martedì 24 gennaio 2012

Krishnamurti. Che cos’è il PENSARE? in KRISHNAMURTI, PRESENZA NEL QUI E ORA = LA MENTE - IL PENSIERO - LA PAROLA.

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Il corpo è Pensiero, la vita è Pensiero, il sesso è Pensiero. Voi siete Pensiero e Pensiero è quello che voi siete. Se non ci fosse il Pensiero, voi non ci sareste. Se il Pensiero non ci fosse, non ci sarebbe il mondo.
Jiddu Krishnamurti


Tra due pensieri c'è un attimo di silenzio che non è collegato al processo intellettivo. Se fate attenzione; vedrete che quell'attimo di silenzio, quell'intervallo, non appartiene al tempo, e la scoperta di quell'intervallo, il vivere quell'intervallo è il significato della meditazione.
Jiddu Krishnamurti



grande Krishnamurti! Il mio maestro racconta la metafora del treno, ogni vagone un pensiero e tra uno e l'altro....il vuoto; lì si insinua la meditazione, si entra in uno stato di pace e di leggerezza che ci nutre e ci accarezza



Se cominciate a indagare, guardare, osservare COME FUNZIONA IL CERVELLO, allora vedrete che esso diventerà straordinariamente QUIETO;  un SILENZIO CHE NON E' SONNO e quindi E' QUIETE. UNA GROSSA DINAMO che funzioni perfettamente QUASI NON FA RUMORE; soltanto quando c'è attrito c'è rumore.
Jiddu Krishnamurti


Solo la mente innocente, che è passata attraverso infinite esperienze senza rimanere prigioniera della conoscenza, può scoprire qualcosa che è ben di più del cervello e della mente stessa. Se la vostra mente è condizionata dall’esperienza e dalla conoscenza, quello che scoprirete sarà sempre tinto con i colori di quello che avete sperimentato.
Jiddu Krishnamurti


Jiddu Krishnamurti


Jiddu Krishnamurti


Nella luce del silenzio tutti i problemi si dissolvono. Questa luce non nasce dall’antico movimento del pensiero. E non nasce neppure dalla conoscenza autorilevante. Non è accesa dal tempo o da un’azione della volontà. Sorge nella meditazione. La meditazione non è un affare privato, non è una ricerca personale del piacere; il piacere tende sempre a separare e dividereNella meditazione la linea divisoria tra te e me scompare; in essa la luce del silenzio distrugge la conoscenza del me. Il me può essere studiato all’infinito perché varia di giorno in giorno ma il suo raggio è sempre limitato, per quanto esteso sia ritenuto. Il silenzio è libertà, e la libertà viene con la finalità dell’ordine assoluto. La mente meditativa è silenziosa. Non è il silenzio concepibile dal pensiero; non è il silenzio di una sera tranquilla; è il silenzio che sorge quando il pensiero – con tutte le sue immagini, le sue parole e le sue percezioni – è interamente cessato. Questa mente meditativa è la mente religiosa – la religione senza chiese, senza templi senza canti. La mente religiosa è l’esplosione dell’amore. E’ questo amore che non conosce separazione. Per lui il lontano è vicino. Non è l’uno o i molti, ma piuttosto quello stato d’amore in cui ogni divisione cessa
Jiddu Krisnamurti


Facciamo sempre paragoni tra quello che siamo e quello che dovremmo essere. Questo continuo paragonarci a qualcosa o a qualcuno è la causa primaria dei nostri conflitti. Perchè vi paragonate ad altri? Se non vi paragonate a nessuno sarete quel che realmente siete.
Jiddu Krisnamurti




NON FARE SFORZI.
Se siete consapevoli dei processi del pensiero e del sentimento, vi accorgerete che c'è una costante battaglia in corso, uno sforzo per cambiare, per trasformare, per alterare ciò che è. È questo lo sfor­zo per diventare qualcosa, e diventare qualcosa è un tentativo di­retto di evitare ciò che è. Attraverso l'autoconoscenza, attraverso la costante consapevolezza, scoprirete che la lotta, la battaglia, il conflitto del diventare, conducono al dolore, alla sofferenza e all'igno­ranza. Solo se siete consapevoli della vostra inadeguatezza interiore e convivete con essa senza finzioni, accettandola pienamente, scoprirete una straordinaria tranquillità, una tranquillità che non è costruita, artificiale, ma che accompagna la comprensione di ciò che è. Solo in quello stato di tranquillità c'è l'essere creativo.
Jiddu Krishnamurti


La difficoltà è che la maggior parte di noi non è in grado di essere passivamente consapevole, lasciando che il problema riveli la sua storia senza che siamo noi a interpretarlo. Non sappiamo come guardare un problema spassionatamente. Non ne siamo capaci, sfortunatamente, perché vogliamo sempre una soluzione al problema, vogliamo una risposta, ne cerchiamo la fine; oppure cerchiamo di tradurre il problema secondo i nostri principi di piacere e dolore, o abbiamo già una risposta pronta su come affrontare il problema. Quindi affrontiamo un problema che è sempre nuovo con i vecchi schemi. La sfida è sempre il nuovo, la nostra risposta è sempre vecchia, e la nostra difficoltà è quella di confrontarci in modo adeguato con tutto ciò, pienamente.
Jiddu Krishnamurti




La conoscenza non è consapevolezza.
La consapevolezza è uno stato nel quale la mente osserva qualcosa senza accettarlo o rifiutarlo; lo guarda per quello che è. Solo se guardate un fiore mettendo da parte le vostre conoscenze botaniche, lo vedrete nella sua interezza; ma quando la mente osserva il fiore attraverso la conoscenza botanica che possiede, non vi consente di vederlo veramente. Nulla impedisce di avere delle conoscenze botaniche, ma se questa conoscenza occupa per intero la mente e la oscura, non potete guardare veramente il fiore che vi sta di fronte.
Così, guardare un fatto significa esserne consapevoli e in questa consapevolezza non c’è scelta, non c’è condanna, non c’è simpatia o antipatia. Ma quasi tutti noi non siamo capaci di questa consapevolezza, perché per tradizione, per abitudine, non affrontiamo mai un fatto mettendo da parte i nostri condizionamenti. Dobbiamo renderci conto di quello sfondo di condizionamenti che si manifesta tutte le volte che siamo di fronte a un fatto. Solo quando l’unica cosa che vi interessa è osservare un fatto, quello sfondo condizionato smette di interferire. Quando il vostro interesse principale è quello di capire un fatto e vi rendete conto che il vostro condizionamento vi impedisce di comprenderlo, proprio il vostro vitale interesse a capire spazza via il condizionamento.

L’introspezione non è mai completa
Nella consapevolezza c’è solo il presente. Quando siete consapevoli vi rendete conto che l’influenza del passato controlla il presente e modifica il futuro. La consapevolezza e un processo integrale che non crea alcuna divisione. Per esempio, se mi pongo la domanda: “Credo in Dio?”, se sono consapevole, nel momento stesso in cui me la pongo, posso osservare che Cosa mi induce a fare questa domanda; se sono consapevole, percepisco quali sono le forze che mi costringono a porre una domanda del genere. Mi rendo conto della paura e delle tante forme in cui si manifesta; è per paura che i miei antenati hanno creato un’idea di Dio, che hanno trasmesso anche a me. Questa idea si è mescolata con le mie reazioni, così io ho cambiato, ho modificato il loro concetto di Dio. Se sono consapevole, percepisco in tutta la sua interezza quel processo che è il passato e i suoi effetti sul presente e sul futuro.
Quando siamo consapevoli ci rendiamo conto di come sotto l’influsso della paura ognuno di noi si forma il concetto di Dio. Forse c’è stato qualcuno che ha avuto un’esperienza autentica della realtà, di Dio e ne ha parlato ad altri, che si sono avidamente impossessati di questo racconto e hanno dato il via all’imitazione. La consapevolezza è completa in se stessa, mentre l’introspezione rimarrà sempre qualcosa di incompleto. Dall’introspezione scaturisce qualcosa di scadente, di doloroso, mentre la consapevolezza porta sempre con sè entusiasmo e gioia.

Vedere l’intero
Come guardate un albero? Lo vedete nella sua interezza? O lo vedete per intero o non lo vedete affatto. Passandogli accanto potete dire: “Guarda quell’albero, com’è bello!”, “È un mango”, oppure dite: “Non so che alberi siano quelli, forse sono tamarindi”. Quando vi fermate a guardare un albero, non lo vedete mai nella sua totalità; e questo significa che non lo state affatto vedendo.
Accade la stessa cosa con la consapevolezza. Se non vedete come funziona la vostra mente in tutte le sue attività, non potete dire di essere consapevoli. Un albero è fatto di radici, di un tronco, di rami grossi e sottili, di ramoscelli estremamente delicati, di foglie verdi, di foglie morte e di foglie appassite, di foglie brutte e di foglie mangiate dagli insetti, di foglie che stanno per cadere; e poi ci sono i fiori e i frutti. Tutto questo fa parte dell’interezza dell’albero. Similmente, se osservate come funziona la vostra mente proprio come osservereste un albero nella sua interezza, vedrete affiorare l’approvazione, la condanna, la negazione, Il conflitto, il senso di inutilità, la frustrazione, la disperazione e la speranza. Tutto questo fa parte della consapevolezza. Non c’è nulla che debba essere lasciato fuori. Allora siete consapevoli in modo estremamente semplice della vostra mente, osservandola nella sua interezza; non guardate soltanto un angolino del quadro, chiedendovi: “Chi ha dipinto questo quadro?”

