venerdì 20 gennaio 2012

Giulio Cesare Gli uomini credono volentieri ciò che desiderano sia vero

Gli uomini credono volentieri ciò che desiderano sia vero
Giulio Cesare


Claudia Giulia Antonia:
Alea iacta est, “il dado è tratto”, "il dado è stato lanciato", è la famosa frase pronunciata da Cesare il 10 gennaio del 49 a.C. secondo quanto riportato da Svetonio (70 d.C – 126 d.C.) nel suo
"De vita Caesarum".

Antefatto:
Morto Crasso nella Battaglia di Carre (53 a.C.) in Mesopotamia, il triumvirato era finito.
Cesare e Pompeo entrano in lotta per il potere, mentre la città di Roma è preda di scontri sanguinosi tra le bande dei cesariani e gli oppositori di Cesare.

Il Senato assegna a Pompeo un incarico senza precedenti, quello di console senza collega, vale a dire di console unico, perché il Senato vuole utilizzare la forza di Pompeo contro Cesare.

La situazione si fa critica quando Cesare, allo scadere del mandato quinquennale in Gallia, chiede di tornare a Roma non come privato cittadino, ma dopo essere stato nominato console, poiché teme di trovarsi esposto alle vendette del senato e di Pompeo.

Il Senato invece gli intima di sciogliere le legioni e di presentarsi a Roma da privato.
Cesare si dichiara disposto a congedare le legioni se anche Pompeo congeda le sue.
Il Senato, su pressione di Pompeo, dichiara Cesare nemico della repubblica.
Non resta che la via delle armi: il 10 gennaio del 49 a.C. Cesare attraversa il fiume Rubicone (vicino a Rimini), violando così il pomerio di Roma, ossia il limite sacro del territorio che non si poteva varcare in armi.

Mentre Cesare calpesta questa linea invalicabile con il suo esercito, pronuncia una celebre frase destinata a passare alla storia: alea iacta est, «il dado è tratto», cioè “non si pùo tornare indietro”.
Cominciava una nuova guerra civile (49-45a.C.)



10 GENNAIO 49 a.C. GIULIO CESARE VARCA IL RUBICONE.
Il Rubicone, rappresentava tra il 59 e il 42 avanti Cristo il confine tra l'Italia e la provincia della Gallia Cisalpina ed era quindi vietato ai generali attraversarlo in armi senza il permesso del Senato. Caio Giulio Cesare vi si accampò alla fine del 50 a.C., di ritorno dalle Guerre Galliche:
qui fu poi raggiunto dall'ordine del Senato che gli ingiungeva di smobilitare e rientrare a Roma come privato cittadino. Cesare intuì che era in atto un complotto per catturarlo, per cui si guardò bene dall'obbedire.


"Stando qui inizia la mia rovina.
Venendo là inizia quella degli altri"
[sul Rubicone]
Gaio Giulio Cesare



E concesse la FIDES ai suoi legionari.
Un anello di rame infilato nel dito  anulare per simboleggiare la loro fedeltà.
La Chiesa lo riprese dopo come simbolo di Matrimonio.


In quel periodo era a Ravenna, aspettava responsi alle sue concilianti richieste, sperava in una equa comprensione, per una conclusione pacifica che si potrebbe raggiungere.
Is eo tempora erat Ravennae exspectabatque suis lenissimis postulatis responsa , si qua hominum aequitate res ad otium deduci posset
GIulio Cesare, De Bello Civili


Pronunciando la celebra frase “Alea iacta est “, il dado è tratto, ‪Giulio Cesare‬ il 10 gennaio del 49 a.C. attraversa il ‪Rubicone‬ a capo della XIII legione dando inizio ufficialmente alla guerra civile romana contro il Senato romano.



Scrisse Tito Livio di quel 10 gennaio del 49 a.C.:
“…alla testa di cinquemila uomini e trecento cavalli, Cesare varcò il fiume Rubicone e mosse contro l’universo..” Iniziò così una guerra civile contro Pompeo che si risolse definitivamente solo quattro anni dopo. Ma Cesare, ormai prossimo alla dittatura, alle idi di Marzo del 44 fu ucciso in Senato da una congiura.




