domenica 2 luglio 2017

Gengis Khan. Porto gli stessi cenci e mangio lo stesso cibo dei bovari e degli stallieri. Considero il popolo come un fanciullo e tratto i soldati come fossero miei fratelli. I miei progetti sempre concordano [con la ragione]. Quando faccio il bene, ho sempre cura [degli uomini]. Quando mi servo delle miriadi di miei soldati, mi pongo sempre alla loro testa. Mi sono trovato in cento battaglie e non ho mai pensato se c'era qualcuno dietro me. Ho affidato il comando delle truppe a quelli in cui l'intelligenza era pari al coraggio. A chi era attivo e capace ho affidato la cura degli accampamenti. Agli zotici ho fatto mettere in mano la frusta e li ho mandati a sorvegliare le bestie

Gengis Khan..
Un uomo di genio, che da capo di una modesta tribù mongola, riuscì a creare il più grande impero che la storia dell'uomo ricordi, surclassando, Alessandro Magno, l'antica Roma, Carlo Magno, Napoleone o Carlo V sul cui impero non tramontava mai il sole.

Il presupposto della sua impresa fu la nascita della "nazione mongola" forgiata da Gengis Khan aggregando numerose tribù in perenne e reciproca competizione armata. Gruppi familiari, abituati a vagare sparpagliati per le brughiere asiatiche e a farsi guerre spietate, vennero raccolti politicamente e ideologicamente sotto un unico capo che diede loro un corpo di leggi chiamato yasaq. Quel codice, sia pure imposto grazie a spaventose stragi, dimostrerà come princìpi socio-culturali elaborati in un ambiente nomade potessero informare società più complesse basandosi sulle regole del rispetto, della pace e dell'integrazione religiosa estesa a tutto l'impero.

Giova osservare che, a differenza di altri grandi conquistatori, i successori di Gengis Khan, Ögödei, Güyük, Munke, Kublai rafforzarono e ampliarono l'impero e terrorizzarono l'Europa, come, ottocento anni prima, aveva già fatto Attila con i suoi unni, anch'essi usciti dalle steppe del centro Asia.

La gente della steppa ha corpo compatto e nodoso, costituzione robusta.
Gli occhi sono fessure strette a protezione dai raggi solari, dal biancore delle nevi e dalle bufere.
E' gente di poche parole plasmata da climi aspri; maschi e femmine ricevono la stessa educazione, imparando a cavalcare e a svolgere tutto ciò che serve per sopravvivere; il parere delle donne è ascoltato, anche se esiste il rito del concubinato, praticato molto più per convenienze politiche che per questioni sessuali.

Gengis Khan si caratterizza per la sua "fame" di potere:
non si ferma dinanzi a nulla. Uccide il fratellastro che contrasta la sua ascesa nell'ambito familiare, prima allontana da sè e poi uccide l'amico del cuore Jamuka, che lo contrasta per la preminenza in ambito territoriale, fa uccidere dal fratello Belgutai, Buri-boko un pericoloso pretendente al khanato, compie un genocidio dei tatari, eterni nemici della sua tribù, stessa sorte tocca ai merkiti colpevoli d'avergli rapito la moglie, fa dell'impero persiano terra bruciata per aver lo scià sottovalutato la potenza del suo impero, elimina dalla faccia della terra i tanguti per il loro comportameto vile durante la guerra in oriente.

Un aspetto da sottolineare della vita di Gengis Khan è quello di essere sempre stato sull'obiettivo, con tenacia, intelligenza, decisione e, se del caso, diplomazia; i traguardi che Gengis Khan si è posti nella vita li ha raggiunti tutti.

L'opera politica e militare di Genghis Khan presenta luci ed ombre; accanto a iniziative come il sistema postale, l'introduzione della carta moneta, la realizzazione di grandi arterie stradali, il divieto dell'uso della tortura, l'esenzione per insegnanti e dottori dal pagamento delle tasse o il principio della libertà di religione, molti cronisti dell'epoca forniscono dati impressionanti sulle stragi compiute dai mongoli durante le loro conquiste, anche se, in molti casi, il computo dei morti sembra esagerato. Ad esempio, la Cina avrebbe avuto prima dell'invasione una popolazione di 100 milioni di abitanti che si era ridotta a 60 milioni nel 1300; in particolare le popolazioni a nord del fiume giallo, facenti parte della dinastia Song settentrionale, si sarebbero ridotte da 46 milioni a soli 4,5 milioni.

