mercoledì 18 gennaio 2012

Thomas Mann. Quando un pensiero ti domina lo ritrovi espresso dappertutto, lo annusi perfino nel vento.

Che cos'è un individuo? in che cosa consiste la sua identità? Tutti i romanzi cercano di dare una risposta a queste domande. E in effetti, cos'è che definisce un io? Quello che fa, le sue azioni? Ma l'azione sfugge al suo autore, rivoltandosi quasi sempre contro di lui. La sua vita intima, allora, i pensieri, le emozioni segrete? Ma un uomo è in grado di capire se stesso? I suoi pensieri segreti possono davvero fornire la chiave della sua identità? Oppure ciò che definisce l'uomo è la sua visione del mondo, le sue idee, la sua Weltanschauung? E' questa l'estetica di Dostoevskij: ciascuno dei suoi personaggi obbedisce a una originalissima ideologia personale in base alla quale agisce con logica inflessibile (...). Alla ricerca di un tale fondamento - una ricerca interminabile - Thomas Mann ha dato un contributo assai importante: noi crediamo di agire, egli afferma, crediamo di pensare, ma è un altro o sono altri ad agire e a pensare in noi: abitudini ancestrali, archetipi tramandati sotto forma di miti da una generazione all'altra; e sono questi archetipi, dotati di una immensa forza di attrazione, che dal fondo di quello che Mann definisce "il pozzo del passato" continuano a governarci.
Milan Kundera, I testamenti traditi




Profondo è il pozzo del passato. O non dovremmo dirlo imperscrutabile? 
Imperscrutabile anche, e forse allora più che mai, quando si discute e ci si interroga sul passato dell’uomo, e di lui solo: di questo essere enigmatico che racchiude in sé la nostra esistenza per natura orientata al piacere ma oltre natura misera e dolorosa, e il cui mistero, come è comprensibile, forma l’alfa e l’omega di tutti i nostri discorsi e di tutte le nostre domande, dà fuoco e tensione a ogni nostra parola, urgenza a ogni nostro problema”. “Perché appunto in questo caso avviene che quanto più si scavi nel sotterraneo mondo del passato, quanto più profondamente si penetri e cerchi, tanto più i primordi dell’umano, della sua storia, della sua civiltà, si rivelano del tutto insondabili e, pur facendo discendere a profondità favolose lo scandaglio, via via e sempre più retrocedono verso abissi senza fondo. Giustamente abbiamo usato l'espressione "via via, sempre più" perchè l’insondabile si diverte a farsi gioco della nostra passione indagatrice, le offre mete e punti d’arrivo illusori, dietro cui, appena raggiunti, si aprono nuove vie del passato, come succede a chi, camminando lungo le rive del mare, non trova mai termine al suo cammino, perché dietro ogni sabbiosa quinta di dune, a cui voleva giungere, altre ampie distese lo attraggono più avanti, verso altre dune” .
Thomas Mann Le storie di Giacobbe,Milano 2001, p. 23



Thomas Mann. Giuseppe e i suoi fratelli.
La tetralogia, composta dai libri .



Il tempo raffredda, il tempo chiarifica; nessuno stato d'animo si può mantenere del tutto inalterato nello scorrere delle ore."
Thomas Mann

Aveva un’educazione molto ammodo, vivendo due anni in una distinta pensione di Karlsruhe, che godeva, la protezione della Corte. Non si dedicava a nessuna arte o scienza, ma ci teneva a fare la massaia. Leggeva però molto, scriveva lettere in perfetto stile ai suoi, alla direttrice della pensione, alle amiche d’un tempo, e di nascosto scriveva anche poesie. Un giorno la sorella mi fece vedere un suo poema intitolato Il Minatore, e ancora ne ricordo la prima strofa. Diceva:
Io sono un minatore nel pozzo dell’anima
E scendo zitto e senza tema giù nel buio,
il prezioso e nobile metallo del dolore.
Il seguito non lo ricordo più. Mi è rimasto soltanto l’ultimo verso:
E non più bramo risalire alla felicità-
Doctor Faustus, Thomas Mann.