Consapevolezza e disciplina
La consapevolezza, quando viene perseguita attraverso una pratica, ed è ridotta ad un’abitudine, diventa noiosa e pesante. La consapevolezza non sottostà alle regole che vorremmo imporle. Seguire una pratica implica istituire un’abitudine, implica fare uno sforzo, esercitare la volontà. Tutto questo esclude la consapevolezza. Dove c’è sforzo c’è distorsione.
Consapevolezza non è soltanto il rendersi conto di quello che è fuori di noi – il volo degli uccelli, le ombre e la luce, il movimento inarrestabile del mare, gli alberi, il vento, il mendicante, le automobili lussuose , ma è anche il rendersi conto di tutto quello che avviene psicologicamente, le tensioni e i conflitti che sono dentro di noi. Voi non condannate il volo di un uccello: lo osservate, ne cogliete la bellezza. Ma quando siete di fronte alla lotta che si scatena dentro di voi, la condannate o la giustificate. Non siete capaci di osservare il vostro conflitto interiore senza pendere da una parte o dall’altra, o senza cercare giustificazioni.
Essere consapevoli dei vostri pensieri, dei vostri sentimenti senza identificarvi, senza reprimerli, non è affatto noioso, non genera sofferenza; se però siete in cerca di un risultato o di un guadagno, allora il conflitto aumenta e vi assale la noia di dover continuare a lottare.

Quando un pensiero fiorisce
In quello stato che è consapevolezza la mente accoglie tutto: i corvi che volano veloci nel cielo, i fiori sui rami, le persone che ti stanno sedute di fronte, i colori dei loro abiti; è una consapevolezza senza barriere, che richiede la capacità di vedere, di osservare, di accogliere il profilo di una foglia, la forma di un tronco; ti permette di accorgerti di come è fatta la testa della persona che ti sta accanto e di vedere che cosa sta facendo. Essere pienamente consapevoli e agire con questa consapevolezza significa essere consapevoli di tutto il proprio essere. È una mente mediocre quella che possiede qualche capacità particolare, limitata ad un campo specifico, e che cerca di affinare le sue capacità limitate, da cui trae la propria esperienza. Una mente mediocre è limitata, ristretta. Ma quando c’è la consapevolezza di tutto il proprio essere, che coglie ogni pensiero, ogni sentimento, senza mai limitarli, ma anzi lasciandoli sbocciare e fiorire, questa consapevolezza non ha nulla a che fare con la concentrazione, che può essere sviluppata come una capacità particolare e che quindi sarà sempre limitata.
Far sì che un pensiero o un sentimento fioriscano richiede attenzione, non concentrazione. Quando parlo di far fiorire un pensiero o un sentimento, intendo dire che si debba lasciare ad essi la libertà di manifestarsi per vedere che cosa succede. Qualsiasi cosa per fiorire ha bisogno di libertà, ha bisogno di pace, non può venire repressa. Non potete imprigionarla nelle vostre valutazioni, come quando dite: ‘”Questo è giusto, questo e sbagliato; dovrebbe essere così; non dovrebbe essere così”. Così facendo, impedite al pensiero di fiorire. Il pensiero può fiorire solo nella consapevolezza, perciò, se approfondite veramente la questione, scoprirete che il fiorire del pensiero e anche la fine del pensiero.

La consapevolezza passiva
Nella consapevolezza non c’è divenire, non c’è nulla da guadagnare. C’è un’osservazione silenziosa senza scelta, senza condanna, da cui scaturisce la comprensione. Quando, in uno stato nel quale non esiste il minimo sforzo per accumulare o accettare qualcosa, i pensieri e i sentimenti possono affiorare e manifestarsi, c’è una consapevolezza incredibilmente vasta, nella quale gli strati più profondi e nascosti della coscienza rivelano il loro significato. Questa consapevolezza rivela un vuoto creativo che non si può né immaginare ne definire. La vastità della consapevolezza e il vuoto creativo sono una cosa sola, costituiscono un processo unitario, non sono due cose diverse. Quando osservate in silenzio un problema senza condannarlo o giustificarlo, affiora una consapevolezza passiva nella quale il problema viene capito e risolto. La consapevolezza implica una straordinaria sensibilità, nella quale il pensiero smette di fare affermazioni e scopre i suoi limiti. Finché la mente proietta o definisce qualcosa, non potrà esserci creazione. Solo quando la mente ha smesso di creare problemi, quando è calma, vuota, in uno stato di vigile passività, allora c’è creazione. Creazione implica negazione, che però non è l’opposto dell’affermazione. L’essere niente non è antitetico all’essere qualcosa. Un problema esiste solo quando siamo in cerca di un risultato. Quando non cerchiamo più alcun risultato, anche il problema scompare.

Quello che viene veramente capito, non torna più
Nella consapevolezza di sé non c’è bisogno di confessioni, perché questa consapevolezza è lo specchio nel quale tutto si riflette senza la minima distorsione. Ogni pensiero, ogni sentimento, vengono, per così dire, scaraventati sullo schermo della consapevolezza per essere osservati, studiati, capiti. Ma il fluire della comprensione viene interrotto quando cominciamo a condannare, ad approvare, a giudicare, a identificarci. Più si osserva quello schermo – non per dovere o per una pratica imposta, ma perché il dolore e la sofferenza hanno creato un’insaziabile bisogno di capire che porta in sé la propria disciplina – più si osserva quello schermo, piu si fa intensa la consapevolezza che porta con sé una comprensione sempre piu profonda.
Potete osservare una cosa solo quando questa si muove lentamente; una macchina veloce deve rallentare, se vogliamo studiarne il movimento. Allo stesso modo, si possono studiare e capire pensieri e sentimenti solo quando la mente e in grado di rallentare il proprio funzionamento. E quando la mente risveglia la sua capacità di rallentare il proprio funzionamento, allora può tornare a muoversi molto velocemente. E questo la rende estremamente calma. Quando girano molto rapidamente, le pale di un ventilatore sembrano essere un’unica e solida lamina di metallo. Per noi è molto difficile fare in modo che la mente si muova con una lentezza tale da consentirci di percepire e capire ogni pensiero, ogni sentimento. Tutto quello che viene veramente capito fino in fondo, non si ripresenta più.
Jiddu Krishnamurti







Jiddu Krishnamurti - "Sul meditare e la meditazione".
Frammenti liberamente estratti dall'opera di Krishnamurti, con autorizzazione della K.F.T.


"...se hai intenzione di meditare, non sarà meditazione ... se assumi deliberatamente un atteggiamento, una posizione, per meditare, allora la meditazione diventa un giocattolo, un trastullo della mente. Se decidi di districarti dalla confusione e dall'infelicità della vita, allora diventa un'esperienza dell'immaginazione — e questa non è meditazione. La mente conscia o la mente inconscia non debbono aver parte in essa; non devono neppure essere consapevoli dell'estensione e della bellezza della meditazione. Nella totale attenzione della meditazione non c'è alcuna conoscenza, alcun riconoscimento, né il ricordo di qualcosa che sia già avvenutaIl tempo e il pensiero sono totalmente cessati, poiché sono il centro che limita la propria visione ... la meditazione non è la semplice esperienza di qualcosa al di là del pensiero e del sentimento di ogni giorno, né la ricerca di visioni e beatitudini ... La meditazione non è fuga dal mondonon è un isolarsi e chiudersi in sé, ma piuttosto la comprensione del mondo e delle sue vie ... Meditare è deviare da questo mondo ... Dalla negazione nasce lo stato affermativo. Il semplice ottenere l'esperienza, o vivere nell'esperienza, nega la purezza della meditazione. La meditazione non è un mezzo per un fine ... La meditazione è la cessazione del pensiero ... Tutto ciò che il pensiero formula ha in sé il limite dei suoi confini, il pensiero ha sempre un orizzonte, la mente meditativa non ne ha, l'uno deve cessare perché l'altro possa essere. La meditazione apre la porta ad una vastità che trascende ogni immaginazione o congettura. Il pensiero è il centro intorno al quale c'è lo spazio dell'idea, e questo spazio può essere allargato da ulteriori idee. Ma tale allargamento mediante stimoli di ogni sorta non è la vastità in cui non c'è alcun centro. La meditazione è la comprensione di questo centro e quindi il suo superamento. Il silenzio e la vastità vanno insiemeL'immensità del silenzio è l'immensità della mente in cui non esiste un centroLa percezione di questo spazio-silenzio non procede dal pensieroIl pensiero percepisce soltanto la sua proiezione, e il riconoscimento di essa è il suo confine ... La meditazione non è un'attività dell''isolamento, ma l'azione nella vita quotidiana che esige cooperazione, sensibilità ed intelligenza. Senza il fondamento di una vita retta la meditazione diventa una fuga e non ha alcun valore. Una vita retta non è l'obbedienza alla morale sociale, ma la libertà dall'invidia, dalla cupidigia e dalla ricerca del potere — che generano inimicizia. La libertà da questi mali non passa attraverso la consapevolezza che di essi si acquista mediante l'autoconoscenza. Senza conoscere le attività del sé la meditazione diviene esaltazione dei sensi e perde ogni significato ... La meditazione non è una continuazione o una espansione dell'esperienzaLa meditazione, al contrario, è quella completa inazione che è la cessazione di tutta l'esperienzaL'azione dell'esperienza ha le sue radici nel passato ... la meditazione è lo svuotarsi dell'esperienza, è la totale inazione che proviene dalla mente che vede ciò che èsenza l'ostacolo del passato né del testimone che vive legato alla memoria del passato ... Se non c'è meditazione, sei come un cieco in un mondo di grande bellezza, luci e colori ... Meditare non è ripetere parole, sperimentare visioni o coltivare il silenzio. Questa è una forma di autoipnosi. Meditare non è chiudersi in un pensiero ideale, nell'incanto del piacere. Se tu dici: "Oggi comincerò a controllare i miei pensieri, a sedere quieto nella posizione del meditare, a respirare regolarmente" — allora sei preso nei trucchi con cui inganniamo noi stessi. La meditazione non è l'essere assorti in qualche idea o immagine grandiosa ... La mente meditativa è vedere, osservare, ascoltare senza la parola, senza commento, senza opinione — attentamente e costantemente — il movimento della vita in ogni suo rapporto; allora sopraggiunge un silenzio che è negazione del pensiero, un silenzio che l'osservatore non può richiamare. Se ne facesse esperienza, riconoscendolo, non sarebbe quel silenzio. Il silenzio della mente meditativa non è nei confini dell'individuabilità, e non ha frontiere ... Una piccola mente squallida e immatura può avere, ed ha, visioni ed esperienze che riconosce secondo il  proprio condizionamento ... La meditazione non appartiene a gente come questa, né ai guru. Non è per il cercatore, perché costui trova ciò che vuole, e il conforto che ne deriva è la morale delle sue paure. Per quanto faccia, l'uomo di credenza o di dogma non può entrare nel regno della meditazioneLa meditazione necessita della libertà — che è totale negazione della morale e dei condizionamenti sociali — la libertà viene prima della meditazione, ne rappresenta il primo movimento. Non è una pratica pubblica dove in molti si uniscono e offrono preghiereSta a sé ed è sempre al di là dei confini della condotta sociale. Infatti la verità non è nelle cose del pensiero o in ciò che il pensiero ha costruito e chiama veritàLa negazione totale di questa struttura del pensiero è la realtà della meditazione. La meditazione è un movimento incessante. Non si può mai dire che si sta meditando, o dedicare un periodo di tempo alla meditazione. La meditazione non è ai tuoi ordini. La sua benedizione non ti viene perché conduci una vita per così dire sistematizzata o segui una particolare routine o moraleViene solo quando il tuo cuore è veramente apertoNon aperto dalla chiave del pensiero, non reso sicuro dall'intelletto, ma quando è aperto come il cielo senza nuvole; allora viene senza che tu lo sappia, senza che tu la chiami. Ma non puoi mai custodirla, possederla, adorarla. Se cercherai di farlo, non verrà più, ti eviteràNella meditazione tu non sei importante, non occupi un posto; la sua bellezza non sei tu, la sua bellezza è in sé. E non puoi aggiungervi nulla. Non devi spiare dalla finestra sperando di prenderla di sorpresa, né sederti in una stanza buia ed attenderla; viene soltanto quando tu non sei là, e la sua benedizione non ha continuità..."
Da: http://www.consapevolezza.it/aetos/krishnamurti/k_meditation.asp
la meditazione come via
vipassana e zazen






