia prima della mia attività scientifica: sono stati per me il magma incandescente dal quale nasce, cristallizzandosi, la pietra che deve essere scolpita".
Da C.G. Jung, Ricordi, sogni, riflessioni



La nostra vita, dunque, è un fiore, non in virtù della sua bellezza o del suo profumo, ma nel senso del suo carattere transeunte. La nostra vita è un fiore che passa, e quel che resta è un rizoma, la radice, in qualche modo l'essenza del tragico della nostra esistenza, poiché noi, per tutta la vita, pensiamo al fiore, all'“io”, quando in realtà il nostro “io” è una metafora illusoria, un gioco squilibrato rispetto al nostro “io” propriamente detto, probabile espediente della natura affinchè questa possa continuare la sua vita indipendentemente dai nostri sogni e dai nostri progetti. Questa è l'essenza del tragico, che Nietszche coglie ottimamente nella mentalità greca, nel senso che i greci avevano l'assoluta consapevolezza che il registro delle cose fosse in mano alla natura e gli uomini fossero sostanzialmente un fenomeno illusorio di tale accadimento. E sintetizza questa idea nella rappresentazione scenica in cui il satiro, mezzo uomo e mezzo animale, dice al re Mida “Se tu hai capito questo, che noi per vivere abbiamo bisogno di un senso in vista della morte che è l'implosione di ogni senso, meglio per te sarebbe stato non esser nato, ma visto che sei nato, la cosa migliore che ti posso augurare è di morire presto”.
I greci catturano, dunque, l'essenza tragica della nostra esistenza, un'essenza tragica ripresa dal Romanticismo attraverso l'immagine di Goethe che rappresenta la natura come una grande danzatrice, alle cui braccia sono appesi i singoli individui e questa, nella sua danza sfrenata, li perde, assolutamente incurante della loro sorte. Il Romanticismo diventa così il luogo eminente, l'ambito culturale ed emotivo in cui nasce la psicoanalisi, che è visione tragica dell'uomo. Gli analisti si propongono di essere dei terapeuti, e sembra che la terapia debba funzionare nei termini della gioia e della felicità, mentre in realtà la terapia dovrebbe funzionare nella consegna alla tragicità. Quando i greci compresero queste cose, tentarono di vincere la tragedia attraverso l'arte e inventarono ciò che Nietzsche chiama “la montagna incantata dell'Olimpo”, sulla quale veniva raffigurato l'uomo nella sua eternità e bellezza. Ma anche la dimora degli dei si rivelò una mera illusione estetica, e allora, per salvare l'uomo, subentrò una dimensione più forte, la filosofia. E' a questo punto che compare, potente, la parola che costituisce il tema di questa nostra serata: l'“anima

Prima della nascita della filosofia, la parola “anima” aveva lo spessore e la durata del vento, qualcosa di provvisorio, fugace, istantaneo; il vento è l'instabile. La parola “anima” viene da anemos, che significa “vento”, e anche la parola “psiche” viene da psichein, che significa “respirare”. Platone la blocca in una figura forte e la connette alla parola “verità”. Secondo Platone, se noi vogliamo produrci in un discorso comprensibile a tutti, se vogliamo produrre un sapere che si sostenga autonomamente, ovvero una episteme, “ciò che sta su di sé”, non dobbiamo fidarci delle informazioni che ci vengono dai sensi, perché per ciascuno esse sono diversificate ed il nostro corpo non può possedere criteri di verità. Il corpo invecchia e si carica di sensazioni, passioni, tutti elementi perturbanti che non consentono la costruzione di un sapere stabile, fermo, oggettivo. Allora occorre ipotizzare l'esistenza di un altro principio, oltre quello corporeo, che Platone chiama psiché, ovvero anima. La nostra episteme deve poggiare sui costrutti e sulle idee dell'anima. Essa fa la sua comparsa, dunque, come luogo della costruzione di un sapere oggettivo, aldilà delle sensazioni dei vissuti soggettivi di cui è depositario il corpo. Anima e verità diventano solidali. Non poniamoci mai il quesito dell'esistenza dell'anima. Ci sono parole che funzionano come potenti metafore attraversando la storia, e in questo trascorrere si caricano di significati completamente diversi. “Anima” è una di queste parole, una metafora enorme che nasce in Grecia e arriva fino ai nostri giorni, potentissima, recando in sè un carico importante di significazioni e stratificazioni di senso.

Accanto al filone greco, possiamo rintracciare il filone giudaico cristiano, che non aveva alcun concetto di anima. La parola che più gli si avvicina, l'aramaico nefesh, allude alla vita nella sua indigenza, nel suo bisogno di soccorso, nella sua fragilità. Anche i cristiani, i quali nel Credo annunciano di credere nella resurrezione dei corpi, non possedevano alcun concetto di anima. Lo stesso Paolo, come tutti i cristiani, era convinto di venire assunto in cielo con il corpo dopo la morte, ma in seguito lo informano da Corinto che ciò non corrisponde a verità, poiché anche i cristiani muoiono. Egli allora si imbarca per Corinto, subisce naufragio, scruta negli occhi la morte e a quel punto giunge ad ipotizzare che oltre al corpo fisico ci sia anche un corpo pneumatico, lo spirito (in greco pneuma significa “soffio” e quindi “vento”). Per Paolo noi siamo un corpo spirituale che risorgerà nel giorno del giudizio. 
Ad introdurre la parola “anima” nel mondo cristiano è Agostino, che la preleva da Platone e la struttura come il luogo dell'identità; l'anima diventa, dunque, principio di identità che instaura una relazione diretta con Dio, dal momento che “in interioritate animae habitat deus”, ovvero “Dio abita l'interiorità dell'anima”. Questo implica che la nostra identità sia determinata dall'anima e non dal corpo. L'anima non è più impegnata nella costruzione del sapere attraverso numeri ed idee, ma viene pensata nella figura della sua immortalità. Questo, secondo Nietzsche, fu il primo colpo di genio del Cristianesimo, promettere agli uomini, i quali in vita si affezionano al proprio “io”, di non morire mai. Comincia così quella tradizione cristiana secondo cui noi siamo composti di anima e corpo: il corpo subisce la sorte mortale, mentre l'anima diventa il principio della nostra identità e la garanzia della nostra immortalità. Si passa dallo scenario greco, in cui l'anima è l'organo della costruzione del sapere, allo scenario cristiano, dove l'anima è il luogo dell'identità e dell'immortalità.
Durante il '600 Cartesio pensa all'anima come alla responsabile della costruzione di un sapere, ritornando così a Platone. Tuttavia, rispetto alle tesi del filosofo greco, questo sapere deve essere costruito mediante “idee chiare e distinte”; ciò può avvenire solo se tali idee sono da tutti verificabili alla stessa maniera, ovvero quando tutte le qualità delle cose sono tradotte nella loro misurazione quantitativa. Questo significa che, se si procede per misure, numeri, quantità, ognuno di noi può convenire su di un determinato punto, mentre se si procede per qualità, odori e sensazioni, nessuno di noi può farlo. Quindi l'anima è preposta alla costruzione di un tipo di ragione che è fisica, la costruzione fisica del mondo: il corpo come viene avvertito dall'uomo non è interessante per Cartesio. Il corpo vero non è nella sensazione umana che ne deriva, ma nella descrizione che l'anima fa del corpo quando, procedendo per idee chiare e distinte, lo seziona e lo visualizza nella sua quantità, nella relazione delle sue parti, nella sua idraulica sanguigna, nel suo sistema nervoso, elementi che tutti possono visionare nella stessa maniera. Nasce, così, la scienza esatta, il corpo medico.
Costruito il corpo anatomico si scopre, però, che vi sono malati, sani nel corpo, in balia di manifestazioni esterne anormali. Nasce, in risposta a ciò, una scienza nuova che si occupa delle malattie senza riscontro organico: questa disciplina volta a studiare il corpus sine materia verrà chiamata psichiatria. L'anima, divenuta nel corso dei secoli “amica della verità”, “amica di Dio”, “luogo della verità”, “luogo dell'identità”, deve attendere il '700 perchè si affermi che anch'essa può essere soggetta a malattia. Così i poveri “pazzi” abbandonarono le carceri per entrare nei manicomi, a dire il vero senza variazioni sensibili nel proprio stile di vita. Esempio pregnante della riconosciuta patologia che può intaccare l'anima è la posizione che Freud assume nei confronti delle donne affette da isteria. Costoro si comportavano come fossero soggette a reali mali fisici con effetti di scompensi psichici e Freud non le taccia di simulazione ma ne decreta l'autentica malattia. Proprio sulla malattia come domanda d'amore Thomas Mann costruirà il romanzo La montagna incantata. Continua la stratificazione dell'“anima” quale deposito massiccio di significati enormi.

