mercoledì 9 settembre 2015

La definizione stessa di DSA rimane al centro di un vivace dibattito: non è una disabilità, ma poi la si tutela come se lo fosse. Lei che cosa ne pensa? Rimetterebbe mano alla legge del 170/2010? “Tutta la questione dei DSA è intrisa di contraddizioni, confusioni, imprecisioni, caricature e paradossi. Che cosa è il “disturbo di apprendimento”? È una malattia? No, viene affermato che non è una malattia. Ma allora perché i bambini vengono inviati alle strutture dell’Azienda sanitaria locale, dove si curano le malattie o i loro esiti, presso il settore di neuropsichiatria infantile, che si occupa specificamente di prevenzione, diagnosi, terapia e riabilitazione delle patologie neurologiche e psichiche dell’età evolutiva?




Tutta la questione dei DSA è intrisa di contraddizioni, confusioni, imprecisioni, caricature e paradossi. Che cosa è il “disturbo di apprendimento”? È una malattia? No, viene affermato che non è una malattia. Ma allora perché i bambini vengono inviati alle strutture dell’Azienda sanitaria locale, dove si curano le malattie o i loro esiti, presso il settore di neuropsichiatria infantile, che si occupa specificamente di prevenzione, diagnosi, terapia e riabilitazione delle patologie neurologiche e psichiche dell’età evolutiva?


Perché i bambini hanno comunque bisogno di interventi di potenziamento, di sviluppare strategie e di imparare ad utilizzare strumenti compensativi e dispensativi. Solitamente questo lavoro lo fanno gli psicologi cognitivi, i laureati in neuroscienze e coloro che sono specializzati nei disturbi dell'apprendimento. Detto questo, ovunque venga offerto questo servizio ( nelle USL o meno), nessuno lo offre gratis.
[Potenziamento nel senso che] spesso i ragazzi con i dsa hanno problemi di orientamento spaziale, attenzione latente, impulsività. Queste carenze sono modificabili, pertanto intervenendo, migliora la prestazione.



Nadia, hai ragione, ma quanto potrebbe essere evitato semplicemente lasciandoli correre e muoversi ed esplorare? La correlazione tra movimento - crescita fisica e mentale ed anche alimentazione è in questi caso sempre trascurato.


Sicuramente è importante e necessario che i bimbi facciano esperienze motorie nella natura, però purtroppo in disturbi come i dsa questo da solo non è sufficiente, anche se di valore.


Secondo me gli adulti impongono schemi che i bambini non riconoscono e fanno molta più fatica ad apprendere. Dare degli strumenti ai bimbi, facendo sì che li usino secondo un loro metodo, può funzionare meglio. Ma si può fare in un contesto dove regna l'esaltazione della singolarità e della specialità, non dell omologazione.


Jennifer Engillsdòttir ci sono proprio linee guida per insegnare ai ragazzi con i dsa, ma purtroppo non tutti i docenti sono disponibili a modificare la didattica e a modificarsi...



Credo, per esperienza personale, che :
1- dsa non é una malattia
2- che si specula tantissimo su questo 
3- che ci sono ottimi predicatori 
4- che quasi sempre non si tiene presente quello che al bambino viene più facile
5- che c'é un'ossessivo bisogno che ogni cosa abbia un posto ed ogni persona sia impostata.
I bambini con dsa hanno il diritto di imparare un metodo per gestirsi e imparare in modo naturale e sereno....
Poi sul fatto che debbano essere per forza seguiti dalla Asl aprirei un discorso che nn finisce più! !! Ma assicuro che la psicologia strategica é molto meglio, quanto meno insegna al bambino come gestirsi! !!!
E poi tempo al tempo e pazienza! !!!


Il dsa non è una malattia è un disturbo Silvia Bisi, spero che mai uno specialista ti abbia invitato a credere il contrario. Circa la speculazione, purtroppo ormai è quasi ovunque, su questo ne convegno. Anche secondo me si è medicalizzato tutto, troppo, ma io sono un'educatrice e non certo una figura sanitaria, quindi son troppo di parte per esprimere pareri.


