domenica 18 marzo 2012

Galimberti. Siamo tutti persuasi di abitare l'età della tecnica, di cui godiamo i benefici in termini di beni e spazi di libertà. (…). Ogni rimpianto, ogni disaffezione al nostro tempo ha del patetico. Ma nell'assuefazione con cui utilizziamo strumenti e servizi che accorciano lo spazio, velocizzano il tempo, (...), rischiamo di non chiederci se il nostro modo di essere uomini, non è troppo antico per abitare l'età della tecnica che non noi, ma l'astrazione della nostra mente ha creato, obbligandoci (…) a entrarvi e a prendervi parte.

TUTTA QUESTA RISERVA DI FORZA E POTENZA CHE OGNI SOCIETÀ DISPONE, IN ITALIA NON VIENE UTILIZZATA. LA SI PARCHEGGIA NELLE UNIVERSITÀ, NEL PRECARIATO, NELLA DISOCCUPAZIONE, NELLA MANCANZA DI FUTURO, PER CONSENTIRE AGLI ANZIANI ARRIVATI DI PROSEGUIRE NELLE LORO PRATICHE DI POTERE FINO ALLA MORTE. Pratiche ripetitive, senza inventiva, pura gestione dell'esistente condite con tanta retorica. E allora dei giovani si mette in mostra solo la bellezza, spesso accompagnata da analfabetismo, si mette in mostra il gesto atletico, in una parola: il corpo. La loro mente, la loro iniziativa, il loro coraggio, il loro volontariato, la loro voglia di futuro viene assopita, mortificata, messa in disparte, trascurata. SI ASPETTA, COME DICEVA CAVOUR, CHE DA RIVOLUZIONARI DIVENTINO CONSERVATORI. Si assestino nel loro benessere individuale quando riescono a raggiungerlo, in modo che la società non abbia sussulti e prosegua nel suo ineluttabile declino, che non preoccupa la gerontocrazia al potere perché il declino o addirittura la fine avverrà dopo la loro morte. Purtroppo le vite individuali sono troppo brevi perché si possano far carico davvero della vita o della morte della società che al momento governano. E se fosse proprio qui il male oscuro del nostro.
Umberto Galimberti


Perché i giovani oggi se ne stanno quieti? Perché passano coi loro 200 euro a progetto a co-co da un posto all’altro così senza futuro? Perché succede questo e non succede la rivoluzione? Perché nel 1968 c’era ancora una dimensione umanistica di conflitto fra 2 volontà. Nel senso che gli interessi dell’operaio non erano interessi di Agnelli e quindi ci si poteva scontrare e fare la rivoluzione fra 2 volontà, quelle che Hegel indica servo signoreOggi sia il servo che il signore sono dalla stessa parte e sopra di loro c’è quella dimensione anonima che si chiama mercato, tecnica finanziaria, investimenti. Che è quella volontà antagonista sia al servo e al signore che si trova dalla stessa parte. Cos’è questo mercato, questo nessuno? E’ vero che Omero ci ha detto che dietro a nessuno c’è sempre il nome di qualcuno, però è indecifrabile questo qualcuno. Con chi te la prendi? Ecco il perché della rassegnazione giovanile, ma è finito il tempo escatologico. E’ finito il tempo volto a uno scopo. C’è solo il tempo “oggi-domani oggi-domani oggi-domani”. Il precariato, è questo il tempo del precariato: per oggi mangio, per oggi vivo. Domani? Meglio non pensare.
Umberto Galimberti


IL FALSO MITO DELLA GUERRA.
"Ci vuole il caos del campo di battaglia, il suo rumore assordante e spaventoso per farci capire che la guerra ricostruita dai creatori del mito della guerra (poeti, romanzieri, cineasti) ha il realismo di un balletto".
Umberto  Galimberti 1 dicembre 2007


Una volta cadute dall'Iperuranio dove le aveva poste Platone e svestite del carattere di Verità, le idee sono entrate nella storia, hanno assunto un significato nella tradizione e nel tempo, sono diventate episodiche e discontinue, rinviano di continuo ad altro, non sono più una faccenda di puro intelletto, muovono le emozioni e svolgono un'azione seduttiva, sono oggetto del pregiudizio di ciascuno ma sono in grado anche di erodere, corrompere e modificare il pensiero tramite la loro comunicazione.
Umberto Galimberti - "Idee: il catalogo é questo"




