sabato 3 marzo 2012

Aristotele, Stagira, 384 a.C. – Calcide, 322 a.C., è stato un filosofo greco antico, noto come il "filosofo dell'immanenza". Aristotele al contrario di Platone non ritiene che l'anima sia immortale, ma piuttosto che sia l'essenza formale di ogni corpo vivente. Anche le piante hanno perciò la loro anima, che serve a vivere e riprodursi. Gli animali hanno un'anima sensibile che consente loro di muoversi e percepire. Soltanto l'uomo ha un'anima razionale in grado di pensare. Ma in nessun caso per Aristotele l'anima sopravvive al corpo, poiché anima e corpo sono due facce della stessa medaglia

Aristotele, Stagira, 384 a.C. – Calcide, 322 a.C., è stato un filosofo greco antico, noto come il "filosofo dell'immanenza". È considerato uno dei più innovativi e prolifici uomini di cultura del mondo antico e una delle menti filosofiche più stimate e influenti, nonché un precursore di scoperte in vari campi della conoscenza.



Aristotele al contrario di Platone non ritiene che l'anima sia immortale, ma piuttosto che sia l'essenza formale di ogni corpo vivente. Anche le piante hanno perciò la loro anima, che serve a vivere e riprodursi. Gli animali hanno un'anima sensibile che consente loro di muoversi e percepire. Soltanto l'uomo ha un'anima razionale in grado di pensare. Ma in nessun caso per Aristotele l'anima sopravvive al corpo, poiché anima e corpo sono due facce della stessa medaglia



Tra corpo e anima vige un rapporto materia-forma, come se l’anima fosse la vera forma del corpo. Chiedersi se corpo e anima siano la stessa cosa è una domanda priva di senso
è come domandarsi se sono la stessa cosa la cera e la forma della candela.
Aristotele



Bisognerà dar credito alle osservazioni piuttosto che alle teorie,
e alle teorie solo se ciò che esse affermano si accorda con i fatti osservati.
Aristotele, De generatione animalium, 760b 30-33


Per Aristotele (Stagira, 384 a.C. - 322 a.C.) il bene non è, come per Platone (Atene, 428/27 a.C. - 348/47 a.C.), un oggetto matematico o un`idea iscritta nell`iperuranio; esso è contenuto nella ricerca della felicità e - più generalmente - nelle strutture dell`azione (praxis) virtuosa
La nozione di prassi, che avrà poi grande fortuna con Marx, nasce proprio con Aristotele. 
Le virtù, o "perfezioni", come sarebbe opportuno tradurre il greco aretai, 
sono disposizioni generali all`azione in rapporto a situazioni tipiche, come, per esempio, 
il pericolo per il coraggio o la tentazione degli eccessi in ordine al piacere e al dolore.
http://www.raiscuola.rai.it/articoli/aristotele-e-letica-la-virt%C3%B9/4388/default.aspx



Il saggio cerca di conseguire l'assenza del dolore, non il piacere.
Aristotele



IL VALORE DELLA SCHOLE’
Disse Aristotele che le repubbliche incapaci di vivere una vita di scholè sono destinate al collasso. Per questo al centro di ogni sistema sociale dovrebbe esserci una scholè, un luogo di rigenerazione continua della conoscenza, di aggiornamento delle mappe, di ricostruzione dei modelli e delle narrazioni, di raccolta delle sensazioni e dei sentimenti generati dai viventi, di rielaborazione delle eredità del passato, di ordinamento armonico, in una parola di creazione dell’essereUna vita di scholè ci protegge dalle insidie alla nostra libertà, in primo luogo epistemiche, nate all’incapacità di rapportarsi col reale che nasce dall’ascholia.



Robert Del Sol "Storia della Filosofia"
LE CATEGORIE
Per categorie, il filosofo di Stagira intende le caratteristiche fondamentali e strutturali dell’essere, cioè quelle determinazioni generalissime che ogni essere ha e non può fare a meno di avere.

Dal punto di vista ontologico, le categorie sono i modi fondamentali in cui la realtà si presenta; da un punto di vista logico, esse sono i vari modi con cui noi attribuiamo un predicato ad un soggetto. Esse sono:

1. SOSTANZA
2. QUALITA’
3. QUANTITA’
4. RELAZIONE
5. AGIRE
6. SUBIRE
7. DOVE
8. QUANDO
9. AVERE
10. GIACERE.

Ad esempio: diciamo che questo individuo è un uomo (SOSTANZA), che è bello o brutto (QUALITÀ), alto o basso (QUANTITÀ), vicino o lontano (RELAZIONE), che sta facendo o subendo qualcosa (AGIRE e SUBIRE), che è in un determinato posto (DOVE), che è in un determinato tempo (QUANDO), che porta le scarpe (AVERE) e che sta seduto (GIACERE).



"Privato della percezione e dell'intelligenza, l'uomo diventa simile ad una pianta; se gli si sottrae l'intelligenza soltanto, si trasforma in un animale; se è liberato, invece, dall'irrazionale, ma persiste nell'intelletto, diventa simile a un dio."
Aristotele, 'Protreptico'

Chi per natura non appartiene a se ma ad altri pur essendo uomo, é per natura uno schiavo essendo taluni destinati a comandare ed altri ad obbedire
Aristotele

La filosofia è la scienza che ha per oggetto la verità
Aristotele



Chiamiamo libero colui che esiste per se stesso e non per un altro
Aristotele


La filosofia non serve a nulla, dirai;
ma sappi che proprio perché priva del legame di servitù è il sapere più nobile.
Aristotele

«Se rimanga qualche cosa dopo l'individuo, è una questione ancora da esaminare. In alcuni casi, nulla impedisce che qualcosa rimanga: per esempio, l'anima può essere una cosa di questo genere, non tutta, ma solo la parte intellettuale; perché è forse impossibile che tutta l'anima sussista anche dopo».
Aristotele, Metafisica, Λ 3, 1070 a 24-26


La conoscenza nasce dallo stupore
Aristotele, La Metafisica

Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli altri astri, o i problemi riguardanti la generazione dell'intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in certo qual modo, filosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia. Cosicchè, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall'ignoranza, è evidente che ricercano il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica. E il modo stesso in cui si sono svolti i fatti lo dimostra: quando già c'era pressochè tutto ciò che necessitava alla vita ed anche all'agiatezza ed al benessere, allora si incominciò a ricercare questa forma di conoscenza. E' evidente, dunque, che noi non la ricerchiamo per nessun vantaggio che sia estraneo ad essa; e, anzi, è evidente che, come diciamo uomo libero colui che è fine a se stesso e non è asservito ad altri, così questa sola, tra tutte le altre scienze, la diciamo libera: essa sola, infatti, è fine a se stessa. 
Aristotele, Metafisica I,2,982b


[È] in base all'osservazione delle cose sensibili, [che] alcuni filosofi sono stati indotti ad affermare che tutto ciò che pare è vero. Essi ritengono che si debba giudicare il vero né in base alla maggioranza e neppure in base alla minoranza dei pareri, perché la medesima cosa, gustata da alcuni, pare essere dolce, gustata da altri, invece, pare essere amara; cosicché, se tutti fossero malati o delirassero e se due o tre uomini soltanto rimanessero sani ed integri di mente, si riterrebbe che proprio questi ultimi fossero malati e deliranti e non gli altri. […]
[È la] necessità che tutte queste dottrine sopprimono: come esse negano che esista la sostanza di alcunché, così negano che alcunché esista di necessità. Infatti, ciò che è necessario non può essere in un modo ed anche in un altro; sicché, se qualcosa esiste di necessità, non potrà essere, ad un tempo, in un modo ed anche in un altro.
Aristotele, “Metafisica”, 1009b 1-6, 1010b 26-30



