giovedì 24 settembre 2015

La parola díkē, comunemente tradotta con «giustizia», nasce in un contesto religioso e poi giuridico, ma ha in realtà un significato più profondo, che compare per la prima volta nella più antica testimonianza del pensiero filosofico: il frammento di Anassimandro. Si può dire che l'avvento della filosofia coincida con l'avvento di tale significato – quello che Aristotele chiama «il principio più stabile». Díkē designa l’incondizionata stabilità del sapere



La parola díkē, comunemente tradotta con «giustizia», nasce in un contesto religioso e poi giuridico, ma ha in realtà un significato più profondo, che compare per la prima volta nella più antica testimonianza del pensiero filosofico: il frammento di Anassimandro. Si può dire che l'avvento della filosofia coincida con l'avvento di tale significato – quello che Aristotele chiama «il principio più stabile». Díkē designa l’incondizionata stabilità del sapere. E richiede la stabilità incondizionata dell'essere. Riguarda tutto ciò che l'uomo può pensare e può fare. In rapporto con essa si svolge l'intera storia dell'Occidente. Se nel Giogo Severino aveva puntato l'attenzione sulla conseguenza decisiva per l'uomo della tradizione occidentale, resa esplicita da Eschilo, ovvero che l'incondizionata stabilità del sapere e dell'essere è il «vero» rimedio contro il dolore e la morte, e sul rapporto tra Eschilo e Anassimandro, in questa sua nuova opera si volge invece verso le radici di quel significato. Soprattutto perché díkē e l’Occidente, che ne è dominato, sfigurano il volto della stabilità autentica: il volto del destino della verità. Affrontando il rapporto tra il puro volto del destino e il suo volto sfigurato da díkē, questo libro compie alcuni passi avanti rispetto agli scritti precedenti, da cui pure trae origine. Se comune e già più volte evidenziato è il punto di partenza – la sconvolgente rivelazione della struttura originaria del destino e il suo implicare l'eternità di ogni essente e la necessità del farsi innanzi della terra –, Dike rappresenta un'altra via accanto a quella indicata fin dall'inizio dal filosofo per raggiungere il medesimo risultato: l’eternità degli essenti.