Allo stato attuale delle conoscenze, ci viene detto che l'inclinazione a sviluppare dsa sia dovuta ad anomalie circoscritte di tipo neuro-anatomico, rilevabili nelle aree della lettura, scrittura e calcolo, nonchè a difetti a carico della motricità nervo-ottica ed altre eziologie correlate. Stando a ciò, non potrebbe essere un metodo di insegnamento a provocarli, semmai a non sostenere adeguatamente il problema laddove si verifica e si esprime. Vi sono casi, infatti, in cui adeguate misure compensative arriverebbero perfino ad annullare tali problematiche, introducendo strategie ed accorgimenti in grado di far apprendere un soggetto con tali problematiche, consentendogli di accedere comunque a percorsi di studio e di conoscenza. Il problema del business è un altra cosa, dovuta a chi ha trasformato queste particolari caratteristiche di apprendimento in un colossale giro di affari, con la complicità, bisogna dirlo, di una cultura medicalizzante e omologante nell'ambito scolastico. E' necessario prima un cambiamento culturale, altrimenti chi è soggetto a tali diagnosi rischia di ricevere soltanto le classiche spinte a raggiungere i modelli standard di rendimento. Ma finchè la cultura della patologia prevale su quella della diversa abilità, dubito che si miglioreranno granchè tali condizioni.

Oggi è richiesto ai bimbi che imparino a leggere e scrivere in fretta non rispettando i loro tempi (e in questo intendo che un bimbo nato a gennaio impara prima di uno nato a settembre perché 8 mesi di differenza a quell'età sono tanti) . Non si tiene conto che ogni bimbo è diverso: se non si rientra nello standard scatta l'etichetta del DSA


ho un bimbo autistico, non è una malattia ma è una immaturità di sviluppo che va accompagnato con amore e stimoli che si trovano più all'aperto e in natura che non a tavolino. quindi la difficoltà è tangibile e non è inventata ma non lo deve vedere il NPI o uno psicologo di certo. Deve essere curato per i malanni che possiamo avere tutti, prevenendo con uno stile di vita e una alimentazione sana il più possibile ed evitando farmaci il più possibile.


Il figlio di una coppia di signori che conosco, infatti, da quando fa terapia con i cavalli è letteralmente un altro ragazzo (ha 16 anni). La natura fa 1000 volte meglio che la scuola.


La deformazione è chiamarla terapia...portare mio figlio a cavallo mi costa 10 euro l'ora...se faccio ippoterapia 50...idem per il nuoto ecc mio figlio a 4 anni ha imparato a sciare benissimo ...non a fare sci terapia [...]
ps io l'ho ritirato da scuola materna in quanto non era compatibile con gli stimoli che gli servono



Vi pare normale che in media in ogni classe ci siano almeno due bambini con Dsa? ??? ma per favore date ad ogni bambino il suo tempo di apprendere e non rinchiudetelo dentro una diagnosi. Scusate ma questo tema mi tocca profondamente. ..


Problema complesso troppo per discuterlo in poche righe. Mio figlio é dsa mio figlio ha avuto una maestra altamente incompetente, mio figlio era sicuramente un po' immaturo in prima elementare, ha avuto una diagnosi di dislessia e disortografia in terza e altamente compromesso la sua voglia di scrivere e leggere perché gli si chiedeva di scrivere e leggere ciò che non era pronto a fare, ma mio figlio ha avuto la fortuna di avere due genitori che lo hanno seguito cambiandogli scuola, mio figlio ha avuto la fortuna di trovare maestre preparate, mio figlio dopo una settimana stava negli spazi, seguiva ed era felice di imparare, mio figlio inizia la quinta e la dislessia non c'è più ha compensato (si dice così) io invece dico che ha lavorato quel tanto da concedergli di imparare, la disortografia .... Gravemente compromesso, mio figlio aveva un piccolo problema che avrebbe imparato a gestire con l'età, come c'è l'ho io, che grazie a un incapace é diventata una montagna. E tanti ci mangiano .... Ma io sono solo una mamma, mica ho una laurea in deficit di apprendimento......




Gloria Guidi 
Scusate se mi intrometto. Sono una mamma di un ragazzino Dsa e negli ultimi 8 anni, la mia vita e quella di mio marito è stata catapultata in questo "mondo". Dopo avere letto questo articolo, la mia domanda è: come mai i Dsa hanno per il 99% tutti le stesse caratteristiche? Come mai confondono tutti le stesse lettere, come mai tutti leggono, inventando le parole? Come mai l'organizzazione dei materiali, l'organizzazione dei compiti, non sanno che sia? Come mai tutti non sanno leggere l'orologio? Come mai novembre viene dopo maggio? Come mai non imparano le tabelline? E poi potrei stare a fare la lista della spesa per giorni. La verità è che ne sanno poco dal punto di vista "medico" e ancora non sanno da dove venga e perché. Rimango basita e senza parole di fronte a tanta superficialità. Cerchiamo di andare avanti a studiare e a cercare di capire come aiutarli e a non sparare cose che non fanno altro che creare confusione. Scusate ma certe cose chi le vive sulla propria pelle è difficile sentirle.