SIAMO SICURI CHE CESARE DISSE ALEA IACTA EST?
Oggi è un anniversario importante: nella notte del 10 gennaio del 49 a.C. Cesare passò il Rubicone con l'esercito e si dice che in quel momento pronunciò la frase ALEA IACTA EST. Molto più probabilmente, però, le parole che disse furono ALEA IACTA ESTO. Vediamo che differenza c'è: la voce verbale ESTO, rispetto al più noto EST, è un imperativo futuro e come tale indica un'esortazione, cosa assai plausibile in un momento come quello, in cui, come generale, Cesare doveva incitare i suoi soldati a compiere l'impresa di marciare in armi verso Roma. Plutarco, del resto, nel ricordare l'evento nella Vita di Cesare, usa in greco "anerrìphtho cubos", col significato di "sia lanciato il dado". Questa frase aveva un senso quasi proverbiale ed era normalmente pronunciata da chi si metteva in gioco per un’azione pericolosa, rompendo gli indugi precedenti.




- il 6 aprile del 46 a.C. Giulio Cesare vinceva la battaglia di Tapso.
Dopo aver sconfitto Pompeo a Farsalo nel 48 a.C. Cesare continuò la sua guerra contro il partito pompeiano e nell'aprile del 46 a.C. affrontò in Africa, presso Tapso (odierna Ras Dimas in Tunisia) l'esercito di Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica e del suo alleato, il re Giuba I di Mauretania.
Cesare mise d'assedio la città di Tapso, schierata a favore di Pompeo e del suo partito, e ben presto venne affrontato dal numeroso esercito di Scipione, come descrive bene Appiano (De bellis civilibus, II, 92):
"Non molto tempo dopo è stato riferito che Scipione avanzò con otto legioni di fanti, 20.000 cavalieri (di cui la maggior parte erano africani), un gran numero di truppe leggere, e trenta elefanti; insieme con il re Giuba, che aveva circa 30.000 fanti in aggiunta, reclutati per questa guerra, e 20.000 cavalieri Numidi, oltre ad un gran numero di lancieri e sessanta elefanti. L'esercito di Cesare cominciò ad allarmarsi e un tumulto scoppiò tra i soldati a causa della sconfitta che avevano già sperimentato e della reputazione delle forze che avanzano contro di loro, e in particolare per il numero e il coraggio della cavalleria Numida. Li spaventava anche la guerra con gli elefanti, a cui erano comunque abituati. Ma Bocco, un altro principe della Mauritania, prese Cirta, che fu la capitale del regno di Giuba, e quando la notizia raggiunse Giuba questi ritornò in patria con il suo esercito, lasciando solo trenta dei suoi elefanti con Scipione. Allora gli uomini di Cesare si fecero coraggio a tal punto che la quinta legione pregò di essere mandata contro gli elefanti, e li sconfisse valorosamente. Da quel giorno fino ad oggi questa legione porta l'immagine di un elefante sui suoi vessilli."
La legione che userà l'immagine dell'elefante per identificarsi è la famosa V Legio Gallica o Alaudae (già protagonista delle Guerre Galliche e, dopo la morte di Cesare, con Marco Antonio e Augusto a Filippi, contro i cesaricidi, e nella battaglia di Azio).
Così il 6 aprile 46 a.C, dopo una battaglia lunga e incerta per molti momenti, Cesare ebbe la meglio, riuscendo a mettere in fuga l'esercito nemico ed anche il suo comandante Scipione Nasica. Da questo momento Cesare venne considerato uomo dalla fortuna invincibile e cominciò a essere menzionata "la Fortuna di Cesare" che lo favoriva in ogni battaglia decretandolo vincitore (Appiano, De bellis civilibus, II, 97).
Con questa battaglia Cesare pacificava la regione africana dalla guerra civile.
Negli anni successivi, nel calendario romano, vennero inseriti dei Ludi Caesaris, a ricordo di questa vittoria a Tapso, che si svolgevano in questo giorno, all'interno dei ciclo dei Ludi Megalenses. Così li ricorda Ovidio in un dialogo con un reduce delle legioni di Cesare (Fasti, IV, 377-383):
"Si celebravano giochi, e un vecchio seduto accanto a me che vi assistevo disse: "E' questo il giorno in cui Cesare sulle terre libiche vinse l'infida armata del magnanimo Giuba. Cesare era mio condottiero, e mi glorio di aver militato con lui in qualità di tribuno: fu lui a onorarmi del grado. Io ho guadagnato questo seggio con la guerra, tu con la pace."
Gabriele Romano