La conoscenza nasce dallo stupore
Aristotele, La Metafisica



Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli altri astri, o i problemi riguardanti la generazione dell'intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in certo qual modo, filosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia. Cosicchè, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall'ignoranza, è evidente che ricercano il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica. E il modo stesso in cui si sono svolti i fatti lo dimostra: quando già c'era pressochè tutto ciò che necessitava alla vita ed anche all'agiatezza ed al benessere, allora si incominciò a ricercare questa forma di conoscenza. E' evidente, dunque, che noi non la ricerchiamo per nessun vantaggio che sia estraneo ad essa; e, anzi, è evidente che, come diciamo uomo libero colui che è fine a se stesso e non è asservito ad altri, così questa sola, tra tutte le altre scienze, la diciamo libera: essa sola, infatti, è fine a se stessa. 
Aristotele, Metafisica I,2,982b


Il principio di tutte le cose.
"La maggior parte di coloro che primi filosofarono pensarono che PRINCÍPI DI TUTTE LE COSE fossero solo quelli MATERIALI. Infatti essi affermano che CIÒ DI CUI TUTTI GLI ESSERI SONO COSTITUITI e ciò da cui derivano originariamente e in cui si risolvono da ultimo, è ELEMENTO ED È PRINCIPIO DEGLI ESSERI, in quanto È UNA REALTÀ CHE PERMANE IDENTICA pur nel trasmutarsi delle sue affezioni. E, per questa ragione, essi CREDONO CHE NULLA SI GENERI E CHE NULLA SI DISTRUGGA, dal momento che una TALE REALTA' SI CONSERVA SEMPRE. E come non diciamo che SOCRATE si genera in senso assoluto quando diviene bello o musico, né diciamo che perisce quando perde questi modi di essere, per il fatto che il sostrato – ossia Socrate stesso – continua ad esistere, cosí dobbiamo dire che NON SI CORROMPE, in senso assoluto, nessuna delle altre cose: infatti deve esserci qualche REALTÀ NATURALE (o una sola o piú di una) DALLA QUALE DERIVANO TUTTE LE ALTRE COSE, MENTRE ESSA CONTINUA AD ESISTERE IMMUTATA. Tuttavia, QUESTI FILOSOFI NON SONO TUTTI D’ACCORDO CIRCA IL NUMERO E LA SPECIE DI UN TALE PRINCIPIO. TALETE, iniziatore di questo tipo di filosofia, dice che quel PRINCIPIO È L’ACQUA (per questo afferma anche che la Terra galleggia sull’acqua), desumendo indubbiamente questa sua convinzione dalla constatazione che il NUTRIMENTO DI TUTTE LE COSE È UMIDO, e che perfino il caldo si genera dall’umido e vive nell’umido. Ora, CIÒ DA CUI TUTTE LE COSE SI GENERANO è, appunto, il PRINCIPIO DI TUTTO. Egli desunse dunque questa convinzione da questo fatto e dal fatto che I SEMI DI TUTTE LE COSE HANNO UNA NATURA UMIDA e l’acqua è il principio della natura delle cose umide".
Aristotele, Metafisica 983 b


Aristotele. Il vero non è nelle cose ma solo nel pensiero.
Per quanto concerne l’essere come vero ed il non-essere come falso, dobbiamo dire che essi riguardano la connessione e la divisione di nozioni e l’uno e l’altro insieme abbracciano le due parti della contraddizione. Il vero è l’affermazione di ciò che è realmente congiunto e la negazione di ciò che è realmente diviso; il falso è, invece, la contraddizione di questa affermazione e di questa negazione. In quale modo, poi, avvenga che noi pensiamo cose unite o separate, e unite in modo da formare non una semplice consecuzione, ma qualcosa di veramente unitario è questione che esula da quella che stiamo trattando. Infatti, il vero ed il falso non sono nelle cose (quasi che il bene fosse il vero e il male fosse senz’altro il falso), ma solo nel pensiero; anzi, per quanto concerne gli esseri semplici e le essenze, non sono neppure nel pensiero.
ARISTOTELE (384 a.C. – 322 a.C.), “Metafisica”, introd., trad., note e apparati di Giovanni Reale, app. bibliografica di Roberto Radice, Rusconi, Milano 1993, libro E (sesto), 4, 1027 b, p. 281.




Per Aristotele «tutti coloro che hanno raggiunto l’eccellenza nella filosofia, nella poesia, nell’arte e nella politica, inclusi Socrate e Platone, avevano un habitus malinconico; di fatto alcuni soffrivano anche di malattia malinconica».



Aristotele in La metafisica dice che le api sono intelligenti perché sono sorde. Basta loro la vista e la propria essenza per sapere esattamente quali azioni compiere e come compierle. Sarebbe cosa buona che anche noi per conoscere i fatti, le persone e la vita non ascoltassimo ciò che ci dicono. 
E' infatti dentro noi ciò che dobbiamo capire.



Considero più valoroso colui che sopraffà i propri desideri che non colui che conquista i propri nemici; perché la vittoria più dura è contro se stessi.
Aristotele


Aristotele, un aneddoto:
"Ad un cicalone che gli aveva versato addosso un fiume di parole e che gli chiedeva se le sue ciance lo avessero offeso, rispose: Nient'affatto, per Zeus! Mentre parlavi, ad altro badavo"
Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, V, I, 20)


L'UOMO È ANIMALE POLITICO PER NATURA.
Gli uomini, anche quando nessun bisogno di aiuto reciproco li spinga, desiderano nondimeno vivere insieme; del resto a ciò li sollecita anche l'interesse comune, in quanto così ciascuno vive meglio. Questo è il fine precipuo degli uomini che vivono in comune e di ciascuno preso individualmente. Ma gli uomini formano e mantengono le associazioni politiche anche soltanto per salvaguardare la vita, nella quale forse, anche a considerarla solamente in sé, c'è qualcosa di bello, quando le difficoltà non eccedono. Ed è chiaro che molti sopportano numerosi disagi per il loro attaccamento alla vita, quasi che questa contenesse una sorta di letizia e dolcezza naturale.
Aritotele, "Politica", III, 6, 1278b 19-29