Mio figlio ha pagato caramente questo esperimento... 
Io ho dovuto ricordare come mi veniva insegnato per riproporlo a mio figlio ... 
Sono ragazzi con delle difficoltà, ma la cosa che più incide sul loro apprendimento è la confusione, hanno bisogno di riferimenti fissi e ripetuti....
È stato difficile, ghettizzante, e infruttuoso andare avanti,
.....se avessi potuto lo avrei ritirato da scuola....
Gloria Guidi sono d'accordo con quello che hai scritto...
"come mai"...?!?!
Non sono nessuno, ma dal primo giorno di scuola ho capito che mio figlio avrebbe avuto difficoltà!!!


Cara Gloria, ti capisco ma voglio anche ricordarti l'importanza dell'effetto Pigmalione.
Io sono una insegnante di scuola primaria e posso dirti che negli ultimi 20 anni ho visto succedere tanti miracoli (così li chiamano i miei colleghi). In realtà fondamentale, oltre al metodo scelto, è l'approccio e la relazione che si crea con il bambino. L'insegnante deve dare prima di tutto fiducia al discente, soprattutto a quello in difficoltà che sarà intimorito e bloccato da ciò che non sa fare. Vi è mai capitato di andare nel pallone e di non riuscire a capire più niente? Buio totale... Questo è ciò che succede quando ci si convince della propria incapacità. A questo punto come può esserci apprendimento?
Prima di essere insegnante di classe (ultimi 15 anni) sono stata per 7 anni insegnante di sostegno e posso assicurarti che solo per coloro che hanno effettivi deficit cognitivi di natura fisiologica si può fare poco....per tutti gli altri si può fare tantissimo, ma la primissima cosa è DARE FIDUCIA, CREDERE CHE IMPARERANNO COME È PIÙ DEGLI ALTRI ALUNNI E SICURAMENTE IL "MIRACOLO" AVVERRÀ. PURTROPPO È VERO IL PRIMO APPROCCIO È FONDAMENTALE ...E FARÀ LA DIFFERENZA PER TUTTO IL RESTO DELLA VITA DI UN CERTO BAMBINO E DI UNA CERTA BAMBINA!



Catia Scarlatti fantastico commento. Condivido pienamente quanto detto. 
sono docente presso un'associazione no profit per ragazzi con difficoltà in varie materie e, sebbene io non sia psicologa ma linguista, purtroppo spesso questi ragazzi non sono spinti a fare, ma bensì accontentati facendoli passare per quello che non sono. Collaboro con psicologi che hanno la stessa opinione della cosa. Bambini che non sanno contare con le dita 5+5, e non perché non siano in grado, ma perché qualcuno li convince che devono accettare di avere una difficoltà. La maggior parte delle volte le difficoltà sono solo la non sicurezza. E purtroppo spesso i genitori non li aiutano ad ottenere fiducia in loro stessi. Sbagliando.



interessante, ma non convincente. qualcosa c'è...non dipende solo dal metodo d' insegnamento. e poi non è vero che il bambino ha tutto il tempo che vuole per imparare: non in questa scuola....



Ormai sono almeno 10 anni che NESSUN insegnante di scuola elementare usa il metodo globale eppure i bambini dislessici esistono e anzi vengono studiati e utilizzati protocolli per individuare i bambini a rischio non solo a inizio prima ma anche alla scuola dell'infanzia.



Susanna Minghetti 
Ma veramente .....molti bambini arrivano con un percorso logopedico ALLE SPALLE già alla scuola elementare (a me piace usare il termine antico).. a favore del testo qui sopra dico che certamente il fonologico sillabico aiuta i bambini nei percorsi di associazione grafema/ fonema ... mentre il globale è il padre di tutte le dislessie. Ma il problema si presenta spessissimo anche a prescindere.



Sì molto moltissimo dipende dal metodo d'insegnamento. .....col metodo Montessori i bambini hanno meno difficoltà. . ..ma si sa che cambiare metodo per molti insegnanti equivale a.....cambiare professione.....