Giunto nei pressi di Roma, in quell’estate del 45 a.C., Cesare non entra in città, ma passa i due mesi successivi a Labici, forse per prendere tempo, ben sapendo che molti sono i romani di nobile lignaggio che desiderano la restaurazione degli antichi valori repubblicani, mentre in lui albergano piani diversi. Ma qual è la sua storia? Nato nella Suburra, quartiere popolare, mostra sin da giovane ambizione e coraggio e compie una carriera fulminea sia come militare sia come uomo politico: i successi in Gallia e nella guerra che lo oppone a Pompeo, i provvedimenti a favore del popolo, come le leggi agrarie, e la promozione con incarichi pubblici di uomini di fronte ai quali il senato romano storce il naso (cavalieri, provinciali) gli hanno regalato ampi consensi. C’è poi anche il legame con Cleopatra, regina d’Egitto, che nel 47 gli ha dato – così lei dice – un figlio, detto Cesarione, e a cui il condottiero ha fatto erigere, nel 46, una statua d’oro (un bello schiaffo ai tradizionalisti) nel nuovo foro da lui voluto. Come generale vincitore, ha concesso sempre grandi distribuzioni di denaro ai suoi soldati (seimila denari per i veterani, venticinque volte la paga annua!). E munifico si è mostrato anche con la plebe, sia concedendole denaro sia ribassando gli affitti. Ha da poco fatto entrare in vigore il nuovo calendario solare, con l’anno di 365 giorni, e sta per trasformare Roma con nuove opere pubbliche (il Foro Giulio, il tempio di Venere Genitrice, la nuova Curia, nuovi Rostri, la risistemazione dell’area dei Comizi, i Saepta Iulia per le elezioni) tutte nel centro cittadino, i cui terreni, considerati sacri, sono stati acquistati e rientrano ora nelle proprietà della sua famiglia. Sembra un uomo non destinato al tramonto, eppure già pensa alla sua successione, se, proprio a Labici, prima del rientro a Roma, nomina erede Gaio Ottavio (Ottaviano) con un nuovo testamento, che poi consegna alla Vestale maggiore, perché venga tenuto segreto.
Barry Strauss, La morte di Cesare, Editori Laterza, 2015.




Nell’agosto del 45 a.C., sette mesi prima delle Idi di Marzo, Cesare entra a Milano, dopo essersi incontrato in Gallia con Antonio, Decimo Bruto e Ottaviano. Sul suo carro sta Antonio; dietro di loro, su un altro carro, Decimo Bruto e Ottaviano. Sono diretti a Roma, dove Cesare vuole riportare il trionfo per la vittoria a Munda (Spagna) contro i figli di Pompeo. Chi sono gli uomini che lo accompagnano?
Decimo Bruto, nato nell’81 a.C., è un uomo vigoroso, amante della guerra. Ha combattuto in Gallia con Cesare e goduto del ricco bottino di quella campagna. Nobile di famiglia, dice di discendere da Lucio Giunio Bruto, fondatore della repubblica. Allo scoppio della guerra civile tra Cesare a Pompeo, si schiera col primo ed è l’artefice della presa di Marsiglia. Rimane poi in Gallia come governatore, fino al 45 a.C., mentre Cesare si sposta a oriente per sconfiggere Pompeo.
Antonio, nato nell’83 a.C., è un uomo forte e atletico, che vanta una discendenza da Eracle. Nella guerra contro Pompeo, svolge un ruolo importante a Farsalo (48 a.C.), dove comanda l’ala sinistra dell’esercito di Cesare e insegue i nemici in fuga. Fa anche da agente politico per Cesare, perché, dopo Farsalo, tratta col senato per assegnare a Cesare l’incarico di dittatore per quell’anno. A lui tocca il compito, ritenuto ignobile dai romani, di vendere le proprietà confiscate ai pompeiani: poiché non disdegna di sporcarsi le mani e benché sia pericoloso perché gli uomini di Pompeo sono ancora armati e in libertà, accetta.
Gaio Ottavio (Ottaviano) è il più giovane: ha diciotto anni, ma è già ambizioso e di talento. Sei anni prima, ha pronunciato nel foro l’orazione funebre per la nonna Giulia, sorella di Cesare, e l’anno prima ha partecipato al trionfo di Cesare, seguendo, forse a cavallo, il carro trionfale, un onore che certo indica la stima nutrita da Cesare per lui.