Durante l''800 si entra in una dimensione tragica poichè il Romanticismo è quel grande scenario in cui si parla dell'uomo con malinconia. Tale sentimento nasce dalla scoperta che l'individuo è una grande illusione: egli pensa partendo da sé, dai suoi ideali, dai suoi sogni, dalla sua ricerca di senso, ma tutto ciò si rivela una mera illusione in funzione della vita, perché in realtà gli individui sono dei semplici funzionari della specie, ai quali la specie è interessata per il proprio mantenimento. Se ci considerassimo unicamente come funzionali alla specie, sceglieremmo all'istante il suicidio, così ci illudiamo di costruire per noi una vita, un senso, dei progetti. Il Romanticismo si appropria di questo nucleo tragico, prima con Schelling poi con Schopenhauer, secondo il quale noi siamo abitati da due anime: la prima è la soggettività della natura, che per il suo mantenimento ci utilizza ingannandoci con il piacere sessuale all'unico scopo di garantire la sua conservazione; la seconda è l'anima individuale che pensa e progetta a partire dall'Io, pensando l'Io come attore della propria esistenza, mentre esso è solo l'attore delle illusioni che ci permettono di perpetrare l'inganno. Freud cattura il messaggio di Schopenhauer e lo organizza clinicamente. Anche Freud individua due soggettività dentro di noi: una si chiama “Io”, ed è quella con cui noi abbiamo più familiarità; l'altra si chiama “Inconscio”, parola al negativo, che in realtà nasconde le due grandi macchine che consentono il mantenimento della specie, la pulsione sessuale e la pulsione aggressiva. Se consideriamo l'arco della nostra vita, risulta evidente che il massimo della aggressività è propria della gioventù, così come il massimo della sessualità, perché è proprio in quel momento biologico che la specie deve riprodursi e difendersi. Freud, uomo molto onesto, riconosce a Schopenhauer il suo grande contributo; la differenza che intercorre fra i due sta nel fatto che Schopenhauer non è riuscito a dimostrare con il materiale clinico le sue teorie, ma d'altronde le verità dei filosofi non sono mai contestate, a differenza di quello che accade ai medici. In questo modo Freud ci colloca in un luogo veramente drammatico, il luogo dell'antica Grecità che aveva scoperto l'essenza tragica dell'uomo, il luogo intuito da Nietzsche, autore molto letto e studiato da Jung. Del resto lo stesso Nietzsche parla di Schopenhauer come del suo educatore, e Freud ne parla come del suo anticipatore. Grecità e Romanticismo sono i luoghi della drammatizzazione dell'esistenza umana, pensati in modo non egoico, dunque spiazzanti. Contemporaneo di Freud è un altro grande psichiatra svizzero, maestro di Jung e degno di una considerazione pari a quella di Freud, Bleuler, il quale si è trovato di fronte ad una sindrome legata alla pazzia, la schizofrenia, chiamata in precedenza demenza precoce. Nella Grecità si conoscevano solamente due forme di follia, la malinconia, ovvero la depressione odierna, e la mania. I depressi solitamente divenivano filosofi, mentre i maniaci, erano considerati interpreti divini. Durante il Cristianesimo, i maniaci diventarono gli indemoniati, non più portavoce di Dio, ma del male. Con il Cinquecento e la scoperta del corpo anatomico tutti diventarono ipocondriaci; durante l'Ottocento si diffuse l'isteria, malattia inizialmente attribuita solo alle donne in quanto portatrici di utero, di cui Freud si occupa. Anzi, la psicanalisi non è che un grande scenario per la cura dell'isteria, che è quel linguaggio tragico tramite cui il corpo invoca conforto, vita, attenzione, amore. Oggi l'isteria non è più visibile, tracolla immediatamente nella depressione dal momento che il teatro isterico deve sostentarsi di spettatori, mentre si spegne nell'indifferenza.
Nel '900 prese il sopravvento la demenza precox, divenuta poi la malattia del secolo, mentre la schizofrenia finì col diventare sinonimo di follia pura. Bleuler studia la demenza precoce dei bambini e propone un'ipotesi, contraria a quella di Freud. Per Freud, infatti, noi abbiamo un deposito inconscio dove ci sono forze, come la sessualità e l'aggressività, che tornano a vantaggio della specie, mentre Bleuler ipotizza che nell'inconscio ci sia una grande popolazione. Noi nasciamo in una maniera indifferenziata e indeterminata, diventiamo Io, scartando mille altre possibilità di esistenza, le quali non spariscono dentro di noi ma sono latenti e con le quali inevitabilmente dobbiamo entrare in rapporto affinché la nostra vita possa modellarsi con una certa plasticità, a seconda delle evenienze. Noi nasciamo molti e diventiamo uno, ma non tutti riescono in questo: in realtà tutti noi abbiamo più volti, ma se questo avviene all'interno di una struttura egoica, siamo nel campo delle variazioni umorali, se invece la nostra dimensione egoica diventa insulare, nel senso di evanescente, nel tempo in cui il nostro Io collassa, un'altra personalità erompe e ci impersona. Ne discende che noi siamo una popolazione. Questo concetto individuato da Bleuler allontana la nozione di demenza precoce e introduce quella di schizofrenia. Jung era l'assistente di Bleuler e acquisisce dal maestro gli scenari della molteplicità degli abitanti del nostro inconscio. Inizialmente approfondisce questi concetti di ambivalenza, poi dà un'opportuna coloritura religiosa all'inconscio. Jung era ateo come Freud, ma mentre Freud presentava la religione come un'illusione, per Jung l'inconscio non era solo la sede dell'aggressività e della sessualità, ma un luogo molto più ricco che recava in sé quella dimensione potente per salvaguardare l'uomo dalla quale sono nate le religioni. Una difesa collettiva da potenze che gli uomini hanno ritenuto a loro superiori e perciò hanno collocato in un mondo altro, quello degli dei. Il nostro inconscio è la riproduzione delle potenze superiori all'Io, quelle che Bleuler chiamava le nostre possibili esistenze, quelle che gli uomini hanno percepito come oltrepassanti la propria capacità di eleggerle e hanno posto in un luogo separato, da sempre chiamato dalla storia della cultura “sacro”. Gli uomini hanno sempre attribuito agli dei ed al loro mondo le forze che non riuscivano a controllare. Il rapporto tra gli uomini e gli dei non è mai stato un rapporto amorevole; il Cristianesimo ha in un certo senso desacralizzato il sacro, sostituendo al “sacro” il “santo”, che è altro, ossia colui che raggiunge la perfezione delle virtù cristiane, l'ascesi, mentre il sacro è il luogo del massimo disordine, della sessualità sfrenata, della violenza omicida. Il sacro è il luogo assoluto dell'indifferenziato, e rispetto all'uomo c'è un rapporto ambivalente: l'uomo lo teme ma nello stesso tempo ne è attratto. Ciò che vado descrivendo come “sacro” viene da Jung interiorizzato come figura dell'inconscio. A suo parere le religioni hanno sempre proceduto ad una grande operazione terapeutica per tentare di salvaguardare l'umanità dall'invasione del sacro, distinguendo degli spazi sacri, quelli degli dei, dagli spazi profani, quelli degli uomini. Hanno distinto un tempo profano, il dì feriale, regolato dalla ragione, dal lavoro, dalla costruzione della cultura e della società, da un tempo festivo, che è quello della dissipazione, della cessazione delle regole. I sacerdoti sono i mediatori tra gli uomini e gli dei.
Caratteristica del sacro è l'indifferenziato: il sacro non conosce le differenze. Per Jung l'inconscio è il sacro, è il luogo del mescolamento di tutte le cose, del caos. L'Io è, invece, la ragione: l'uomo inizia la sua storia quando comincia a differenziare tutte le cose e quando riesce a mantenere tali differenze. I bambini, e così i malati psichici, che non distinguono, abitano il sacro: il loro corpo è un miscuglio di funzioni assolutamente disorganizzate. I bambini sono polimorfi e pervertiti, dirà Freud, esprimendo in chiave clinica, quello che Bleuler diceva in chiave psichiatrica e Jung in chiave religiosa. L'irruzione del sacro comporta lo sconvolgimento dell'ordine; l'uomo resiste al sacro, con lo sforzo dell'Io, che però, dice Jung, “è il cerchio minore nel cerchio maggiore dell'indifferenziato” riprendendo la metafora di Kant secondo cui “la ragione è un'isola nell'oceano dell'irrazionale”. Noi navighiamo costantemente nell'irrazionale e tenere le redini dell'Io è il faticosissimo fardello di ogni giorno. Contrariamente al sacro, il nostro linguaggio antropologico procede per differenze, distingue, nomina e da ciò discende anche la nostra presunta prevedibilità: nessuno atterrisce se io afferro un bicchiere poiché si presume che io mi attenga alla definizione di bicchiere e di conseguenza mi comporti trattando questo tale e non come uno strumento per offendere, ma esso è disponibile per entrambe le cose. Tutte le cose sono avvolte da un'ambivalenza enorme e dunque tutte le cose sono simboliche, cioè disponibili ad una pluralità di significazioni. Questa eccedenza simbolica è l'irruzione del sacro nella serialità delle cose codificate dall'umana ragione. I greci non avevano comandamenti, avevano una sola massima morale, di non oltrepassare il proprio limite, di non sconfinare nelle zone degli dei; coloro che sconfinavano commettevano una hubris, una tracotanza, un oltrepassamento del proprio limite. Aristotele nell'Etica scrive “chi conosce il suo limite non teme il destino”; il limite di cui parla è quello dell'umano, il limite dei significati differenti e differenziati, è l'uscita dall'indifferenziato, ovvero la costruzione delle regole che garantiscono la comunicazione e soprattutto la prevedibilità dei comportamenti. L'uomo per costruire e guadagnare sé stesso ha dovuto sganciarsi dal divino, che non conosce il nome delle cose; nella Genesi Dio dice ad Adamo di dare il nome alle cose, poiché egli è l'unico che può farlo dal momento che per Dio tutto si confonde. Quando Freud cattura il complesso edipico e lo fa diventare il nucleo della sua architettura psico-analitica, individua questa dimensione sacrale: Edipo è colui che uccide il padre e sposa la madre perché non li riconosce come tali. Egli ha, dunque, mescolato le cose, e quando si rende conto di questo si acceca poiché non può vedere l'indifferenziato, egli si è addentrato nell'area del sacro dove l'uomo non può che autodistruggersi. Nelle Baccanti di Euripide Dioniso entra a Corinto e porta il caos indifferenziato; il coro dice che non si può cacciare il dio dalla città, occorre che sia lui ad andarsene. L'uomo non può cacciare il dio, è il dio che deve abbandonare gli uomini, tanto è vero che, nei trattati di psichiatria del 1800, quando si faceva la diagnosi ad un pazzo, prima della firma si apponeva la sigla “D. C.”, ovvero “Deo concedente”, sottolineando che se Dio avesse concesso di abbandonare la mente del folle, allora anche il folle avrebbe avuto la possibilità di guarire. Lo stesso principio riappare nella tradizione biblica. Dio chiede ad Abramo di uccidere il figlio trasgredendo ai comandamenti, chiedendo di oltrepassare le regole, tratto tipico di ogni divinità, poiché non conosce differenze. Le richieste di Dio hanno di questi spessori perchè Egli abita l'area del sacro, l'indifferenziato puro, il misconoscimento di tutte le differenze. Dio comanda a Mosè, nell'atto di impartirgli i comandamenti, di nascondersi dietro ad una siepe e di non tentare di guardare il Suo volto poiché potrà soltanto scorgere le orme dopo la Sua scomparsa. Jabés, poeta ebreo francese scomparso una decina di anni fa, commentando questo passo dell'Esodo dice che il volto di Dio non si può vedere poichè tutti i volti sono il Suo. E ancora, Giobbe è l'uomo giusto ma Dio non lo riconosce come tale e lo mette alla prova, contravvenendo all'onniscenza, contraddicendo Sé stesso, poiché non si può essere onniscenti e, nel contempo, mettere alla prova; Giobbe patisce infinite sofferenze e chiede a Dio dove sia la Sua visione della giustizia. Il Libro di Giobbe è un potente affresco della pazienza che gli uomini devono profondere verso la divinità. Del resto quale altro atteggiamento può assumere l'uomo se non quello della sopportazione deferente? I sacrifici da lui compiuti non servono a propiziare l'avvento di Dio ma a tenerlo lontano mediante la macchina del sacrificio, far sì che la divinità si accontenti della “bestia migliore” e rimanga nel suo spazio, senza invadere la comunità degli uomini. Ma la risposta di Dio è catastrofica per il povero Giobbe: nel finale del libro la divinità annichilisce l'uomo piagato sottolineando la terribile incommensurabilità che caratterizza il loro rapporto. Giobbe non ha diritto di chiedere alcunchè a Dio, a quell'area indecifrabile per la quale l'uomo è nato nel giorno in cui è fuoriuscito da essa, dalla dimensione indifferenziata e spaventosa che dentro l'inconscio, nella sua anima, ha lasciato il sacro. La nostra anima è abitata da questi scenari, da uomini e dei.
Il concetto di inconscio di Jung è dunque drammatico, espresso in tedesco dalla parola selbst che significa “quel che io propriamente sono è un inferno” e da questo inferno emerge quel cerchio minore che è l'Io; il Sé è violentissimo e induce, usando una potentissima metafora cristiana, la passione dell'Io. Come l'Io nasce dall'inconscio e traballando su di un mare molto tempestoso, qualora riesca, mantiene sé stesso, così anche la storia degli uomini esce dalla storia sacrale e l'obiettivo è quello di tenere a bada gli dei.
Secondo Jung non tutte le porte dell'inconscio vanno aperte: se l'uomo si difende radicalmente dal sacro non modifica nulla nella propria vita, procede secondo le norme regolative della ragione ma non crea nulla poiché creatività significa attingere dalla dimensione sacrale, caotica, per poi procedere ad un ordinamento. Freud dice che la creatività è connessa alla perversione, e se la sessualità è molto ordinata non c'è il creativo, dal momento che la perversione non è altro che l'aspetto sessuale della creatività. Ma il sacro è dentro di noi e la sua forza ha il potere di risucchiare.
Viceversa, se ci si separa troppo dal sacro, la vita diviene ripetitività monotona e non si attua alcun processo di trasformazione. Perciò Jung dice che se nella prima parte della vita l'uomo deve rafforzare l'Io, nella seconda parte di essa occorrerebbe possedere la capacità di attingere alla dimensione sacrale per consentire all'Io una variazione di sé, una dimensione di mutamento, di adattamento, di arricchimento, dal momento che la ragione, sistema di regole, non arricchisce.
Secondo Jung lo strumento per accedere al sacro in modo protetto è l'anima, ovvero la femminilità. Occorre dire, con molto riconoscimento per l'elemento femminile, che tra le donne e la pazzia c'è sempre stata una stretta parentela, poiché la donna possiede una capacità di esposizione al sacro, senza subire scompenso, molto più significativa di quanto non sia nell'uomo. Gli uomini possono accedere alla dimensione sacrale per quel tanto di femminilità che possiedono, di cui quasi tutti disponiamo e per la quale non è sufficiente essere donne. Essa è la dimensione attraverso la quale viene nutrita quella componente del sentimento che è comprensione senza la mediazione razionale. Il sentimento è un organo conoscitivo, dice Jung, e la femminilità ne è il luogo. Se noi entriamo con prudenza nella nostra area sacrale, se ci esponiamo al sacro grazie alla nostra parte femminile che meno di quella maschile teme la follia poichè ha strumenti per tenerne il contatto, essa ha la capacità di guidarci nel sacro. Questo “femminile” in grado di accompagnare la dimensione sacrale, secondo Jung, si chiama “anima”.