La Dottoressa non ha mai avuto come alunno/a un bambino dislessico.
Non è vero che con il metodo fonologico questi bambini non hanno problemi.
Negare questo disturbo vuol dire lasciare il bambino da solo di fronte a difficoltà di percezione notevoli, non fornirlo di strumenti che lo possano rendere uguale agli altri. Lo stesso per i bambini ADHD. Vorrei che la dottoressa lavorasse in una classe dove c'è un bambino/a con questo disturbo : non è vivacità, è un modo di relazionarsi con il mondo e con gli altri tutto particolare: ci sono molte ricerche e studi su questo. Negarlo è veramente da ignoranti.



Io insegno da molti anni e utilizzo i metodo globale che ha sempre dato buoni frutti.
Certamente ci vuole la cspacità da parte del docente di capire e valutare se un metodo può essere valido per tutti. Diversamente si utilizzano metodologie più adeguate. La flessibilità e la sperimentazione stanno alla base del nostro lavoro. Non si può generalizzare....è meglio questo o quello, anche perchè l'insuccesso di una metodologia può dipendere anche dall'incompetenza dell'insegnante

Valentina Bendinelli 
Se ciò che sostiene tale presunta esperta fosse vero allora il 90% dei bambini e ragazzi che frequentano la scuola dovrebbero avere dei disturbi dell'apprendimento, cosa che invece non accade. Se l'esperto chiamato in causa avesse mai realmente studiato e parlato con degli individui affetti da tale disabilità in questione sarebbe ben consapevole delle difficoltà che affrontano queste persone nello studio. È più lecito e scientifico pensare che prima degli anni 70 questi disturbi fossero misconosciuti perché il metodo di insegnamento precedente favoriva anche gli studenti con Dsa non grave. Inoltre che cosa c'è di male a fornire mezzi alternativi di insegnamento a studenti con difficoltà di apprendimento?



Mio padre era dislessico , ((avrebbe 80 anni,)ho un figlio dislessico ed una figlia disgrafica...
Penso che negli anni 40 non si insegnasse il metodo globale. Penso che ci sia sicuramente un discorso di ereditarietà e che, anche l'ambiente scolastico e metodologie superficiali concorrano a creare questi "strappi" nel sistema di apprendimento.



Da docente che ha usato il metodo fonematico da anni posso assicurare che non è imputabile all'apprendimento. Sperimentato la lettura di testi in stampato maiuscolo alle mie nipoti che hanno letto in modo naturale. In molti bambini si stanno evidenziando questi disturbi probabilmente perchè aumentano le difficoltá di concentrazione. Si evidenziano problemi legati alla percezione visiva giá prima della presentazione delle lettere. La ricerca scientifica dovrebbe studiare maggiormente il problema dal punto di vista neurologico e la familiarità con questo problema. Subentra anche un fatto psicologico: le eccessive attese della famiglia legate al successo scolastico per cui i bambini sono sottoposti a stress da prestazione,quando si dovrebbe ribadire la bellezza dell'apprendere solo per imparare. Ci sono troppe concause per semplificare al discorso sul metodo.



Io ho sempre usato il metodo alfabetico. I DSA esistono.
Il metodo analitico facilità loro le cose e ne permette una più precoce individuazione.



Una pagina come la vostra non dovrebbe pubblicare delle stupidaggini come questa.
I disturbi dell' apprendimento esistono in tutte le lingue, indipendentemente dal metodo di insegnamento. Che poi ci siano metodi più "adatti" a questi bambini e altri meno è un' altra cosa.



Non ci perderei troppo tempo: lo studio di base è americano ed è quindi condannato fin dall'inizio dall'ossessione statunitense per la ricerca dei nessi di causalità. Tutto quello che succede deve avere delle cause "oggettive", "definite" e misurabili con delle statistiche: e quando non funziona cosi, si costruisce la ricerca ad hoc. Della dottoressa italiana non starei nemmeno a commentare...



Io non so il perché e faccio solo delle ipotesi... mi chiedo solo il motivo per cui prima i dsa erano 2 o 3 in tutta la scuola ora si arriva a 10 per classe... perché, perché? Cerco di capire muovendomi sull'osservazione del singolo bambino ma, per ora, vado a tentoni... ogni specialista dice la sua cosí come ogni genitore...


Beh, sulle diagnosi aumentate io una riflessione ce l'avrei pure.
Forse qualcuno di questi ragazzi nel pasato sarebbe stato definito disabile...e altri semplicemente sarebbero stati presi a ceffoni perche condiderati vagabondi. I numeri in realta non credo siani aumentati. Il criterio adottato nelle diagnosi si.



Sì, però come si spiega quando un bambino è dislessico nonostante l'insegnante usi il metodo fonetico?