Tu quoque, Brute, fili mi!
"Quando egli fu seduto, i congiurati lo attorniarono come per rendergli omaggio. E subito Tillio Cimbro, che si era assunto il compito di dare il via all'azione, gli si avvicinò come per chiedergli qualcosa, e, quando l'altro fece un cenno di rifiuto rimandando ad altro momento. gli afferrò da entrambe le spalle la toga; poi, mentre Cesare gridava: "ma questa è violenza!", uno dei due Casca lo ferì da dietro un poco sotto la gola. Cesare, afferrato il braccio di Casca, lo trafisse con uno stilo; ma poi, mentre tentava di dare un balzo, fu bloccato da un'altra ferita. Quando si rese conto di essere da ogni parte preso di mira dalle armi impugnate, si avvolse la toga intorno al capo, mentre con la sinistra ne fece scendere le pieghe sino in fondo ai piedi, per cadere più compostamente con la parte inferiore del corpo anch'essa coperta. E così, fu trafitto da ventitrè ferite, emettendo un solo gemito al primo colpo, senza una parola. Alcuni però, hanno raccontato che, a Bruto che gli si avventava contro, egli disse: "καὶ σύ, τέκνον;" . Ormai spirato, mentre tutti fuggivano qua e là, egli rimase lì a giacere per qualche tempo, finchè, caricato su una lettiga, con il braccio che ne pendeva giù, tre giovani schiavi lo riportarono a casa. E fra tante ferite, a parere del medico Antistio, nessuna fu riscontrata veramente letale, tranne la seconda che aveva ricevuto nel petto".
Gaio Svetonio Tranquillo, De vita Caesarum, Liber Primus, Divus Iulius



« Allorché fu aperto il testamento di Cesare e si scoprì che aveva lasciato a ciascun cittadino romano un dono considerevole in danaro, e la folla vide il suo corpo, che fu portato attraverso il Foro romano, tutto rovinato dai colpi di spada, non seppe più mantenere l'ordine e le disciplina. Il popolo raccolse dalla piazza alcuni banchi, transenne e tavoli, li accatastarono attorno alla salma, poi vi appiccarono il fuoco e la bruciarono con grande rapidità. Presero quindi dal rogo alcuni tizzoni ardenti e corsero verso le case degli assassini di Cesare con lo scopo di bruciarle. »
Plutarco, Vite parallele, Cesare, 68.





"DE GUSTIBUS NON DISPUTANDUM EST"
La nobiltà romana gaudente, attribuivano al piacere della tavola uno dei massimi valori, e ritenevano che i propri gusti fossero i soli da ritenersi “civili”. Plutarco, racconta che Giulio Cesare fu testimone di un episodio avvenuto mentre era governatore della Gallia Cisalpina dal 59 al 55 a.C.; Una sera Cesare ospite insieme ai più stretti collaboratori in una domus milanese del ricco ed influente Valerio Leone. Tra le portate venne servita una pietanza di asparagi conditi con il burro. Ai generali la pietanza non piacque, abituati all’olio d’oliva e non al burro, usato a Roma come condimento, così la indicarono come cibo “barbaro” non adatto al loro palato. All’imbarazzante situazione Cesare, da uomo scaltro e diplomatico, placò gli animi con la frase: “de gustibus non disputandum est” , non si può discutere sui gusti personali; . Con tatto ha aveva fatto capire ai suoi ufficiali, che non si obbietta quando si è ospiti.

ASPARAGI
Si lessano gli asparagi immergendoli per dieci-quindici minuti in acqua salata bollente, dopo aver tagliato via la parte dura ed averli legati a mazzetti. Si scolano, si passano per un attimo in acqua fresca e si depongono, in una teglia imburrata, a strati intramezzati con formaggio grattugiato e burro fuso. Si passano poi in forno ben caldo, finché lo strato superiore non appaia colorito. Si servono caldi.



Giulio Cesare
"Così egli operò e creò, come mai nessun altro mortale prima e dopo di lui, e come operatore e creatore Cesare vive ancora, dopo tanti secoli, nel pensiero delle nazioni, il primo e veramente unico imperatore" 
Th. Mommsen, Storia di Roma antica - Libro V - Cap. XI
http://it.wikipedia.org/wiki/Gaio_Giulio_Cesare


Gaio Giulio Cesare; Roma, 13 luglio 101 a.C. o 12 luglio 100 a.C. – Roma, 15 marzo 44 a.C. è stato un generale, dittatore, oratore e scrittore.....