Krishnamurti: La Vera Meditazione
Londra, 23 Ottobre 1949

Domanda: Secondo lei, che cos’è la vera meditazione?

KRISHNAMURTI: Ora, qual è lo scopo della meditazione? E che cosa intendiamo con meditazione? Non so se voi abbiate meditato, così sperimentiamo, dunque, insieme, al fine di scoprire che cos’è la vera meditazione. Non ascoltate meramente la mia espressione di essa; insieme scopriremo e sperimenteremo, invece, che cos’è la vera meditazione. Perché la meditazione è importante, no? Se non si sa cos’è la corretta meditazione, non c’è conoscenza di sé, e senza conoscere se stessi, la meditazione non ha senso. Sedersi in un cantuccio o passeggiare in giardino o in strada, e cercare di meditare non ha senso. Conduce soltanto a una particolare concentrazione, che è esclusione. Sono sicuro che alcuni di voi hanno provato tutti quei metodi. Ossia, cercare di concentrarsi su un particolare oggetto, tentare di indurre la mente, quando essa vaga per ogni dove, a essere concentrata; e quando ciò non vi riesce, pregate.

Se si vuole, quindi, comprendere davvero che cos’è la corretta meditazione, si deve scoprire quali sono le cose false che abbiamo definito «meditazione». In verità, la concentrazione non è meditazione perché, se osservate, nel processo della concentra­zione si ha esclusione e, pertanto, distrazione. Cercate di concentrarvi su qualcosa e la vostra mente divaga in direzione di qualcos’altro, e questa battaglia costante per esser fermi su un punto, mentre la mente si oppone e divaga, va avanti. E così stia­mo degli anni a cercare di concentrarci, di apprendere la con­centrazione, che viene erroneamente chiamata meditazione.

Poi c’è la questione della preghieraLa preghiera, evidentemente, produce dei risultati; in caso contrario milioni di persone non pregherebbero. E nel pregare, ovviamente, la mente si tranquillizza; mediante la ripetizione costante di certe frasi, la mente si fa quieta. E in quella quiete c’è un qualche cenno, certe percezioni, certe risposte. Ma ciò fa ancora parte dell’im­broglio della mente, perché, dopo tutto, mediante una forma di mesmerismo potete rendere la mente estremamente quieta. E in quella quiete vi sono certe risposte misteriose, che sorgono dall’inconscio e dall’esterno della coscienza. Ma si tratta ancora di uno stato in cui non c’è alcuna comprensione.

la meditazione non è devozione – devozione a un’idea, a una figura, a un principio – perché anche gli oggetti della mente sono da idolatra. Si può non venerare una statua, ritenendolo da idolatra e sciocco, superstizioso; ma si venerano, come fa la maggior parte della gente, gli oggetti nella mente – e anche que­sto è da idolatra. Ed essere devoti a una figura, a un’idea o a un Maestro, non è meditazione. In verità, è una forma di fuga da se stessi. È una fuga molto confortante, ma è pur sempre una fuga.

E, ovviamente, neanche questo costante sforzarsi di diventare virtuosi, di acquisire la virtù tramite la disciplina, per mezzo dell’attento esame di se stessi, e via dicendo, è meditazione. La maggior parte di noi rimane intrappolata in questi processi e, poiché essi non portano alla comprensione di noi stessi, non costituiscono il sentiero della corretta meditazione. Dopo tutto, senza comprensione di voi stessi, quali basi avete per un corretto pensare? Tutto ciò che farete senza quella compren­sione di voi stessi è adattarvi all’ambiente, alla risposta del vo­stro condizionamento. E una simile risposta al condizionamento non è meditazione. Ma essere consapevoli di quelle risposte, ossia, essere consapevoli dei moti del pensiero e delle sensazioni senza alcun sentimento di condanna – cosicché siano compresi i movimenti del sé, le vie del sé – quello è il sen­tiero della corretta meditazione.

La meditazione non è un ritiro dalla vita. La meditazione è un processo di comprensione di se stessi. E quando ci si comincia a comprendere, non solo il conscio, ma anche tutte le parti recondite di sé, ecco giungere allora la tranquillità. Una mente resa calma con la meditazione, la costrizione, il conformismo, non è calma. È una mente stagnante. Non è una mente vigile, passiva, capace di ricettività creativaLa meditazione richiede una vigilanza costante, una costante consapevolezza d’ogni pa­rola, d’ogni pensiero e sensazione che riveli lo stato del nostro essere, il riposto come il superficiale; e trattandosi di una cosa ardua, fuggiamo in ogni sorta di cosa confortante, ingannevole e la chiamiamo meditazione.

Se si è in grado di vedere che la conoscenza di sé è l’inizio della meditazione, allora il problema si fa straordinariamente in­teressante e vitale. Poiché, alla fin fine, se non c’è la conoscen­za di sé, potete praticare ciò che chiamate meditazione e tuttavia essere attaccati ai vostri principi, alla vostra famiglia, alla vostra proprietà; oppure, rinunciando alla vostra pro­prietà, potete essere attaccati a un’idea, così concentrati su di essa che la alimentate sempre di più. In verità, quella non è meditazione. Così, la conoscenza di sé è l’inizio della medita­zione; senza conoscenza di sé non c’è meditazione. E man mano che ci si addentra più a fondo nella questione della cono­scenza di sé, non solo la mente in superficie diventa tranquilla, quieta, ma vengono rivelati anche i diversi strati più riposti.

Quando la mente in superficie è quieta, allora l’inconscio, gli strati riposti della coscienza si proiettano; rivelano il proprio contenuto, danno i propri segni, cosicché viene compreso in pieno l’intero processo del proprio essere.

La mente si fa, dunque, estremamente quieta – è quieta. Non è resa quieta, non viene costretta a essere quieta da una ricom­pensa, dalla paura. Allora c’è un silenzio in cui viene in essere la realtà. Ma quel silenzio non è il silenzio cristiano, o il silenzio hindú, o il silenzio buddhista. Quel silenzio è silenzio, non nominato. Pertanto, se seguite il cammino del silenzio cristiano, o hindú, o buddhista, non sarete mai silenziosi. Un uomo che vo­glia, quindi, trovare la realtà deve abbandonare del tutto il suo condizionamento – che sia cristiano, hindú, buddhista, o di qualche altro gruppo. Il mero rinsaldare lo sfondo culturale mediante la meditazione, il conformismo, determina il ristagno della mente, il suo ottundimento; e io non sono affatto sicuro che ciò non sia quanto la maggior parte di noi vuole, perché è molto più facile creare un modello e seguirlo. Ma liberarsi dello sfondo culturale richiede vigilanza costante nei rapporti.

una volta che ci sia quel silenzio, si ha, allora, uno stato straordinario, creativo – non che dobbiate scrivere poemi, o dipingere quadri, potete o non potete. Ma quel silenzio non deve essere perseguito, copiato, imitato – in quel caso cessa di essere silen­zio. Non potete pervenirvi attraverso nessun cammino. Si origi­na solo quando siano comprese le vie del sé, e il sé, con tutte le sue attività e i suoi danni, giunga al termine. Ossia, quando la mente cessa di creare, c’è creazione. Pertanto, la mente deve farsi semplice, quieta, deve essere quieta – il «deve» è sbagliato; dire che la mente «deve» implica costrizione. E la mente è quie­ta solo quando l’intero processo del sé è giunto al termine. Quando viene compresa la totalità delle vie del sé e sono, quin­di, terminate le attività del sé, allora soltanto c’è silenzio. Quel silenzio è vera meditazione, e in quel silenzio si origina l’eterno.