Non scherziamo. Se hai un disturbo dell'apprendimento come può essere prodotto dal metodo di insegnamento? Ci sono migliaia di insegnanti cani eppure molti studenti qualcosa hanno imparato lo stesso. Qualcosa per qualche motivo nel loro cervello non funziona come negli altri. Le metodiche ABA sono efficaci, e forse andrebbero usate per tutti indistintamente, magari evolvendole.


Rossana Brambilla 
DSA é genetico... sicuramente noi insegnanti siamo impreparati...ma non ne abbiamo colpa!



w il metodo MONTESSORI.....da i tempi giusti......




L'articolo non mi pare attendibile.
Si parla un po di aria fritta e alle domande non viene data una risposta.
La medicina si sa, non è una scienza esatta nel tempo. Da quello che so, dislessia e co., ha una forte componente ereditaria, ma di certo una caratteristica é che nel cervello di queste persone mancano alcuni collegamenti tra i due emisferi cerebrali che attivano altri percorsi x lettura, scrittura e calcolo. I bambini di adesso sono sempre meno a contatto con esperienze fisiche concrete, manuali, di concentrazione. Hanno troppi stimoli e sono già tutti codificati il tasto invia del cellulare, del pc. .. hanno una freccia o comunque ha una funzione che elimina la comprensione di alcuni passaggi logici e mnemonici di cui l'essere umano necessita per apprendere. Studi validi ed esperienze già in atto anche in italia, che hanno dato degli ottimi risultati sono legati all'approccio della musica fin dalla tenerissima età. Non a caso.






Orizzontescuola.it:
   
DSA: l'origine sarebbe colpa dal metodo di insegnamento nei primi anni di scuola
Alcuni studiosi americani pensano che i disturbi nella lettura e nella scrittura possano dipendere dal metodo con cui vengono insegnate nei primi anni di scuola. Ne è convinta anche Regina Biondetti, medico e membro del Comitato scientifico-culturale del movimento Pensare Oltre.

Dottoressa Biondetti, secondo lei può esserci una relazione causale tra l’insorgenza di DSA e alcune metodologie didattiche?

“DSA è un acronimo che sta per Disturbi specifici di apprendimento, la traduzione dei LD (Learning Disorders: dyslexia, dysgraphia, dyscalculia) degli Stati Uniti. Ora, non è mai stato dimostrato che questi disturbi esistano. È stato invece rilevato negli Stati Uniti che intorno al 1930 le scuole pubbliche hanno iniziato a insegnare a leggere utilizzando il metodo Whole Word (metodo della parola intera, che in inglese ha molti altri nomi come Look-and-say, Whole Language, Dolch Words e Sight Words) e quasi immediatamente i bambini hanno iniziato ad avere problemi di lettura.

Negli anni ’70 in Italia è avvenuta la stessa cosa, è stato abbandonato il classico metodo alfabetico (o fonetico) e si sono diffusi altri modi “innovativi” per insegnare a leggere. Con il metodo alfabetico l’unico modo di considerare le parole è per quello che esse sono, cioè l’unione di più lettere, ciascuna con un suono particolare e occorre imparare con precisione, attraverso il dovuto esercizio, ciascuna corrispondenza lettera/suono (codice alfabetico) per poter pronunciare le lettere, poi le sillabe, poi le parole e infine le frasi. L’apprendimento della lettura, e simultaneamente della scrittura, consiste solo in questo.

I nuovi metodi, introdotti in sostituzione del metodo alfabetico, sono gli equivalenti del metodo Whole Word degli Stati Uniti e in italiano hanno molti nomi e varianti, come metodo globale, visivo, ideo-visivo, naturale, misto etc., ma essenzialmente in tutti si tratta di cominciare a imparare a leggere con un approccio visivo e non fonetico alla lettura, considerando le parole tutte intere, insegnando a memorizzarle e riconoscerle come immagini visive”.

Quasi un metodo ideografico, quindi?

“Proprio così, un metodo ideografico che però evidentemente non può essere applicato per leggere una lingua alfabetica. Di conseguenza, anche in Italia da allora hanno cominciato a manifestarsi sempre più diffusamente nei bambini problemi di lettura. Non esiste praticamente più l’insegnamento a leggere con il metodo alfabetico, cioè solo attraverso l’alfabeto, appreso in modo rigoroso, ordinato e sistematico, ma l’alfabeto viene insegnato sempre associato al metodo visivo-globale, in ognuno dei vari metodi oggi in uso, con l’approccio visivo che precede quello fonetico.

