giovedì 6 luglio 2017

Simone Weil. commise un errore, di cui si sentì colpevole per il resto della vita. Diventò pacifista. Pensava che qualsiasi male, persino Hitler, sarebbe stato preferibile alla guerra. Ma poi espiò quest'errore; e via via che si avvicinava sempre più al suo Dio sconosciuto, venerando ciò che è puro, i Vangeli, l'Antigone, Platone, la Baghavadgita, la musica gregoriana, - la sua conoscenza dei meccanismi della forza diventò perfetta. Sapeva che era necessario usare tutta la forza contro Hitler: senza limiti, né compromessi; e sacrificò se stessa alla necessità tremenda del suo compito.

"Il sacrificio della forza.
Un tempo, esisteva nel mondo quella qualità atroce, quell'incomunicabile dono di natura, che Simone Weil chiamava "la forza". Amava incarnarsi nel volto di Giulio Cesare: nel viso, stranamente femmineo, di Augusto: nei lineamenti di Napoleone; e trovò forse la sua ultima incarnazione nella figura massiccia di Stalin. 

La forza si proponeva dei fini. 
Aveva immensi progetti: invadere popoli, conquistare nazioni, allargare il potere, possedere l'universo, spostare sempre più lontano i confini dell'orizzonte. Non pensava. Centinaia di servi, sacerdoti e scrittori, elaboravano idee e filosofie di ogni specie che giustificavano il suo potere come se fosse voluto da Dio, anzi lo stesso Dio in terra. Non aveva scrupoli. Non conosceva sfumature, penombre, mezzi termini, e non le importava di costruire i propri trionfi sopra mucchi di cadaveri, teste tagliate e fiumi di sangue. Trovava che nulla era più piacevole di quell'acuto odore di sangue: nulla più sontuoso di quelle montagne di corpi sacrificati per lei e ammucchiati ai suoi piedi.

Mentre gli altri uomini si lasciavano trascinare dalle passioni, il potente era calmo, freddo, distaccato, contemplativo. Dominava le proprie passioni, impediva al proprio io di esibirsi: rinviava, pazientava, attendeva, preciso e oggettivo come lo sguardo che la Stella Polare getta sul mondo. Se conosceva questa calma nella tempesta, questa freddezza nello scatenamento, se dormiva senza sogni la vigilia della battaglia che avrebbe deciso il suo destino, egli non aveva bisogno di combattere. Il potere era già saldo nelle sue mani.

Quando agiva, aveva di fronte centinaia di possibilità che si contraddicevano a vicenda: 
migliaia di particolari sui quali ciascuno degli altri uomini avrebbe posato lo sguardo. 
Egli non scorgeva queste possibilità, né questi particolari. Alzava il braccio, dava inizio alla battaglia, lanciava una parola d'ordine semplicissima, inventava una formula elementare, che coglieva una minima parte della realtà. Gli altri uomini si chiedevano: "Come farà a vincere, se non capisce le cose?". Ma proprio perché non capiva i particolari, il potente sapeva aprire con la violenza le porte, per gli altri ostinatamente chiuse, della realtà. Vi entrava, la possedeva, insediandosi come un sovrano in questo luogo che non capiva.

Quanto gli uomini hanno adorato la forza: 
quanto hanno amato i loro principi, tiranni, spietati massacratori
Nessuna qualità ha mai esercitato più fascino della forza, suscitando una mescolanza ripugnante di terrore e di attrazione: desiderio di adorare, di venire schiacciati, umiliati e sacrificati. Tre massacratori come Napoleone, Hitler e Stalin sono stati idolatrati. In molte città d'Europa vive ancora qualcuno, che ha pianto tutte le sue lacrime quando Stalin - il "padre" mite e buono - è stato portato via dalla morte. Alla fine, la forza ripagava i propri succubi.

Quando il mondo era diventato suo, il potente mutava volto. 
Come il sole allo zenit, lasciava cadere sui milioni di sudditi che si agitavano ai suoi piedi, sui nemici che aveva ucciso, sugli uomini ancora da nascere che avrebbero continuato ad adorarlo, un sorriso stranamente amoroso. Nessun sorriso umano era dolce come questo sorriso nutrito di sangue.

Da cinquant'anni, la forza è quasi scomparsa dal mondo occidentale. 
Gli europei e gli americani moderni non l'amano più. 
Per decine di secoli, hanno conosciuto i suoi orrori, le sue furie, il suo soffocante dominio, il suo logorante potere. Ora vorrebbero vivere nel regno della ragione, dove il commercio, la mediazione, il compromesso, il discorso, forse l'amore sostituiscono l'urto degli eserciti in battaglia. Nella società moderna, qualcosa ripugna profondamente alla forza. Le banche, le industrie, i calcolatori hanno bisogno di essere avvolti e fasciati dalla pace: tollerano, spesso provocano forme terribili di oppressione, degenerazioni che soffocano l'animo quanto la più assoluta delle dittature; ma la realtà della forza - con quell'odore di terra e di sangue - ripugna alle loro narici delicate. Amano l'irrealtà: la televisione e i computer ci introducono in un mondo irreale; mentre nulla è più reale della forza.