Krishnamurti. Il potere della meditazione.
in Krishnamurti, meditazione - esercizi.
L’uomo, PER SFUGGIRE AI SUOI CONFLITTI, HA INVENTATO DIVERSI TIPI DI MEDITAZIONE. Molti la basano sul suo DESIDERIO, sulla spinta e sulla necessità di conquistarla e sono destinati solamente a provare delusioni e sofferenze per un fallimento sicuro. Questa scelta consapevole e deliberata si muove sempre entro i LIMITI DI UNA MENTE CONDIZIONATA E SENZA LIBERTÀ. QUALUNQUE SFORZO VIENE FATTO PER ACQUISIRE LA CORRETTA MEDITAZIONE SIGNIFICA LA FINE STESSA DELLA MEDITAZIONE. Quest’ ultima LA SI OTTIENE SOLO CON LA SOSPENSIONE DEL PENSIERO E SOLTANTO QUANDO SI RAGGIUNGE UNA DIVERSA DIMENSIONE OLTRE IL TEMPO.
UNA MENTE CHE MEDITA È UNA MENTE SILENZIOSA. Non è il silenzio che genera il pensiero, il silenzio di una serata tranquilla. E’ IL SILENZIO PENSATO QUANDO IL PENSIERO, CON TUTTE LE SUE IMMAGINI, PAROLE E PERCEZIONI, È CESSATO COMPLETAMENTE. La mente che medita è una mente religiosa, una religione che non è toccata dalla chiesa, dai canti o dalle preghiere. La mente che medita è un’esplosione di amore. E’ L’AMORE CHE NON CONOSCE SEPARAZIONE. Per esso, la lontananza significa vicinanza. Non è uno o molti, ma piuttosto quella condizione dell’amore nella quale ogni divisione non ha ragione d’esistere. Come la bellezza, non lo misura con le parole. E’ soltanto da questo tipo di SILENZIO CHE NASCE UNA MENTE CHE MEDITA.
La meditazione è una delle più grandi arti della vita, forse la più grande e non la si può apprendere da nessuno. Questa la sua bellezza. NON HA UNA TECNICA E PERTANTO NON POSSIEDE AUTORITÀ. QUANDO SI CONOSCE SE STESSI, SI OSSERVA SE STESSI, IL MODO IN CUI SI CAMMINA, SI PARLA, SI MANGIA, CIÒ CHE SI DICE, COME SI ODIA, COME SI DIVENTA GELOSI, SI DIVENTA CONSAPEVOLI DI TUTTO CIÒ CHE È DENTRO DI NOI, SENZA UNA SCELTA, ALLORA QUELLA È MEDITAZIONE. ESSA PUÒ AVERE LUOGO ANCHE STANDO SEDUTI IN UN BUS O MENTRE SI CAMMINA NEI BOSCHI PIENI DI LUCE O MENTRE SI ASCOLTA IL CANTO DEGLI UCCELLI E SI GUARDA IN FACCIA LA PROPRIA DONNA O IL PROPRIO FIGLIO.
E’ strano come la meditazione diventa completa. Essa non ha un principio né una fine. E’ come una goccia d’acqua. In quella goccia ci sono tutti i corsi d’acqua, i grandi fiumi, i mari e le cascate. Quella goccia nutre la terra e l’uomo, senza di essa la terra sarebbe un deserto. Senza la meditazione il cuore diventa una terra incognita.
MEDITARE SIGNIFICA SCOPRIRE SE IL PROPRIO CERVELLO, CON TUTTE LE SUE ATTIVITÀ, PUÒ ESSERE ASSOLUTAMENTE TRANQUILLO E SILENZIOSO. Senza alcuna forzatura, perché se c’è forzatura c’è dualismo. L’ENTITÀ CHE DICE “DESIDERO AVERE ESPERIENZE MERAVIGLIOSE, PERCIÒ DEVO COSTRINGERE IL MIO CERVELLO AD ESSERE SILENZIOSO” NON POTRÀ MAI ARRIVARE ALLA MEDITAZIONE. Ma se si comincia ad indagare, OSSERVARE, ASCOLTARE tutti i movimenti del pensiero, i suoi condizionamenti, i suoi scopi, le sue paure, i piaceri, osservare come si comporta il cervello, allora si comincerà a vedere come IL CERVELLO SA STARE TRANQUILLO E SILENZIOSO. UN SILENZIO CHE NON È SONNO, MA GRANDE ATTIVITÀ E QUINDI TRANQUILLITÀ. UNA GRANDE DINAMO CHE FUNZIONA ALLA PERFEZIONE NON PRODUCE ALCUN RUMORE. SOLAMENTE QUANDO C’È FRIZIONE C’È RUMORE. SILENZIO E SPAZIO VANNO INSIEME. L’IMMENSITÀ DEL SILENZIO È L’IMMENSITÀ DELLA MENTE IN CUI IL CENTRO NON ESISTE.
La meditazione implica un duro lavoro per acquisirla. Richiede un’ALTA FORMA DI DISCIPLINA, CHE NON È CONFORMISMO, IMITAZIONE, OBBEDIENZA, MA DISCIPLINA CHE DERIVA DA UNA COSTANTE CONSAPEVOLEZZA NON SOLO DELLE COSE INTERNE, MA ANCHE DI QUELLE ESTERNE. LA MEDITAZIONE NON È UN’ATTIVITÀ SVOLTA IN ISOLAMENTO MA È AZIONE QUOTIDIANA CHE RICHIEDE COOPERAZIONE, SENSIBILITÀ E INTELLIGENZA. SENZA GETTARE LE BASI DI UNA CORRETTA ESISTENZA, LA MEDITAZIONE È SOLO UNA FUGA E PERTANTO NON HA ALCUN VALORE. UNA VITA GIUSTA NON LA SI OTTIENE SEGUENDO UNA QUALSIASI FORMA DI MORALITÀ SOCIALE MA CON LA LIBERTÀ DALL’INVIDIA, DALL’INIMICIZIA, DALL’AVIDITÀ. La libertà da questi sentimenti non la si ottiene con l’esercizio della mente bensì prendendo coscienza di essi tramite l’AUTO-CONOSCENZA. Se non si conoscono le attività del proprio io, la meditazione diventa solo una specie di eccitazione sensuale e quindi di poca importanza.
LA MEDITAZIONE NON È UN MEZZO PER RAGGIUNGERE UN FINE, È ENTRAMBI LE COSE, UN MEZZO ED UN FINE. LA PERCEZIONE SENZA LE PAROLE, CIOÈ SENZA IL PENSIERO, È UNO DEI FENOMENI PIÙ STRANI. Essa è più acuta, non solo con il cervello, ma anche con tutti i sensi. Una percezione di questo tipo non è la frammentaria percezione dell’intelletto, né tanto meno delle emozioni. Essa può essere chiamata una PERCEZIONE TOTALE CHE È PARTE DELLA MEDITAZIONE. Una percezione acquisita senza che sia avvertita da chi fa meditazione, è SIMILE AD UNA COMUNIONE CON LE VETTE E LE PROFONDITÀ DELL’IMMENSITÀ. Questo tipo di percezione è cosa del tutto diversa dal vedere un oggetto senza chi lo vede, perché NELLA PERCEZIONE DELLA MEDITAZIONE NON C’È NESSUN OGGETTO E QUINDI NESSUNA ESPERIENZA. La meditazione può, pertanto, avere luogo quando gli occhi sono aperti e siamo circondati da oggetti di ogni tipo. Ma questi non hanno alcuna importanza. Li vediamo ma non li riconosciamo perché non ne abbiamo esperienza.
CHE SIGNIFICATO HA QUESTO TIPO DI MEDITAZIONE? NON HA NESSUN SIGNIFICATO, PERCHÉ NON HA NESSUNA UTILITÀ. Ma in questo tipo di meditazione c’è un movimento di grande estasi che non va confusa col piacere. E’ l’estasi che dà all’occhio, al cervello e al cuore la qualità dell’innocenza. SE NON VEDIAMO LA VITA COME QUALCOSA DI INTERAMENTE NUOVO, È SEMPRE LA STESSA ROUTINELA STESSA NOIA, UNA COSA SENZA SENSO. LA MEDITAZIONE HA UNA GRANDE IMPORTANZA, ESSA APRE LA PORTA A TUTTO CIÒ CHE NON PUÒ ESSERE MISURATO E CALCOLATO.

Sulla Mente E Il Pensiero - Libro
Jiddu Krishnamurti
Sulla Mente E Il Pensiero – Libro

Astrolabio Ubaldini Edizioni
http://www.visionealchemica.com/il-potere-della-meditazione/





Osservare l'odio: un brano di Krishnamurti
Leggiamo un brano di Krishnamurti:
"Nessuno ti può insegnare ad amare. Se si potesse insegnare l’amore i problemi del mondo sarebbero molto semplici, no?... Non è facile imbattersi nell’amore. È invece facile odiare e l’odio può accomunare le persone... Ma l’amore è molto più difficile. Non si può imparare ad amare: quello che si può fare è osservare l’odio e metterlo gentilmente da parte. Non metterti a fare la guerra all’odio, non star lì a dire che cosa orribile è odiare gli altri. Piuttosto, invece, vedi l’odio per quello che è e lascialo cadere... La cosa importante è non lasciare che l’odio metta radicinella tua mente. Capisci? La tua mente è come un terreno fertile e qualsiasi problema, solo che gli si dia tempo a sufficienza, vi metterà radici come un’erbaccia e dopo farai fatica a tirarla via. Invece, se tu non lasci al problema il tempo di metter radici, allora non sarà possibile che esso cresca e finirà, piuttosto, con l’appassire. Ma se tu incoraggi l’odio e dai all’odio il tempo di mettere radici, di crescere e di maturare, allora l’odio diventerà un enorme problema. Al contrario, se ogni volta che l’odio sorge tu lo lasci passare, troverai che la mente si fa sensibile senza diventare sentimentale. E perciò conoscerà l’amore".