Vorrei infine ricordare che Gengis Khan è stato, probabilmente, il più grande conquistatore della storia, ma va sottolineato che è stato capace di circondarsi, sia di generali valorosi e fedeli, appartenenti alla sua famiglia, o estranei dimostratisi valorosi e, sia di grandi abilissimi organizzatori e amministratori.



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L'ORDA INARRESTABILE.
La strapotenza bellica dell’impero mongolo fondato da Gengis Khan è nota a tutti.
Ma come è possibile che un’accozzaglia di tribù che non aveva mai combattuto grandi battaglie, in poco tempo riuscisse a conquistare il più vasto impero della storia?
Principalmente per tre fattori: i guerrieri di cui disponeva,
il sistema gerarchico innovativo e una tattica militare impareggiabile.

I soldati mongoli erano eccellenti cavalieri che venivano addestrati fin dall’infanzia, tanto che raggiungevano livelli di resistenza ai limiti del leggendario.

Un mongolo in perfetta forma poteva anche cavalcare per due o tre giorni, mangiando, dormendo ed espletando i propri bisogni corporali senza mai scendere da cavallo. Se poi rimaneva senza cibo era uso comune praticare un piccolo taglio sulle gambe dell’animale per succhiare il sangue .
Non solo l’equitazione era la base dell’educazione mongola, anche il tiro con l’arco ne rappresentava un pilastro fondamentale, redendoli gli arceri più letali di sempre .

Le battaglie vennero praticamente sempre combattute in schiacciante inferiorità numerica.
Ma il genio tattico mongolo rendeva i numeri fondamentalmente inutili.

Quando gli veniva data occasione, raramente attaccavano frontalmente, preferivano piuttosto punzecchiare l’esercito nemico, avvicinandosi quel tanto che bastava per poter scoccare i loro dardi, che raramente mancavano il bersaglio. Quando le frecce erano finite e un gran numero di nemici erano caduti, attaccavano con la spada finendo definitivamente l’esercito avversario.

Tutto questo era possibile anche grazie agli straordinari cavalli che possedevano, che erano più piccoli e maneggievoli rispetto agli altri.

La vera rivoluzione era la decentralizzazione del comando sul campo di battaglia. Gengis aveva diviso il suo esercito: l’unità da combattimento più bassa era l’Arban, composta da dieci uomini; 10 Arban formavano un Djaghoun; 10 Djaghoun formavano un Mingan; 10 Mingan formavano un Tuman.

A capo di ogni unità c’era un comandante di esperienza e valore crescente fino ad arrivare al Tuman. In questo modo un esercito di grandi dimensioni riusciva ad agire armoniosamente come un blocco unico e al contempo non c’era il rischio che se fosse perito un generale, l’esercito sarebbe caduto nel caos.

In ultimo luogo Gengis aveva la fortuna di comandare degli Orlok (generali di Tuman), di valore e genio militare che lo equivalevano, se non addirittura superandolo. Tsubodai e Jebe su tutti.
Praticamente nessuno, soprattutto agli albori dell’impero, riuscì a sconfiggere Gengis o i suoi eredi.
Quello che salvò l’Europa non fu un esercito valoroso, ma la prematura dipartita di Ogedai, terzogenito di Gengis.

E chissà, se non fosse morto, se oggi parleremmo come lingua comune l’inglese e non il mongolo o il mandarino.
Ma questa è un’altra storia.

Roger

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Storia segreta dei mongoli
 di Anonimo del XIII secolo, Scritto durante la permanenza della corte a Doloan-Boldag del Kodee di Kerulen, fra Silgin e Ceg, nel settimo mese dell’anno del Topo (1240), durante il grande Quriltai che vi fu tenuto.