Aristotele, La città è la comunità naturale.
“Risulta subito evidente che ogni città è una comunità e che ogni comunità si costituisce proponendosi per scopo un qualche bene (perché tutti compiono ogni loro azione per raggiungere ciò che ad essi sembra essere un bene). Ciò posto, possiamo dire che soprattutto vi tende e tende al più eccellente di tutti i beni quella comunità che regge e comprende in sé tutte le altre: e questa è quella che si chiama città e comunità politica. […] La comunità perfetta di più villaggi costituisce ormai la città che ha raggiunto quello che si chiama il livello di autosufficienza e che sorge per render possibile la vita e sussiste per produrre le condizioni di una buona esistenza. Perciò ogni città è un’istituzione naturale, se lo sono anche i tipi di comunità che la precedono, in quanto essa è il loro fine e la natura di una cosa è il suo fine; cioè diciamo che la natura di una cosa è quello che essa è quando si è conclusa la sua generazione, come avviene per l’uomo, il cavallo, la casa. Ora, lo scopo ed il fine sono ciò che vi è di meglio; e l’autosufficienza è un fine e quanto vi è di meglio. Da ciò dunque è chiaro che la città appartiene ai prodotti naturali, che l’uomo è animale che per natura deve vivere in una città.”
ARISTOTELE (384/383 a.C. – 322 a.C.), “Politica”, a cura, introduzione, nota biografica e bibliografica, trad. di Carlo Augusto Viano, UTET, Torino 1955, Libro I, ɪ 1252, p. 49 e 1252-1253, p. 53.
“ Ἐπειδὴ πᾶσαν πόλιν ὁρῶμεν κοινωνίαν τινὰ οὖσαν καὶ πᾶσαν κοινωνίαν ἀγαθοῦ τινος ἕνεκεν συνεστηκυῖαν (τοῦ γὰρ εἶναι δοκοῦντος ἀγαθοῦ χάριν πάντα πράττουσι πάντες), δῆλον ὡς πᾶσαι μὲν ἀγαθοῦ τινος στοχάζονται, μάλιστα δὲ καὶ τοῦ κυριωτάτου πάντων ἡ πασῶν κυριωτάτη καὶ πάσας περιέχουσα τὰς ἄλλας. Αὕτη δ’ ἐστὶν ἡ καλουμένη πόλις καὶ ἡ κοινωνία ἡ πολιτική. […] Ἡ δ’ ἐκ πλειόνων κωμῶν κοινωνία τέλειος πόλις, ἤδη πάσης ἔχουσα πέρας τῆς αὐταρκείας ὡς ἔπος εἰπεῖν, γινομένη μὲν τοῦ ζῆν ἕνεκεν, οὖσα δὲ τοῦ εὖ ζῆν. Διὸ πᾶσα πόλις φύσει ἔστιν, εἴπερ καὶ αἱ πρῶται κοινωνίαι. Τέλος γὰρ αὕτη ἐκείνων, ἡ δὲ φύσις τέλος ἐστίν· οἷον γὰρ ἕκαστόν ἐστι τῆς γενέσεως τελεσθείσης, ταύτην φαμὲν τὴν φύσιν εἶναι ἑκάστου, ὥσπερ ἀνθρώπου ἵππου οἰκίας. Ἔτι τὸ οὗ ἕνεκα καὶ τὸ τέλος βέλτιστον· Ἡ δ’ αὐτάρκεια καὶ τέλος καὶ βέλτιστον. Ἐκ τούτων οὖν φανερὸν ὅτι τῶν φύσει ἡ πόλις ἐστί, καὶ ὅτι ὁ ἄνθρωπος φύσει πολιτικὸν ζῷον, καὶ ὁ ἄπολις διὰ φύσιν.”
ΑΡΙΣΤΟΤΕΛΟΥΣ “Πολιτικά”, “The politics of Aristotle”, a revised text with introduction, analysis and commentary by Franz Susemihl and R. D. Hicks, Macmillan, London-New York (printed by C. J. Clay, University Press, Cambridge) 1894, Πολιτικὼν Α. 1. 1252a, pp. 138 – 139 e A. 2. 152b-1253a, pp. 146 – 147.



Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono.
Aristotele



Non è possibile o non è facile mutare col ragionamento ciò che da molto tempo si è impresso nel carattere
Aristotele, Etica Nicomachea


Un saggio non dice tutto quello che pensa ma pensa a tutto quello che dice
Aristotele

Dal compiere azione giuste si genera il giusto, e dal compiere azione sagge il saggio:
a partire dal non compiere azioni nessuno mai potrà nemmeno avvicinarsi a diventare saggio.
La gente invece non compie queste cose, e si rifugia nei semplici discorsi,
credendo di filosofare e che in questo modo ciascuno diventerà una persona eccellente;
con ciò fa qualcosa di simile ai malati che ascoltano con attenzione le cose che dicono i medici,
ma non fanno nulla di quello che viene loro prescritto. E, quindi, proprio come quelli non sono sani nel corpo, se si curano in modo simile, nemmeno questi sono sani nell'animo, filosofando in tal modo.
Aristotele, “Etica Nicomachea”, II, 1105b 10-19


Allora non bisogna forse dire che, in assoluto e secondo verità, 
oggetto del volere è il bene, ma che per ciascuno è il bene apparente;
che per l'uomo eccellente è il bene secondo verità, mentre per l'uomo dappoco è ciò che capita, proprio come capita anche per i corpi: per quelli in buone condizioni di salute sono salutari le cose veramente tali, per quelli malate cose diverse, e lo stesso vale per ciò che è amaro, dolce, caldo, pesante e tutto il resto? Infatti l'uomo eccellente giudica ogni cosa in modo corretto, e a lui appare la verità in ogni singolo caso.
Aristotele, Etica Nicomachea, 1113a, 23-30


Il pusillanime, pur essendo degno di beni, priva se stesso di cose di cui è degno e sembra possedere un vizio, dal fatto di non reputarsi degno dei beni; ma sembra anche non conoscere se stesso: chè altrimenti bramerebbe le cose delle quali è degno, poichè si tratta di beni. Ciondimeno siffatti individui non passano per essere degli stolti, ma piuttosto dei timidi. Ma tutti convengono che la cattiva opinione che essi hanno di se stessi li rende, inoltre, peggiori. Infatti ogni categoria di persone tende alle cose di cui si giudica degna; ora, i pusillanimi si astengono sia dalle azioni che dalle occupazioni che son buone nella convinzione di esserne indegni, e parimenti anche dai beni esteriori. I vanitosi, al contrario, sono degli stolti e sono persone che non conoscono se stesse, ed hanno queste prerogative in maniera manifesta. Infatti pur non essendone degni mettono mano a cose onorevoli, ma poi si confondono. Essi si danno ornamento con la veste e con l'aspetto e con le cose di questo genere, e vogliono che i loro doni della sorte siano manifesti, e ne parlano, pensando che per essi saranno onorati. Alla magnanimità si oppone maggiormente la pusillanimità della vanità, giacchè si verifica di più ed è cosa peggiore
Aristotele, Etica Nicomachea



I collerici rapidamente montano in collera con coloro con i quali non si deve e per le cose per le quali non si deve e più di quanto si deve, ma rapidamente cessano: il che è l'aspetto migliore che hanno. Questo accade loro poichè non trattengono la collera, ma reagiscono in quanto sia chiaro che sono capaci di reagire, per la vivacità del loro carattere, e poi smettono. Gli irascibili sono vivaci all'eccesso e collerici verso tutto e per ogni cosa; donde anche il loro nome. I caratteri pungenti sono difficili a riconciliarsi e restano in collera per molto tempo: giacchè essi trattengono la loro impetuosità. La tranquillità ritorna loro quando abbiano reso il contraccambio. Infatti la vendetta fa cessare loro la collera, ingenerando piacere invece di dolore. Ma se questo non avviene, essi hanno un peso opprimente, giacchè, per il solo fatto che non è manifesto, nessuno neppure li persuade, e per digerire in sè la collera c'è bisogno di tempo. Gli individui di questo genere sono i più fastidiosi per se stessi e per i loro amici più cari. Chiamiamo infine caratteri difficili coloro che si adirano per cose per le quali non si deve e più di quanto si deve e per più tempo, e che non cambiano sentimento senza vendetta e punizione. Alla mitezza noi poniamo come maggiormente contrario l'eccesso, giacchè è più diffuso: infatti il vendicarsi è cosa più umana; ed è in relazione al vivere assieme i caratteri difficili sono i peggiori.
Aristotele, Etica Nicomachea


malvagi cercano persone con cui passare il loro tempo, ma fuggono sé stessi, giacché si ricordano delle loro molte cattive azioni, anzi prevedono che ne commetteranno altre di simili, se rimangono soli con sé stessi, ma se ne dimenticano se sono in compagnia d’altri. Non avendo nulla di amabile, non provano alcun sentimento amorevole verso sé stessi.
Aristotele, Etica Nicomachea, IV sec. a.e.c.


Ciò che impariamo a fare, lo impariamo facendolo.
Aristotele

Gli uomini acquisiscono qualità particolari agendo costantemente in modi particolari
Aristotele

Un saggio non dice tutto quello che pensa ma pensa a tutto quello che dice




Aristotele



Il saggio cerca di raggiungere l'assenza di dolore, non il piacere
Aristotele

La virtù ha a che fare con passioni ed azioni, nelle quali si esagera per eccesso e difetto, mentre il mezzo costituisce la rettitudine.