In un passo evangelico Gesù dice:
"Non resistete al male" (Mt 5, 39).
Tutto questo è in piena consonanza con la nostra pratica meditativa. Si medita anche per eliminare la nostra vergognosa abitudine a fare della nostra mente un terreno fertile all'odio, nel quale esso attecchisce, si moltiplica e ci domina.
È un esercizio che il buon meditante porta sempre con sè, anche fuori dalla nostra sala di meditazione. Una buona pratica qui conduce ad una buona pratica là fuori, e viceversa: ricordiamoci sempre questa regola evidente a tutti coloro i quali meditano già da un po' di tempo.
Facciamo un esempio. Sono in autobus, seduto in un posto non riservato ad anziani o a persone con difficoltà motorie. Dentro l'autobus c'è molta gente, tutti i posti a sedere sono occupati e anche le persone in piedi sono di un certo numero. Entra una signora anziana, con evidenti difficoltà nel destreggiarsi; si guarda in giro in cerca di un posto libero, io la noto e le lascio la mia sedia. La signora si siede senza ringraziarmi. Bene: cosa succede a questo punto? Nella stragrande maggioranza dei casi, nasce in me un moto di stizza, di antipatia per quella donna. Diciamolo pure: odioSiamo abituati ad associare questa parola a grandi eventi, alla guerra, a relazioni veramente conflittuali. Ma è da queste piccole situazioni che l'odio si genera in noiè qui che comincia a sedimentare in noi questo automatismo. Dunque mi accorgo che spesso e volentieri anche le azioni apparentemente più morali, più giuste, tante volte sono dei piccoli ricatti camuffati, dei do ut des: io faccio questa buona azione, ma dall'altra parte ci deve essere un tornaconto. Ti faccio un piacere? Bene, ma te lo devo fare pagare in un modo o nell'altro: attendo un tuo ringraziamento o un tuo gesto di piena riconoscenza. Faccio qualcosa che viene considerato moralmente elevato? Allora mi aspetterò unriconoscimento da parte di qualcuno, la famiglia, gli amici, la società, le persone che mi circondano.
Invece se vogliamo sviluppare la qualità della benevolenza e della equanimità, due aspetti molto importanti nella pratica della meditazione, bisogna cercare di svincolarci da tutto ciò. È essenziale partire da queste piccole situazioni - che piccole poi non sono! - per poi procedere verso questioni più pesanti: è come sollevare i pesi, si inizia dal poco e poi, quando si è dovutamente allenati, si aggiungono altri chili al nostro bilanciere. Dunque, quando il seme dell'ira, dell'odio sta subdolamente facendo ingresso nella nostra mente, noi ci fermiamo, lo osserviamo, creiamo uno spazio vuoto attorno a lui, ed esso in brevissimo tempo scomparirà. Anche qui, come nella pratica meditativa, molto importante è non giudicare il male che fa capolino, ma solo osservarlo in modo distaccato, senza valutarlo in alcun modo. Lo stato subito seguente a questa operazione sarà qualcosa simile ad una quieta soddisfazione, un pacificato piacerenon ci siamo fatti ingabbiare dalla nostra reazione automatica che genera in noi odio al presentarsi di una certa situazione nella quale ci veniamo a trovaresiamo riusciti a svincolarci da un funzionamento puramente meccanico della nostra persona, abbiamo consapevolmente osservato e mutato il nostro stato. Si fa in noi quindi chiara la sensazione che su questa via, se perseguita, non si può che giungere ad estirpare un'abitudine malefica e sostituirla con un'abitudine benefica.
Ogni giorno si presentano innumerevoli occasioni per esercitarsi in questo modo. Davanti ad ognuna di esse abbiamo due possibilità: o continuare ad essere succubi delle circostanze, comportandoci come delle macchine che a certi input danno sempre certi output; oppure svegliarci dal nostro sonno, scegliendo un percorso di liberazione dalla nostra angusta situazione. Cosa scegliamo?

la meditazione come via
vipassana e zazen
http://www.lameditazionecomevia.it/krishnamurti2.htm



Jiddu Krishnamurti
QUELLO CHE STAVA A CUORE A KRISHNAMURTI ERA LA LIBERAZIONE DELL'UOMO DALLE PAURE, DAI CONDIZIONAMENTI, DALLA SOTTOMISSIONE ALL'AUTORITÀ, DALL'ACCETTAZIONE PASSIVA DI QUALSIASI DOGMA. A questo scopo insisteva sul rifiuto di ogni autorità spirituale o psicologica, compresa la propria, ed ERA INTERESSATO A CAPIRE COME LA STRUTTURA DELLA SOCIETÀ CONDIZIONI L'INDIVIDUO.

- Il potere della meditazione -
L’UOMO, PER SFUGGIRE AI SUOI CONFLITTI, HA INVENTATO DIVERSI TIPI DI MEDITAZIONE. Molti la basano sul suo desiderio, sulla spinta e sulla necessità di conquistarla e sono destinati solamente a provare delusioni e sofferenze per un fallimento sicuro. Questa scelta consapevole e deliberata si muove sempre entro i LIMITI DI UNA MENTE CONDIZIONATA E SENZA LIBERTÀ. QUALUNQUE SFORZO VIENE FATTO PER ACQUISIRE LA CORRETTA MEDITAZIONE SIGNIFICA LA FINE STESSA DELLA MEDITAZIONE. Quest’ultima LA SI OTTIENE SOLO CON LA SOSPENSIONE DEL PENSIERO E SOLTANTO QUANDO SI RAGGIUNGE UNA DIVERSA DIMENSIONE OLTRE IL TEMPO.
UNA MENTE CHE MEDITA È UNA MENTE SILENZIOSA. Non è il silenzio che genera il pensiero, il silenzio di una serata tranquilla. E’ il silenzio pensato quando il pensiero, con tutte le sue immagini, parole e percezioni, è cessato completamente. LA MENTE CHE MEDITA È UNA MENTE RELIGIOSA, UNA RELIGIONE CHE NON È TOCCATA DALLA CHIESA, DAI CANTI O DALLE PREGHIERE. La mente che medita è un’esplosione di amore. E’ l’amore che non conosce separazione. Per esso, la lontananza significa vicinanza. Non è uno o molti, ma piuttosto quella condizione dell’amore nella quale OGNI DIVISIONE NON HA RAGIONE D’ESISTERE. Come la bellezza, non lo misura con le parole. E’ soltanto da questo tipo di silenzio che nasce una mente che medita.
LA MEDITAZIONE È UNA DELLE PIÙ GRANDI ARTI DELLA VITA, FORSE LA PIÙ GRANDE E NON LA SI PUÒ APPRENDERE DA NESSUNO. Questa la sua bellezza. NON HA UNA TECNICA E PERTANTO NON POSSIEDE AUTORITÀ. QUANDO SI CONOSCE SE STESSI, SI OSSERVA SE STESSI, IL MODO IN CUI SI CAMMINA, SI PARLA, SI MANGIA, CIÒ CHE SI DICE, COME SI ODIA, COME SI DIVENTA GELOSI, SI DIVENTA CONSAPEVOLI DI TUTTO CIÒ CHE È DENTRO DI NOI, senza una scelta, allora quella è meditazione. Essa PUÒ AVERE LUOGO ANCHE STANDO SEDUTI IN UN BUS O MENTRE SI CAMMINA NEI BOSCHI PIENI DI LUCE O MENTRE SI ASCOLTA IL CANTO DEGLI UCCELLI E SI GUARDA IN FACCIA LA PROPRIA DONNA O IL PROPRIO FIGLIO.
E’ strano come la meditazione diventa completa. Essa non ha un principio né una fine. E’ come una goccia d’acqua. In quella goccia ci sono tutti i corsi d’acqua, i grandi fiumi, i mari e le cascate. Quella goccia nutre la terra e l’uomo, senza di essa la terra sarebbe un deserto. Senza la meditazione il cuore diventa una terra incognita.