Rielaborazione di Federico Pistone dalla traduzione originale di Maria Olsuifieva per la casa editrice TEA
http://www.mongolia.it/storia_segreta_dei_mongoli.htm


Durante questo periodo conobbe alcuni di quelli che lo resero potente e vittorioso e che vennero in seguito definiti i suoi quattro cani:
- Sübetei, della tribù Uriankhai
- Djelme, della tribù Uriankhai (fratello maggiore di Subedei)
- Djebe, della tribù Besud
- Mukali, della tribù Barula

[...] ogni tribù (ulus, che indicava anche il patrimonio collettivo) era indipendente, ma tutte erano sottomesse alla famiglia imperiale (cioè alla famiglia di Gengis Khan), il cosiddetto "casato della stirpe aurea", sacro poiché mitologicamente derivato dal Dio del cielo, Tengri, divinità suprema dei mongoli. L'impero nel suo insieme era l'ulus della famiglia imperiale. Tutti i khan offrivano fedeltà e rispetto al Gran Khan, che li sorvegliava con un rapido ed organizzato sistema di intendenti e corrieri. [...]
http://www.sanpietroburgo.it/genghis_khan.asp


Nella capitale venivano inviati oggetti d'oro da tutte le parti del regno per accrescere il tesoro reale. 
In cambio venivano rilasciati certificati di possesso cartacei, equivalenti alle odierne banconote. Queste somme, come l'oro, erano spendibili dai proprietari per l'acquisto di beni e servizi. Con una simile riserva aurea, fu possibile coniare la moneta necessaria per le spese di guerra. Con la conquista di nuove terre e oro, la riserva veniva reintegrata potendosi così finanziare nuove conquiste.
http://www.sanpietroburgo.it/genghis_khan.asp

Marco Polo nel Milione descrive il modo in cui Gengis Khan finanziava la sua spesa militare e i fasti della corte dell'impero mongolo. Il Gran Khan aveva introdotto una moneta a corso forzoso, che poteva essere acquistata dietro conferimenti all'imperatore di oggetti in oro, argento e pietre preziose. Viceversa, la moneta non era rimborsabile al portatore con un controvalore metallico. A pena della morte, la moneta doveva essere l'unico mezzo di pagamento per l'acquisto di beni e servizi in tutto il regno, ed era vietato il baratto. Periodicamente, l'imperatore vietava il possesso privato di oro e altri preziosi, e disponeva che questi dovevano essere conferiti al re in cambio di banconote.

[...] le armate mongole, forti di arcieri a cavallo, attaccavano nel più completo silenzio, guidate solo da bandiere di diverso colore, compiendo manovre complesse in assoluta simmetria e coordinazione, il che incuteva una soprannaturale paura nel nemico.

Le tribù unificate adottarono il sistema militare degli Unni basato sul sistema decimale. L'esercito veniva suddiviso in unità di 10 (arban), 100 (yaghun), 1000 (minghan) e infine 10.000 (tumen) soldati. Durante gli spostamenti i soldati portavano con sé le famiglie e tutti i cavalli, che spesso ammontavano almeno a tre o quattro per cavaliere, avendo così sempre a disposizione animali di trasporto freschi. Inoltre creò una sua guardia personale di 10.000 uomini dove erano reclutati i figli dei comandanti. 

Un altro aspetto fondamentale dell'organizzazione militare fu l'adesione totale alla meritocrazia
gli unici criteri presi in considerazione da Gengis Khan per stabilire il grado di un ufficiale erano la sua capacità e fedeltà, mentre i tradizionali parametri di nascita e stirpe erano praticamente ignorati. Il figlio di un guardiano di bestiame, Subedei, divenne uno dei suoi comandanti più stimati. 

Gengis Khan curò anche la sua fama (l'"immagine") con calcolate azioni di straordinaria ferocia nel punire i nemici o di grande magnanimità verso gli alleati. La fama di inflessibile e invincibile fu un'ottima propaganda contro i suoi avversari politici, i quali sapevano che non sottomettersi equivaleva allo sterminio.

http://www.sanpietroburgo.it/genghis_khan.asp

[...] nel 1202, per due volte Temujin fu vicino alla morta evitandola, una freccia colpisce la sua cavalcatura un'altra sfiora il suo collo,ma la punta era avvelenata e il veleno entra in circolo, Jelme la sera gli succhia via il veleno, il giorno seguente ripresosi vinse la battaglia e mise il suo avversario in fuga. Durante i controlli sul campo in seguito alla vittoria riportata Sorqan-shira si unì a Gengis. Un suo compagno, Jirqo confessò di essere stato lui a colpire mortalmente il destriero di Gengis ottenendo un nuovo nome, Jebe (ovvero punta di freccia) e il perdono unendosi all'armata. [...]