Biblioteca Comunale di Misano Adriatico, Via Marconi, 9 – 47843 Misano Adriatico (RN)
Tel.e fax 0541/618424 Email:biblioteca@hi-net.it




Jung, prendendo in considerazione la psicologia dell’uomo e della donna, ha scoperto l’esistenza di una componente femminile nell’inconscio dell’uomo e di una maschile nell’inconscio della donna: ha chiamato Anima e Animus queste manifestazioni psichiche dell’altro, destinato a compensare e completare il mondo e la coscienza. Maschile e femminile coesistono sia nella donna che nell’uomo; l’Anima del figlio corrisponde all’Eros materno, l’Animus della figlia al Logos paterno: ogni personalità è compensata da un inconscio di segno opposto. L’Anima dà alla coscienza maschile possibilità di stabilire relazioni affettive e amorose, invece l’Animus offre alla coscienza femminile capacità di riflessione e di decisione. Per la prima volta, dunque, la donna viene posta in un piano paritario con l’uomo, dove il suo essere diversa non è interpretato come “inferiorità costituzionale”, con un chiaro significato di dipendenza.


Tu, uomo, non cercare il femminile nella donna, ma cercalo e riconoscilo in te, poichè tu lo possiedi sin dal principio.....[..]... tu, donna, non cercare il maschile nell'uomo, ma prenditi piuttosto cura del lato maschile presente in te, poichè tu lo possiedi sin dal principio.
Carl Gustav Jung. Liber Novus


Quando supera il complesso materno l'uomo è in grado di sviluppare il lato femminile della sua natura che Jung ha ha definito "Anima". L'Anima conferisce vivacità alla vita e mette l'uomo più in contatto con i suoi lati più profondi. Ma siccome il femminile dell'uomo si identifica inizialmente con la madre, è necessario per la crescita psicologica che questa che questa identificazione si infranga.
Fraser Boa




T. Dethlefsen – R. Dahlke
...L'uomo può prendere coscienza della parte femminile della propria anima (Carl Gustav Jung la chiama Anima) soltanto attraverso la proiezione su una donna concreta – e la stessa cosa, rovesciata, vale per la donna. Noi possiamo immaginarci “l'ombra” soltanto a diversi strati o livelli. Esistono livelli molto profondi dei quali abbiamo molta paura – ed esistono livelli vicino alla superfice che aspettano di essere elaborati e resi consapevoli. Se ora incontro una persona che vive a un livello che in me si trova nella zona superiore dell'ombra, io me ne innamoro. Mi innamoro dell'altra persona o anche della mia zona d'ombra – in fondo si tratta della stessa cosa.

Quello che noi amiamo o odiamo nell'altro, in fondo è sempre dentro di noiParliamo di amore quando un altro riflette una zona d'ombra che noi ameremmo rendere consapevole dentro di noi, e parliamo invece di odio quando qualcuno riflette un livello molto profondo della nostra ombra, un livello che non vorremmo incontrare in noiTroviamo attraente l'altro sesso perchè ci manca. Spesso ne abbiamo paura perchè per noi rappresenta l'inconscio. 
L'incontro con un partner è l'incontro con l'aspetto inconscio della nostra anima
Se questo meccanismo del riflesso delle proprie zone d'ombra nell'altro è chiaro, tutti i problemi del partner vengono visti in una nuova luce.
Tutte le difficoltà che abbiamo col nostro partner sono difficoltà che abbiamo con noi stessi.
Il nostro rapporto col nostro inconscio è sempre ambivalente - l'inconscio ci stimola, e noi ne abbiamo paura. Altrettanto ambivalente è in genere il nostro rapporto col nostro partner – noi lo amiamo e lo odiamo, lo vogliamo possedere completamente però vorremmo anche liberarcene, lo troviamo meraviglioso e spaventoso. In tutte le attività e in tutti i contrasti che costituiscono un rapporto a due, noi abbiamo sempre a che fare con la nostra ombraPer questo sono sempre persone relativamente diverse quelle che si mettono insieme. Gli opposti si attirano – questo lo sanno tutti, e tuttavia ci si continua a meravigliare del fatto che “proprio quei due lì, che non sono per niente adatti l'uno all'altro, si siano messi insieme”. In realtà più grandi sono i contrasti, più le persone si attirano, perchè ognuno ama l'ombra dell'altro, o – per esprimerlo in altri termini – ognuno fa sì che la propria ombra viva del partnerIl rapporto tra due persone molto simili non è pericoloso e risulta anche più comodo, però non contribuisce molto all'evoluzione dei due: nell'altro si rispecchia soltanto il proprio lato conscio – e questo è semplice e noioso. Ci si trova reciprocamente meravigliosi e si proietta l'ombra comune sul resto del mondo, che poi di comune accordo si evita.
Utili in un rapporto sono soltanto i contrasti, perchè soltanto lavorando con la propria ombra rappresentata dall'altro ci si avvicina di più a se stessi. In questo modo dovrebbe risultare chiaro il fatto che il fine ultimo di questo nostro lavoro consiste nel raggiungimento della propria completezza. Nel caso ideale, alla fine di un rapporto dovrebbero trovarsi due persone che sono diventate intere in se stesse o almeno più integre, avendo illuminato i propri lati d'ombra inconsci integrandoli nella propria coscienza. Alla fine quindi non troviamo più la coppia innamorata di colombi, nessuno dei quali può vivere senza l'altro. La pretesa di non poter vivere senza l'altro mostra semplicemente che uno per comodità (o viltà) utilizza l'altro per far vivere la propria ombra, senza neppure tentare di elaborare e recuperare la proiezioneIn questi casi (e si tratta della maggioranza!), uno dei due partner non consente all'altro di evolversi, perchè, se così fosse, i ruoli assegnati sarebbero messi in discussione. Se uno fa una psicoterapia, non di rado il partner si lamenta che l'altro sia tanto cambiato... (“Volevamo soltanto far sparire il sintomo!”).
Un rapporto a due ha raggiunto il suo scopo quando non si ha più bisogno del partner...questo avviene se si accoglie nella propria anima tutto ciò che il partner rappresentava, o, se vogliamo esprimerlo in altro modo, quando si sono recuperate tutte le proiezioni e ci si è uniti con esse.
T. Dethlefsen – R. Dahlke



Carl Gustav Jung. L’imago della donna: l’anima.
“Ciò che nell’uomo adulto sostituisce ormai i genitori come immediata influenza ambientale, è la ‹donna›. Ella accompagna l’uomo, appartiene a lui, in quanto vive con lui ed è pressappoco coetanea; non gli è superiore, né per età né per autorità né per forza fisica. Ma essa è un fattore influente che, come i genitori, produce un’imago di natura relativamente autonoma, un’imago però non da rescindere, come quella dei genitori, ma da conservare associata alla coscienza. La donna con la sua psicologia così dissimile da quella maschile, è ed è sempre stata una fonte d’informazione sopra cose per le quali l’uomo non ha occhi. Essa può rappresentare per lui l’ispirazione; la sua capacità di intuizione, spesso superiore a quella dell’uomo, può dargli utili ammonimenti, e il suo sentimento, orientato verso ciò che è personale, può indicargli vie irreperibili al sentimento di lui, che ha meno riferimenti ai fattori personali. Quanto Tacito (‹Germania› 18 e 19) dice delle donne germaniche, è a questo riguardo assolutamente esatto.
È questa indubbiamente una delle fonti principali della qualità femminile dell’anima. Ma sembra che non sia l’unica fonte. Nessun uomo infatti è tanto virile da non avere in sé nulla di femminile. Anzi, appunto gli uomini molto virili hanno, seppure ben nascosta, una vita sentimentale assai tenera, che spesso a torto è detta «femminile». Per l’uomo è una virtù rimuovere le caratteristiche le caratteristiche femminili, così come alla donna, almeno finora, era disdicevole essere virile. La rimozione dei tratti e delle tendenze femminili conduce naturalmente all’accumulazione di queste pretese nell’inconscio. L’imago della donna (l’anima) diventa il ricettacolo di queste pretese, sicché l’uomo nella sua scelta amorosa soggiace spesso alla tentazione di conquistare quella donna che meglio risponde al particolare carattere della sua propria femminilità inconscia; una donna, dunque, che possa accogliere senza difficoltà la proiezione della sua anima. Sebbene simile scelta sia spesso considerata e sentita come l’ideale, tuttavia colei che in tal modo l’uomo visibilmente sposa può anche essere la sua peggior debolezza (così si spiegano alcuni singolarissimi matrimoni!)
A me pare che il genere femminile del complesso dell’anima trovi spiegazione, oltre che nell’influenza della donna, anche nella femminilità propria del maschio.”
CARL GUSTAV JUNG (1875 – 1961), “L’Io e l’inconscio”, introduzione di Mario Travi, trad. di Arrigo Vita, Bollati Boringhieri, Torino 2013 (ristampa ed. 2012, III e., I ed. 1967), Parte seconda ‘L’individuazione’, 2 ‘Anima e Animus’, pp. 102 – 103.





C A R L  G U S T A V  J U N G

ARCHETIPI. ANIMUS E ANIMA. - IL MASCHILE E IL FEMMINILE

(Lezione 4, bis della quarta parte del corso di psicoanalisi su Jung, tenuto a Bologna dalla prof. Viviana Vivarelli e facente parte del libro “Lo specchio più chiaro”, pubblicato su internet)

ANIMUS E ANIMA


“Anticamente la nostra natura non era quella di oggi. I generi non erano tre o due, come ora, maschio e femmina, ma ce n’era uno che partecipava di entrambi… un androgino… la forma di questo essere era sferica, e aveva quattro mani e quattro gambe… Giove decise di tagliarlo a metà… da tempo perciò è connaturato agli esseri umani l’amore reciproco, per questo ognuno è sempre alla ricerca della propria metà, sia essa uomo o donna, indipendentemente dal proprio sesso, per ricostituire l’intero iniziale… Per questo diciamo che ognuno cerca la propria metà… La causa della nostra ricerca è che un tempo eravamo interi, e al desiderio e al perseguimento dell’intero noi diamo nome amore” 
Platone


“Nelle raffigurazioni del neolitico il maschile era assente o compariva come un piccolo uomo accanto a una madre grandiosa” (Luigi Zoja)

Animus e Anima sono due archetipi che indicano una precisa dualità della psiche. Il problema del doppio viene qui inteso come controparte di genere, aprendo nuove prospettive sui rapporti di coppia.. Anche su questo la soluzione di Jung è originale.

Abbiamo visto che Jung è focalizzato sulla DUALITA’ (due sono le madri, doppia è la personalità, doppio il concetto di Dio, più all’uso ebraico che a quello protestante..); Jung osserva l’archetipo del Doppio in molte declinazioni. Ogni archetipo, a sua volta, è in sé polare, contiene un aspetto della vita e il suo opposto, è una linea dell’energia che può essere letta in due valenze estreme, un’onda che scorre in una precisa banda toccando un picco in alto e il suo opposto in basso. Anche Freud si era occupato di ambivalenza (affettiva: odio/amore) ma in modo conflittuale, tendendo ad eliminare uno dei due poli.