Aristotele

In ogni caso la causa della rivolta è l'inuguaglianza
Aristotele


L'abitudine è in qualche modo simile alla natura, giacché "spesso" e "sempre" sono vicini; 
la natura è di ciò che è sempre, l'abitudine di ciò che è spesso
Aristotele


Gli uomini acquisiscono qualità particolari agendo costantemente in modi particolari
Aristotele

Ciò che impariamo a fare, lo impariamo facendolo.
Aristotele

La caratteristica di una mente evoluta è di essere in grado di intrattenere un pensiero senza doverlo per forza fare proprio
Aristotele


AMICIZIA e RICCHEZZA
È preferibile ciò che in sé è più bello, più pregevole e maggiormente degno di lode, così come l'amicizia è più desiderabile della ricchezza e la giustizia lo è del vigore; in effetti, amicizia e giustizia sono per sé degli oggetti pregevoli e degni di lode, mentre ricchezza e vigore non lo sono per sé, ma a causa di qualcos'altro. Nessuno invero ritiene pregevole la ricchezza a causa di essa stessa, bensì lo fa a causa di qualcos'altro; l'amicizia invece è apprezzabile per se stessa, quand'anche null'altro debba derivarne a noi
[Ἔτι τὸ κάλλιον καθ´ αὑτὸ καὶ τιμιώτερον καὶ ἐπαινετώτερον, οἷον φιλία πλούτου καὶ δικαιοσύνη ἰσχύος· τὰ μὲν γὰρ καθ´ αὑτὰ τῶν τιμίων καὶ ἐπαινετῶν, τὰ δ´οὐ καθ´ αὑτὰ ἀλλὰ δι´ ἕτερον. Οὐδεὶς γὰρ τιμᾷ τὸν πλοῦτον δι´ ἑαυτόν, ἀλλὰ δι´ ἕτερον· τὴν δὲ φιλίαν καθ´ αὑτό, καὶ εἰ μηδὲν μέλλει ἡμῖν ἕτερον ἀπ´ αὐτῆς ἔσεσθαι.] Aristotele, "Topici", III, 117a 


L’amicizia è un’anima sola che vive in due corpi
Aristotele

Platone è mio amico, ma la verità è ancora più mia amica. 
Amicus Plato, sed magis amica veritas
Aristotele

Ci si dovrebbe comportare con i propri amici come noi vorremmo che si comportassero con noi.
Aristotele

Chi è incapace di vivere in società, o non ne ha bisogno perché è sufficiente a se stesso, deve essere una bestia o un dio.
Aristotele

Gli inferiori si ribellano per ottenere l'uguaglianza e coloro che hanno ottenuto l'uguaglianza si ribellano per ottenere dei privilegi.
Aristotele

I malvagi obbediscono per paura, i buoni per amore
Aristotele

I giovani non sono sospettosi perchè di male non ne hanno ancora visto molto; sono fiduciosi perchè non hanno ancora avuto il tempo di essere ingannati.
Aristotele

‎Le persone oneste e intelligenti difficilmente fanno una rivoluzione, perchè sono sempre in minoranza.
Aristotele

Considero più coraggioso chi vince i propri desideri che chi vince i propri nemici, perché la battaglia più difficile è quella con sé stessi.
Aristotele

Le persone che fanno le guerre agli altri non sono riuscite a conquistare se stesse.
Aristotele

Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e... non esistono!
Aristotele

Comune alla democrazia, all'oligarchia, e ad ogni costituzione è la necessità di badare a che nessuno si innalzi in potenza tanto da superare la giusta misura.
Aristotele


"...È   NELL'INTERESSE  DEL TIRANNO   DI   TENERE   LA   SUA GENTE   IN   POVERTÀ,   così   che non   possano   permettersi il  costo   delle   armi   con   cui proteggersi   da soli,   e   che siano   così occupati dal   lavoro quotidiano che   non abbiano tempo   di pensare   a ribellarsi."
Aristotele


"... Egli infatti, constatando che la pòlis era spesso in contrasto, e che ciascun cittadino per INDIFFERENZA pensava solo a se stesso, stabilì una legge particolare contro costoro: "Chi durante una guerra civile non prende le armi né si schiera con una delle due parti, sarà accusato di atimia e non avrà alcun diritto politico".
Solone, Cit. da: Aristotele, La Costituzione degli Ateniesi.

I due principali testimoni della legge di Solone, la quale puniva con l'ATIMIA coloro che, in caso di STASIS, non si fossero schierati con nessuno dei due partiti, sono Aristotele [...] e Plutarco [...] i quali menzionano la legge nel quadro della ricostruzione della figura e dell'attività legislativa di Solone. A queste due testimonianze si aggiungono Cicerone [...] e Alessandro di Afrodisia [...]. In questi ultimi casi il riferimento alla legge è [...] per lo più, motivato dal suo contenuto paradossale: Cicerone allude alla legge per dire ad Attico che non intende schierarsi né con i Cesanani né con i Pompeiani (ego vero Solonis ... legem neglegam), Plutarco, nei tre passi dei Moralia, la definisce assurda, quasi il parto di una mente insana, diverso è il caso di Gellio che le dedica un intero capitolo intitolato "considerata perpensaque lex quaedam Solonis speciem habens primorem iniquae iniustaeque legis, sed ad usum et emolumentum salubritatis penitus reperta". Lo sconcerto degli antichi è condiviso dai moderni che dubitano della sua autenticità o cercano di dame un'interpretazione che ne stemperi la bizzarria. Certo proprio per il suo contenuto paradossale questa legge, fosse essa autentica o no, poteva fornire un buon soggetto per esercitazioni di retorica, volte a svelare il senso, non immediatamente evidente, di una norma attribuita ad uno dei massimi legislatori e uno dei sette sapienti.
Amneris Roselli. Istituto Universitario Orientale, Napoli.
Cuadernos de Filología Clásica: Estudios griegos e indoeuropeos. Vol. 12, 2002, 137-144.


[...]
Per prevenire le lotte intestine e le rivoluzioni, egli aveva prescritto a tutti i membri della città, come obbligo in cambio dei loro diritti, di schierarsi in caso di torbidi in uno dei partiti opposti, pena l’atimia che comportava l’esclusione dalla comunità: sperava che uscendo dalla neutralità gli uomini esenti da passione avrebbero costituito una maggioranza in grado di contrastare i perturbatori della pace pubblica. I timori erano esatti; le precauzioni furono vane. Solone non aveva soddisfatto né i ricchi né la massa dei poveri e diceva con tristezza: “Quando si fanno grandi cose, è difficile piacere a tutti.” Ancora arconte, era tempestato dalle invettive degli scontenti; quando ebbe lasciato la carica, fu uno scatenarsi di rimproveri e di accuse. Solone si difese, come sempre, con dei versi: è allora che chiamò a testimone la Madre Terra. Lo si subissava di insulti e di scherni perché “gli era mancato il coraggio” per farsi tiranno, perché non aveva voluto, “per essere il padrone di Atene, non fosse che per un giorno, che si facesse un otre della sua pelle scorticata e che la sua stirpe fosse cancellata”. Circondato di nemici, ma deciso a non cambiare niente di quanto aveva fatto, forse anche credendo che la sua assenza avrebbe calmato gli animi, decise di abbandonare Atene. Viaggiò, si fece vedere a Cipro, andò in Egitto a ritemprarsi alle fonti della saggezza. Quando tornò, la lotta fra le fazioni era più viva che mai. SI ritirò dalla vita pubblica e si rinchiuse in un inquieto riposo: “invecchiava imparando sempre e molto”, senza cessare di tendere l’orecchio ai rumori dell’esterno e di prodigarsi in avvertimenti di un patriottismo preoccupato. Ma Solone non era che un uomo; non era in suo potere arrestare il corso degli eventi. Visse abbastanza per assistere alla rovine della costituzione che credeva di avere consolidata e vide spandersi sulla sua cara città la cupa ombra della tirannia.
(cit. da: Benveniste, E., 1966, Problèmes de linguistique génèrale, Paris, Gallimard; trad. it. Problemi di linguistica generale, Milano, Il Saggiatore, 1971, pp. 298-299).