Il potere si è diffuso. È immagine televisiva, parola detta o stampata, libro che finge di essere innocente, partito, sindacato, musica ripetuta fino all'ossessione, pubblicità, vestito innocentemente indossato. Tutti ne posseggono una piccola parte; ed è difficile che si produca quella paurosa concentrazione psicologica di potere, dalla quale un tempo nasceva la forza. Quando ricorrono alla forza, gli uomini moderni intervengono tardi, con dubbi e incertezze. Intervengono con un tale accompagnamento di cautele e di riguardi da rendere inefficaci le armi; e alla fine, quando tutto o quasi tutto è ormai perduto, sovente impiegano la forza con un eccesso, che tradisce la loro cattiva coscienza.

Se la Francia e l'Inghilterra avessero obbligato Mussolini ad abbandonare l'Etiopia, se avessero salvato la democrazia spagnola, se avessero impedito a Hitler di annettere Austria e Cecoslovacchia, - l'Europa non avrebbe conosciuto il disastro. 

Questa storia si è ripetuta senza fine nel dopoguerra: in Vietnam, in Ruanda, in Jugoslavia, dove l'Occidente ha inviato i suoi aerei con molti anni di ritardo. Il risultato di queste inquietudini, paure, cautele, improvvisi furori sono state ondate di terrificante violenza.

Qualcuno ci dice: "Rinunciate alla forza", ripetendo agli uomini che si odiano la parola del Vangelo. Certo, la parola del Vangelo deve essere continuamente proclamata e ripetuta: la forza deve essere negata, la violenza deve essere maledetta, nella speranza che il mondo si raccolga alla fine nella nuova Gerusalemme celeste, attorno all'albero della vita. Non dobbiamo mai dimenticare che Cristo sta per giungere: la storia, che crediamo una cosa semplicemente umana, è divorata dall'imminenza divina.

Ma il regno di Dio scenderà in terra soltanto alla fine dei tempi: prima di allora non conosceremo l'albero della vita. Se vogliamo anticiparlo, realizzando completamente e totalmente il regno di Dio, costruiremo soltanto l'edificio del Male Assoluto, come ci hanno dimostrato tutti i tempi e i paesi. 

Intanto, mentre viviamo in questo tempo intermediario, dobbiamo accontentarci di mete limitate. 
Se gli uomini non si amano tra loro, possiamo indurli (talvolta costringerli) a tollerarsi a vicenda, vivendo gli uni accanto agli altri come coinquilini se non come fratelli
Non è possibile rinunciare alla forza. Altrimenti, sempre nuovi assassini offenderanno i loro cittadini e i loro vicini: costruiranno le loro montagne di teste tagliate: si bagneranno nel sangue, in nome di ideologie sempre diverse e tutte eguali, perché "lo smunto assassinio" sa assumere tutti i nomi.

Giunti alla fine del ventesimo secolo, mi chiedo se in futuro potremo usare la forza con più saggezza che in passato. È soltanto un'utopia infantile? La forza non è che brutalità scatenata, alla quale è necessario sottometterci? Non ci resta che essere succubi e complici?

Penso che sia possibile usarla e domarla. 
Ormai è una qualità del passato: noi non la amiamo, siamo lontanissimi da lei e dalle sue seduzioni, detestiamo i grandi tiranni e massacratori, non proviamo nessuna soggezione psicologica occulta verso di loro. Proprio per questo possiamo studiarla, reimpararla, riapprenderla, come si tenta di apprendere una virtù spirituale. È una specie di esercizio ascetico: il più difficile degli esercizi. 

Lo compiamo contro noi stessi: odiamo la forza mentre la usiamo, esecriamo noi stessi che assumiamo le sue apparenze; non ricorriamo a lei per imporre il nostro dominio, ma soltanto per evitare mali più terribili. Compiamo ogni azione come un sacrificio, del quale siamo le prime vittime.

Simone Weil visitò la Germania giovanissima, l'anno prima che Hitler prendesse il potere. 
Mentre l'Europa era cieca e confusa, mentre nessuno capiva quali drammi e orrori si andavano preparando, lei - quasi sola - comprese cosa avrebbe travolto la Germania di Weimar. 

Negli anni successivi, commise un errore, di cui si sentì colpevole per il resto della vita. 
Diventò pacifista. Pensava che qualsiasi male, persino Hitler, sarebbe stato preferibile alla guerra. Ma poi espiò quest'errore; e via via che si avvicinava sempre più al suo Dio sconosciuto, venerando ciò che è puro, i Vangeli, l'Antigone, Platone, la Baghavadgita, la musica gregoriana, - la sua conoscenza dei meccanismi della forza diventò perfetta. Sapeva che era necessario usare tutta la forza contro Hitler: senza limiti, né compromessi; e sacrificò se stessa alla necessità tremenda del suo compito.

Possiamo imparare da quest'Antigone dei tempi moderni. 
Qualcuno ha già cominciato, come Emma Bonino o Barbara Spinelli che ci ricorda inflessibilmente i doveri dell'Europa mentre guarda i quadri di Vermeer e gli angeli medioevali. Dobbiamo esercitarci, stoicamente, freddamente, a impiegare la forza che non amiamo. Se vogliamo usarla, dobbiamo domare le nostre passioni: impedire al nostro ego di offuscarci lo sguardo: cancellare idee, interessi, sentimenti e fantasticherie che ci turbano l'animo: cercare di conoscere le diverse situazioni storiche, con lucidità e precisione assoluta; sapere che l'azione deve essere rara, ma non conoscere rinvii e compromessi. Solo allora, essa potrà scendere come un angelo dell'Apocalisse e cauterizzare il male e la ferita."

(Repubblica-7 aprile 1999-PIETRO CITATI)

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