Siamo tutti persuasi di abitare l'età della tecnica, di cui godiamo i benefici in termini di beni e spazi di libertà. (…). Ogni rimpianto, ogni disaffezione al nostro tempo ha del patetico. Ma nell'assuefazione con cui utilizziamo strumenti e servizi che accorciano lo spazio, velocizzano il tempo, (...), rischiamo di non chiederci se il nostro modo di essere uomini, non è troppo antico per abitare l'età della tecnica che non noi, ma l'astrazione della nostra mente ha creato, obbligandoci (…) a entrarvi e a prendervi parte.
Umberto Galimberti


La felicità, nonostante la pubblicità vi illuda, non ci viene dall'ultima generazione di telefonini o di computer, e più in generale di «prodotti», ma da uno straccio di «relazione in più».
Umberto Galimberti

Educare l'anima ai tempi della tecnica. Estratto dell'intervento di Umberto Galimberti al teatro LA BUSSOLA di Muro Leccese (LE). Evento organizzato da "IL TEATRO DELLA BUSACCA" . Documentazione audiovisiva a cura di ACMElab. www.acmelab.it

http://youtu.be/nEzfY7sAAQ8

La Politica
La POLITICA è stata pensata da Platone come LUOGO DELLA DECISIONE, anzi Platone l'ha qualificata Tecnica Regia, Basilikè Techne, perchè, dice, mentre le altre tecniche sanno COME SI FANNO LE COSE, la Politica sa SE' E PERCHE' BISOGNA FARLE, quindi E' IL LUOGO DELLA DECISIONE. Gli Architetti sanno come si fanno le Navi, o le Case, ma è il Politico che DECIDE SE E PER QUALE RAGIONE SI DEVONO FARE. 
La domanda è: NELL'ETA' DELLA TECNICA LA POLITICA E' ANCORA IL LUOGO DELLA DECISIONE? Risposta: NO, perchè la Politica per decidere oggi GUARDA L'ECONOMIA, l'ECONOMIA per decidere cosa guarda? Guarda le RISORSE TECNICHE; quando si dice: "noi potremmo competere coi cinesi alla sola condizione che facciamo della ricerca in modo tale da essere innovativi", cosa stiamo dicendo? Che le nostre POSSIBILITA' DI SUCCESSO e di INSUCCESSO dipendono dai NOSTRI PROGRESSI TECNICI. E allora IL LUOGO DELLA DECISIONE E' LI. La Politica per decidere GUARDA ALL'ECONOMIA, L'ECONOMIA PER INVESTIRE GUARDA ALLE RISORSE TECNOLOGICHE. Allora IL LUOGO DELLA DECISIONE SI E' SPOSTATO LA. Quando   noi chiediamo oggi ai Politici di essere ALMENO DEI BUONI AMMINISTRATORI, al limite senza neanche distinzioni tra Destra e Sinistra, abbiamo già dentro di noi introiettato che IL LUOGO DELLA DECISIONE NON E' PIU' LI: "Almeno una buona amministrazione". Non solo, ma la tecnica cambia anche la modalità di concepire il potere, perchè IL POTERE NOI LO ABBIAMO SEMPRE CONCEPITO COME UN VERTICE di un triangolo: in cima c'è chi comanda, alla base ci sono i cittadini o  i sudditi che ubbidiscono.
Umberto Galimberti