Il pensiero junghiano, invece, è complementare al modo taoista (yin e yang), abbracciando e mantenendo le due possibilità dell’essere, per la loro integrazione.
La psiche è duale nelle sue qualità primarie; così ogni sentimento o atteggiamento contiene il suo opposto, l’odio convive con l’amore, la sottomissione con la prevaricazione, il conscio con l’inconscio…
E la dualità vale anche in ordine ai due generi biologici, il maschile e il femminile. Sappiamo che la cellula primaria li contiene entrambi, e Jung ci dice che anche la psiche ha in sé sia una energia maschile che una femminile. Possiamo intendere queste due valenze su un piano meramente sessuale oppure sollevarci più in alto nel cielo dell’archetipo. In questo secondo senso, Jung afferma che ogni uomo ha in sé una donna e che ogni donna ha in sé un uomo.
Qualunque sia un genere, nella sua parte ombra avrà il genere opposto.
Ognuno manifesta un’energia prevalente, ma contiene, in secondo piano, anche la sua opposta.
La psiche è una combinazione di principi maschili e femminili, così come una candela è l’insieme di luce e ombra .
Nella Genesi dapprima c’è solo Adamo, Eva esce da una costola di Adamo. Similmente Atena esce dalla testa di Zeus e nell’Olimpo abbiamo un Cielo e una Terra. Nei bassorilievi dei templi indiani, il principio maschile e quello femminile cosmici compaiono come un uomo e una donna variamente allacciati (Kamasutra); essi sono due realtà metafisiche, due principi universali.
Di fronte a un bassorilievo indiano, il nostro mondo profano legge i simboli nella loro materialità più bassa e si scandalizza delle figure d’amore, mentre il vero scandalo sta nella perdita di senso cosmico, nell’incapacità di leggere il sacro nelle sue rappresentazioni tangibili.
Analogamente nella Bibbia, nel Cantico dei Cantici non c ‘è la Chiesa che ama il suo popolo, come gli esegeti vogliono dire, ma un inno all’amore del maschile e del femminile come valenze universali.
Quando il Sacro viene preso alla lettera, il Sacro muore: “La lettera uccide, lo spirito dà la vita” . Raramente un filologo può essere un mistico ed errava Croce quando voleva testardamente includere nell’immagine il valore del simbolo.


Freud aveva lateralizzato le differenze tra i sessi costringendo ogni genere a una identità fissa e estrema; in più gli era sfuggita l’essenza del femminile, mentre la prospettiva junghiana vuole cogliere ogni lato dell’energia.
Dunque, ognuno di noi è multiplo e, nella persona bene equilibrata, le polarità psichiche sono complementari.
Jung le chiama ANIMA e ANIMUS.

Se finora ha dato il nome ’anima’ all’intelligenza invisibile incarnata nella materia, che sfiora l’inconscio collettivo e si orienta al divino, comincia ad usare due nuovi termini, Anima ed Animus (le distingueremo in italiano con una iniziale maiuscola, mentre in tedesco tutti i nomi hanno iniziale maiuscola) per indicare due valenze psichiche polari.
Jung, come aveva distinto le strutture preformate innate in istinti per il corpo, e archetipi per la psiche, ora distingue un maschile e femminile del corpo da un maschile e femminile della psiche.
Chiama dunque ANIMA l’energia femminile presente nella psiche dell’uomo e ANIMUS l’energia maschile presente nella psiche della donna.
Ciò è conforme all’immagine del Tao, per cui la vita è l’unione di energie complementari, ognuna delle quali tende verso l’altra, compensandola. “L’Anima è la figura che compensa l’energia maschile. L’Animus quella che compensa l’energia femminile”. .
I due archetipi, maschile e femminile, sono valenze dell’energia universale, presenti nell’immaginario collettivo da sempre e metaforizzate nei sogni e nell’arte.
L’Anima porta alla coscienza il principio di EROS, o amore, cioè stimola l’unione.
L’Animus porta alla coscienza il principio del LOGOS, o ragione, cioè accentua la distinzione
Le operazioni del Logos sono l’analisi e la individuazione; funzioni separative.
Le operazioni dell’Eros sono l’intuizione e l’unione, funzioni unitive..
ANIMA significa per la coscienza: legame, unione, protezione, affettività, cura, mantenimento, insieme…
ANIMUS significa per la coscienza: riflessività, controllo, analisi, ponderazione, razionalità, calcolo, decisione, programmazione, distinzione…
La compassione buddhista ha a che fare con l’Anima; le scienze occidentali hanno a che fare con l’Animus.
L’accoglienza è una virtù del femminile: nei mondi primitivi matriarcali l’accoglienza dello straniero è sacra; nel nostro mondo avaro e avido l’accoglienza è carente, perché abbiamo rinnegato i valori del femminile.
In India la festa del Navaratri, che dura 9 notti, sintetizza tre valenze divine del femminile, ovvero tre aspetti della Grande Madre; si festeggiano infatti tre dee, Durga, Lakshmi e Sarasvati, tre espressioni del femminile divino e a ognuna sono dedicate tre notti. Pur essendo il divino un principio unico, riti e miti personificano le forme della sua energia per far comprendere concetti e principi spirituali. Durga è la dea battagliera, che lotta nel cuore umano contro le tendenze animali, rappresentate dalle energie del bufalo Mahisa, l’inerzia, la pigrizia e l’ignoranza, che portano l’uomo nel fango. Lakshmi purifica la mente e la volge in alto, è la sintesi di un benessere tanto materiale che spirituale (nell’Induismo non si può essere ricchi rinnegando gentilezza e solidarietà), rappresenta l’uso giusto ed etico dei beni materiali attraverso l’equità e il progresso sociale. Sarasvati, terzo aspetto della Madre, è la Conoscenza che tutela arti, musica e sapienza, ma soprattutto è la Conoscenza del Sé, scopo ultimo dell’uomo. La festa si svolge di notte perché noi dormiamo il sonno dell’ignoranza e dobbiamo essere svegliati.

Animus e Anima appaiono spesso nei nostri sogni. L’Ombra indica ciò che il soggetto non riconosce di sé e che proietta fuori con desiderio, paura o rifiuto. Se dunque un uomo sogna una donna petulante o debole o una dea dolce e paziente, potrebbe trattarsi delle sue controparti femminili vista al negativo o al positivo.
Se una donna sogna un eroe coraggioso e invincibile o un aggressore odioso e perverso, potrebbe sognare le sue controparti maschili.
Ogni controparte può avere caratteri meschini o sublimi. Sarà un grande passo avanti quando riusciremo a lasciare indietro le nostre controparti negative e a superarle.
Il processo di individuazione chiede che ognuno riconosca la sua controparte psichica e che integri la sua energia positiva, elaborando al meglio il versante negativo. Questo renderà migliori i rapporti con noi stessi e, per proiezione, migliorerà i rapporti con le persone di sesso opposto fuori di noi.
Animus e Anima sono due archetipi polari presenti in ognuno, non è facile accettarli e conciliarli in noi stessi e ciò spiega quanto sia difficile per uomini e donne comprendersi. Tutto parte dalla non comprensione di sé.
Tra le due energie si sviluppa anche una forza di attrazione che apre la via a una possibile integrazione. L’amore non è mai facile, è un lavoro e una conquista e la fatica più dura avviene all’interno di se stessi. Gli opposti si attraggono ma gli opposti convivono anche con difficoltà.
Ogni rapporto è in genere tutt’altro che tranquillo e ha potenzialmente in sé il massimo della gioia e il massimo del turbamento.
Ricordiamo che Jung vedeva che il 95% dei suoi pazienti aveva problemi di coppia, ma credeva anche che i problemi tra la valenza maschile la valenza femminile del mondo fossero alla base di un futuro migliore.



Jung non ci parla solo del rapporto tra partner, ma accentra la sua attenzione al teatro psichico come luogo dove si svolge un difficile compromesso tra parti energetiche polari, il Maschile e il Femminile, come valenze psichiche presenti in ognuno. Lo scopo è realizzare l’armonia sia dentro di noi che nel rapporto con l’altro; il messaggio è che quanto più riusciremo ad armonizzare la nostra psiche tanto più riusciremo a realizzare una relazione soddisfacente con l’altro migliorando la convivenza sociale, ma il percorso è travagliato.
Maschile e Femminile ai proiettano in PERSONIFICAZIONI. Sono funzioni psichiche tutt’altro che neutre: si animano di forza propria e hanno una valenza affettiva, generano passioni, avanzano rivendicazioni…
C’è un problema di ricerca, dentro di noi e fuori di noi, e non è un problema da poco, perché da sempre il genere umano ha riversato gran parte delle sue energie nella ricerca della felicità attraverso l’amore, che è insieme amore di sé e amore dell’altro. Ma l’amore associato alla lotta non è un dono, è una difficoltà che delude le promesse, trasformandosi in uno dei maggiori motivi di infelicità, tant’è che la maggior parte dei problemi che si presentano in analisi nasce proprio da un rapporto di coppia che genera sofferenza.
Quando un uomo incontra la sua donna ‘giusta’ o una donna incontra il suo uomo ‘giusto’, l’archetipo si attiva. Ma non è detto che quel partner sia realmente quello da cui avremmo gioia, perché entra in gioco un complesso sistema di PROIEZIONI.
Gran parte dei nostri contenuti sono inconsci, ogni uomo porta dentro di sé un lato femminile di cui non è consapevole, e ogni donna un lato maschile. La donna proietta nel suo partner il proprio Animus, o energia maschile inconscia; l’uomo proietta l’Anima, o energia femminile inconscia. La proiezione proviene dall’Ombra, e, se non viene elaborata, può portare con sé dei guai.
Nella proiezione, ciò che è inconscio diventa visibile in quanto appare sull’altro. L’inconscio, infatti, non ha altro modo di manifestarsi che per rispecchiamento. L’inconscio si rende visibile in quanto viene proiettato.
Miti, fiabe, simboli, riti, sogni, affetti.. non sono che proiezioni e percepibili di qualcosa che in sé resterebbe invisibile.
L’Anima non è solo la controparte psichica dell’uomo ma può essere anche la sua idea di DONNA IDEALE, immagine ottimale che l’uomo ha del femminile. Questa idea può derivare dall’esperienza che egli ha avuto con le donne della sua vita, principalmente la madre, o dal contesto culturale. Componenti fisiologiche, psichiche, sperimentali e culturali e persino religiose si sommano variamente.
Quando un uomo incontra una donna che corrisponde al suo modello ideale, conscio o inconscio, l’energia dell’archetipo si attiva facendolo innamorare e suggerendogli comportamenti che spesso rispecchiano il suo passato affettivo. Nell’amore scattano giochi che coinvolgono l’Anima e l’Animus.
L’Anima dirige l’innamoramento dell’uomo verso una donna che corrisponde alla sua parte ombra, come se la cercasse in lei. Quando un uomo si innamora appassionatamente di una donna che ad altri sembra insignificante o inadeguata, può aver proiettato grandi bisogni inconsci, amerà dunque una donna virtuale e la storia si farà carico di segnare lo scarto tra l’ideale e il reale, mettendo in crisi il rapporto, perché più la sua immagine è lontana dal vero, più sarà difficile reificarla, anche se l’impulso iniziale la conteneva irresistibilmente.
In letteratura queste proiezioni sono frequenti; quando un poeta esalta la donna amata parla della propria immagine virtuale per cui l’innamoramento è spesso un’illusione. Può esserci sotto una lacuna affettiva che nata nell’infanzia o un bisogno erotico troppo a lungo represso. Il film l’Angelo azzurro, per esempio, rappresenta la donna erotica insegna all’uomo mentalizzato l’accesso all’istinto, come fosse una nuova sapienza, quella della passione, misteriosa e superiore, collegando l’uomo intellettuale alla sua parte istintuale a lungo repressa.
L’uomo può proiettare la propria Anima anche su oggetti, barche, auto, moto, aerei… veicoli, vissuti come di genere femminile, tanto da chiamarli con nomi di donna. Persino gli uragani hanno nomi di donna, e non è proprio un caso.
Nella coppia si determina un gioco di valori esogeni-endogeni quasi mai in equilibrio.
Importante è anche il contesto culturale-religioso, che crea la nostra identità come le aspettative o i modi formali del rapporto di coppia. La cultura tende ad estremizzare i ruoli, per esempio, nel mondo cristiano o in quello islamico o ebraico si chiedono uomini di potere e azione e donne succubi, di servizio e ubbidienza. Così scattano imperativi per eliminare i contrasti, congelando i comportamenti in schemi fissi, per un maggior ordine sociale, che comporta la repressione della natura e l’imposizione di modelli rigidi. Ciò semplifica la comunità, rafforza le identità ma certo non migliora il rapporto tra i sessi o l’espressione personale.
Quanto più la cultura stritola la natura, tanto più abbiamo danni a livello di libertà e comunicazione.
Se è difficile parlare della coppia in genere, ancora più difficile è valutare una coppia che mescola culture lontane e diverse. Il condizionamento culturale e religioso pesa fortemente sulle aspettative e i comportamenti. Ogni paese produce stili di coppia; un afgano tratterà la sua donna in modo diverso da un italiano, un inglese, un tedesco, un cinese… ci sono codici, aspettative, credenze, che dipendono da imprinting culturali, per cui nel rapporto di coppia le difficoltà si accrescono. Ciò rende i matrimoni misti ancora più precari dei matrimoni monoculturali che già hanno equilibri difficili e tormentosi.
Freud è molto legato alle convenzioni e ai moduli sociali della sua epoca vittoriana e considera un tipo di famiglia patriarcale, con una gerarchia, rigida, ogni membro un ruolo fisso e la sessualità è valutata secondo schemi puritani. Freud è per molti aspetti un integralista e non avrebbe mai accettato di avere in sé una parte femminile.
Jung è più libero e si svincola dagli imperativi culturali e sociali. Per lui la sessualità non è l’argomento più importante della vita, la vive in modo naturale e senza farne l’inferno che è per Freud. Il suo pensiero è più disteso; può tranquillamente affermare che un uomo sicuro del suo lato maschile esprime anche un lato femminile: pazienza, dolcezza, tenerezza, protezione, poesia, arte…
Oggi i ruoli sessuali rigidi sono crollati e la donna è fortemente attratta da un uomo che le presenta il suo lato femminile perché esprime una maggiore libertà e dolcezza, la rassicura, le sembra un migliore partner e un miglior padre per i suoi figli. Per analogia, solo una donna sicura della propria femminilità può esprimere anche la sua parte maschile, ed essere razionale, coraggiosa, intraprendente, responsabile, indipendente, capace di progetto e di comando…
Se l’essere umano non riconosce entrambe le sue parti come utili e complementari, non sarà in pace con se stesso e potrà squilibrare il rapporto di coppia.