Il nemico pentito.
Gengis Khan disse: “Durante il combattimento a Koiten, quando respingendoci a vicenda, ci raggruppavamo, le frecce nemiche volavano sopra di noi. Chi colpì allora tra le vertebre, al collo, il mio cavallo da battaglia dal mantello color lupino? La freccia era partita dalla montagna”. A tali parole Jebe rispose così: “Lo feci io dalla montagna. Se il Khan comandasse di mettermi a morte, di me rimarrebbe una chiazza umida, grande come il palmo di una mano. Ma se il Khan mostrasse clemenza, io lo servirei così: attraverserei acque melmose, all’ordine ‘avanti’ spezzerei anche le pietre e all’ordine ‘ritirata’ stritolerei qualunque roccia”. Allora Gengis Khan disse: “Il vero nemico tiene sempre segreti il suo delitto e le sue ostilità. Egli trattiene la sua lingua. Ma che dire di costui? Egli non solo non nasconde il danno che ha fatto, ma addirittura si accusa in pieno. E’ degno d’essere un compagno. Si chiamava Jirgogadai ma noi lo chiameremo Jebe, perché ha colpito la mia Jebel dal bianco muso. Ebbebe, Jebe, combatterai ancora con la lancia. Chiamati Jebe d’ora in poi e rimani accanto a me”. Così Jebe passò dai Tayiciud ai nostri ed entrò a far parte della scorta di Gengis Khan.
Storia segreta dei mongoli
 di Anonimo del XIII secolo


«Porto gli stessi cenci e mangio lo stesso cibo dei bovari e degli stallieri. Considero il popolo come un fanciullo e tratto i soldati come fossero miei fratelli. I miei progetti sempre concordano [con la ragione]. Quando faccio il bene, ho sempre cura [degli uomini]. Quando mi servo delle miriadi di miei soldati, mi pongo sempre alla loro testa. Mi sono trovato in cento battaglie e non ho mai pensato se c'era qualcuno dietro me. Ho affidato il comando delle truppe a quelli in cui l'intelligenza era pari al coraggio. A chi era attivo e capace ho affidato la cura degli accampamenti. Agli zotici ho fatto mettere in mano la frusta e li ho mandati a sorvegliare le bestie».

 «Il Cielo è stanco dell'arroganza e dell'amore per il lusso che in Cina sono giunti a livelli intollerabili. Io, al contrario, abito nella regione selvaggia del Nord, dove non può attecchire brama di sorta. Mi volgo alla semplicità, ritorno alla purezza, mi conformo alla moderazione. Gli stracci che porto, il cibo che mangio sono gli stessi dei bovari e dei palafrenieri».

citazione di Gengis Khan, da una stele taoista del 1219

«Se vinciamo, che nessuno si impossessi del bottino, poiché sarà equamente ripartito più tardi; e se dobbiamo ritirarci, torniamo nel luogo da cui siamo partiti e, rimessici in formazione, attacchiamo di nuovo con impeto. Chiunque non torni in formazione sarà decapitato».
Gengis Khan

"se qualche soldato di un’unità di dieci uomini (arban) fuggiva in battaglia, veniva giustiziato con i suoi compagni, e se era un’intera arban a fuggire, veniva giustiziata l’unità di cento soldati (yaghun) alla quale apparteneva".
Giovanni da Pian del Carpine


I mongoli, anche i più giovani, sono orgogliosi di essere discendenti di Gengis Khan. La bibbia qui è La Storia segreta dei mongoli che viene letta e studiata già nelle scuole elementari. 

Una ricerca genetica condotta da Chris Tyler-Smith e pubblicata dall’American Journal of Human genetics ha accertato che lo 0,5% dell’intera popolazione mondiale e l’8% di quella asiatica discende da un uomo solo che ha trasmesso il cromosoma battezzato super Y e che ha vissuto tra il XII e il XIII secolo. Allo stesso risultato era giunta un’altra ricerca condotta da Bryan Sykes dell’Università di Oxford che aveva ricondotto senza incertezza  il gene a Temujin per “la consuetudine dell’imperatore mongolo di uccidere i nemici e violentare le donne quando i suoi eserciti conquistavano un nuovo territorio. “Non c’è dubbio – ha ribadito David Morgan, docente di storia mongola all’Università del Wisconsin – che Gengis Khan lasciò una progenie sterminata”. Insomma, siamo un po’ tutti figli di Gengis Khan.