Umberto Galimberti, Psyche e Techne.
Nato a Monza nel 1942, Umberto Galimberti è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ordinario all’università Ca’ Foscari di Venezia, titolare della cattedra di Filosofia della Storia.
Nelle sue opere più importanti come Heidegger, Jaspers e il tramonto dell'Occidente (1975), Psichiatria e Fenomenologia (1979), Il corpo (1983), La terra senza il male. Jung dall'inconscio al simbolo (1984), Gli equivoci dell’anima (1987) e Psiche e techne. L'uomo nell'età della tecnica (1999), Galimberti indaga il rapporto che effettivamente sussiste tra l’uomo e la società della tecnica.
Memore della lezione di Emanuele Severino (di cui è stato allievo) e di Heidegger, Galimberti sostiene che nelle condizioni attuali l’uomo non è più al centro dell’universo come intendeva l’età umanistica: tutti i concetti chiave della filosofia (individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso, scopo, natura, etica, politica, religione, storia) dovranno essere riconsiderati in funzione della società tecnologica attuale.
Al centro del discorso filosofico di Galimberti c’è la tecnica, che secondo il filosofo è il tratto comune e caratteristico dell’occidente. La tecnica è il luogo della razionalità assoluta, in cui non c’è spazio per le passioni o le pulsioni, è quindi il luogo specifico in cui la funzionalità e l’organizzazione guidano l’azione.
Noi continuiamo a pensare la tecnica come uno strumento a nostra disposizione, mentre la tecnica è diventata l’ambiente che ci circonda e ci costituisce secondo quelle regole di razionalità (burocrazia, efficienza, organizzazione) che non esitano a subordinare le esigenze proprie dell’uomo alle esigenze specifiche dell’apparato tecnico. Tuttavia ancora non ci rendiamo conto che il rapporto uomo-tecnica si sia capovolto, e per questo ci comportiamo ancora come l’uomo pre-tecnologico che agiva in vista di scopi iscritti in un orizzonte di senso, con un bagaglio di idee e un corredo di sentimenti in cui si riconosceva. Ma la tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela verità: la tecnica funziona e basta.
Il punto cruciale sta nel fatto che tutto ciò che finora ci ha guidato nella storia (sensazioni, percezioni, sentimenti) risulta inadeguato nel nuovo scenario. Come "analfabeti emotivi" assistiamo all'irrazionalità che scaturisce dalla perfetta razionalità dell'organizzazione tecnica, priva ormai di qualunque senso riconoscibile. Non abbiamo i mezzi intellettuali per comprendere la nostra posizione nel cosmo, per questo motivo ci adattiamo sempre di più all’apparato e ci adagiamo sulle comodità che la tecnica ci offre. Ciò di cui necessitiamo è un ampliamento psichico capace di compensare la nostra attuale inadeguatezza.
Inadeguato non è solo il nostro modo di pensare, inadeguata è anche l’etica tradizionale (cristiana e kantiana in particolare): le diverse etiche classiche, infatti, ponevano l’uomo al centro dell’azione, per cui Kant dice di non trattare l’uomo come mezzo ma sempre come fine. Ma oggi questo è smentito dai fatti dell’apparato, infatti l’uomo (per usare un’espressione di Heidegger) è la materia prima più importante, è ciò di cui la tecnica si serve per funzionare. La scienza , da quando è al servizio della tecnica e del suo procedere, non è più al servizio dell’uomo, piuttosto è l’uomo al servizio della tecno-scienza e non solo come funzionario dell’apparato tecnico come gli esponenti della Scola di Francoforte andavano segnalando sin dagli anni '50, ma come materia prima. L’etica, di fronte alla tecnica, diventa pat-etica, perché come fa a impedire alla tecnica che può di non fare ciò che può? E l’etica, nell’età della tecnica, celebra tutta la sua impotenza. Infatti, finora abbiamo elaborato delle etiche in grado di regolare esclusivamente i rapporti tra gli uomini. Queste etiche, religiose o laiche che fossero, controllavano solo le intenzioni degli uomini, non gli effetti delle loro azioni, perché i limiti della tecnica a disposizione non lasciava intravedere effetti catastrofici. Anche l’etica della responsabilità che affiancò l’etica dell’intenzione (Kant) ha, oggi i suoi limiti. A formularla fu Max Weber (poi la riprese Jonas nel suo celebre teso Il principio di responsabilità) che però la limitò al controllo degli effetti "quando questi sono prevedibili". Sennonché è proprio della scienza e della tecnica produrre effetti "imprevedibili". E allora anche l’etica della responsabilità è costretta a gettare la spugna. Oggi siamo senza un’etica che sia efficace per controllare lo sviluppo della tecnica che, come è noto, non tende ad altro scopo che non sia il proprio potenziamento. La tecnica, infatti, non ha fini da realizzare, ma solo risultati su cui procedere, risultati che non nascono da scopi che ci si è prefissi, ma che scaturiscono dalle risultanze delle sue procedure.
Per Galimberti viviamo in una società al servizio dell’apparato tecnologico e non abbiamo i mezzi per contrastarlo, soprattutto perché abbiamo la stessa etica di cent’anni fa: cioè un’etica che regola il comportamento dell’uomo tra gli uomini. Tuttavia quello che oggi serve è una morale che tenga conto anche della natura, dell’aria, dell’acqua, degli animali e di tutto ciò che è natura.
Riprendendo importanti autori come Marx, Heidegger, Jaspers, Marcuse, Freud, Severino e Anders e coinvolgendo discipline quali l’antropologia filosofica e la psicologia , Galimberti sostiene che oggi l’uomo occidentale dipende completamente dall’apparato tecnico, è un uomo-protesi come sosteneva già Freud, e questa dipendenza non sembra potersi spezzare. Tutto rientra nel sistema tecnico, qualsiasi azione o gesto quotidiano l’uomo compie ha bisogno del sostegno di questo apparato. Ormai viviamo nel paradosso, infatti se l’uomo vuole salvare se steso e il pineta dalle conseguenze del predominio della tecnica (inquinamento, terrorismo, povertà, etc.) lo può fare solo con l’aiuto della tecnica: progettando depuratori per le fabbriche, cibi confezionati, grattacieli antiaerei e così via. Il circolo è vizioso e uscirne, se non impossibile, sembra improbabile, visto soprattutto la tendenza delle società occidentali. Una speranza sarebbe quella di riuscire a mantenere le differenze tra scienza e tecnica; se riusciamo a salvaguardare una differenza tra il pensare e il fare, la scienza potrebbe diventare l´etica della tecnica. La tecnica procede la sua corsa sulla base del "si fa tutto ciò che si può fare". La scienza, che è il luogo pensante, potrebbe diventare, invece, il luogo etico della tecnica. In questo senso va recuperato il valore umanistico della scienza: la scienza al servizio dell’umanità e non al servizio della tecnica. La scienza potrebbe diventare il luogo eminente del pensiero che pone un limite. Perché la scienza ha un´attenzione umanistica. Promuove un agire in vista di scopi. Mentre la tecnica è un fare senza scopi, è solo un fare prodotti.
Il valore più profondo del pensiero di Galimberti consiste, appunto, nel tentativo di fondare una nuova filosofia dell'azione che ci consenta, se non di dominare la tecnica, almeno di evitare di essere da questa dominati.
Tratto da:  http://www.filosofico.net/galimberti.htm