Aristotele. I popoli d’Asia (ma non solo) e gli Elleni.
“Quanto alla massa dei cittadini, quale debba esserne il limite, l’abbiamo detto prima*, quale conviene che sia il loro carattere, lo diciamo adesso. Più ο meno lo si potrebbe intender bene, gettando uno sguardo agli stati più famosi degli Elleni e alla terra tutta abitata, com’essa risulta distinta tra i diversi popoli. I popoli che abitano nelle regioni fredde e quelli d’Europa sono pieni di coraggio ma difettano un pò d’intelligenza e di capacità nelle arti, per cui vivono sì liberi, ma non hanno organismi politici e non sono in grado di dominare i loro vicini: i popoli d’Asia al contrario hanno natura intelligente e capacità nelle arti, ma sono privi di coraggio per cui vivono continuamente soggetti e in servitù: la stirpe degli Elleni, a sua volta, come geograficamente occupa la posizione centrale, così partecipa del carattere di entrambi, perché, in realtà, ha coraggio e intelligenza, quindi vive continuamente libera, ha le migliori istituzioni politiche e la possibilità di dominare tutti, qualora raggiunga l'unità costituzionale. Allo stesso modo differiscono anche i popoli greci gli uni dagli altri: il carattere di questi presenta una sola qualità, di quelli, invece, una buona mistione di tutt’e due. È chiaro dunque che deve avere intelligenza cuore chi intende essere ben guidato dal legislatore alla virtù. 
* Cfr. 1326 a 9-b 24”




Il proverbio è un avanzo dell'antica filosofia,
conservatosi fra molte rovine per la sua brevità e opportunità.
Aristotele (384/3 a.C. - 322 a.C.) Filosofo greco

La cultura è un ornamento nella buona sorte, un rifugio nell'avversa
Aristotele

Sbagliare è possibile in molti modi,
ma riuscire è possibile in un modo solo. 
Aristotele


La filosofia è la scienza che ha per oggetto la verità.
Aristotele

Chiamiamo libero colui che esiste per se stesso e non per un altro
Aristotele

La filosofia non serve a nulla, dirai; ma sappi che proprio perché priva del legame di servitù è il sapere più nobile.
Aristotele




«Gli schiavi e gli animali domestici sono quasi uguali e rendono su per giù gli stessi servizi. La natura stessa vuole la schiavitù, perché fa differenti i corpi degli uomini liberi da quelli degli schiavi: gli schiavi col vigore che richiedono i lavori a cui sono predestinati, gli uomini liberi incapaci di curvare la loro diritta statura a opere servili e a datti, invece, alla vita politica e alle occupazioni guerresche o pacifiche. Dunque gli uomini sono liberi o schiavi per diritto di natura: la cosa è evidente. Utile agli stessi schiavi, la schiavitù è giusta.»
Aristotele


Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione.
Aristotele


Aristotele, La comprensione attraverso gli entimemi.
Noi apprendiamo soprattutto dalle metafore.
Quando infatti il poema chiama la vecchiaia «stoppia», realizza un apprendimento e una conoscenza attraverso il genere: entrambe le cose sono infatti sfiorite. Anche le similitudini dei poeti ottengono lo stesso effetto: se quindi esse sono buone, appaiono spiritose.
La similitudine è infatti, come abbiamo detto prima, una metafora che differisce perché vi è aggiunto qualcosa; perciò essa è meno piacevole, perché ha maggior lunghezza: essa non identifica i due termini, quindi la mente non esamina la relazione. Bisogna che tanto l’elocuzione quanto gli entimemi siano spiritosi, se vogliono renderci rapido l’apprendimento. Perciò neppure quelli ovvi tra gli entimemi hanno successo: intendo per ovvi quelli che sono evidenti a chiunque e non richiedono alcuna investigazione; e neppure quelli che sono detti in modo incomprensibile. Bensì quelli che noi comprendiamo mano a mano che vengono detti e purché non siano già noti prima, oppure quelli in cui la comprensione viene subito dopo: qui infatti vi è un processo simile all’apprendimento, mentre non vi è né nel caso dell’ovvietà, né in quello dell’incomprensibilità. Per quanto concerne il contenuto, questi sono dunque quelli degli entimemi che hanno successo.”
ARISROTELE (384 a.C. – 322 a.C.), “Retorica”, traduzione (1961, condotta, per il terzo libro, su ARISTOTELIS “Ars rhetorica”, Adolphus Roemer, B. G. Teubneri, Lipsiae 1898, qui sotto riportata) di Armando Plebe, in “Aristotele”, introduzione di Gabriele Giannantoni,2 voll., vol. II, Mondadori, Milano 2008 (I ed., su licenza di Laterza, Roma-Bari 1961), Libro terzo (Γ), 10, 1410 b, 10 – 25 (13-28), p. 957.
“ ἡ δὲ μεταφορὰ ποιεῖ τοῦτο μάλιστα· ὅταν γὰρ εἴπῃ τὸ γῆρας καλάμην, ἐποίησε μάθησιν καὶ γνῶσιν διὰ τοῦ γένους· ἄμφω γὰρ ἀπηνθηκότα. ποιοῦσι μὲν οὖν καὶ αἱ τῶν ποιητῶν εἰκόνες τὸ αὐτό· διόπερ ἂν εὖ, ἀστεῖον φαίνεται. ἔστι γὰρ ἡ εἰκών, καθάπερ εἴρηται πρότερον, μεταφορὰ διαφέρουσα προσθέσει· διὸ ἧττον ἡδύ, ὅτι μακροτέρως· καὶ οὐ λέγει ὡς τοῦτο ἐκεῖνο· οὔκουν οὐδὲ ζητεῖ τοῦτο ἡ ψυχή. ἀνάγκη δὴ καὶ λέξιν καὶ ἐνθυμήματα ταῦτ᾿ εἶναι ἀστεῖα, ὅσα ποιεῖ ἡμῖν μάθησιν ταχεῖαν. διὸ οὔτε τὰ ἐπιπόλαια τῶν ἐνθυμημάτων εὐδοκιμεῖ (ἐπιπόλαια γὰρ λέγομεν τὰ παντὶ δῆλα, καὶ ἃ μηδὲν δεῖ ζητῆσαι), οὔτε ὅσα εἰρημένα ἀγνοούμενα ἐστίν, ἀλλ᾿ ὅσων ἢ ἅμα λεγομένων ἡ γνῶσις γίνεται, καὶ εἰ μὴ πρότερον ὑπῆρχεν, ἢ μικρὸν ὑστερίζει ἡ διάνοια· γίγνεται γὰρ οἷον μάθησις, ἐκείνως δὲ οὐδέτερον. κατὰ μὲν οὖν τὴν διάνοιαν τοῦ λεγομένου τὰ τοιαῦτα εὐδοκιμεῖ τῶν ἐνθυμημάτων.”
ΑΡΙΣΤΟΤΕΛΟΥΣ “Τέχνης ῥητορικής”, iterum edidit Adolphus Roemer, in aedibus B. G. Teubneri Lipsiae MDCCCLXXXXVIII, Liber III Γ. 10. 1410b, 13 – 28, pp. 200 – 201.