Giulio Cesare, figlio di Venere e fondatore dell’impero romano, dopo il suo tragico obito fu divinizzato: Divus Iulius divenne il dio dell’impero
Il suo culto scompare quando appare il cristianesimo. Gesù Cristo, figlio di dio ed auctor del cristianesimo, appare subitaneamente insieme al suo culto nel secondo secolo, mentre prima nessuno storico ne documenta la presenza, che rimane tuttora dubbia.
Un personaggio storico senza culto, un culto senza personaggio storico:
un’asimmetria complementare che colpisce
Francesco Carotta http://youtu.be/gvga-98x6Nk



"Tanta era la sua fama di sodomita e di adultero che un consolare suo accanito avversario, Curione padre, potè dire di lui in un pubblico discorso: 
"Egli è marito di tutte le mogli e moglie di tutti i mariti" " 
Antonio Spinosa - "Cesare - Il grande giocatore" - Oscar Storia - Mondadori



Cesare sottomise le Gallie, Nicomede sottomise Cesare
(Satrapo della Bitinia Nicomede III)


15 marzo 44 a.C. Sono le idi di marzo quando, non curandosi di una serie di avversi presagi narrati dalla tradizione, Giulio ‪Cesare‬ si reca alla Curia Pompeia.

Mossi dalla volontà di difendere l'ordinamento repubblicano, ma anche da rancore e invidia, sessanta senatori capeggiati da Bruto e Cassio ordiscono una congiura contro il dittatore, che viene colpito da ventitré coltellate.

Prima di morire ai piedi della statua di Pompeo, Cesare rivolge al figlio, coprendosi con la tunica, le celebri parole "Tu quoque, Brute, fili mi!" ("Anche tu Bruto, figlio mio!").



Dato l'interesse che suscita sempre la frase attribuita a Cesare prima di morire, precisiamo che Svetonio e Cassio Dione la riportano in greco: "καὶ σύ, τέκνον;" ("anche tu, figlio?"), poi passata al latino "Tu quoque, Brute, fili mi!" e spesso usata nella versione "Tu quoque" per rimproverare qualcuno in tono di sorpresa amara o rimprovero scherzoso. Per alcuni studiosi, Cesare avrebbe rivolto la frase all'amato Decimo Bruto Albino, suo figlioccio, protetto e addirittura nominato nel testamento dal condottiero; il secondo Bruto presente è il celebre Marco Giunio Bruto, figlio di Servilia Cepione, amante di Cesare stesso. A Marco Giunio Bruto la tradizione attribuisce la altrettanto celebre frase "Sic semper tyrannis", pronunciata anche da John Wilkes Booth subito dopo aver sparato ad Abraham Lincoln.



Morì perché sopravvalutò l'intelligenza politica dei suoi avversari. Lui aveva compreso che la repubblica era finita perché le sue istituzioni cittadine erano incompatibili con il dominio imperiale che Roma aveva fondato. Probabilmente riteneva i suoi avversari abbastanza intelligenti da capire che la sua morte non avrebbe ripristinato la repubblica ma solo provocato una nuova guerra civile. Come infatti avvenne. Ma Bruto e Cassio imbevuti di teorie anti tiranniche di autori greci come Demostene non erano in grado di vedere la situazione con il necessario realismo. Credevano che bastasse uccidere Cesare per riportare Roma ai tempi delle antiche virtù repubblicane.



Stava pianificando un riassetto istituzionale e legislativo, stava preparando una spedizione per sistemare i Parti ad est. Avremmo avuto una Roma diversa



Davanti ai Rostri, nel Foro, fu costruita un'edicola dorata, che riprendeva le forme del tempio di Venere Genitrice. All'interno su di un trofeo venne esposta la toga insanguinata che Cesare indossava al momento dell'assassinio.





Roma, Area sacra di Largo Argentina. Il luogo esatto dove fu assassinato Cesare, alle idi di marzo del 44 a.C.




tutti credono che sia stato assassinato nella curia, ma ignorano che per lavori in quel periodo il senato si riuniva a Largo Argentina





Giulio Cesare fu assassinato nella provvisoria aula del senato che si trovava verso torre argentina; la sede provvisoria fu utilizzata perché a quella ufficiale del senato stavano facendo i lavori.




Cesare venne assassinato davanti alla Curia ma non a quella del Foro Romano bensì davanti alla Curia che Pompeo aveva fatto costruire nel Campo Marzio. Infatti l'assassinio avvenne proprio sotto la statua di Pompeo che si trovava davanti alla sua Curia. Poco tempo fa il posto indicato nella foto è stato identificato come il più probabile per il fatto di sangue sulla base della localizzazione del Tempio della Fortuna e della Statio Acquarum. Tra l'altro tra i reperti al centro della piazza sono ancora visibili i resti dei Portici di Pompeo che aveva fatto costruire, insieme al teatro, nell'ambito della monumentalizzazione della zona. Il corpo di Cesare venne poi portato nel foro ed arso sotto le sostruzioni del Tempio del Divo Giulio ancora visibili davanti alle quali Marco Antonio tenne l'orazione funebre romanzata da Shekespeare...










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