mercoledì 5 luglio 2017

Sigmund Freud. L'uomo Mosè e la religione monoteistica. NESSUNO PUÒ PRETENDERE CHE LE COSTRUZIONI MITICO-RELIGIOSE PONGANO GRANDE ATTENZIONE ALLA COERENZA LOGICA. Altrimenti il sentire popolare avrebbe ben potuto trovare ragione di SCANDALO NEL COMPORTAMENTO DI UNA DIVINITÀ CHE CONCLUDE CON GLI ANTENATI UN PATTO CON OBBLIGAZIONI RECIPROCHE, POI PER SECOLI NON SI CURA DI QUEGLI UOMINI, FINCHÉ IMPROVVISAMENTE LE VIENE IN MENTE DI TORNARE A MANIFESTARSI AI LORO DISCENDENTI. Ancor più strana è l'idea che un dio tutt'a un tratto 'scelga' un popolo, dichiarandolo suo popolo e dichiarando se stesso suo dio. Io credo che sia l'unico caso del genere nella storia delle religioni umane. Altrove dio e popolo sono indissolubilmente connessi, sono sin dall'inizio una cosa sola; certo talvolta si sente che un popolo si prende un altro dio, ma mai che un dio si cerchi un altro popolo.


Le dottrine religiose ... possiamo dire che sono tutte illusioni indimostrabili e che nessuno può essere costretto a tenerle per vere, a crederci. Alcune di esse sono a tal punto inverosimili, talmente antitetiche a tutto ciò che faticosamente abbiamo appreso circa la realtà dell'universo, che, tenuto il debito conto delle differenze psicologiche, possono essere paragonate ai deliri.
Sigmund Freud, L'avvenire di un'illusione. (1927)

Le verità che le dottrine religiose contengono sono così deformate e sistematicamente mascherate, che la massa degli uomini non può riconoscerle come verità. È un caso analogo a quello che si ha quando raccontiamo al bambino che la cicogna porta i neonati. [...] Nei nostri discorsi coi bambini siamo convinti che sia meglio omettere queste dissimulazioni simboliche della verità. (p. 88)

Continuo a sostenere che per un certo aspetto il mio scritto è del tutto innocuo. Nessun credente si lascerà smarrire nella sua fede da questi o da analoghi argomenti. Un credente ha col contenuto della religione determinati legami di affezione. (p. 90)

Atrofia educativa. Penso che passerebbe molto tempo prima che un bambino non influenzato cominciasse a crearsi pensieri su Dio e sulle cose al di là di questo mondo. [...] Ritardare lo sviluppo sessuale e anticipare l'influsso della religione: non sono questi i due cardini del programma dell'odierna pedagogia? (p. 91)
Sigmund Freud, L'avvenire di un'illusione. (1927)



NESSUNO PUÒ PRETENDERE CHE LE COSTRUZIONI MITICO-RELIGIOSE PONGANO GRANDE ATTENZIONE ALLA COERENZA LOGICA. Altrimenti il sentire popolare avrebbe ben potuto trovare ragione di SCANDALO NEL COMPORTAMENTO DI UNA DIVINITÀ CHE CONCLUDE CON GLI ANTENATI UN PATTO CON OBBLIGAZIONI RECIPROCHE, POI PER SECOLI NON SI CURA DI QUEGLI UOMINI, FINCHÉ IMPROVVISAMENTE LE VIENE IN MENTE DI TORNARE A MANIFESTARSI AI LORO DISCENDENTI. Ancor più strana è l'idea che un dio tutt'a un tratto 'scelga' un popolo, dichiarandolo suo popolo e dichiarando se stesso suo dio. Io credo che sia l'unico caso del genere nella storia delle religioni umaneAltrove dio e popolo sono indissolubilmente connessi, sono sin dall'inizio una cosa sola; certo talvolta si sente che un popolo si prende un altro dio, ma mai che un dio si cerchi un altro popolo.
Sigmund Freud - "L'uomo Mosè e la religione monoteistica"