METAFORA
La più gran conquista in assoluto è la padronanza della metafora. Si tratta di qualcosa che non può essere appresa dagli altri ed è anche un segno di genialità, giacché una buona metafora implica la percezione intuitiva delle somiglianze tra oggetti dissimili.
(Aristotele)
citato da Jeffrey Satinover ne "Il cervello quantico"


Verso la fine della "Poetica" Aristotele dice che il massimo é diventare maestro del metaforeggiare, il che non si impara da altri ed é segno di genialità, perché una buona metafora implica la percezione intuitiva della somiglianza fra dissimili.
Elémire Zolla, "Discesa all'Ade e resurrezione"



La caratteristica di una mente evoluta è di essere in grado di intrattenere un pensiero senza doverlo per forza fare proprio
Aristotele


Il proverbio è un avanzo dell'antica filosofia, conservatosi fra molte rovine per la sua brevità e opportunità.
Aristotele (384/3 a.C. - 322 a.C.) Filosofo greco

La cultura è un ornamento nella buona sorte, un rifugio nell'avversa
Aristotele

Sbagliare è possibile in molti modi, ma riuscire è possibile in un modo solo. 
Aristotele

La virtù ha a che fare con passioni ed azioni, nelle quali si esagera per eccesso e difetto, mentre il mezzo costituisce la rettitudine.
Aristotele


Non bisogna ricercare la causa in tutte le cose in modo uguale, ma in alcune è sufficiente che venga messo adeguatamente in luce il fatto, come, per esempio, anche nel caso dei principi: il dato di fatto è un che di originario, cioè è un principio. Alcuni dei principi si giunge a vederli per induzione, altri per sensazione, altri mediante una specie di abitudine, altri ancora diversamente. Bisogna, dunque, sforzarsi di tener dietro a ciascun tipo di principio in conformità con la sua natura, e impegnarsi a definirlo adeguatamenteI principi, infatti, hanno un gran peso sugli sviluppi successivi: si ammette comunemente che il principio costituisce più che la metà del tutto, cioè che per suo mezzo diventano chiare molte delle cose che si vanno cercando.
Aristotele


Aristotele. La carne non esiste indipendentemente dalla materia.
“ Poiché altro è la grandezza dall’essenza della grandezza e l’acqua dall’essenza dell’acqua (e così per molte altre cose, ma non per tutte: in alcune sono lo stesso), l’anima giudica l’essenza della carne e la carne ο con facoltà differenti ο con la stessa ma altrimenti atteggiata: in realtà la carne non esiste indipendentemente dalla materia, ma, come il camuso*, è una particolare forma in una particolare materia. Quindi mediante la facoltà sensitiva giudica il caldo e il freddo e le qualità di cui la carne costituisce in qualche modo una proporzione, ma la quiddità della carne la giudica con un’altra facoltà, separata da quella sensitiva ο che ad essa si riporta come la linea curva si riporta a se stessa, quand’è drizzata.
*II camuso è la concavità nel naso, κοιλότης ἐν ῤινί, e dunque stretta unione di forma e materia. Cfr. BONITZ, ‹Ind. Ar.› 680 a 40. ”
ARISTOTELE (384 a.C. – 322 a.C.), “Dell’anima”, trad. di Renato Laurenti, in ID., “Opere”, Mondadori, Milano 2008 (su licenza di Laterza, Roma-Bari 2007 (VIII ed., I ed. 1973), 2 voll., vol. I, Libro III (Γ), 4, 429b, pp. 500 – 501.




Aristotele. Naumachie necessarie.
“Che ciò che è sia, quando è, e che ciò che non è non sia, quando non è, risulta certo necessario; non è però necessario, che tutto ciò che è sia, né che tutto ciò che non è non sia. In effetti, l’essere per necessità di tutto ciò che è, quando è, non equivale all’essere per necessità, assolutamente, di tutto ciò che è. Similmente si dica per ciò che non è. Del pari, lo stesso discorso vale per i giudizi contraddittori in proposito. Certo, per necessità ogni oggetto è o non è, come pure, sarà o non sarà, ma non è davvero necessario dire una delle due cose, separata dall’altra. Con ciò intendo dire, ad esempio, che necessariamente domani vi sarà una battaglia navale, oppure non vi sarà, ma che non è tuttavia necessario che domani vi sia una battaglia navale, né d’altra parte è necessario che domani non vi sia una battaglia navale. Ciò che invece risulta necessario, è che domani avvenga o non avvenga una battaglia navale. Di conseguenza, dal momento che i discorsi sono veri analogamente a come lo sono gli oggetti, è chiaro che a proposito di tutti gli oggetti, costituiti così da accadere indifferentemente in due modi, secondo delle possibilità contrarie, anche la contraddizione si comporterà necessariamente in maniera simile.”

 ARISTOTELE (384 a.C. – 322 a.C.), “ Dell’espressione”, in ARISTOTELE, “ Organon “, a cura e trad. it. di Giorgio Colli, Adelphi, Milano 2003, capitolo nono, 19a pp. 68 – 69.



Un tempo Aristotele disse che un dramma doveva avere un inizio, una parte centrale e una fine.
Ma che ne sapeva Aristotele?
Oggi un dramma deve avere una prima parte, una seconda parte e un intermezzo pubblicitario.
Alfred Hitchcock




Φilo-soφia

LOGICA COME SCIENZA DELLA DEDUZIONE, OSSIA STUDIO DELL'INFERENZA VALIDA
ARISTOTELE (Politica 1253a, 7-10) definisce l'uomo “ζῷον λόγον ἔχον", ossa "il vivente che possiede il λóγος, la facoltà di operare sintesi concettuali delle cose esperite e di legare/esprimere (λέγειν) concetti tra di loro in inferenze, giudizi, ragionamenti, ossia in proposizioni e discorsi ... Si tratta di operazioni del pensiero che tutti facciamo, in maniera automatica o inconscia, cosa ben diversa dal formularne le regole logiche, isolando la "forma" dei ragionamenti al fine di accertarne la validità e costruendo modelli di ragionamento ... come lo Stagirita dichiara, alla fine delle Confutazioni sofistiche, di aver fatto per primo:
Καὶ περὶ μὲν τῶν ῥητορικῶν ὑπῆρχε πολλὰ καὶ παλαιὰ τὰ [185a] λεγόμενα, περὶ δὲ τοῦ συλλογίζεσθαι παντελῶς οὐδὲν εἴχομεν πρότερον λέγειν. ► Περὶ σοφιστικῶν ἐλέγχων III, 34, 184a-b
"mentre riguardo ai retorici sussistevano già, fin dai tempi antichi, molti studi, sulla deduzione invece non avevamo prima d'ora assolutamente nulla da riferire".
Prima di lui, tuttavia, SOCRATE aveva voluto mostrare, nel dibattito con i sofisti suoi interlocutori, che i nostri ragionamenti seguono una direzione obbligata, nel senso che, una volta poste certe premesse (in funzione di quello che vogliamo dire, far sapere, ecc.), siamo tenuti ad accettare le conclusioni che ne conseguono. In altre parole, la sfera del logico è parte di una più ampia sfera, quella dell'intero processo del διαλέγεσθαι, dell'interrogare/rispondere e delle finalità intrinseche: non si può ridurre il problema della logica aristotelica a quello della sola consequenzialità (e prevedibilità) delle inferenze, ovvero al campo della deduzione sillogistica - come invece a lungo s’è fatto nella tradizione occidentale. Jaakko Hintikka, Hans Georg Gadamer ed Enrico Berti concordano nel ribadire l'opportunità di partire, nell'esposizione della logica aristotelica, dai TOPICI, ossia dai libri in cui Aristotele prende in considerazione gli scopi del discorso e quelli che - dopo Wittgenstein - è uso chiamare "giochi linguistici".
Ai giorni nostri, l'intera sillogistica assertivo-categorica aristotelica, che tanto aveva affaticato i logici medievali, è una “provincia” del calcolo dei predicati della logica del prim’ordine (cfr M. Mondadori, M. D’Agostino, Logica, Milano, 1997, pp. 282-284.