Meditare significa scoprire se il proprio cervello, con tutte le sue attività, può essere assolutamente tranquillo e silenzioso. SENZA ALCUNA FORZATURA, PERCHÉ SE C’È FORZATURA C’È DUALISMO. L’entità che dice “Desidero avere esperienze meravigliose, perciò devo costringere il mio cervello ad essere silenzioso” non potrà mai arrivare alla meditazione. Ma se si comincia ad indagare, osservare, ascoltare tutti i movimenti del pensiero, i suoi condizionamenti, i suoi scopi, le sue paure, i piaceri, osservare come si comporta il cervello, allora SI COMINCERÀ A VEDERE COME IL CERVELLO SA STARE TRANQUILLO E SILENZIOSO. Un silenzio che non è sonno, ma grande attività e quindi tranquillità. UNA GRANDE DINAMO CHE FUNZIONA ALLA PERFEZIONE NON PRODUCE ALCUN RUMORE. SOLAMENTE QUANDO C’È FRIZIONE C’È RUMORE. Silenzio e spazio vanno insieme. L’IMMENSITÀ DEL SILENZIO È L’IMMENSITÀ DELLA MENTE IN CUI IL CENTRO NON ESISTE.
La meditazione implica un duro lavoro per acquisirla. Richiede un’ALTA FORMA DI DISCIPLINA, che non è conformismo, imitazione, obbedienza, ma DISCIPLINA CHE DERIVA DA UNA COSTANTE CONSAPEVOLEZZA NON SOLO DELLE COSE INTERNE, MA ANCHE DI QUELLE ESTERNE. LA MEDITAZIONE NON È UN’ATTIVITÀ SVOLTA IN ISOLAMENTO MA È AZIONE QUOTIDIANA CHE RICHIEDE COOPERAZIONE, SENSIBILITÀ E INTELLIGENZA. SENZA GETTARE LE BASI DI UNA CORRETTA ESISTENZA, LA MEDITAZIONE È SOLO UNA FUGA E PERTANTO NON HA ALCUN VALORE. Una vita giusta non la si ottiene seguendo una qualsiasi forma di moralità sociale ma con LA LIBERTÀ DALL’INVIDIA, DALL’INIMICIZIA, DALL’AVIDITÀ. LA LIBERTÀ DA QUESTI SENTIMENTI NON LA SI OTTIENE CON L’ESERCIZIO DELLA MENTE BENSÌ PRENDENDO COSCIENZA DI ESSI TRAMITE L’AUTO-CONOSCENZA. Se non si conoscono le attività del proprio io, la meditazione diventa solo una specie di eccitazione sensuale e quindi di poca importanza.
La meditazione non è un mezzo per raggiungere un fine, è entrambi le cose, un mezzo ed un fine.
LA PERCEZIONE SENZA LE PAROLE, CIOÈ SENZA IL PENSIERO, È UNO DEI FENOMENI PIÙ STRANI. ESSA È PIÙ ACUTA, NON SOLO CON IL CERVELLO, MA ANCHE CON TUTTI I SENSI. UNA PERCEZIONE DI QUESTO TIPO NON È LA FRAMMENTARIA PERCEZIONE DELL’INTELLETTO, NÉ TANTO MENO DELLE EMOZIONI. ESSA PUÒ ESSERE CHIAMATA UNA PERCEZIONE TOTALE CHE È PARTE DELLA MEDITAZIONE. Una percezione acquisita senza che sia avvertita da chi fa meditazione, è simile ad una comunione con le vette e le profondità dell’immensità. QUESTO TIPO DI PERCEZIONE È COSA DEL TUTTO DIVERSA DAL VEDERE UN OGGETTO SENZA CHI LO VEDE, PERCHÉ NELLA PERCEZIONE DELLA MEDITAZIONE NON C’È NESSUN OGGETTO E QUINDI NESSUNA ESPERIENZA. LA MEDITAZIONE PUÒ, PERTANTO, AVERE LUOGO QUANDO GLI OCCHI SONO APERTI E SIAMO CIRCONDATI DA OGGETTI DI OGNI TIPO. MA QUESTI NON HANNO ALCUNA IMPORTANZA. LI VEDIAMO MA NON LI RICONOSCIAMO PERCHÉ NON NE ABBIAMO ESPERIENZA.
Che significato ha questo tipo di meditazione? Non ha nessun significato, perché NON HA NESSUNA UTILITÀ. Ma in questo tipo di meditazione c’è un movimento di grande estasi che non va confusa col piacere. E’ l’estasi che dà all’occhio, al cervello e al cuore la qualità dell’innocenza. SE NON VEDIAMO LA VITA COME QUALCOSA DI INTERAMENTE NUOVO, È SEMPRE LA STESSA ROUTINE, LA STESSA NOIA, UNA COSA SENZA SENSO. LA MEDITAZIONE HA UNA GRANDE IMPORTANZA, ESSA APRE LA PORTA A TUTTO CIÒ CHE NON PUÒ ESSERE MISURATO E CALCOLATO.
Jiddu Krishnamurti





Krishnamurti.  Che cos’è il PENSARE?
in KRISHNAMURTI, PRESENZA NEL QUI E ORA = LA MENTE - IL PENSIERO - LA PAROLA.

Quando diciamo “io penso”, che cosa vogliamo dire? Quand’è che siamo coscienti di questo processo definito come pensare? Di sicuro ne siamo consapevoli quando sorge un problema, quando ci sentiamo sfidati, quando ci viene posta una domanda, quando si manifesta un attrito.

Allora ne diveniamo consapevoli percependolo come un processo autocosciente. Per favore non ascoltatemi come se fossi un conferenziere che procede nella sua comunicazione; voi e io stiamo esaminando le nostre modalità di pensiero, di cui ci serviamo a mo” di strumento nel nostro vivere quotidiano. Così mi auguro che stiate osservando il vostro stesso pensare, e non solo ascoltando ciò che dico, perché non sarebbe un bene. Se ascoltate solamente, invece d’osservare il vostro processo del pensiero, se non siete consapevoli del vostro stesso pensiero, osservando come sorge, il modo in cui viene a essere, allora non arriveremo da nessuna parte. Questo è ciò che stiamo cercando di fare, voi e io assieme, osservare cos’è questo processo del pensare.

Di sicuro pensare è una reazione. Se vi ponessi una domanda, voi rispondereste, e lo fareste in base alla vostra memoria, ai vostri pregiudizi, alla vostra educazione, all’intero sfondo dei vostri condizionamenti, inclusi quelli climatici. Proprio in base a questo insieme di dati, voi rispondereste, è in base a questi dati che voi pensate. Se siete cristiani, comunisti o induisti, o ciò che volete, quello sfondo risponde, ed è ovvio che proprio questo condizionamento crea problemi. Il centro di questo sfondo è l’io’, il “me” in azione.
Fino a quando questo sfondo non è compreso, fino a quando questo processo del pensiero, questo sé che crea il problema, non è compreso e risolto, siamo destinati a vivere in conflitto, interiormente, con gli altri, nel pensiero, nelle emozioni, nell’azione.

Nessuna soluzione di alcun tipo, anche la più astuta, quella formulata meglio potrà mai risolvere ed estinguere il conflitto tra uomo e uomo, tra voi e me. E quando comprendiamo questo, quando diveniamo consapevoli di come il pensiero sorge e da dove, ci chiediamo: “Può mai il pensiero cessare d’essere?”.
Questo è uno dei problemi, giusto?

Può il pensiero risolvere i nostri problemi? Pensando al problema, l’avete risolto? Qualsiasi tipo di problema: economico, sociale, religioso, è stato mai risolto dal pensiero? Nella nostra vita quotidiana, più si pensa a un problema e più questo si fa complesso, intricato, confuso. Non è forse così nel nostro vivere quotidiano? Certamente, nel ponderare certi aspetti di un problema, potrete capire con più chiarezza il punto di vista di qualcun altro, ma il pensiero non può vedere la completezza, la pienezza del problema, lo può solo comprendere parzialmente; e una risposta parziale non è completa, quindi non è una soluzione.
Più pensiamo a un problema, più tempo passiamo a investigare, analizzare, discutere e più si fa complicato. È mai possibile guardare a un problema comprensivamente, interamente? E come si fa? A me sembra che questa sia la difficoltà maggiore. Perché i nostri problemi si sono moltiplicati (ci troviamo di fronte al rischio imminente di una guerra, nelle nostre relazioni incontriamo tutti i tipi di disturbo possibili) e come possiamo comprendere tutto ciò in modo esauriente, nella sua interezza?

Ovviamente un problema può essere risolto solo quando possiamo osservarlo nella sua interezza, non dopo averlo frammentato e diviso. E quand’è che ciò è possibile? Nel modo più certo, è possibile solo quando il processo del pensiero, che è radicato nel “me”, nel sé, nello sfondo della tradizione, nel condizionamento, nel pregiudizio, nella speranza e nella disperazione, si è estinto. Allora, possiamo comprendere questo sé, non analizzandolo, ma osservando le cose così come sono, esserne consapevoli nei fatti e non in modo teorico? Non cercando di superare il sé in modo da raggiungere un risultato, ma osservando le sue attività, il movimento del “me”, costantemente in azione. Possiamo vedere tutto ciò senza alcun tentativo di eliminare o di incoraggiare alcunché? Questo è il problema, giusto? Se in ognuno di noi non esistesse il centro del “me”, con il suo desiderio di potere, di posizione, d’autorità, continuazione, sopravvivenza, di sicuro i nostri problemi terminerebbero!

Il sé è un problema che il pensiero non può risolvere. Deve esserci una consapevolezza che non sia del pensiero. Essere consapevoli, senza condannare o giustificare le attività del sé, solo essere consapevoli, è sufficiente. Perché se siete consapevoli al fine di risolvere il vostro problema o di mutarlo, di trasformarlo in un risultato, allora siete ancora all’interno del territorio del sé, del “me”. Fino a quando cerchiamo un risultato, che sia per mezzo dell’analisi, della consapevolezza, o attraverso la costante riesamina di ogni pensiero, ci troviamo ancora nel recinto del pensiero, che è il territorio del “me”, dell’”io”, dell’ego.
Jiddu Krishanamurti. Sulla Mente e il Pensiero

Sai cosa significa imparare? Quando impari veramente, impari dalla vita; non c’è un insegnante particolare da cui imparare. Tutto ti è di insegnamento: una foglia morta, un uccello in volo, un profumo, una lacrima, il ricco e il povero, col...oro che piangono, il sorriso di una donna, l’alterigia di un uomo. Impari da ogni cosa, quindi non hai bisogno di guide spirituali, di filosofi, di guru. La vita stessa ti è maestra, e tu sei in uno stato di costante apprendimento. 