In questo modo il bambino acquisisce un’abitudine a tentare il riconoscimento visivo globale di una parola intera, eventualmente a “indovinarla”, utilizzando indicazioni dal contesto o dalle figure, come suggeriscono questi metodi, ad andare “a senso”, anziché seguire la letteralità delle parole scritte, che gli rimane come una sorta di automatismo, un’impostazione sbagliata, difficilissima da togliere.

Ovvio che poi decada la precisione nella letteralità, nell’associazione grafema/fonema (con tutta una serie di confusioni fra grafemi e fonemi simili), che si manifesti la difficoltà a leggere parole nuove non memorizzate visivamente, la sostituzione di parole con altre di senso simile, la tendenza a indovinare, la lentezza nella lettura, la mancata progressione da sinistra a destra (obbligatoria nella lettura alfabetica di una parola ma non in quella visiva o ideografica), il deficit di automatismo alla lettura fonetica (che in realtà è un eccesso di automatismo alla lettura visiva): ebbene, tutti questi sono considerati sintomi di dislessia!

Proprio per questo essa è stata ribattezzata da alcuni studiosi americani dislessia educativa, cioè dislessia provocata dai metodi utilizzati per insegnare a leggere”.

La definizione stessa di DSA rimane al centro di un vivace dibattito: non è una disabilità, ma poi la si tutela come se lo fosse. Lei che cosa ne pensa? Rimetterebbe mano alla legge del 170/2010?

“Tutta la questione dei DSA è intrisa di contraddizioni, confusioni, imprecisioni, caricature e paradossi. Che cosa è il “disturbo di apprendimento”? È una malattia? No, viene affermato che non è una malattia. Ma allora perché i bambini vengono inviati alle strutture dell’Azienda sanitaria locale, dove si curano le malattie o i loro esiti, presso il settore di neuropsichiatria infantile, che si occupa specificamente di prevenzione, diagnosi, terapia e riabilitazione delle patologie neurologiche e psichiche dell’età evolutiva?

È una disabilità? 
No, ci viene detto che non è una disabilità e, a riprova di ciò, per i DSA non si applica la legge 104. Si applica la legge 170. Tuttavia quando quest’ultima si riferisce ai disturbi specifici di apprendimento come causa di “una limitazione importante per alcune attività della vita quotidiana” li definisce, in pratica, come una disabilità, dato che le limitazioni delle attività della vita quotidiana vengono rilevate dall’apposito indice ADL (Activities of Daily Living), utilizzato per misurare il grado di disabilità.

Inoltre, se non è una disabilità, perché negli USA si parla di Learning Disabilities?

È un disturbo, si sostiene, così come c’è anche il “disturbo dell’attenzione”, il “disturbo dell’iperattività”, il “disturbo della condotta”. Ma che tipo di disturbi sono questi, verrebbe da chiedersi. È un “bambino che disturba”, come si diceva un tempo (“Smettila di disturbare!”), dunque si tratta di qualcosa che attiene all’educazione, alla pedagogia, oppure è un “disturbo del bambino”, inteso come qualcosa che attiene alla medicina? No, pare non c’entri più niente la pedagogia, dunque riguarda la medicina. Ma allora si ricade nella malattia!

E questo “disturbo”, se riguarda la medicina, da cosa è provocato? È un’affezione del sistema nervoso centrale? Una malformazione? È una lesione neurologica? No, è un’alterazione neurobiologica, si dice. E che differenza c’è?

È un disagio. Certo, ma quante cose ci procurano disagio… eppure vengono affrontate in ben altro modo…

È un deficit, un difetto congenito? Una diversa abilità? No. È una neurodiversità… 
Ma la neurodiversità concerne ciascuno! E allora perché una neurodiversità dovrebbe essere tutelata in modo speciale se non comporta una disabilità?

Insomma, da qualunque parte la si giri, la cosa sfugge. E più si pretende di chiarirla, più la si confonde. Ma tutta questa vaghezza, indefinibilità e reiterata contraddizione va ascoltata. La verità non emerge solo da pacifiche asserzioni ma anche, e a volte forse di più, proprio dalle contraddizioni, dallo scontro con l’impossibile, dai contraccolpi, dalle caricature e dai paradossi.

Ecco allora la proliferazione, che sembra inarrestabile, dei casi di DSA. Solo ciò che non è sottoposto alla prova di realtà perché non è dell’ordine della funzione, ma della fantasia, può crescere a dismisura.