La Storia segreta dei Mongoli”, scritta nel XIII secolo da una sorta di Omero mongolo, solo diciassette anni dopo la morte di Gengis Khan. È una saga sconcertante per la nostra sensibilità occidentale, ma permette di affondare lo sguardo in una realtà tanto lontana nel tempo e nello spazio, densa di coraggio e crudeltà, di orgoglio e passione. Ogni mongolo ha letto la “Storia segreta” almeno una volta, molti la sanno a memoria, a scuola è studiata con assiduità e ha la stessa valenza per noi della “Divina commedia”. 

In calce, l’autore (o forse gli autori) ha voluto ricordare che l’opera è stata scritta sotto il regno di Ogodei, figlio di Gengis Khan, nel settimo mese dell’anno del Topo (1240). La “Storia segreta”, composta nell’antico alfabeto uiguro, era andata perduta ma a metà dell’Ottocento ne fu miracolosamente rinvenuta una copia trascritta in cinese. Racconta della vita di Gengis Khan, dalle origini alla morte, attraverso le sue impressionanti gesta. Questo testo, lungo quanto un romanzo, è diventato l’unica vera “sceneggiatura” di mille film, libri, documentari e speculazioni su Gengis Khan e sull’impero mongolo, come la saga editoriale “Il figlio della steppa” di Conn Iggulden, il romanzo più venduto in Inghilterra nel 2007.

La Storia segreta si apre con la nascita e del battesimo del più grande conquistatore della storia, partendo dai successi in battaglia del padre: “Proprio mentre Yesugai sconfigge i Tatari che hanno come capo Temujin-Uge, la moglie Hoelun partorisce presso il fiume Onon: allora nasce Gengis Khan. Stringe in mano un grumo di sangue rappreso. Dicono: è nato mentre veniva catturato il nemico tataro Temujin-Uge, lo chiameremo Temujin”. 

Quando ha nove anni, il padre decide di trovargli una moglie dagli zii materni. 
“Ha dieci anni, uno in più di Temujin. Si chiama Borte e ha il viso come l’alba e gli occhi di fuoco”. La narrazione passa attraverso il dramma della morte del padre: 
“Yesugai ha molta sete e decide di fermarsi a chiedere da bere a un gruppo di Tatari. 
Ma loro lo riconoscono e di nascosto gli versano del veleno nella coppa. Tre giorni dopo Yesugai sta male e chiama a sé il fratello Munglig e chiede di portargli Temujin”. E qui, ereditato il potere del padre, comincia la vera saga di Gengis Khan, fitta di battaglie, conquiste, razzie, atrocità, amore, amicizia e tradimenti. 
Fino all’incoronazione, nel 1206: “Dopo essersi consultati fra di loro, Altan, Qucar, Saca-Beki e tutti gli altri dicono a Temujin: Ti eleviamo a Khan. Inseguiremo il nemico, ti porteremo le vergini e le mogli più belle, tende, palazzi, schiavi e i cavalli migliori. Cacceremo le belve di montagne e te ne faremo dono, senza sventrarle. Per ogni animale che cattureremo, te ne daremo metà, dopo avergli tolto le zampe. Se dovessi mancare a un tuo comando, allontanaci dall’accampamento, dalle nostre donne, tagliaci le teste e buttale in terra. Struggente l’episodio del ferimento di Gengis Khan, accudito con amorevole cura dal luogotenente Jelme: “Gengis Khan è ferito all’arteria del collo. Impossibile fermare il sangue. Jelme succhia continuamente il sangue che si rapprende. Quando ha la bocca piena, o sputa il sangue o lo inghiotte”. Infine la morte del condottiero, solo accennata, come se il narratore avesse paura di profanarne la memoria, di scoperchiare la tomba che lo stesso Gengis Khan ha ordinato rimanesse per sempre segreta. Non dimentichiamo che l’amatissimo imperatore è scomparso da pochi anni e il dolore popolare è ancora incredibilmente vivo. “Prima di presentarsi a Gengis Khan, Burqan sceglie i doni per il suo imperatore: nove pezzi d’oro, nove d’argento, nove vasi preziosi, nove fanciulle, nove dei migliori cavalli e nove cammelli e, come regalo principale, una tenda d’oro. Durante l’udienza Gengis Khan si sente male”. La “Storia segreta” finisce dove comincia la leggenda e l’orgoglio di un popolo.

http://www.mongolia.it/gengiskhan.htm

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