Aristotele, un aneddoto:
"Ad un cicalone che gli aveva versato addosso un fiume di parole e che gli chiedeva se le sue ciance lo avessero offeso, rispose: Nient'affatto, per Zeus! Mentre parlavi, ad altro badavo"
Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, V, I, 20)


«Se rimanga qualche cosa dopo l'individuo, è una questione ancora da esaminare. In alcuni casi, nulla impedisce che qualcosa rimanga: per esempio, l'anima può essere una cosa di questo genere, non tutta, ma solo la parte intellettuale; perché è forse impossibile che tutta l'anima sussista anche dopo».
Aristotele, Metafisica, Λ 3, 1070 a 24-26


Aristotele al contrario di Platone non ritiene che l'anima sia immortale, ma piuttosto che sia l'essenza formale di ogni corpo vivente. Anche le piante hanno perciò la loro anima, che serve a vivere e riprodursi. Gli animali hanno un'anima sensibile che consente loro di muoversi e percepire. Soltanto l'uomo ha un'anima razionale in grado di pensare. Ma in nessun caso per Aristotele l'anima sopravvive al corpo, poiché anima e corpo sono due facce della stessa medaglia


Noi siamo quello che facciamo costantemente.
L'eccellenza quindi non è un atto ma un'abitudine.
Aristotele



La concezione della Natura di Aristotele non è fortemente antropocentrica perché l'ordine naturale, che è positivo e tende al bene e al vantaggio della vita, non è tale (vantagioso e buono) solo per l'uomo, ma per la totalità del Cosmo. Cioè ci può essere qualcosa di naturale che va a danno dell'uomo ma a vantaggio della natura. Tuttavia "... il più nobile degli animali di quaggiù è l'uomo". Così si palesa anche qui la posizione equilibrata della "via di mezzo" (tra uomo e natura) aristotelica... (cfr. Aristotele, Protreptico, XVI).




Fin dal suo primo configurarsi nel vasto ambito della civiltà mediterranea, la società greca si costituisce sul pensiero di un perfetto equilibrio tra umanità e natura. Aristotele spiegherà che il primo stadio della "politica" è la famiglia (oikìa)il secondo il villaggio (koinè)il terzo la città (pólis)Le stesse leggi dello stato hanno il loro fondamento nelle leggi naturali; la vita è aspirazione continua a una condizione ideale, di perfetta libertà "naturale" .


Aristotele è rimproverato da Giorgio Gemisto Pletone perché fa della deliberazione umana un vero principio d’essere, ponendola come principio delle cose a venireCosì si sopprimono il Fato e la Provvidenza, facendo della deliberazione umana il principio delle cose future. In realtà alla deliberazione umana presiedono catene causali “ineluttabili”.
François Masai,  Pletone e il platonismo di Mistrà




Tra corpo e anima vige un rapporto materia-forma, come se l’anima fosse la vera forma del corpo. Chiedersi se corpo e anima siano la stessa cosa è una domanda priva di senso:  è come domandarsi se sono la stessa cosa la cera e la forma della candela.
Aristotele

“Se pure gli uomini possedessero gli occhi di Linceo, così da penetrare gli oggetti antistanti, non apparirebbe forse bruttissimo, investigato fin nelle sue viscere, il corpo di Alcibiade, esteriormente bellissimo?
Non dunque la tua natura, ma l'infermità degli occhi di chi ti guarda che ti fa sembrar bello". 
Aristotele
(M. Schoepflin - La felicità secondo i filosofi)



L'UOMO È ANIMALE POLITICO PER NATURA.
Gli uomini, anche quando nessun bisogno di aiuto reciproco li spinga, desiderano nondimeno vivere insieme; del resto a ciò li sollecita anche l'interesse comune, in quanto così ciascuno vive meglio. Questo è il fine precipuo degli uomini che vivono in comune e di ciascuno preso individualmente. Ma gli uomini formano e mantengono le associazioni politiche anche soltanto per salvaguardare la vita, nella quale forse, anche a considerarla solamente in sé, c'è qualcosa di bello, quando le difficoltà non eccedono. Ed è chiaro che molti sopportano numerosi disagi per il loro attaccamento alla vita, quasi che questa contenesse una sorta di letizia e dolcezza naturale.
Aritotele, "Politica", III, 6, 1278b 19-29


Aristotele, La città è la comunità naturale.
“Risulta subito evidente che ogni città è una comunità e che ogni comunità si costituisce proponendosi per scopo un qualche bene (perché tutti compiono ogni loro azione per raggiungere ciò che ad essi sembra essere un bene). Ciò posto, possiamo dire che soprattutto vi tende e tende al più eccellente di tutti i beni quella comunità che regge e comprende in sé tutte le altre: e questa è quella che si chiama città e comunità politica. […] La comunità perfetta di più villaggi costituisce ormai la città che ha raggiunto quello che si chiama il livello di autosufficienza e che sorge per render possibile la vita e sussiste per produrre le condizioni di una buona esistenza. Perciò ogni città è un’istituzione naturale, se lo sono anche i tipi di comunità che la precedono, in quanto essa è il loro fine e la natura di una cosa è il suo fine; cioè diciamo che la natura di una cosa è quello che essa è quando si è conclusa la sua generazione, come avviene per l’uomo, il cavallo, la casa. Ora, lo scopo ed il fine sono ciò che vi è di meglio; e l’autosufficienza è un fine e quanto vi è di meglio. Da ciò dunque è chiaro che la città appartiene ai prodotti naturali, che l’uomo è animale che per natura deve vivere in una città.”
ARISTOTELE (384/383 a.C. – 322 a.C.), “Politica”, a cura, introduzione, nota biografica e bibliografica, trad. di Carlo Augusto Viano, UTET, Torino 1955, Libro I, ɪ 1252, p. 49 e 1252-1253, p. 53.
“ Ἐπειδὴ πᾶσαν πόλιν ὁρῶμεν κοινωνίαν τινὰ οὖσαν καὶ πᾶσαν κοινωνίαν ἀγαθοῦ τινος ἕνεκεν συνεστηκυῖαν (τοῦ γὰρ εἶναι δοκοῦντος ἀγαθοῦ χάριν πάντα πράττουσι πάντες), δῆλον ὡς πᾶσαι μὲν ἀγαθοῦ τινος στοχάζονται, μάλιστα δὲ καὶ τοῦ κυριωτάτου πάντων ἡ πασῶν κυριωτάτη καὶ πάσας περιέχουσα τὰς ἄλλας. Αὕτη δ’ ἐστὶν ἡ καλουμένη πόλις καὶ ἡ κοινωνία ἡ πολιτική. […] Ἡ δ’ ἐκ πλειόνων κωμῶν κοινωνία τέλειος πόλις, ἤδη πάσης ἔχουσα πέρας τῆς αὐταρκείας ὡς ἔπος εἰπεῖν, γινομένη μὲν τοῦ ζῆν ἕνεκεν, οὖσα δὲ τοῦ εὖ ζῆν. Διὸ πᾶσα πόλις φύσει ἔστιν, εἴπερ καὶ αἱ πρῶται κοινωνίαι. Τέλος γὰρ αὕτη ἐκείνων, ἡ δὲ φύσις τέλος ἐστίν· οἷον γὰρ ἕκαστόν ἐστι τῆς γενέσεως τελεσθείσης, ταύτην φαμὲν τὴν φύσιν εἶναι ἑκάστου, ὥσπερ ἀνθρώπου ἵππου οἰκίας. Ἔτι τὸ οὗ ἕνεκα καὶ τὸ τέλος βέλτιστον· Ἡ δ’ αὐτάρκεια καὶ τέλος καὶ βέλτιστον. Ἐκ τούτων οὖν φανερὸν ὅτι τῶν φύσει ἡ πόλις ἐστί, καὶ ὅτι ὁ ἄνθρωπος φύσει πολιτικὸν ζῷον, καὶ ὁ ἄπολις διὰ φύσιν.”
ΑΡΙΣΤΟΤΕΛΟΥΣ “Πολιτικά”, “The politics of Aristotle”, a revised text with introduction, analysis and commentary by Franz Susemihl and R. D. Hicks, Macmillan, London-New York (printed by C. J. Clay, University Press, Cambridge) 1894, Πολιτικὼν Α. 1. 1252a, pp. 138 – 139 e A. 2. 152b-1253a, pp. 146 – 147.