Ma, invece di intendere che questa proliferazione è già uno scacco e tornare sui propri passi, interviene allora la mediazione impossibile. Iniziano sottili distinzioni, elaborate riserve, precisazioni, eccezioni... Questi sì, sono veri DSA, ma quelli no, c’è un eccesso di diagnosi. I “veri DSA” e i “finti DSA”.

Ci sono i “disturbi di apprendimento”, che però sono altra cosa dalle “difficoltà di apprendimento.

Sì, i DSA hanno diritto all’insegnante di sostegno… e poi, quando sono troppi: anzi no, non ne hanno diritto.

I portatori di questi disturbi devono assolutamente essere tutelati da opportune norme legislative, dunque la legge 104… però, a dire il vero, non si riesce a inserirli in nessuna delle fattispecie previste da questa legge e allora, tant’è, viene scritta un’apposita legge ex-novo, la 170.

È poi interessante chiedersi dove si collocano questi presunti disturbi, come nascono. 
I disturbi di apprendimento non sorgono improvvisamente dal nulla, ma sono parenti stretti di altri improbabili disturbi. Si osserva qui il fenomeno della disseminazione. Ciò che non incontra la prova di realtà può disseminarsi.

Inizialmente c’era il disturbo della disattenzione, poi è comparso il disturbo dell’iperattività, ma anche il disturbo oppositivo-provocatorio, successivamente il disturbo della condotta, dopo di che ha incominciato a diffondersi il disturbo della lettura (dislessia), in seguito è stato scoperto anche il disturbo della brutta scrittura (disgrafia), poi il disturbo degli errori di ortografia (disortografia) e infine il disturbo degli errori di matematica (discalculia)…!

A un convegno, una persona del pubblico, allibita, chiedeva: 
“Ma non c’è anche la dis-trigonometria o il dis-calcolo infinitesimale?”.

Che cosa risponde a chi, provocatoriamente, sostiene che DSA e BES sono riconducibili semplicemente alle differenze individuali?

“Riguardo ai termini DSA e BES, occorre osservare che, anche se l’insegnamento viene condotto nel modo migliore possibile, nell’apprendimento della lettura e della scrittura si incontrano comunque le difficoltà. Proprio come in qualsiasi altro percorso di formazione, che sia uno sport, una tecnica artigianale, la pratica di uno strumento musicale o la guida di un’automobile.

E, nel corso delle vicende della propria vita pure, ciascuno incontra un sacco di difficoltà. 
Chi potrebbe negarlo?

Ma le difficoltà che si incontrano sono le difficoltà del percorso, non del bambino.

La cosa più sbagliata da fare è assumere le difficoltà del percorso come se fossero proprie, soggettive. Così facendo, le difficoltà non vengono attraversate ma, al contrario, diventano dei limiti del soggetto, che si identifica in queste difficoltà, addirittura qualificandosi, denominandosi, attraverso di esse: soggetto DAP (Disturbo da Attacchi di Panico), bambino DOP (Disturbo oppositivo-provocatorio), bambino DC (Disturbo della condotta), bambino ADHD, bambino DSA, bambino BES… Soggetto mancante, deficitario, malato, bisognoso. E non se ne esce più.

Ci viene qui in aiuto l’umorismo imprevedibile dei bambini… 
Un bambino andava in giro dicendo che lui aveva l’“AIDS”, invece che l’“ADHD” (in effetti due sigle letteralmente simili), totalmente ignaro o incurante delle colossali differenze di senso e degli effetti provocati sugli astanti.

Anche il riso che ci dona generosamente la straordinaria ingenuità e ingegnosità dei bambini dovrebbe farci intendere qualcosa, aiutarci a dissolvere il florilegio delle sigle, per riportare le cose a ciò che realmente sono: difficoltà da attraversare. Leggere non è facile, non c’è “facoltà”, facilità di lettura, ma c’è la difficoltà della lettura e c’è la difficoltà dell’ortografia, dunque non c’è più il bambino dislessico, disortografico”.

Queste ‘etichette’ però preservano i bambini e i ragazzi dai giudizi negativi o dalle bocciature a cui inevitabilmente andrebbero incontro.

“Forse dalle bocciature della scuola, ma di certo non da quelle della vita. Anzi, in questo modo la scuola viene meno a una delle sue più importanti funzioni, oltre a quella di fornire conoscenze, che è quella, essenziale soprattutto in questi primi anni, di offrire una palestra in cui il bambino può esercitarsi a fare, provare e riprovare, sbagliare, correggersi, cercare un nuovo modo e ritentare… fino alla riuscita. Trovando così soddisfazione, sicurezza, fiducia in se stesso. E il modello per analoghe e più impegnative imprese future.