IL SAGGIO: Dike di Emanuele Severino (Adelphi pagg. 373 euro 38)
ESSERE E DESTINO QUANDO LA FILOSOFIA È SCOMMESSA ESTREMA. 
MASSIMO CACCIARI
In “Dike”, il suo ultimo lavoro, Emanuele Severino porta fino in fondo un’indagine metafisica che va oltre il divenire, la morte e il linguaggio.
Se la filosofia nasce, sempre, dalla “meraviglia”, forse anche il discorso di un filosofo è in grado di destarla. “Meraviglia” di fronte a un problema che non ammette negligenza alcuna nell’essere affrontato. Una simile “meraviglia” suscita in me l’opera di Severino, e quest’ultimo Dike l’ha rinnovata. È un libro-summa; vi trovano sviluppo tutti i motivi fondamentali del suo pensiero, a partire dalla relazione che esso fin dall’inizio presenta con Parmenide.
La Parte prima è costituita, infatti, da un confronto di formidabile intensità teoretica col pensiero greco delle origini. Vi si mostra come l’Inviolabile, Dike, possa tuttavia essere violato; si pensa l’Immutabile, ma, ad un tempo, anche la possibilità che un essente abbia la forza di trasgredirne l’Ordine. Si pensa immutabile l’Uno, non immutabili gli essenti che dall’Uno-Dike escono e in esso ritornano, servi mortali di un Signore immortale (p.197). Già qui compare l’idea che il Rimedio all’angoscia del nulla che colpisce il “mortale” consista nella fede nell’Uno divino. In questo senso Dike non esprime il Destino, ma, anzi, lo sfigura (pagg. 47, 95, 108, 161, 259, eccetera). 
E, d’altra parte, Parmenide mantiene, sì, l’essente stretto a sé, ma al prezzo di “soffocare” il molteplice e non dar conto del divenire. Il Destino afferma, invece, l’Uno dell’ente stesso, il suo non essere altro che sé, il che implica con necessità l’impossibilità che sia stato nulla e possa tornare ad esserlo. Proposizione chiave di Aristotele: «È necessario che l’ente sia quando è», ma non è affatto necessario che assolutamente sia. Per Aristotele, anzi, è follia pensare che gli enti (almeno quelli del nostro mondo sublunare) siano sempre.
Per Severino la suprema follia è proprio pensarli mortali, è proprio la metafisica della morte, che costituisce l’essenza del nihilismo. Gigantomachia, come si comprende, dove la “lotta” si ingaggia contro gli inizi e il compimento stesso (Heidegger) del pensiero metafisico. Gesto di assoluta inattualità e straordinaria audacia. Per Severino non è “fede” l’immortalità di ogni essente in quanto indubitabilmente tale, ma affermazione necessaria e incontrovertibile. Violarla significa sostenere che esso può essere altro e dunque anche quella forma estrema dell’altro che è il nulla, radice di ogni violenza e di ogni forma di guerra.
Innegabili, tuttavia, molteplicità degli essenti e divenire. 
Come salvarne la finitezza? Il Destino accoglie in sé ogni ora e “ogni terra”, tuttavia, l’apparire di questa totalità ci si presenta in modo soltanto formale o indeterminato. Gli essenti compaiono e scompaiono, come le terre e i loro linguaggi, ma, per Severino, è lo scomparire e il comparire di eterni. Nessuna scienza può determinare l’istante della trasformazione di un ente in altro da sé. E il linguaggio del Destino mostra con necessità che è impossibile pensare il nulla dell’ente, che eterno è ognuno e la loro totalità. Ma necessario è anche che tale totalità si presenti sempre come succedersi di eventi, di epoche, di terre. Qui sta il fondamento necessario dell’errore stesso, consistente nella fede nella mortalità di ciò che è.
Dunque il Destino deve accogliere in sé anche la terra “isolata” dal Destino, dove il divenire «richiede il nulla futuro e passato del presente» (pag. 182). «Gli eterni della violenza sopraggiungono fino al tramonto della terra isolata» (pag. 238), e cioè al sopraggiungere della “terra pura”, della “terra che salva” dal dissidio che ci angoscia tra il Destino e il crederci mortali. Ma in questa terra, che Severino ritiene necessario sopraggiunga al compiersi di quella del nihilismo, sarà compreso anche l’eterno della violenza?
Un lucido pathos, altrettanto potente dell’argomentazione teoretica, si esprime nelle pagine dedicate alla Terra dove finalmente comparire e scomparire degli essenti apparirà in verità il sopraggiungere degli eterni e il nostro sguardo diverrà quello stesso del Destino. La storia della metafisica, e cioè della nostra civiltà, è l’errare isolati da tale terra, che tuttavia occorre affermare che già è, dal momento che il linguaggio la dice. Occorre però chiedersi: la suprema violenza consistente nella convinzione che le cose «si trasformano e siano trasformabili» (pag. 152) è propria dell’Occidente o sta al centro di ogni civiltà? È pensabile il lavoro di qualsiasi civilizzazione se non sul fondamento di tale idea, convinzione o fede che sia? Si tratta di una follia? Ma questa follia sembra appartenere a quegli essenti che si chiamano “mortali” in ogni civiltà (e che cercano impossibile rimedio a tale “ cura” in forme mitiche, religiose, filosofiche e infine tecnico- scientifiche). Il discorso di Severino oltrepassa così indubitabilmente i confini di una “critica” dell’Occidente e si fa ancora più impervio nel suo “osare tutto”: a nessuna sapienza sarebbe dato scorgere che il divenire altro non è che il comparire e scomparire degli eterni (pag. 75). Ciò significa che la sapienza che proprio questo afferma costituisce una radicale novitas? Che il linguaggio che indica la “terra che salva” non avrebbe mai avuto l’uguale, in nessun luogo e in nessun cerchio dell’essere? Ma di essa, a me pare, deve potersi trovare traccia nella stessa luce- tenebra delle terre che le civiltà attraversano, e così anche nel linguaggio (anzi, nei linguaggi — può un linguaggio solo ri-presentare l’Immutabile?) che ne sono immagine. ( Tali tracce ho anche cercato di percorrere nel mio Labirinto filosofico ).
La ricerca connessa inevitabilmente al dubbio, apparirebbe, allora, immanente al piano stesso della Verità. Ciò significa ricadere nel nihilismo (che, a questo punto, come si è visto, non sarebbe più imputabile al solo Occidente)? Severino lo afferma: nessun “tragitto” che si svolga nella non-verità conduce a ciò che appare nel cerchio originario del Destino (pag. 169). In esso egli colloca il proprio pensiero, che, tuttavia, come questo libro testimonia, si svolge a approfondisce.
Inquietudine, io credo, intrinseca a quel cercare di perfettamente dire che batte la fronte fino a farla sanguinare contro i limiti del linguaggio. Segno dei pensatori più radicali e decisivi, tra i quali sta Emanuele Severino.
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IL SAGGIO: Dike di Emanuele Severino (Adelphi pagg. 373 euro 38)

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