«Il cervello è una funzione materiale, è un muscolo d’accordo? Come lo è il cuore, e le cellule cerebrali contengono tutta la memoria. Per favore, non sono uno specialista del cervello, non ho nemmeno studiato il lavoro degli esperti, ma ho vissuto a lungo e osservato molto (K, all'epoca di questa discussione pubblica, aveva 83 anni), non solo le reazioni degli altri, (cosa dicono, cosa pensano, cosa vogliono dirmi), ma anche il modo in cui il cervello reagisce. Il cervello si è evoluto nel tempo da una singola cellula, impiegando milioni di anni, fino a raggiungere la forma dei primati e, successivamente, ancora per milioni di anni fino a giungere all’uomo eretto e al cervello umanoIl cervello è contenuto nella scatola cranica, ma può andare oltre il suo contenitore. Potete sedere qui e pensare alla vostra terra, alla vostra casa, ed essere immediatamente lì, con il pensiero, è ovvio, non fisicamente. Il cervello è dotato di straordinarie capacità, tecnologicamente ha compiuto le cose più straordinarie. Quindi, il cervello ha davvero enormi capacità. È stato condizionato dalle limitazioni del linguaggio, non il linguaggio in sé, ma le limitazioni del linguaggio. E stato condizionato dal clima in cui vive, dal cibo che mangia, dalla società in cui vive (e questa stessa società è stata generata dal cervello); la società non è diversa dalle attività cerebrali. È stata condizionata da milioni d’anni d’esperienza, di conoscenza accumulata e basata su quell’esperienza, che è la tradizione. Sono inglese, tu sei tedesco, lui è hindu, l’altro è nero, lui è questo, lui è quello, (tutte le divisioni nazionalistiche, che sono divisioni tribali), e i condizionamenti religiosi. Il cervello è condizionato in questo modo, ha una straordinaria capacità, ma è stato condizionato e quindi è limitato. Non è limitato nel campo tecnologico, con i computer e tutto il resto, ma è molto, molto limitato a proposito della psiche. I saggi hanno detto: “Conosci te stesso”, fin dai tempi dei greci, degli antichi hindu, e via dicendo. Hanno studiato la psiche degli altri, ma non hanno mai studiato la propria. Si studiano i roditori, i piccioni, le scimmie e quant’altro, ma non si dice mai: “Voglio osservare me stesso. Sono ambizioso, avido, invidioso, competo con il mio vicino, con i miei colleghi scienziati...”. Si tratta della stessa psiche che è esistita per migliaia d’anni; nonostante tecnologicamente, lì fuori, siamo nel mondo delle meraviglie, interiormente siamo dei primitivi. Giusto?
Quindi, il cervello, nel mondo della psiche, è limitato, primitivo. Si può infrangere questa limitazione? Può questo limite che è il sé, l’ego, il “me”, l’interesse autocentrato, può tutto ciò essere spazzato via? Che significa che il cervello, a quel punto, è incondizionato: capite cosa sto dicendo? Allora non ci sarà paura. Adesso, la gran parte di noi vive nella paura, è ansiosa, terrorizzata da quello che potrebbe accadere, spaventata dalla morte, da dozzine e dozzine di cose. Si può gettare via tutto questo ed essere freschi? In questo modo il cervello sarebbe libero e il suo rapporto con la mente sarebbe completamente diverso. Questo significa far sì che non ci sia l’ombra del sé, ed è straordinariamente arduo: far sì che il “me” non entri in nessun campo. Il sé si nasconde in mille modi diversi, sotto ogni pietra, può nascondersi nella compassione andare in India a occuparsi di persone povere perché il sé è attaccato alle idee, alla fede, alle conclusioni, alle credenze, che fanno sì che io sia compassionevole perché amo Gesù, o Krishna, e andrò in paradiso. Il sé ha molte maschere, la maschera della meditazione, quella del conquistate il massimo, la maschera dell’“io sono illuminato”, dell’“io so di che cosa sto parlando”. Tutta questa preoccupazione circa l’umanità è un’altra maschera. Per questo motivo si deve essere dotati di un cervello straordinario, sottile, veloce, in modo da vedere dove il sé si sta mascherando. C’è bisogno di grande attenzione, osservazione, osservazione, osservazione: voi non farete nulla di tutto ciò. 
Probabilmente siete troppo pigri o vecchi e dite: “Per l’amor del cielo, non ne vale la pena, lasciatemi in pace”. Ma se si vuole approfondire tutto ciò, bisogna osservare come falchi, ogni singolo movimento del pensiero, ogni movimento reattivo, così che il cervello possa essere libero dal suo stesso condizionamento. Chi sta parlando, lo fa per se stesso e non per qualcun altro. Potrebbe ingannarsi, potrebbe pretendere di sapere una cosa piuttosto che un’altra: capite? Potrebbe essere così, voi non potete saperlo. Quindi siamo molto scettici, dubbiosi e facciamo domande, senza accettare quello che uno dice.»
Jiddu Krishnamurti, Sulla Mente e il Pensiero



Il corpo è pensiero, la vita è pensiero, il sesso è pensiero. Voi siete pensiero e pensiero è quello che voi siete. Se non ci fosse il pensiero, voi non ci sareste. Se il pensiero non ci fosse, non ci sarebbe il mondo.
Jiddu Krishnamurti


Sapete che anche quando guardate un albero e dite, "quella è una quercia", oppure "quello è un fico del Bengala", il nome dell'albero, che è una nozione botanica, ha talmente condizionato la vostra mente che la parola si frappone tra voi e la reale visione dell'albero?
Per venire in contatto con l'albero dovete posarci sopra la vostra mano e la parola non vi aiuterà a toccarlo.
Jiddu Krishnamurti


In che modo osservo la rabbia?

Guardo la rabbia come un osservatore che dice: “Sono arrabbiato”. Ma nel momento in cui esplode la rabbia non c’è nessun iol’io appare subito dopoQuesto significa che è intervenuto il tempo

Posso guardare il facto senza che intervenga il tempo, che è pensiero e parola
Questo è possibile quando c’è osservazione, senza che si intrometta un osservatore
Guardate che cosa questo comporta: comincio a rendermi conto che esiste un modo di guardare, di percepire, nel quale non intervengono opinioni, conclusioni, condanne, giudizi. Mi rendo conto che può esistere un “vedere” senza che intervenga il pensiero e la parola. Quindi la mente non è più intralciata dalle idee, è al di là del conflitto che la dualità porta con sé

Allora, posso smettere di guardare la paura come un fatto isolato?
Non potete separare un fatto dall’interezza della mente; e guardate isolatamente un fatto, non potrete far altro che prendere in considerazione un fatto dopo l’altro, finché non comincerete a rendervi conto di quale universo straordinario ha la mente. Allora avrete la chiave per aprire la porta di quell’universo e potrete buttarvici dentro...
...Se prendete in considerazione una paura dopo l’altra, la paura della morte, la paura che vi incutono i vostri vicini o vostra moglie che vi domina, si aprirà quella porta? Questa è l’unica cosa che conta! Non preoccupatevi di che cosa dovreste fare per liberarvi dalla pauraNel momento in cui aprirete quella porta, la paura verrà completamente spazzata viaLa mente è il risultato del tempo e il tempo implica la parola. È davvero straordinario pensare a tutto questo! Il tempo è pensiero e il pensiero porta con sé la pauraÈ il pensiero che crea la paura della morte, e il tempo, che è pensiero, tiene nelle sue mani quell’intricato garbuglio che è la paura.

"Il sentimento"
Il sentimento, quando lo osservate, si dissolveSe però rimane un osservatore, uno spettatore, un censore, un pensatore separato da quel sentimento, allora persiste la contraddizione. Per questo è tanto importante capire il modo in cui guardiamo un sentimento.
Prendete, per esempio, un sentimento molto comune: la gelosia. Sappiamo tutti che cosa vuol dire essere gelosi. Ora, in che modo guardate la vostra gelosia? La guardate come un osservatore che se ne sente separatoCercate di cambiarla, di modificarla, cercate di spiegare come mai siete gelosi, volete giustificarvi e così viaCosì esiste un essere, un censore, separato dalla gelosia, che la sta osservandoLa gelosia potrà anche sparire in quel momento, ma certamente ritornerà. E ritornerà perché non vi siete resi conto che la gelosia fa parte di voi.
... Sto dicendo che nel momento in cui denominate, definite quel sentimento, lo fate diventare un elemento del solito, vecchio schema; ed è di questo vecchio schema che fa parte l’osservatore, quell’entità separata costituita da parole, idee, opinioni su quello che è giusto o sbagliato... Ma se non date alcun nome a quel sentimento – e questo richiede una tremenda consapevolezza, un’immensa capacità di comprensione – scoprirete che non interviene nemmeno l’osservatore, il pensatore; non c’è un centro dal quale giudicate è così vi accorgete che voi non siete diversi da quel sentimento. “Voi” non ci siete, non c’è nessuno che percepisce quel sentimento.
Da Jiddu Krishnamurti - Il Libro della Vita






da: La ricerca della felicita' [Jiddu Krishnamurti]