(Klimt)

Maschile e Femminile possono avere difetti o eccessi: instabilità, capricci, sbalzi d’umore.
Nel maschile negativo possiamo trovare: vanità, litigiosità, capricciosità, lagnosità, debolezza, meschinità, dipendenza, pavidità, anche una aggressività maligna tesa a ferire con le parole….
Nel femminile negativo possiamo trovare: aggressività anche fisica, dispotismo, avidità, egocentrismo, megalomania, possessività…
L’Archetipo in sé non è né bene né male. Il male è la natura alterata. Il bene sta in genere nel mezzo, la patologia agli estremi.
Dunque, in virtù dell’attrazione dei contrari, può accadere che un uomo tranquillo sia attratto da un donna agitata o che una donna idealista cerchi di redimere un uomo depravato, insomma che ognuno cerchi di integrare la sua parte ombra, proiettando il suo inconscio inferiore sul partner.
L’immagine contro-psichica in genere è inconscia e viene proiettata come uno specchio di sé. Se la proiezione è eccessiva e patologica, la relazione entra in crisi, perché non si è formato realmente un rapporto tra due soggetti completi e individuati, l’Io non entra veramente in contatto con l’altro ma resta legato a una sua parte Ombra, che vive in una specie di solipsismo. Se questo gioco di specchi invade troppo il rapporto, la relazione fallisce. Se l’altro è vissuto come una proiezione eccessiva, fatalmente finirà col non corrispondere alle esigenze dell’io, si sottrarrà alle aspettative e la relazione sarà destinata a perire.
Le cose precipitano anche quando nella coppia uno dei due evolve e l’altro no, per cui le proiezioni che in un primo momento potevano illudersi di funzionare vengono comunque deluse. Molte coppie finiscono perché è la donna che evolve maggiormente,mentre l’uomo, più attaccato a certi stereotipi, ruoli e forme di sicurezza, è più rigido. Con l’allungarsi della vita, queste crisi per crescita sono più frequenti, ma si manifestano comunque anche in coppie molto giovani in cui uno dei due scopre nell’altro qualcosa che non aveva visto agli inizi.
In genere l’insoddisfazione colpisce la donna, meno conformata e dunque più libera di modificarsi, mentre l’uomo, più soddisfatto del ruolo che la società gli attribuisce, si cristallizza in quello, per paura di perdere il suo potere se viene messo in discussione.
La conservazione del potere da parte dell’uomo può diventare ossessiva e claustrofobica e investe fortemente la coppia, tanto più quanto la donna è vissuta come oggetto di possesso, al punto che, in caso di separazione, l’uomo fragile spesso non sopporta di essere privato della sua proprietà e il suo comportamento sfocia nello stalking o addirittura nell’omicidio. Per questo è spesso impossibile arrivare a un superamento della rottura attraverso il dialogo o la legge. Se in Italia, oggi, ogni tre giorni una donna muore uccisa al suo partner, ciò vuol dire che i rapporti di coppia sono speso malati.
Nelle analisi di coppia a scopo terapeutico, la donna in genere è pronta a parlare ma può restare chiusa in una specie di soliloquio, l’uomo diventa aggressivo, rigido, e ha più difficoltà a mettersi in discussione. I due possono non intendersi pur usando le stesse parole perché danno loro diverso significato.

(Ernesto Treccani)

Nella donna l’Animus porta l’immagine dell’Uomo Ideale, che può arrivare alla donna dal padre (per imitazione o opposizione) o dalla favola o dal mito, riferendosi a un Eroe di fantasia..
Per Jung la donna che vive bene la sua valenza femminile può esprimere con naturalezza tratti maschili, come forza, tenacia o coraggio. Del resto il mondo è stato salvato da donne che non hanno certo espresso dipendenza e debolezza. Lo si è visto in ogni tempo e cultura e lo si vede continuamente in tempi di guerra e di pace. Se però la donna si esprime troppo col suo Animus, l’uomo non reagisce bene, la rifiuta, si esaspera, si sente minacciato nella sua posizione di potere.
Analogamente si ha un problema nella coppia quando l’uomo mostra troppa Anima, rifiuta il ruolo maschile, è debole, non prende posizione, è pigro, non adempie i suo compiti di marito o padre, non è decisionista su nulla, rifiuta le responsabilità, si ritira o si annulla. Facilmente, nei litigi di una coppia, lei porta fuori il suo lato maschile e lui il suo lato femminile; lei diventa imperiosa e dura, lui petulante e isterico, e si danno tremendamente sui nervi.
Il 95% dei casi portati in analisi sono problemi di coppia, per cui dovremmo darli come fisiologici. Jung diceva che il matrimonio monogamico stabile, per sua natura, ha molte probabilità di andar male: e diffidava anche dei matrimoni solidi come di una sabbia mobile che distruggeva l’individuo “Nella mia lunga esperienza psichiatrica non mi sono mai imbattuto in un matrimonio che fosse completamente autosufficiente. I matrimoni totalmente incentrati sulla comprensione reciproca sono nocivi per lo sviluppo della personalità individuale, sono una discesa al minimo comune denominatore, un po’ come la stupidità collettiva delle masse”. Ma possiamo benissimo non essere d’accordo, Nella realtà una relazione incentrata sulla comprensione reciproca ci sembra il massimo dei nostri desideri, anche se in genere è una vera utopia.