Quando un pensiero ti domina
lo ritrovi espresso dappertutto,
lo annusi perfino nel vento.
Thomas Mann

Già allora sentii una fitta al cuore, ma non capii, non credevo che fosse gelosia, non me ne credevo più capace. E invece lo sono, lo capisco adesso, e non voglio negarlo, è meraviglioso soffrire ancora, contraddire questo corpo che invecchia, è un incanto. Anna dice che la coscienza non è che il riflesso del fisico, che è il corpo a modellare la psiche su di sé. Anna sa molte cose, Anna non sa nulla. No, non è vero che non sa nulla. Ha sofferto, ha amato senza senso e ne ha patito e se ne è vergognata e perciò sa molto. Ma sbaglia se pensa che l'animo si lasci portare dal corpo nella serenità dell'età matura, perché non crede al miracolo, non sa che la natura può lasciar fiorire meravigliosamente la coscienza anche se è tardi, anzi troppo tardi - fiorire d'amore, di desiderio, di gelosia come sto provando io in questo tormento e beatitudine.
Thomas Mann, "L'Inganno"



"Niente è più singolare, più imbarazzante che il rapporto tra due persone che si conoscono solo attraverso gli occhi, che si vedono tutti i giorni a tutte le ore, si osservano e nello stesso tempo sono costretti dall'educazione o dalla bizzarria a fingere indifferenza e a passarsi accanto come estranei, senza saluto né parola. 
Fra di loro c'è inquietudine ed esasperata curiosità, l'isteria di un bisogno insoddisfatto, innaturale e represso di conoscersi e di comunicare e soprattutto una sorta di ansiosa attenzione. Infatti l'uomo ama e onora l'uomo fino a che non è in grado di giudicarlo, e il desiderio è il frutto di una conoscenza incompleta."
da 'La morte a Venezia' di Thomas Mann, che morì nel 1955


"La nostra capacità di essere disgustati, lasciami osservare, varia in proporzione ai nostri desideri; cioè in proporzione all'intensità dei nostri attaccamenti alle cose del mondo."
Thomas Mann, La legge
Thomas Mann, scrittore tedesco (1875-1955). Premio Nobel nel 1929 >


La malattia rende l'uomo molto più corporeo, anzi fa di lui esclusivamente un corpo.
Thomas Mann, La montagna incantata (Capitolo quarto, Il termometro)




Al giovane Hans Castorp, che sopra la valle scintillante riposava nel calore del suo corpo protetto da lana e pelliccia, nella gelida notte rischiarata dal lume del morto satellite, si presentò l’immagine della vita: gli apparve, in qualche parte dello spazio, lontano e pur tangibile, il corpo, opaco e bianchiccio, esalante vapore e odore, appiccicoso, la pelle, con tutta la sporcizia e i difetti della sua natura, con le sue macchie, papille, screpolature e zone granulose e squamose, ricoperta dai teneri fiumi e vortici della lanugine rudimentale. Separata dal gelo delle cose inanimate, l’immagine della vita sorgeva dalla sua sfera di vapori, indolente, il capo incoronato da un che di fresco, di carneo, di pigmentato, prodotto dalla sua pelle, le mani intrecciate dietro la nuca e di sotto le palpebre abbassate guardava l’osservatore con occhi che una varietà di forme delle palpebre faceva sembrare obliqui, le labbra semiaperte, un po’ arricciate, appoggiata a una delle gambe che il pesante osso iliaco risultava alquanto nella sua carne, mentre il ginocchio della gamba rilassata, lievemente piegato, col piede posato sui diti, toccava la parte interna della gamba, gravata dal peso. Stava così rigido e sorridente, avvolto nella sua grazia, puntati in avanti i bianchi gomiti. All’oscurità fortemente odorante delle ascelle corrispondeva nel triangolo mistico la notte del grembo, come agli occhi corrispondeva l’apertura del bocca, del rosso epitelio, ai boccioli rossi del seno l’ombelico allungato sulla verticale.
Thomas Mann, La Montagna Incantata.