Vorrei ora discutere brevemente cos'è il tempo, perché credo che l'esperienza della ricchezza, bellezza e significato di ciò che è atemporale, di ciò che è vero, sia possibile soltanto quando si comprende l'intero processo del tempo. In fin dei conti, noi tutti cerchiamo, ognuno a modo suo, un senso di felicità, di arricchimento. Certamente una vita che ha significato, che conosce le ricchezze della vera felicità, è fuori dal tempoCome l'amoretale vita è atemporale; e per comprendere ciò che è atemporale, non dobbiamo accostarci ad esso attraverso il tempo, ma piuttosto comprendere il tempoNon dobbiamo utilizzare il tempo come mezzo per raggiungere l'atemporale, per coglierlo e farlo nostro. Ma è proprio questo che facciamo per la maggior parte della vita: passiamo il tempo a cercare di afferrare ciò che è senza tempo; ecco perché è così importante comprendere cosa significa per noi il tempo, perché credo sia possibile esserne liberi. E' molto importantecomprendere il tempo nel suo insieme, non parzialmente.
E' interessante rendersi conto che le nostre vite trascorrono per lo più nel tempo - il tempo inteso non come sequenza cronologica di minuti, ore, giorni e anni, bensì nel senso di MEMORIA PSICOLOGICA. VIVIAMO SECONDO IL TEMPO, SIAMO IL RISULTATO DEL TEMPOIl presente è semplicemente la transizione dal passato al futuro. Le nostre menti, le nostre attività, il nostro essere sono fondati sul tempo; senza tempo non possiamo pensare, perché il pensiero è il risultato del tempo, è il prodotto di molti ieri, e non c'è pensiero senza memoriaLa memoria è tempoesistono, infatti, DUE TIPI DI TEMPO, quello CRONOLOGICO e quello PSICOLOGICOC'è un ieri dell'orologio e un ieri della memoria. Non si può rifiutare il tempo cronologico; sarebbe assurdo - come si farebbe a sapere quando parte il treno? Ma esiste davvero il tempo, indipendentemente dal tempo cronologico? Esiste il tempo così come la mente lo concepisce? Esiste il tempo al di fuori della mente? Senza dubbio il tempo, il tempo psicologico, è un prodotto della mente. Senza il fondamento del pensiero, non esiste tempo - il tempo non è altro che memoria dell'ieri in rapporto all'oggi, che forgia il domani. In altri termini, ciò che crea il futuro è il ricordo dell'esperienza passata in risposta al presente - il che è, ancora una volta, il frutto del processo del pensiero, un percorso mentale.
Il processo del pensiero genera la progressione psicologica nel tempoma è davvero qualcosa di reale, reale come il tempo cronologico? E possiamo servirci di quel tempo che è della mente come mezzo per comprendere l'eterno, l'atemporale? Come ho già detto, la felicità non appartiene all'ieri, non è il prodotto del tempo; la felicità è sempre nel presente, uno stato Temporale. Non so se avete notato che nell'estasi, nel momento della gioia creativa - una serie di nubi luminose circondate da nubi scure - il tempo non esiste: c'è solo l'immediato presenteLa mente, intervenendo dopo l'esperienza situata nel presente, la ricorda e desidera proseguirla, e perciò accumula sempre più esperienze su di sé, creando in tal modo il tempoDunque il tempo è creato dal "più": il tempo è acquisizione ed è anche distacco, che a sua volta è un'acquisizione della mente. Di conseguenza, limitarsi a disciplinare la mente nel tempo, a condizionare il pensiero nel contesto del tempo, certamente non rivela ciò che è Temporale.

Ma il cambiamento dipende dal tempo? 
La maggior parte di noi è abituata a pensare che il tempo sia necessario al cambiamento: io sono questo, e cambiare ciò che sono in ciò che dovrei essere richiede tempo. Sono avido, con tutte le conseguenze dell'avidità in termini di confusione, antagonismo, conflitto e infelicità; per produrre una trasformazione, ossia l'assenza di avidità, crediamo che il tempo sia necessario. In altri termini il tempo è considerato un mezzo per evolvere in qualcosa di superiore, per diventare qualcos'altro.
Il problema è questo: siamo violenti, avidi, invidiosi, rabbiosi, viziosi o appassionati. Per trasformare ciò che è, davvero è necessario il tempo? Innanzitutto, perché vogliamo cambiare ciò che è o produrre un cambiamento?
Perché? Perché ciò che siamo non ci soddisfà: crea conflitto, turbamento, e dunque, non piacendoci tale condizione, aspiriamo a qualcosa di migliore, di più nobile, di più idealisticoDesideriamo il cambiamento perché nella nostra vita c'è dolore, disagio, conflitto
Ma il conflitto si supera col tempo? Se affermate che è solo questione di tempo, siete ancora invischiati nel conflitto. Potete sostenere che ci vorranno venti giorni o vent'anni per sbarazzarvi del conflitto, per cambiare ciò che siete; ma per tutto quel tempo siete ancora in conflitto e quindi il tempo non genera alcun mutamento.
Quando ci serviamo del tempo come di un mezzo per acquisire una qualità, una virtù o uno stato dell'essere, in effetti non facciamo altro che posticipare o evitare ciò che è; credo che sia importante comprendere questo punto.
L'avidità o la violenza provocano sofferenza e turbamento nel mondo del nostro rapporto con gli altri, ossia nella società; ed essendo consci di questo stato di turbamento, che definiamo avidità o violenza, diciamo a noi stessi: "Col tempo ne uscirò fuori; praticherò la non violenza, praticherò l'assenza di invidia, praticherò la pace". Trovandoci in uno stato di conflitto, aspiriamo a raggiungere uno stato esente da conflitti. Orbene, tale stato di assenza di conflitto è forse il risultato del tempo, di una durata? Ovviamente no; perché, mentre siamo impegnati nel conseguimento di uno stato di non violenza, siamo ancora violenti e, dunque, ancora in conflitto.
Il nostro problema è stabilire se un conflitto, un turbamento, possano essere superati nell'arco di un periodo di tempo, che si tratti di giorni, di anni o dello spazio di un'intera esistenza. Cosa accade quando qualcuno dice: "Praticherò la non violenza per un certo periodo di tempo?". Il fatto stesso di doverla praticare indica che si è in conflitto, non è Così? Se non si opponesse resistenza al conflitto, non ci sarebbe bisogno di praticarla.
Si afferma che la resistenza al conflitto è necessaria allo scopo di superare il conflitto stesso e che per attuare tale resistenza bisogna avere tempo. Ma la resistenza al conflitto è in se stessa una forma di conflitto.
Impieghiamo la nostra energia a resistere al conflitto, che si presenta sotto forma di ciò che chiamiamo avidità, invidia o violenza, ma la nostra mente è ancora in conflitto; perciò è importante percepire la FALSITA' DEL PROCESSO DI DIPENDENZA DAL TEMPO come mezzo per superare la violenza e in tal modo liberarsene. Allora si è capaci di essere ciò che si è realmente: un turbamento psicologico che è la violenza stessa.
Per comprendere qualunque cosa, qualunque problema umano o scientifico, che cosa è importante, essenziale? UNA MENTE TRANQUILLA, non è così? Una mente che sia intenta a comprendere, non una mente che escluda ogni altra cosa, una mente che cerchi di concentrarsi - il che equivarrebbe, ancora una volta, a uno sforzo di resistenza. Se davvero voglio comprendere qualcosa, immediatamente si determina nella mente uno stato di quiete.
Quando volete ascoltare un brano musicale o guardare un quadro che amate, al quale siete particolarmente sensibili, qual è lo stato della vostra mente?
Subito si crea una quiete, non è così? Quando ascoltate la musica, la vostra mente non vaga: ascolta. Allo stesso modo, quando volete davvero comprendere il conflitto, non dipendete più dal tempo, in alcun modo; siete semplicemente di fronte a ciò che è, ossia al conflitto. Ecco allora sorgere immediatamente una quiete, un'immobilità della mente.
Quando non si dipende più dal tempo come mezzo per trasformare ciò che è perché si è percepita la falsità di tale processo, allora ci si confronta con ciò che è; ed essendo interessati a comprendere ciò che è, naturalmente si ha una mente tranquillaIn quello stato mentale vigile e tuttavia passivo, c'è comprensioneFin tanto che la mente è in conflitto, biasima, resiste, condanna, non può esserci comprensioneSe voglio comprendere qualcuno, ovviamente non devo condannarlo. E' la mente tranquilla, la mente immobile, che produce il cambiamento.
Quando la mente non oppone più resistenza, non evita più ciò che è, né lo scarta o lo critica, ma ne è solo passivamente consapevole, allora in quella passività della mente, se davvero approfondite il problema, scoprirete che si verifica una trasformazione.
La rivoluzione è possibile solo adesso, non in futurola rigenerazione è oggi, non domani. Se farete l'esperienza che ho descritto in queste pagine, scoprirete che da essa ha origine un'immediata rigenerazione, una novità, una qualità di freschezza; la mente, infatti, è sempre immobile quando è interessata, quando desidera o ha l'intenzione di comprendere. La difficoltà che la maggior parte di noi deve fronteggiare sta nel fatto che non abbiamo l'intenzione di comprendere; temiamo infatti che, se davvero comprendessimo, ciò potrebbe produrre un effetto rivoluzionario sulla nostra vita, e per questo resistiamo. Nell'utilizzazione del tempo o di un ideale come mezzi di trasformazione graduale si evidenzia l'azione di un meccanismo di difesa.
Dunque la rigenerazione è possibile solo nel presente, non nel futuro, non domaniUn individuo che faccia affidamento sul tempo come mezzo attraverso il quale conquistare la felicità o realizzare la verità o conoscere Dio non fa altro che ingannare se stesso; vive nell'ignoranza e, dunque, nel conflitto. Un individuo il quale capisca che il tempo non è la via d'uscita dalle difficoltà e che perciò è libero dal falso, ha un'intenzione naturale di comprendere; perciò la sua mente è spontaneamente tranquilla, senza che ci sia bisogno di costrizioni o di esercizi. Quando la mente è immobile, tranquilla, quando non cerca alcuna risposta o soluzione, quando non resiste né evita, soltanto allora può esserci rigenerazione, poiché la mente è capace di percepire il vero; ed è la libertà che rende liberi, non lo sforzo per liberarsi

http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/krishnamurti/tempoemutamento.htm







  
http://youtu.be/sDaEXNGxBuI



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