A cura di Simone Tunesi


GALIMBERTI

É allarmante che tanti cerchino sollievo e conforto in una diagnosi
Sì può individuare, nella istituzionalizzazione di un'etica terapeutica, l'avvio di un sistema di controllo sociale. La terapia, infatti, come la cultura più vasta di cui fa parte, insegna a stare al proprio posto. In cambio offre i dubbi benefici della conferma e del riconoscimento. (F. Furedi)

Umberto Galimberti, "Miti del nostro tempo"


La religione morirà. Non è un auspicio, né tanto meno una profezia. È già un fatto che sta attendendo il suo compimento, [...] perché l'ordine del mondo, che un tempo era cadenzato dai suoi comandamenti [di Dio], ora è regolato dalle ferree leggi della tecnica che a Dio più non si rifanno, perché di Dio hanno perso non solo il nome, ma anche il senso, l'origine e la traccia. [...]. 
Umberto Galimberti, «Nessun Dio ci può salvare»
Umberto Galimberti

Dell'armonia dei differenti non è capace Dio che non conosce l'altro da se, ma solo l'uomo che, nascendo da questa differenza, è l'altro dall'Uno.
"L'uomo ritiene giusta una cosa, ingiusta l'altre, mentre per il dio tutto è bello, buono e giusto".
(Eraclito).


L'uomo dunque è la coscienza di Dio, ciò attraverso cui Dio riflette, e senza il quale rimane in quella indistinzione per cui:
"il dio è giorno e notte, inverno e estate, guerra e pace, sazietà e fame. E muta come il fuoco quando si mischia a profumi odorosi, prendendo il nome di volta in volta dal loro aroma". (Eraclito).
Umberto Galimberti







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