Jung era sposato ma non fu fedele come noi intendiamo la fedeltà, almeno non lo fu a una sola donna, ebbe tre relazioni fisse che portò avanti fino alla morte della sua partner ed era convinto che l’uomo non fosse portato alla monogamia. Per la mia esperienza, nessuna donna o quasi, resta soddisfatta da un solo partner maschile e le donne più realizzate che ho conosciuto, o hanno avuto molta fortuna, o tacciono sulle loro incomprensioni, o hanno più relazioni, che nascondono, suddividendo le loro esigenze su uomini diversi. Una gentile signora diceva che aveva bisogno di quattro uomini: uno per la famiglia, uno per il sesso, uno per la mente e uno per il divertimento. Unificare queste quattro figure in una sola sembra piuttosto raro.
I Greci avevano una moglie per i figli e la casa, un partner femmina ma più spesso maschio per il sesso, una etera per parlare. Così i Giapponesi avevano la moglie nella casa, la prostituta nel bordello, la geisha nella casa da thè.
Senza arrivare a queste articolazioni, nella coppia si deve mettere in conto una sostanziale diversità genetica, psichica e mentale. Maschile e Femminile sono due energie diverse e in gran parte incomprensibili una all’altra, e questo facilmente sfocerà in incompatibilità, portando a una incomprensione reciproca, che non migliora col tempo.
Una coppia è un insieme molto difficile da analizzare dall’esterno, un mondo chiuso che ha un proprio stile e un proprio equilibrio o anche un proprio squilibrio transitorio o permanente, improponibile al di fuori e difficilmente comprensibile o generalizzabile. Per questo si consiglia di ascoltare i guai familiari con attenzione e partecipazione, ma di dare meno consigli possibile, perché l’altro si sentirà, comunque, incompreso e insoddisfatto. E’ meglio aprire nuove vie su cui focalizzare il surplus di energia che resta inespresso, e i modi di realizzazione sono così tanti che non implicano per forza un diverso partner, che sarebbe a suo modo un’altra delusione.
Se mettiamo da parte tutte le favole sull’amore, vediamo che una coppia è in genere una relazione abbastanza controversa che si tiene finché si tiene e, in ogni caso, resta una specie di difficile equilibrio.
Paul Evdokimov scrive: “Nella storia, noi troviamo un dato uomo di fronte a una data donna, tuttavia questa situazione non esiste perché ci si fermi ad essa, ma in vista di un superamento”.
Gli Gnostici dicevano che Maschile e Femminile erano due dimensioni del Pleroma, cioè della totalità. I due termini non esprimono la sessualità ma sono i simboli di due aspetti complementari
Quanto abbiamo detto, con qualche aggiustamento, può valere anche per coppie omosex, in quanto anche qui uno dei due partner esprimerà un surplus di femminile e l’altro un surplus di maschile.
(Chagall)
Certo nella coppia i rapporti vanno meglio se ognuno ha in sé una sorta di coerenza, se non è in discordia con se stesso, non ha troppi aspetti di sé rimossi o repressi, se è relativamente libero… Può accadere anche che, quando uno libera se stesso, liberi anche l’altro, per quanto ciò sia raro e difficile. Certamente, però, due partner in lotta sono come due pugili si un ring, se scende uno,.smette di combattere anche l’altro.
In questa avventura che è la vita, noi avanziamo verso mete di individuazione e lo facciamo da soli o in coppia, o attraverso la coppia o nonostante questa.
Uno dei compiti dell’individuazione è imparare a riconoscere l’Ombra e tirarla fuori, prendere contatto con quelle parti di noi che sentiamo come distruttive perché, se non le elaboriamo, ci distruggeranno; dobbiamo anche prendere contatto con gli elementi positivi non ancora elaborati, le risorse nascoste, e farli fiorire.
La ricerca è spesso una vera avventura in cui la polarità non riconosciuta può diventare un disturbo del vivere come uno stimolo all’evoluzione.
Elaborare l’Ombra può permetterci di capire meglio le polarità della vita, uomo e Dio, bene e male, conscio e inconscio…
L’immagine alchemica della coniunctio oppositorum, il Rebis, re e Regina insieme, rappresenta la meta, la pacificazione degli opposti, la loro integrazione. Là dove non esiste integrazione ma i complementari non sono conciliabili, uno di essi si proietta fuori. Le proiezioni dovrebbero essere riconosciute e ritirate, così che la loro energia torni alla sede primaria in una riappropriazione della psiche di ciò che le appartiene.
Jung vive bene i rapporti con la sua Anima. Del resto Jung visse bene anche i rapporti con le sue donne, madre, moglie, amanti, allieve… e col mondo femminile in genere.
Un giorno Jung chiede: “Cos’è quello che faccio?” Una voce gli risponde: “E’ arte!”. Bellissima risposta per chi cerca di definire la psicoanalisi o il lavoro dell’Anima. La vita stessa come formazione di sé è arte.
La voce che gli risponde è femminile e Jung capisce che è la sua Anima che gli parla.
Jung, che ama personificare le energie, comincia allora a comunicare con la sua donna interiore, con lettere o pensieri, come fosse una persona, ed essa risponderà in modo sorprendente con immagini, sogni o visioni.
Le personificazioni, Angelo come Anima, hanno di bello che, quando sono interrogate, rispondono. Nello strano rapporto che si forma, Jung è il paziente e l’Anima l’analista; lui l’allievo, lei la maestra. Ogni sera Jung scrive all’Anima con la massima sincerità. L’Anima gli manda sogni o visioni, che egli deve interpretare. Come diceva Eraclito, il Dio non è mai chiaro, non risponde, accenna. L’Anima funziona da tramite tra conscio e inconscio e lo nutre di simboli significativi.
Le personificazioni, l’Anima come l’Angelo, non sono giochi poetici o fantasie, ma attivazioni di energia, che aiutano la coscienza a crescere e a emanciparsi dall’arbitrio delle pulsioni.
I contenuti psichici si liberano alla luce dell’arte , ovvero dell’IMMAGINAZIONE ATTIVA, diventano osservabili e aiutano.
Ogni singola anima poi è parte dell’Anima collettiva, o anima del mondo e quello che le arriva, viene dall’INCONSCIO COLLETTIVO.
(Chagall)
Anima e Animus sono concetti ambivalenti; essendo archetipi, hanno ognuno un aspetto negativo e uno positivo, possono essere creativi o distruttivi e si esplicano secondo livelli crescenti di consapevolezza. Sono immagini virtuali, che in parte derivano dall’esperienza familiare, culturale e affettiva e in parte provengono dalla notte dei tempi e attivano l’esperienza psichica dandole direzione e guida.
L’Anima è la tonalità che l’uomo dà ai suoi rapporti col femminile, partendo dalle esperienze che ha avuto con le donne della sua vita, principalmente la madre.
Se la madre di un uomo è stata ‘matrigna’, se ha esercitato un’influenza negativa, egli può incarnare caratteristiche negative del femminile: insicurezza, fragilità, emotività, irritabilità, pigrizia, capriccio, pessimismo, fatalismo, impotenza, indecisione, malinconia, sfiducia, ipercriticismo, malignità… Potrà dire: “Sono sfortunato, non valgo niente, capitano tutte a me, niente ha senso, gli altri sono più fortunati, niente mi rallegra, non sarò mai felice, nessuno mi amerà..”
Se questa madre- negativa viene proiettata su una partner, ovviamente guiderà cattive scelte, potrà portarlo a una donna che somiglia alla cattiva madre per l’esigenza di rielaborare l’antico rapporto. A volte siamo inchiodati da una coazione a ripetere e riviviamo esperienze dolorose nel tentativo di cambiarne l’esito. Mastichiamo e rimastichiamo lo stesso boccone amaro e induciamo la vita a ripresentarci le stesse situazioni insuperabili.
L’Anima può essere una parte di noi non realizzata, non manifesta, mai venuta alla luce. Poiché l’uomo è dominato dal logos, potrebbe mancargli proprio l’eros, e la donna incorporerà un fattore erotico non elaborato, affascinante ma anche pericoloso e portatore di morte. Miti e storie sono piene di donne che attirano gli uomini con la loro bellezza e poi li rovinano. La femme fatale che porta al disastro, la sirena di Ulisse che divora i marinai, la Loreley tedesca nemica dei battellieri , Euridice che attira Orfeo agli Inferi, la Rusalka slava annegatrice sono la donna vista come illusione fascinosa ma distruttiva, la Salomè che fa decapitare il Battista o la Lucrezia Borgia che avvelena gli amanti.
In un uomo una madre-Anima negativa può produrre:
-una identificazione con un femminile negativo, come appropriazione permanente della madre, effeminatezza, vanità, narcisismo del corpo, del sentimento o dell’orgoglio, suscettibilità, megalomania, o anche un intellettualismo sofista che produce una ragione maniacale fine a se stessa priva di idealità o di sentimento: la sfinge che pone indovinelli, Turandot che uccide gli spasimanti, l’esteta insensibile ai valori umani che pratica il sesso come attività meccanica priva di sentimento, il leader che ha bisogno del potere come gratificazione affettiva spinto una finzione costante in cerca di applausi e che usa il sesso senza amore in modo coatto e ossessivo, l’artista condannato a un perpetuo vittimismo o autocompiacimento…
-la conquista del femminino in modo prevaricante e materiale: colui che ha continue amanti, il tombeur de femmes, il Casanova che ha molte donne ma non ne ama nessuna e si cimenta in continue conquiste materiali, il dominatore di donne, il gerarca familiare, il talebano… Jung pensa che Don Giovanni non sia fissato sulla pulsione sessuale ma sull’istinto di potenza, in realtà, avendo tante donne, non ne ama nessuna e la sua sessualità è meccanica, senza sentimento.
-la distruzione del femminile con una energia focalizzata ancor più in basso con un aspetto duro e di livello primitivo in cui c’è solo pornografia o violenza: la donna come preda, sesso inferiore, animale, oggetto, strumento, su cui l’uomo stimola la sua aggressività cercando di violarla, ferirla e annientarla, perché i suoi sentimenti non sono evoluti e vive l’energia solo come potere barbaro e distruttivo. Anche la pedofilia rientra in questo caso, in quanto la debolezza del bambino rappresenta una energia debole e pura da dissacrare. Un uomo con una sana valenza femminile non farebbe mai del male a un bambino, perché la prima regola del femminile è la protezione dei deboli e la salvaguardia dei piccoli. La violenza verso cose, animali e persone significa sempre un femminile vissuto malissimo che ha straziato dentro di sé il concetto della cura e della compassione.
(Chagall)
In un uomo, sintonizzarsi positivamente sul proprio lato femminile positivo può significare: la capacità di provare compassione per i deboli, un senso di protezione per le donne o i bambini, l’aprirsi alla spiritualità, vivere idealità alte, rispettare e difendere i valori della vita, della relazione e dell’amicizia, la religione o il misticismo, i legami con la natura, l’interesse per l’inconscio, la magia, il paranormale, la medianità, l’arte…
Si parla di medianità come valenza femminile perché il femminile rappresenta il legame in generale e la medianità è il legame mistico con altri mondi. Da sempre la medianità viene considerata un requisito femminile; gli antichi sapevano che le donne possono entrare più facilmente in rapporto con altre dimensioni e ancor oggi la maggior parte dei medium sono donne, più aperte alle manifestazioni sottili. Da tempo immemorabile le varie religioni hanno indicato questa priorità del femminile sacro vestendo i sacerdoti con abiti femminili. Gli sciamani tungusi si vestono da donna per facilitare il rapporto con gli spiriti; le leggende narrano che gli indovini greci passavano lunghi anni vestiti da donna, e lunghe sottane portano anche i nostri preti cattolici.
L’Anima può essere vista anche come ispirazione e guida per una conoscenza superiore, Beatrice che guida Dante al Paradiso (la Divina Commedia è una grande opera alchemica o psicagogica). Sono femminili gli angeli indiani, deva. Viceversa, abbiamo le mistiche, sante e medium hanno spesso una guida spirituale maschile.
Luise Von Franz narra che in una tribù primitiva un giovane, iniziato da uno sciamano, fu seppellito in una fossa di neve, e in uno stato di premorte gli apparve una donna luminosa che gli dette gli insegnamenti che cercava, manifestazione della sua Anima.
L’Anima può dirigere l’uomo in alto o in basso, verso la fede o verso l’istinto. Può mostrarsi come:
Eva = la donna primitiva pulsionale e biologica,
Elena = la donna bella dell’innamoramento erotico,
Maria = l’amore spirituale,
Atena o Monna Lisa = la saggezza imperscrutabile…
Frequentemente l’Anima ha il compito di guidare l’uomo verso il mondo interiore. Alla fine del Medioevo questa pulsione si espresse nel culto della ‘donna angelicata’, che raffinò e stilizzò il rude mondo della cavalleria. La dama che il cavaliere serviva era la personificazione della sua Anima, tramite tra il mondo degli istinti e quello dello spirito, sublimazione della sua aggressività alla luce dell’ideale.
(Chagall)
L’archetipo è sempre duplice e non è bene spezzare la sua dicotomia. 
Quando il femminile venne ufficializzato nell’immagine tutta positiva di Maria, gli aspetti negativi dell’Anima furono proiettati in un oggetto da demonizzare: la strega. L’Europa entrò in una furia demoniaca, mise un lato del femminile su un altare per bruciare l’altra metà sul rogo. La donna fu spezzata in due: angelo del focolare e essere demoniaco. Nel teatro della psiche, metà delle energie furono sopravvalutate in modo fanatico e l’altra metà fu crocifissa.