Una palestra dove può accorgersi che la caduta, lo sbaglio, la sanzione non sono un dramma ma, al contrario, ciò che induce il rilancio stesso. Si cade e ci si rialza. Quante volte l’ha fatto il bambino solo pochi anni prima quando imparava a camminare? E quanti innumerevoli tentativi mancati hanno preceduto la sua capacità di parlare? Perché adesso non dovrebbe essere più così?

Una palestra dove nessun bambino è escluso dall’opportunità di affrontare le difficoltà, dove non ci sono coperture materne, ripari, garanzie precostituite, giustificazioni aprioristiche, fughe… e proprio per questo ciascun bambino può sperimentarsi e riuscire. In un percorso autentico, e mai fittizio, attraverso voti, a volte belli, a volte brutti, a volte mediocri, ma sempre autentici, che danno la misura reale di ciò che è stato fatto e di ciò che occorre fare per migliorare. Va poi tenuto presente che i bambini a questa età distinguono benissimo il reale dall’immaginario, perché sono abituati a giocare, cosa che l’adulto normalmente non è più in grado di fare e finisce col credere alle proprie fantasie.

E allora non ci sono più ADHD, ma bambini da educare; non ci sono più DSA, ma le difficoltà di imparare; non più BES, ma prove della vita da superare.

Riguardo poi alle differenze individuali, dobbiamo considerare che in questo stadio dell’apprendimento non si effettuano ancora le differenze soggettive. Queste concernono il compimento e qui non c’è nessun compimento, siamo appena alle primissime fasi di una formazione.

Quelle che notiamo ora sono solo le variazioni del cammino, che evidentemente non può essere uguale per tutti, dato che i bambini non sono degli automi. Sono deviazioni, sbagli, sviste, errori, imprecisioni, inciampi, blocchi, arresti e riprese, che ciascuno incontra in qualsiasi percorso di formazione.

Un bimbo si inceppa di qua, un altro di là. Occorre rispiegare, correggere, far rifare. Finché quel passaggio non è superato. Senza mai diagnosticare disturbi di apprendimento, cosa che fa credere al bambino che quel passaggio a lui sia impossibile, che non potrà mai farlo.

Non ci sono disturbi di apprendimento da diagnosticare, ma neppure differenze da “rispettare”. Gli errori di ortografia vanno corretti e ricorretti. E garbatamente sanzionati: “Riscrivi tutta la pagina!”. Lo stesso per la brutta calligrafia. Il bambino in prima elementare può iniziare a scrivere facendo un grande scarabocchio ma, in poche settimane, quello scarabocchio sarà trasformato dalle piccole dita in una bella scrittura leggibile. Però ci vuole esercizio. Gli va insegnato.

E occorre anche saper aspettare. Alcuni bambini richiedono più tempo. I bambini crescono “a scatti”, quindi anche solo aspettare qualche settimana, può contribuire a sbloccare una situazione e ripartire. Ma poi, che fretta c’è? I piccoli di sei anni hanno davanti a loro tutto il tempo del mondo.

Correggere, far rifare, dividere il percorso in piccoli passi, e tutti i bambini riusciranno, proprio perché non si tratta di abilità complesse di ordine superiore, ma di quelle iniziali e più elementari.

Non tutti i bambini diventeranno calciatori, ma tutti hanno imparato a correre e saltare, non tutti diventeranno conferenzieri, ma tutti hanno imparato a parlare, e così non tutti diventeranno giornalisti ma tutti impareranno a scrivere, non tutti diverranno programmatori informatici, ma tutti sapranno fare le operazioni aritmetiche. Come è sempre stato. È ampiamente dimostrato che tutti i bambini, ma proprio tutti, imparano a leggere e scrivere bene, quando questo è insegnato appropriatamente.

Con gli strumenti che l’istruzione elementare fornisce loro, tutti i bambini saranno attrezzati per compiere i passi successivi, e allora sì che, un po’ alla volta, la differenza si specificherà nell’approdo di ciascuno come scrittore, violinista, calciatore ... La bella differenza!”.

di Eleonora Fortunato

http://www.orizzontescuola.it/news/dsa-lorigine-sarebbe-colpa-dal-metodo-insegnamento-nei-primi-anni-scuola

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