Sigmund Freud. L’illusione religiosa.
“Consideri la differenza tra il Suo e il mio atteggiamento nei confronti delle illusioni. Lei deve difendere con tutte le sue forze l’illusione religiosa; se questa viene screditata – e di fatto è abbastanza minacciata – il suo universo crolla, non le rimane che disperare di tutto, della civiltà e dell’avvenire dell’umanità. Da tale schiavitú io sono, noi siamo, liberi. Essendo pronti a rinunciare a parte notevole dei nostri desideri infantili, possiamo tollerare che certune delle nostre aspettative si palesino illusorie.
L’educazione liberata dalla pressione delle dottrine religiose non produrrà forse grandi mutamenti nell’essenza psicologica dell’uomo; il nostro dio ‹Λόγος› non è forse cosí onnipotente, esso può adempiere solo una piccola parte di ciò che i suoi predecessori hanno promesso. Se dovremo ammettere ciò, lo accetteranno con rassegnazione. Non perderemo l’interesse per il mondo e per la vita; abbiamo infatti in un punto un sostegno sicuro che a Lei manca. Crediamo che sulla realtà dell’universo tramite il lavoro scientifico si possa apprendere qualcosa, qualcosa che servirà ad accrescere il nostro potere e a governare la nostra esistenza. Se questa credenza è un’illusione, siamo nella Sua stessa condizione; tuttavia, grazie a numerosi e importanti successi, la scienza ci ha dato la prova di non essere un’illusione. Essa ha molti nemici dichiarati, e piú ancora sono i Suoi nemici nascosti, che non possono perdonarle di aver indebolito la fede religiosa e di minacciare di abbatterla. A suo biasimo viene addotto il poco che ci ha appreso e la mole incomparabilmente superiore di ciò che ha lasciato nel buio. Ma in tal modo si dimentica quanto la scienza sia giovane, come furono ardui i suoi inizi e la brevità del tempo trascorso da quando l’intelletto umano si è rafforzato al punto da poter affrontare i compiti della scienza. Non commettiamo tutti l’errore di porre a fondamento dei nostri giudizi periodi di tempo troppo brevi? Dovremmo rifarci all’esempio dei geologi. Deploriamo l’incertezza della scienza, il fatto che essa oggi enunci come legge ciò che la prossima generazione riconoscerà come errore e sostituirà con una nuova legge, destinata anch’essa a non durare a lungo. Ma ciò è ingiusto e in parte falso. I cambiamenti delle opinioni scientifiche sono sviluppo, progresso, non sovvertimento. Una legge, che in un primo tempo è stata ritenuta valida incondizionatamente, si palesa quale caso speciale di una legalità piú vasta oppure viene limitata da un’altra legge, la cui scoperta viene fatta solo in seguito; un’approssimazione rozza alla verità viene sostituita da un’altra, piú scrupolosamente adeguata, la quale a sua volta attende un ulteriore perfezionamento. In diversi campi non è stata ancora superata una fase di ricerca in cui vengono azzardate ipotesi che non tardano a dover essere rifiutate per la loro inadeguatezza; in altri campi esiste invece già un nocciolo di conoscenze sicure e pressoché immutabili. Si è infine cercato di screditare radicalmente lo sforzo scientifico adducendo che, in quanto vincolato alle condizioni della nostra specifica organizzazione, esso non potrà fornire che risultati soggettivi, mentre la natura effettiva delle cose al di fuori di noi rimarrà ad esso inaccessibile. Ma si prescinde in tal modo da alcuni fattori che ai fini della concezione del lavoro scientifico sono decisivi: la nostra organizzazione, che è poi il nostro apparato psichico, si è sviluppata proprio nello sforzo di esplorare il mondo esterno, e deve quindi aver realizzato nella propria struttura un certo grado di congruenza; essa stessa è parte costitutiva di quel mondo che dobbiamo esplorare e consente benissimo tale ricerca; il compito della scienza è assolutamente circoscritto se ci limitiamo a fargli dire come il mondo deve apparirci in ragione del carattere particolare della nostra organizzazione; i risultati ultimi della scienza, proprio a causa del modo in cui vengono acquisiti, sono condizionati, non solo della nostra organizzazione, ma anche da ciò che su tale organizzazione incide; il problema di una natura dell’universo non riferita al nostro apparato psichico percettivo è, infine, una vuota astrazione, priva di qualsiasi interesse pratico.
No, la nostra scienza non è un’illusione. Sarebbe invece un’illusione credere di poter ottenere da altre fonti ciò che essa non è in grado di darci.”
SIGMUND FREUD (1856 – 1939), “L’avvenire di un’illusione” (1927), in “Opere di Sigmund Freud”, ed. diretta da Cesare Luigi Musatti, corredo critico di James Strachey (1887 – 1967), trad. di Sandro Candrea e E. A. Panaitescu, Boringhieri, Torino, 12 voll., vol. 10 ‘Opere 1924 – 1929. Inibizione, Sintomo e angoscia e altri scritti”, 1980 (ristampa, I ed. 1978), 10., pp. 483 – 485.

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