Quando una parte della psiche cerca di distruggere l’altra, ciò si riverbera pesantemente all’esterno e si hanno effetti sociali devastanti: la guerra, il predominio di un genere sull’altro, la violenza di metà del mondo sull’altra metà…
Quando i dogmi tentano di spezzare la duplicità dell’archetipo i risultati sono terribili sia sul piano personale che collettivo. La chiesa di Roma cercò di espellere l’energia femminile dal suo sistema di valori e ciò produsse una mentalità schizoide e misogina, che tradusse l’ideale di fratellanza e sorellanza in sistema di potere e primazia.
Per questo Jung vuole che metabolizziamo la nostra controparte come punto di partenza per conciliare la società nelle sue antinomie sessuofobiche e nelle sue follie di distruzione.
Come possiamo capire il diverso fuori di noi se non lo conciliamo dentro di noi? Siamo sempre pronti a demonizzare ciò che ci è alieno. Si odia ciò che non si capisce. L’unica via per comprendere l’altro è riconoscerlo in noi e integrarlo. Forse non è proprio vero che odiamo e amiamo negli altri quello che amiamo e odiamo in noi stessi, ma certo l’immagine che abbiamo di noi è fondamentale nei rapporti col prossimo; più siamo divisi, più divideremo il mondo.
Se il positivo è messo tutto da una parte (Vergine Maria per i Cristiani, dea Kwan-Yin per i Cinesi, Shakti in India, Fatima figlia di Maometto per l’Islam), non avremo uomini completi o donne complete, l’Anima perderà la sua capacità di integrarsi con l’Animus, con grandi sofferenze umane. IE i mondo sarà una falsificazione culturale gravida di sciagura.
(Chagall)
L’Anima, globalmente, è un messaggio dell’energia: “è la donna dentro l’uomo che gli trasmette il messaggio vitale del Sé“.
Specularmente l’Animus per la donna, è una via che porta al Sé.
La totalità della psiche richiede il riconoscimento delle sue parti e la loro integrazione, la conciliazione degli opposti, le nozze alchemiche.
Ogni parte deve considerare la sua controparte e comunicare con essa o resterà spezzata e con ciò indebolita. La psiche è un mondo globale. Ricostituire questa globalità può essere una via per ricostituire una società più integra e sana. Jung non fa mai delle considerazioni psicologiche fini a se stesse, ma ha sempre in vista l’evoluzione collettiva. E’ perfettamente convinto che la palingenesi sociale comincia dall’individuo e quanto più faremo per il singolo uomo, tanto più faremo per il mondo.
Specularmente, per la donna, l’Animus è il colore del maschile, l’insieme delle sue energie maschili; anche questo archetipo è duplice, con un aspetto negativo e uno positivo, e situato su vari livelli.
Nei sogni l’Animus positivo è un pittore, un regista, il proprietario di una casa d’arte, il narratore, il maestro, la guida… possiede fermezza, coraggio, saggezza, controllo, forza d’animo… Al negativo è l’aggressore, il giudice, l’inquisitore, il dittatore, il militare… ; presenta allora: spirito critico, analisi spietata, ostinazione inaccessibile, durezza d’animo, freddezza disumana, fanatismo inflessibile, potere inesorabile, aggressività…
Un Animus negativo si può ripercuotere in pulsioni possessive o distruttive sui familiari, ma, nel suo lato mancante, può portare anche a paralisi della volontà, senso di nullità, aridità sentimentale, incertezza profonda…
“Non hai speranze. Perché ti dai da fare? La vita non sarà mai migliore”.
Nei sogni l’Animus negativo può apparire con figure aggressive, banditi, ladri, nemici, soldati… tutto ciò che richiama un padre-padrone inflessibile e distruttivo che tiene la figlia lontana dal mondo e in particolare dall’amore e che la lega, imbriglia, blocca e imprigiona, limitando le sue possibilità affettive e la sua libertà. Nella fiaba può essere il padre della Bella Addormentata che rifiuta che la figlia possa crescere e amare o l’Orco che divora i cinque bambini (esperienze dei cinque sensi).
L’Animus può essere anche fascinoso, come lo straniero misterioso, l’uomo potente e sconosciuto, il principe oscuro, l’eroe impenetrabile… la figura irraggiungibile che impedisce alla protagonista di crescere e di assumersi le sue responsabilità.
Nel dramma teatrale ‘La Donna del mare’ di Ibsen, la protagonista non riesce ad accettare il marito perché infatuata di un misterioso Straniero, un fascinoso marinaio incontrato su una nave. Chiaramente Ellida vive una realtà di sogno privandosi della responsabilità della vita reale. Alla fine del dramma lo Straniero appare realmente, e lei dovrebbe scegliere se unirsi a questo essere dionisiaco o restare col marito vero, ma quando Ellida si confronta col suo sogno, questi perde il suo magico potere e lei sceglie il marito, riuscendo finalmente ad amarlo. Viene sempre il momento decisivo in cui dobbiamo scegliere tra le nostre fantasie, bellissime ma irrealizzabili, e una realtà mediocre ma vera. A volte la guarigione da una situazione depressiva viene proprio dal confronto con la realtà.
Quando è possibile ridimensionare le creature del desiderio, esse cessano di prevaricare la coscienza e lasciano libera la volontà.
L’Anima o l’Animus possono essere guide ma anche personificazioni che si frappongono tra noi e il mondo reale per impedirci di vivere, imprigionandoci nel sogno.
(Chagall)
Per le caratteristiche positive dell’Animus, citiamo il coraggio nobile ed eroico di Giovanna d’Arco, l’idealismo che diventa ‘convinzione sacra ’ di S. Caterina, la ricerca interiore di Mère, la tenacia di Maria Curie, la fermezza spirituale di Madre Teresa di Calcutta…. L’Animus può essere un ponte tra l’interiorità e il Sé, e in tal senso può aprire la vita a nuovi significati.
Queste forze interiori vanno conosciute ed elaborate. Quando il soggetto è preda inconsapevole delle personificazioni dell’inconscio, l’io crede di dirigere i pensieri e i sentimenti, mentre è posseduto da forze a lui ignote. Se due partner sono preda di un Animus e di un’Anima negativi, il rapporto sarà litigioso, meschino e viscerale, e li farà scendere a livelli molto bassi. Si tratta allora di staccare l’io dalle personificazioni per fargli riprendere la sua energia utile.
Il processo di trasformazione dell’Ombra è nel principe-bestia della fiaba, che torna a essere umano quando sposa la sua salvatrice. Il principe ranocchio o La bella e la bestia. Come diceva Marisa: “Allevo ranocchi, perché non si sa mai!”. Ma anche questo va fatto con misura, perché ci sono ranocchi che restano tali e anche principi azzurri che rapidamente si deteriorano diventando peggio di ranocchi.
I livelli dell’Animus possono essere:
Tarzan = il potere del maschio forte come fisicità primitiva, la forza fisica, l’uomo che lotta contro gli elementi, immagine di grande fascino ma a volte di difficile convivenza;
Neruda o Robin Hood= il poeta d’amore o il cacciatore in cui si manifesta l’azione eroica, l’uomo che va alla conquista di…, anche questo personaggio spesso risulta egoista e meno elevato di quello che sembra;
Socrate = il portatore di pensiero, il quale, proprio perché immerso nella sua mente, raramente è sensibile agli affetti e alle cose pratiche e può essere un pessimo compagno e padre;
Gandhi = la spiritualità trasformatrice… che in genere richiede grandi sacrifici a una compagna martire annientata dalla sua ricerca assolutistica.
(Botero)
Ogni sesso ha le sue specificità biologiche che sono anche psicologiche; confrontarsi con la propria controparte facilita il rapporto esterno. Un eccesso di sentimentalismo o di intellettualismo indica una psiche scissa e lateralizzata. Una persona sommersa dall’emozione non è in un giusto rapporto col mondo come non lo è una dominata dalla razionalità. Qualunque aspetto vogliamo considerare, dovrebbe essere contemperato dal suo opposto. L’integrazione equilibrata è la giusta misura.
La prima forma di comunicazione col diverso è quella di ogni sesso col sesso opposto. Jung ci dice che il diverso è dentro di noi e se non impariamo a riconoscerlo e a comunicare con esso, creeremo delle società malate. Comunicare col diverso non significa respingerlo ma nemmeno diventarne omogenei, anche l’identità è una ricaduta all’indietro: uomini che si femminilizzano o donne maschilizzate non risolvono il problema.
Teniamo conto delle proiezioni: per farsi capire, l’inconscio si proietta, la ricerca è un atto speculare, così l’uomo proietta la propria immagine femminile fuori di sé sulla donna amata, il pittore può innamorarsi della modella, il maestro dell’allieva, l’analista della paziente, così la donna proietta fuori di sé un ideale di uomo su qualcuno che poi rischia di non essere all’altezza delle sue aspirazioni.
(La moglie Emma)
Jung proiettò la sua Anima su una giovane paziente, TONI WOLFF. A molti analisti è capitata la stessa cosa, l’innamoramento tra analista e paziente è diventato una categoria clinica.
Jung ebbe attorno a sé molte donne, bellissime, molto intelligenti, con forti personalità, magnetiche. Alcune si contentarono si stargli a fianco, di aiutarlo come assistenti, di ammirarlo. Altre ebbero con lui relazioni più forti. Molto interessante fu la moglie, Emma Rauschenbach, bellissima e intelligentissima, una donna di grande valore, che seppe sopportare e amare un marito infedele che diceva pubblicamente di credere nella poligamia e conosceva le sue amanti, lavorando anche con alcune di essere; una donna tutt’altro che succube che conobbe grandi gelosie. Era anche lei una analista e i contributi si Animus e Anima sono suoi, come la ricerca sul Graal.
Una grande intellettuali vicina a Jung e sua aiutante fu Marie Louise von Franz, l’allieva prediletta di Jung, che scrisse molti bellissimi libri, molto chiari, sui sogni, fiabe e miti, sincronicità, i simboli numerici. Jung la incoraggio a vivere con un’altra donna più vecchi di lei di 24 anni, rinunciando a una famiglia e ai figli.
(Marie Louise von Franz)
Un’altra collaboratrice fu l’inglese Barbara Hannah. E poi l’infaticabile segretaria Aniela Jaffé che scrisse la sua biografia.
(Aniela Jaffè)
Ma la più importante e per questo più odiata da tutte fu TONI WOLFF. E’ lei che ispira ‘Tipi psicologici’. Jung mantenne un rigoroso silenzio su di lei, bruciò il loro carteggio e non la citò nell’autobiografia.
Quando la conobbe, lei aveva 23 anni e lui 36. Lei era bella e depressa per la morte del padre, lui passava la grande crisi depressiva dovuta alla rottura con Freud, che si era posto nei suoi confronti come un padre. Si incontrarono e unirono le loro due depressioni. Lei sta in analisi tre anni, ma la loro relazione dura 40 anni, fino alla morte di Toni.
Jung ha condiviso con Toni i suoi sogni e la sua immaginazione attiva, sentimenti e visioni che registrò nel suo Libro Rosso. Era la sua anima gemella in un modo che Emma non poteva essere. E mantenne questa funzione per la maggior parte del resto della sua vita. Jung la chiamò la sua “seconda moglie”.
Toni diventò un membro fondatore della Psicologia Analitica Club e poi presidente dal 1928 al 1945. Dal 1920 in poi ha lavorato come assistente di Jung. La maggior parte dei pazienti di Jung sono stati curati anche da lei. Lei si occupava degli aspetti personali, Jung di quelli archetipici. Era una donna molto elegante e drammatica, che fumava e beveva molto. Non si sposò mai, Jung era l’uomo nella sua vita. Nessuno ha potuto dire se tra loro ci fosse una relazione sessuale ma il loro legame era intenso. Soffriva di una grave artrite reumatoide, che alla fine la immobilizzò. Ma lavorò fino al giorno della sua morte.
Sembra che ci sia una cassaforte dove la Jaffé depositò la loro storia narrata da Jung. Ma quei fogli non sono mai venuti alla luce. Jung disse che la sua moglie legale era Emma, ma la sua donna Anima era Toni. La moglie soffrì molto per questa relazione così profonda che quasi mise a rischio il loro matrimonio, anche perché Toni frequentava la casa di Jung per tutto il giorno ed era loro ospite fissa al pranzo della domenica. Gli interessi in comune con Jung erano molti e profondi. L’unica cosa che li divise fu l’alchimia che a Toni non interessava e cin cui invece Jung si immerse per 30 anni. Quando Toni morì, Jung non riuscì ad andare al suo funerale. Ci andò sua moglie. Due anni dopo morì anche la moglie.
Il problema dei rapporti dell’Io con le sue controparti psichiche è di difficile soluzione. Occorre che la duplicità energetica realizzi una buona integrazione e che la psiche chiarisca il più possibile la sua parte ombra. Animus e Anima sono elementi complementari, che ogni individuo deve necessariamente coniugare in sé se vuole arrivare a sviluppare una personalità completa. Da qui passa anche il miglioramento del mondo. Questo è uno dei punti in cui il pensiero di Jung si distacca di più da quello di Freud. L’integrazione delle due parti complementari porta più rapidamente verso il Sé, o ‘personalità integrale’, unità organica di tutti gli elementi della psiche, per cui il singolo diventa un’entità maggiormente responsabile e creatrice sul piano del mondo. Al contrario, pesanti problemi si hanno quando il soggetto si identifica a tal punto con la sua maschera sociale da non essere più cosciente di se stesso e naufragare in schemi sociali stilizzati, distruttivi di qualunque integrazione sociale, o quando rifiuta la controparte psichica lateralizzandosi.