Due giornate di viaggio allontanano l’uomo (specie l’uomo giovane le cui radici sono ancora poco abbarbicate alla vita) dal mondo di tutti i giorni, da quelli che egli considerava doveri, interessi, affanni, previsioni, assai più di quanto non abbia immaginato mentre la carrozza lo portava alla stazione. Lo spazio che roteando e fuggendo si dipana tra lui e la sua residenza sviluppa forze che di solito si vedono riservate al tempo; di ora in ora provoca mutamenti interiori molto simili a quelli attuati dal tempo, che però in certo modo li superano. Come quest’ultimo, esso genera oblio, ma lo fa staccando la persona dai suoi rapporti e trasportando l’uomo in uno stato di libertà originaria… anzi, trasforma in un baleno persino il pedante borghese in una specie di vagabondo. Il tempo, si dice, è oblio; ma anche l’aria delle lontananze è un filtro dello stesso genere, e se anche dovesse agire meno a fondo, in compenso lo fa con maggiore rapidità.
Thomas Mann, da “La montagna incantata”



...il sentimento è divino. L'uomo è divino in quanto sente, egli è il sentimento di Dio. 
Dio lo creò per sentire mediante lui. L'uomo non è che l'organo mediante il quale Dio celebra le nozze con la vita svegliata ed inebriata. Se l'uomo vien meno nel sentimento, si scatena l'onta di Dio, la sconfitta della forza che viene da Dio, una catastrofe cosmica, un inimmaginabile orrore ...
Thomas Mann. La montagna incantata


Thomas Mann ne "La montagna incantata"
in un dialogo fra Settembrini e Castorp scrive:
« “[…] Ha sentito parlare il terremoto di Lisbona?"
“No… Un terremoto? Qui non leggo giornali…”
Lei mi fraintende. E giacché ci siamo, è deplorevole…
e significativo di questo luogo… che lei trascuri di leggere i giornali.
Ma lei mi fraintende. Il cataclisma cui alludo non è attuale,
E avvenuto circa 150 anni fa…”
“Ho capito! Sì, sì,… aspetti!
Ho letto che quella notte, a Wieman,
Goethe nella sua camera disse al domestico…”
“Via, non volevo dir questo…”
lo interruppe Settembrini chiudendo gli occhi
e agitando la piccola mano bruna.
D’altro canto lei confonde le catastrofi, 
lei hai mente il terremoto di Messina. 
Io alludo alle scosse che sconvolsero Lisbona nel 1755.” »


Brano tratto da di un'intervista rilasciata da Thomas Mann al Neues Wiener Journal sul suo splendido romanzo "La montagna incantata"il 22 giugno 1920. Egli quì pone l'accento su quell' inquietante polarità che é la cosiddetta "coincidentia oppositorium" in questo caso quella che lega indissolubilmente il binomio Amore-Morte. Infatti questo binomio nel romanzo é rappresentato da quell'inattingibile registro insieme seduttivo e mortale che é dato dall'avvolgente irrestibile ma anche misterioso richiamo operato della morte nel contesto della vicenda d''amore che lega Hans Castorp uno dei protagonisti del romanzo in questione a Claudia Chauchat con "quegli occhi kirghisi, stretti e tagliati (così pareva a Castorp!) in maniera semplicemente incantevole, il cui colore eguagliava l’azzurro­ grigio o il grigio ­azzurro dei lontani monti; quegli occhi, che talvolta, a una certa occhiata di sghembo, non destinata a guardare, si oscuravano languidi come sotto un velo notturno.."  [...]
"La coscienza di tenere fra le braccia una donna votata alla morte ha in sé un fascino perverso. Attratto irresistibilmente dalla bellezza malata di questa donna, inebriato da una passione bruciante che pure è percorsa da un soffio di decomposizione, il giovane si lascia irretire sempre più a fondo
nella “Montagna incantata”.




Thomas Mann nel romanzo “La Montagna Incantata”, mostra come la malattia è, per il protagonista della storia, Hans Castorp, ansia di conoscenza e ricerca di umanità, è poter tentare di dare significato alla propria malattia e alla propria sofferenza e dove sia possibile ritrovare se stessi.