Il primo passo è renderci conto di quanti contenuti inconsci proiettiamo e cercare di recuperarli. Il secondo passo è capire che conoscere se stessi è una via importante per conoscere l’altro e migliorare la relazione col mondo.
Ovviamente non esiste relazione sana se non si riesce a distinguere ciò che è reale da ciò che appartiene alla nostra parte Ombra.
Il processo di individuazione è arduo e richiede volontà e capacità, il fine è quello di conoscere e completare l’io, far sposare l’Animus o con l’Anima, per raggiungere l’integrazione psichica, l’unione degli opposti in vista di un individuo completo, che trascende conscio e inconscio e non è definito come Io (parzialità) ma come Sé (totalità).
Animus e Anima indicano i rapporti che ognuno ha con la propria controparte psichica, e insieme con le controparti che vengono proiettate all’interno della coppia o sul mondo.
Ci sono molte forme di rapporti. Noi pensiamo alla parentela, al rapporto sessuale, all’amicizia, ma c’è dell’altro… a volte tra due esseri umani corre come ‘un filo d’oro’. E’ solo quando si squarcia il velo di Maia che possiamo riconoscere il filo d’oro”. .
Questo concetto dell’unione degli opposti, delle nozze tra Animus e Anima è molto importante. Jung lo ritroverà nelle immagini dell’Alchimia dove si mostrerà come‘unio mystica’, ‘mysterium coniounctionis’.
Per rappresentare il massimo della completezza l’inconscio usa immagini erotiche, unioni d’amore, simboli sessuali. Per questo, come osserva L. M. von Franz, non sempre sogni che ci possono sembrare erotici lo sono, a volte essi sono addirittura indicazioni mistiche o simboleggiano grandi sintonie.
Per chiudere questo difficile capitolo sulla coppia dentro di noi e fuori di noi e sulla difficoltà di essere felici in amore, ricordo che la felicità non è la conseguenza di qualcosa di esterno, in gran parte essa dipende dalla nostra capacità di generare felicità e potrebbe aver ragione Igor Sibaldi: “La felicità non un risultato, è un gusto, un senso come un olfatto”.
La domanda è se si può sviluppare questo senso o stato d’animo con la volontà e l’esercizio.
E per chi non ha questa rara capacità di essere comunque felice?
Possiamo ripetere le parole di Jung: non ci sono strade chiuse, ci sono strade possibili, anche se non tutti i problemi possono essere risolti. Quando un problema non possiamo risolverlo, possiamo però superarlo. Come? Orientando la vita in modo più ampio, uscendo dalle ristrettezze del problema.
Dice Jung: “Ciò che a un livello inferiore avrebbe prodotto conflitti selvaggi e paurose tempeste affettive, appariva, da un livello più elevato della personalità, come un temporale delle valli visto dalla cima di un monte… quindi mi chiesi se questa possibilità del superamento, cioè di un ulteriore sviluppo psichico, non costituisse in genere il fatto normale e se quindi il fatto patologico non consistesse proprio nel rimanere bloccati dentro o davanti a un conflitto” .
Sicuramente il problema della felicità dipende in gran parte da noi, ma, ci chiediamo: quello che riusciamo a realizzare è frutto del destino, un dono personale o il risultato della volontà? Difficile rispondere.
A. Guggenbuhl-Craig pensa che la felicità sia un mistero:
”Goethe chiamava la gioia ‘la scintilla divina’. Ma gli dei non possono essere comandati. Essi possono apparire o no, come vogliono. La gioia non è naturale, è un dono. Alcuni possono incontrarla, altri no; del resto ci sono molti esseri umani che non hanno mai avvertito realmente la presenza della gioia nella loro vita” .
Forse è meglio cercare l’individuazione come compito, non solo sociale, ma anche collettivo, e considerare la felicità come un optional, che può apparire all’improvviso.
Sempre Guggenbuhl-Craig:
“Ogni singola anima è parte dell’Anima collettiva. I nostri strati più profondi sono collegati all’inconscio collettivo, all’anima collettiva che congiunge tutti gli uomini e tutti i gruppi. E’ perciò difficile immaginare un’individuazione egoistica, intesa come passatempo privato. Colui che si individua si fa carico dei propri simili, sia che intervenga attivamente negli eventi, sia che lotti interiormente per risolvere problemi collettivi” .
In luogo di una integrazione del femminile col maschile, il nostro Occidente ci mostra sempre nuovi pretesti per aggredire il femminile e togliergli diritti ed espressione o per svilirlo in forme basse e materiali. Duemila anni sono passati, ma le chiese integraliste non hanno avuto alcuna evoluzione e gran parte dell’umanità continua ancora a soffrire.
Le crociate misogine dovrebbero finalmente essere sostituite da una mentalità nuova e moderna, più consona ai tempi che viviamo e produttrice di un futuro più sereno per tutti. Tornare alla lotte alle streghe, di infausta memoria, non sarebbe utile nemmeno alla stessa Chiesa, che non ha mai chiesto perdono per i sei milioni di donne innocenti uccise al tempo della caccia alle streghe con accuse intollerabili. I nuovi inquisitori sarebbero da estradare nella notte dei tempi. E con loro quei politici che furbescamente o per convinzione vorrebbero far tornare le donne nel mondo del non essere o ridurle al rango di oggetto.
Visto che le donne sono la parte numericamente più alta dell’elettorato, forse sarebbe il caso di chiedere scusa per lo spregio che è stato loro fatto al corpo e all’anima, uno spregio che continua ad essere perpetrato contro di loro in un peggioramento delle leggi e dei comportamenti che non trova tregua nemmeno nelle aule parlamentari.
In Italia le leggi misogine continuano ad andare avanti, con affronti alla donna che sono unici al mondo, obsoleti alle variazioni etiche della società moderna, in un rinfocolarsi di antichi pregiudizi maschili barbarici che sanciscono uno stato di potere arcaico che oggi non ha più ragione di essere. Nelle sue campagne misogine, la Chiesa cattolica si allinea stranamente a quel Sigmund Freud che ha sempre avversato, con la sua incapacità di capire gli omosessuali come i diritti delle donne.
Freud ha fatto di una differenza biologica la giustificazione di una supremazia gerarchica, che un tempo trovava risposta politica nella configurazione forzata delle leggi, del costume, della religione, della famiglia. Oggi questa supremazia sessuale è del tutto obsoleta in nome di una società progredita e migliore, nel fiorire delle rivendicazioni femminili e nel sorgere di uomini migliori e diversi, su cui molto contiamo.
Mentre la psicologia di Freud è tutta incentrata sul maschio e tesa al suo dominio sul mondo, Jung considera l’essere umano come una entità complessa, formata da valenze maschili e femminili, qualunque sia il suo sesso. Del resto anche il nucleo delle cellule primarie contiene biologicamente entrambe le caratteristiche di genere.
due sessi non sono così dissimili come certa cultura vorrebbe. Pur mostrando certe prevalenze, ognuno contiene in sé il genere opposto, dunque in ogni uomo c’è una donna e in ogni donna un uomo ed è questo che rende possibile la relazione, il rapporto e l’amore.
L’amore non è solo una questione di desiderio sessuale, come vorrebbe Freud, ma qualcosa di molto più ricco e complesso che persiste anche quando il desiderio sessuale non c’è più e crea un’alleanza, una complementarietà, una completezza che l’essere singolo da solo non avrebbe.
Ogni volta che la personalità si manifesta in senso lateralizzato si crea uno squilibrio che porta a dissociazione psichica, e questa a sua volta produce danni sociali, perché si riverbera in comportamenti dannosi per l’insieme sociale. Chi esclude qualcosa da sé escluderà qualcosa fuori di sé.
Ogni volta che l’Io si aliena da una sua parte, proietta questa dissociazione fuori e la combatte come un nemico, ciò crea nel mondo perpetue disarmonie, lotte senza fine, discriminazioni e pregiudizi.
Meno l’uomo è in pace dentro di sé, più creerà guerre fuori di sé.
Più l’uomo sarà costretto a una forma di vita dissociata e alienata (si veda certi membri della Chiesa e le loro forzose rinunce) meno riuscirà a capire i modi dell’integrazione, l’amore, la famiglia, la sessualità, l’amicizia…e sarà portato a demonizzare ciò che di cui non fa esperienza diretta (la sessualità o la famiglia o l’amore).
(Giacomo Balla)
Ci sono imposizioni esogene così innaturali da allontanare l’uomo da se stesso e da renderlo estraneo all’altro. Facilmente ciò che viene rimosso o represso riemerge in forme di arbitrio, dispotismo e potere.
La guerra tra sessi è la conseguenza di generazioni di uomini patologici, divisi, non pacificati.
Al contrario, più qualcuno riuscirà a realizzare una personalità autonoma e ben integrata, più diffonderà attorno a sé amore e benevolenza, agendo per il positivo del mondo e non per la sua divisione e distruzione. Le nostre divisioni interne diventano divisioni sociali, il male dell’uomo è il male del mondo, e la storia prova che molti grandi distruttori bellici erano dei veri malati mentali, dei folli che hanno trascinato altri nella loro follia eccitando le loro parti viscerali e il loro lato irrazionale.
A capo delle crociate non ci sono i migliori ma i distorti. E inevitabilmente le nostre incompletezze generano altre incompletezze.
Noi possiamo essere semi di felicità o piante mostruose piene di veleno che si moltiplicano pericolosamente.
Secondo Jung, una maggiore integrazione di ogni psiche in sé porterebbe a meno guerre, meno divisioni, meno problemi.
Riconoscere le nostre parti e integrarle genera atteggiamenti di integrazione sociale.
Nella storia della Chiesa moderna la figura più integrata appare papa Giovanni, che aveva liberato le proprie valenze femminili positive, e sapeva offrire al mondo benevolenza, relazione, amicizia, cordialità, tolleranza, unione…
La fisiologica conseguenza di una psiche armoniosa è l’amore, la relazione tra gli uomini non la divisione.
La fisiologica conseguenza di una psiche dissociata è la guerra, la crociata, la creazione di un nemico, la perpetuazione di un abominio.
Il mondo no global, in questo senso, come gran parte del mondo del missionariato, o anche del sindacato, della medicina, dell’insegnamento ecc. sono il frutto di questo amore, sono il prodotto di personalità bene integrate, benevolenti, portate naturalmente all’amore per gli altri, all’aiuto, alla compassione, alla partecipazione.
La principale valenza femminile è la cura e la protezione della vita e da ciò discende naturalmente il rifiuto della guerra, il rifiuto delle divisioni, dei pregiudizi e anche della gerarchia, del comando e della sopraffazione…
Non a caso spesso quando uno sogna papa Roncalli lo sogna in vesti femminili, come vecchia badante o nonna o madre, perché manifestava elementi che in psicologia si chiamano femminili, attinenti alla protezione, alla tutela, all’amore. Lo stesso papa Giovanni disse che Dio era ‘Madre’, e che l’era futura sarebbe stata l’era delle donne, intendendo che il mondo si sarebbe salvata se avesse sviluppato le proprie funzioni femminili.
Gli uomini devono curare il mondo non distruggerlo, devono trovare modi di relazione civile tra loro, dirimendo con strumenti pacifici le divergenze, devono creare un futuro di pace, smussando le differenze, abbandonando i motivi di lotta per cercare i motivi di relazione.
E’ chiara la connessione con l’ecologia, il pacifismo, le forme di economia protettive e non distruttive, la difese dei deboli, lo stato sociale, la cooperazione.
Papa Giovanni disse ancora che non si sarebbero salvati i singoli ma i gruppi. Il singolo manifesta l’egoismo, l’egocentricità, l’opposizione agli altri, l’Io contro tutti; il gruppo manifesta i sentimenti unitivi, di amicizia e relazione, lo stare insieme in eguaglianza e parità, la famiglia umana, il rispetto reciproco, la capacità di comunicare e convivere, di stare insieme in pace, il ‘noi’. E non a caso il nostro tempo più che pensatori isolati ci dà gruppi collegati. La rete no global e’ tutta una connessione tra gruppi, ogni gruppo porta avanti un proprio lavoro etico e sociale e, in virtù di un grande miracolo dell’inconscio collettivo, i gruppi sono coesi, e formano spontaneamente un insieme armonico, come se la natura invisibile collaborasse al loro lavoro, creando un organismo comune a livello planetario. Ogni gruppo opera per un scopo così come le cellule di un organo operano per quell’organo, ma tutti gli scopi concordano col benessere dell’organismo. Nessun gruppo è fine a se stesso ma tutti sono funzionali a un insieme più alto. Al posto del predominio, dell’arroganza, della prevaricazione troviamo la concordia, la collaborazione funzionale, la prospettiva di un bene futuro generalizzato, il senso di partecipare a un disegno più grande, l’insieme.


https://masadaweb.org/2011/02/18/masada-n%C2%B0-1262-16-2-2011-jung-4-4-bis-archetipi-animus-e-anima-il-maschile-e-il-femminile/


  Aut-Aut








 




Elenco blog personale