“…..perché l’imperio dell’amore non può essere imbavagliato, violentato, l’amore represso non è morto, ma vive e nella tenebra, nel segreto profondo cerca sempre di attuarsi….. E quale è mai la forma, la maschera sotto la quale ricompare l’amore non ammesso e trattenuto? Così domandò il dottor Krakowski facendo scorrere lo sguardo lungo le file come se aspettasse davvero la risposta dai suoi ascoltatori…..Nessuno lo sapeva tranne lui, e lui gli si leggeva in faccia avrebbe dato anche questa risposta….. Le donne trattenevano quasi il respiro. L’avvocato Paravant si scosse rapidamente ancora una volta l’orecchio affinché al momento buono fosse aperto e capace di afferrare. E a questo punto Krokowski disse: “Sotto la maschera della malattia!....la malattia è degna di venerazione perché serve ad affinare l'uomo e renderlo intelligente ed eccezionale.....perché l’imperio dell’amore non può essere imbavagliato, violentato, l’amore represso non è morto, ma vive e nella tenebra, nel segreto profondo cerca sempre di attuarsi...” [...]
Il sintomo morboso, disse, sarebbe attività amorosa camuffata e ogni malattia amore trasmutato.....La malattia è la forma impudica della vita. E la vita a sua volta? È forse soltanto una malattia infettiva della materia.....La malattia ti dà la libertà. Essa ti rende... ecco, ora mi sovviene la parola che non ho mai usata! Ti rende geniale.”
Thomas Mann,1875 – 1955, La montagna incantata



...spesso...istupidisce, certo ti costringe a cambiare



Sicuramente i sintomi sono portatori di un contenuto vitale e trasmettono,
per chi sa interpretarli, un messaggio esistenziale





I cani di questa razza possono essere molesti, perché vogliono sempre stare col padrone... così ero avvisato. Bauschan mi guarda, ascolta il timbro della mia voce, penetra l'accento che io do al mio discorso e che è di risoluta approvazione della sua esistenza. E d'un tratto, cacciando avanti la testa e aprendo e chiudendo in fretta le labbra, fa per saltarmi in faccia quasi volesse strapparmi il naso: pantomima che evidentemente vuol essere la risposta al mio discorso e che ogni volta, come Bauschan sa già, mi fa saltare indietro ridendo. È una specie di bacio a mezz'aria, fra tenero e canzonatorio, una manovra che gli è caratteristica fin dall'infanzia e che non ho mai osservato in nessuno dei suoi predecessori. Del resto, si scusa subito della libertà che si è presa, scodinzolando e facendo brevi inchini con un'aria fra allegra e impacciata. Poi, dal cancello del giardino usciamo in aperta campagna.
Thomas Mann. Cane e Padrone



«[…] Ad ogni modo, un bravo medico di solida cultura, come il dottor Langhals, tanto per fare un nome, il bel dottor Langhals con le sue piccole mani coperte di peli neri, sarà subito in grado di identificare la malattia, e la comparsa delle fatali macchioline rosse sul petto e sul ventre gli darà la certezza assoluta. Egli non avrà dubbi sulle misure da prendere, i rimedi da applicare»«[…] Egli non sa se la malattia che ha chiamato “tifo” sia in questo caso un infortunio poco grave in sé, la spiacevole conseguenza di un’infezione che forse si sarebbe potuto evitare, che a ogni modo si combatte efficacemente coi mezzi della scienza... o se non sia semplicemente una forma di disfacimento, la veste stessa della morte, che avrebbe potuto apparire anche sotto altra maschera, e contro la quale non c’è rimedio che valga».
Thomas Mann, I Buddenbrock



Aveva perduto una grossa somma di denaro… 
Oh, non era stata quella la cosa più intollerabile! 
Ma aveva dovuto sperimentare per la prima volta pienamente e sulla propria persona la crudele brutalità del mondo degli affari, dove tutti i sentimenti buoni, dolci e gentili spariscono davanti al rozzo nudo e imperioso istinto di conservazione, e dove una disgrazia patita non suscita negli amici, negli amici migliori, la commiserazione, bensì la diffidenza, la fredda e ostile diffidenza. Non lo sapeva già? Come mai se ne meravigliava?
Più tardi, nelle ore migliori e di maggior energia, che vergogna aveva avuto d’essersi rivoltato, pieno di schifo e inguaribilmente offeso, contro la brutta e spudorata durezza della vita! Com’era stato sciocco! Com’erano stati ridicoli quegli impulsi, ogni volta che li aveva provati! In che modo avevan mai potuto sorgere in lui? Che cos’era dunque, egli tornava a chiedersi: un uomo pratico o un languido sognatore? Ah, questa domanda se l’era posta mille volte, e nei momenti di forza e di sicurezza aveva risposto in un modo, nei momenti di stanchezza in un altro. Ma era troppo onesto e sagace per non confessare infine a se stesso la verità, e cioè ch’egli era un miscuglio d’entrambi.
Da “I Buddenbrook” di Thomas Mann




"LETTERATURA
La nuova montagna di Thomas Mann da "incantata" è diventata "magica"
Il capolavoro dello scrittore tedesco esce in una traduzione rinnovata.
L'ispirazione del titolo nasce da una frase di Nietzsche
di PIETRO CITATI

La nuova montagna di Thomas Mann da "incantata" è diventata "magica"

CON OGNI probabilità, Thomas Mann derivò il titolo del suo romanzo
La montagna magica, pubblicato nel 1924 (Meridiani Mondadori, a cura di Luca Crescenzi, traduzione di Renata Colorni, con un saggio di Michael Neumann, pagine CLXXVIII-1422, euro 55), da una frase di Nietzsche: 
"Ora si apre a noi il monte magico dell'Olimpo e ci mostra le sue radici"
Per Nietzsche, il monte magico dell'Olimpo era il mondo di Apollo:
il mondo della violenza, della dismisura, della colpa, della tenebra,
miracolosamente capovolti in legge, armonia, misura, equilibrio, quiete, purezza, profezia.

Non so se Mann lo amasse: forse riteneva che non era quello moderno, anzi modernissimo, dove scriveva il suo ardimentoso romanzo sinfonico.
Così Mann rovesciò il significato di quell'aggettivo: 
magico non era più il regno di Apollo, 
ma quello del giovane dio rivale, Ermes.

Corresse l'errore di Nietzsche perché Apollo ignora ogni magia 
mentre Ermes fonda il suo regno sulla magia.

Profondamente nutrito di cultura mitologica,
Mann sapeva che Ermes era stato concepito nella notte in un profondo antro ombroso,
tra i monti e i boschi dell'Arcadia. Il dio aveva una mente dalle molte forme,
che si volgeva, sempre sinuosa, da tutte le parti: il suo spirito aveva molti colori:
era ondeggiante, scintillante, inestricabile; e affascinava tutti coloro che l'incontravano.
Ermes giocava ironicamente con l'universo: era un grande artigiano: un ladro: un maestro di discorsi veri e falsi: conosceva il desiderio erotico senza rimedi; accompagnava all'Ade le anime dei morti, sorvegliando le frontiere, i crocicchi e le porte. Amava il viaggio, il commercio, il linguaggio, l'interpretazione.

Con una geniale intuizione Mann comprese che la modernità, in quegli anni dal 1912 al 1924 in cui compose il suo libro, viveva sotto il segno di Ermes. Ma ampliò e mutò questo segno. Il mondo ermetico moderno non affondava nelle caverne, ma stava in alto, presso le cime delle altissime montagne dei Grigioni, tra le nevi, le nebbie, il freddo, il gelo, le nuvole grigio-azzurre, i radiosi e vellutati raggi di sole, il luccichio diamantino della luna, l'ovattata assenza di suoni, le cliniche dove veniva curata la Tubercolosi. Esso aveva due qualità che quello classico non conosceva. La prima era la malinconia: cara a Marsilio Ficino e a Dürer. La seconda era la fascinazione della malattia, che conduceva alla fascinazione ancora più profonda della morte.
***

Il monte magico è diviso tra due spazi opposti.
Il primo sono le pianure di laggiù: il lavoro, la ragione, la salute, la misura, il limite; tutte qualità che culminano nella laboriosissima Amburgo, protesa con le sue navi verso le lontananze degli Stati Uniti. Le montagne di quassù sono invece il luogo della malattia, della fascinazione, del sogno, della morte. Davanti allo sguardo di Thomas Mann e di Hans Castorp, le pianure diventano lontanissime ed estranee e presto vengono dimenticate: mentre tutta l'attenzione è concentrata sulle nevi e il sole e la malattia di quassù.

Nel bel viso di Hans Castorp, l'eroe del romanzo, un'alterigia ereditaria si manifesta sotto forma di un'oscura indolenza: sottili baffetti biondi ne ornano le labbra: un certo torpore, una certa lentezza e inerzia, ne avvolge la figura; un'affabile compiacenza gli fa reputare ogni cosa degna di essere ascoltata. Vive sette anni nella grande clinica, conoscendo ogni esperienza.
Dapprima quella del bianco: le pareti bianche compatte; l'infermiera con la cuffia bianca:
le porte numerate laccate di bianco; i mobili bianchi, i tappeti bianchi, le tende di lino.
Poi conosce i fischi e i raschi della tubercolosi: i raggi Röntgen, il dormiveglia e la febbre.
E mentre i rapporti con le terre basse si sciolgono,
Hans Castorp vive sempre più chiuso e incantato nell'alone della tubercolosi.
Tutti i suoi sentimenti sono trasformati dalla luce morbida della malattia.
Sogna sempre più profondamente, scambia le ombre per cose, e vede nelle ombre le cose.
Si innamora come non si era mai innamorato: occhi slavi tra il grigio e l'azzurro lo traggono nel loro abisso; e là trova qualcosa di erotico e di androgino che aveva provato nell'adolescenza. Sale sulle montagne dei tremila metri. Vede nella neve la fonte della vita: vi adora l'origine di tutte le cose: si imbeve di quella luce "strana, delicata, misteriosamente attraente"; prova una specie di estasi, che lo porta vicino alla morte, forse oltre il paese della morte. Mentre le particelle di neve gli fioccano sul viso, il tempo si perde: non c'è più il tempo degli orologi, ma una condizione simile alla crescita segreta, strisciante, impercettibile dell'erba.

Nella clinica di montagna, Hans Castorp non conosce un vero sviluppo interiore:
nessun "potenziamento ermetico", nessun "accrescimento alchimistico", come Mann affermava;
e alla fine ignora la pietra filosofale che aveva conquistato il suo lontano predecessore,
Wilhelm Meister nei Lehrjahre di Goethe. Le terre basse diventano ancora più lontane: mentre sta disteso nella sua sedia a sdraio, Hans Castorp non scrive né riceve lettere; il suo orologio da tasca cade dal comodino e si rompe, uccidendo il tempo.

Come afferma Luca Crescenzi, l'intero Zauberberg non è che un sogno ininterrotto lungo sette anni: sebbene il libro non sia veramente permeato da una profonda atmosfera onirica come quella che invade le prose di Thomas De Quincey e di Gérard de Nerval.

Tutto finisce nell'agosto 1914, quando un rombo immane segna l'inizio della prima guerra mondiale, e mette fine all'epoca "borghese-estetica" dove Thomas Mann era cresciuto. Hans Castorp lascia le terre alte: ritorna nella vita, da tanto tempo abbandonata; e combatte tra il rombo dei tuoni, rossi bagliori nel cielo cupo, proiettili furibondi, schegge, scoppi, gemiti e grida, squilli di tromba e tamburi crepitanti, baionette e cadaveri. Forse muore in combattimento. Con lo scoppio della guerra si chiude il clima di Ermes: così almeno Thomas Mann sembra credere. Ma io penso che, con i suoi aspetti multiformi, la mente colorata e la fascinazione, il mondo di Ermes abbia soggiogato la maggior parte del ventesimo secolo. Ne siamo usciti da poco. O forse è impossibile uscirne.
***
L'edizione dei Meridiani è eccellente.
L'introduzione di Luca Crescenzi è piena di idee originali, e il commento è un intreccio di analogie, dove appaiono e scompaiono i malinconici, gli ermetici, i romantici, Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche, George Brandes, Ricarda Huch, Freud. Renata Colorni affronta un compito ancora più difficile: rendere l'ardua prosa di Mann; quella mescolanza di lirica, razionalità e falsetto, capace di sfibrare qualsiasi traduttore. La sua versione è perfetta. Forse, inebriati dall'entusiasmo, i due curatori sopravvalutano l'arte di Thomas Mann e il Zauberberg. Mann è un grande narratore, ma non un genio del ventesimo secolo come Conrad, Proust, Kafka, Musil, la Woolf, Nabokov. Non amo il falsetto della sua prosa, né le innumerevoli nozioni e idee che la sua regale cornucopia rovescia sopra il nostro capo indifeso."
(Repubblica-03 novembre 2010)











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