«Gli schiavi e gli animali domestici sono quasi uguali e rendono su per giù gli stessi servizi. La natura stessa vuole la schiavitù, perché fa differenti i corpi degli uomini liberi da quelli degli schiavi: gli schiavi col vigore che richiedono i lavori a cui sono predestinati, gli uomini liberi incapaci di curvare la loro diritta statura a opere servili e a datti, invece, alla vita politica e alle occupazioni guerresche o pacifiche. Dunque gli uomini sono liberi o schiavi per diritto di natura: la cosa è evidente. Utile agli stessi schiavi, la schiavitù è giusta.»
Aristotele

C’è solo un modo per evitare le critiche: non fare nulla, non dire nulla, e non essere niente.
Aristotele

Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono.
Aristotele


In ogni caso la causa della rivolta è l'inuguaglianza
Aristotele


L'abitudine è in qualche modo simile alla natura, giacché "spesso" e "sempre" sono vicini; 
la natura è di ciò che è sempre, l'abitudine di ciò che è spesso
Aristotele

Gli uomini acquisiscono qualità particolari agendo costantemente in modi particolari
Aristotele

Ciò che impariamo a fare, lo impariamo facendolo.
Aristotele




Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione.
Aristotele


Un saggio non dice tutto quello che pensa ma pensa a tutto quello che dice
Aristotele


Aristotele, La comprensione attraverso gli entimemi.
Noi apprendiamo soprattutto dalle metafore.
Quando infatti il poema chiama la vecchiaia «stoppia», realizza un apprendimento e una conoscenza attraverso il genere: entrambe le cose sono infatti sfiorite. Anche le similitudini dei poeti ottengono lo stesso effetto: se quindi esse sono buone, appaiono spiritose.
La similitudine è infatti, come abbiamo detto prima, una metafora che differisce perché vi è aggiunto qualcosa; perciò essa è meno piacevole, perché ha maggior lunghezza: essa non identifica i due termini, quindi la mente non esamina la relazione. Bisogna che tanto l’elocuzione quanto gli entimemi siano spiritosi, se vogliono renderci rapido l’apprendimento. Perciò neppure quelli ovvi tra gli entimemi hanno successo: intendo per ovvi quelli che sono evidenti a chiunque e non richiedono alcuna investigazione; e neppure quelli che sono detti in modo incomprensibile. Bensì quelli che noi comprendiamo mano a mano che vengono detti e purché non siano già noti prima, oppure quelli in cui la comprensione viene subito dopo: qui infatti vi è un processo simile all’apprendimento, mentre non vi è né nel caso dell’ovvietà, né in quello dell’incomprensibilità. Per quanto concerne il contenuto, questi sono dunque quelli degli entimemi che hanno successo.”
ARISROTELE (384 a.C. – 322 a.C.), “Retorica”, traduzione (1961, condotta, per il terzo libro, su ARISTOTELIS “Ars rhetorica”, Adolphus Roemer, B. G. Teubneri, Lipsiae 1898, qui sotto riportata) di Armando Plebe, in “Aristotele”, introduzione di Gabriele Giannantoni,2 voll., vol. II, Mondadori, Milano 2008 (I ed., su licenza di Laterza, Roma-Bari 1961), Libro terzo (Γ), 10, 1410 b, 10 – 25 (13-28), p. 957.
“ ἡ δὲ μεταφορὰ ποιεῖ τοῦτο μάλιστα· ὅταν γὰρ εἴπῃ τὸ γῆρας καλάμην, ἐποίησε μάθησιν καὶ γνῶσιν διὰ τοῦ γένους· ἄμφω γὰρ ἀπηνθηκότα. ποιοῦσι μὲν οὖν καὶ αἱ τῶν ποιητῶν εἰκόνες τὸ αὐτό· διόπερ ἂν εὖ, ἀστεῖον φαίνεται. ἔστι γὰρ ἡ εἰκών, καθάπερ εἴρηται πρότερον, μεταφορὰ διαφέρουσα προσθέσει· διὸ ἧττον ἡδύ, ὅτι μακροτέρως· καὶ οὐ λέγει ὡς τοῦτο ἐκεῖνο· οὔκουν οὐδὲ ζητεῖ τοῦτο ἡ ψυχή. ἀνάγκη δὴ καὶ λέξιν καὶ ἐνθυμήματα ταῦτ᾿ εἶναι ἀστεῖα, ὅσα ποιεῖ ἡμῖν μάθησιν ταχεῖαν. διὸ οὔτε τὰ ἐπιπόλαια τῶν ἐνθυμημάτων εὐδοκιμεῖ (ἐπιπόλαια γὰρ λέγομεν τὰ παντὶ δῆλα, καὶ ἃ μηδὲν δεῖ ζητῆσαι), οὔτε ὅσα εἰρημένα ἀγνοούμενα ἐστίν, ἀλλ᾿ ὅσων ἢ ἅμα λεγομένων ἡ γνῶσις γίνεται, καὶ εἰ μὴ πρότερον ὑπῆρχεν, ἢ μικρὸν ὑστερίζει ἡ διάνοια· γίγνεται γὰρ οἷον μάθησις, ἐκείνως δὲ οὐδέτερον. κατὰ μὲν οὖν τὴν διάνοιαν τοῦ λεγομένου τὰ τοιαῦτα εὐδοκιμεῖ τῶν ἐνθυμημάτων.”
ΑΡΙΣΤΟΤΕΛΟΥΣ “Τέχνης ῥητορικής”, iterum edidit Adolphus Roemer, in aedibus B. G. Teubneri Lipsiae MDCCCLXXXXVIII, Liber III Γ. 10. 1410b, 13 – 28, pp. 200 – 201.


METAFORA
La più gran conquista in assoluto è la padronanza della metafora. Si tratta di qualcosa che non può essere appresa dagli altri ed è anche un segno di genialità, giacché una buona metafora implica la percezione intuitiva delle somiglianze tra oggetti dissimili.
(Aristotele)
citato da Jeffrey Satinover ne "Il cervello quantico"


Verso la fine della "Poetica" Aristotele dice che il massimo é diventare maestro del metaforeggiare, il che non si impara da altri ed é segno di genialità, perché una buona metafora implica la percezione intuitiva della somiglianza fra dissimili.
Elémire Zolla, "Discesa all'Ade e resurrezione"



La caratteristica di una mente evoluta è di essere in grado di intrattenere un pensiero senza doverlo per forza fare proprio
Aristotele


Il proverbio è un avanzo dell'antica filosofia, conservatosi fra molte rovine per la sua brevità e opportunità.
Aristotele (384/3 a.C. - 322 a.C.) Filosofo greco

La cultura è un ornamento nella buona sorte, un rifugio nell'avversa
Aristotele

Sbagliare è possibile in molti modi, ma riuscire è possibile in un modo solo. 
Aristotele

La virtù ha a che fare con passioni ed azioni, nelle quali si esagera per eccesso e difetto, mentre il mezzo costituisce la rettitudine.
Aristotele



La filosofia è la scienza che ha per oggetto la verità
Aristotele

Chi per natura non appartiene a se ma ad altri pur essendo uomo, é per natura uno schiavo essendo taluni destinati a comandare ed altri ad obbedire
Aristotele

Chiamiamo libero colui che esiste per se stesso e non per un altro
Aristotele


La filosofia non serve a nulla, dirai; ma sappi che proprio perché priva del legame di servitù è il sapere più nobile.
Aristotele


Il saggio cerca di raggiungere l'assenza di dolore, non il piacere
Aristotele



Non bisogna ricercare la causa in tutte le cose in modo uguale, ma in alcune è sufficiente che venga messo adeguatamente in luce il fatto, come, per esempio, anche nel caso dei principi: il dato di fatto è un che di originario, cioè è un principio. Alcuni dei principi si giunge a vederli per induzione, altri per sensazione, altri mediante una specie di abitudine, altri ancora diversamente. Bisogna, dunque, sforzarsi di tener dietro a ciascun tipo di principio in conformità con la sua natura, e impegnarsi a definirlo adeguatamenteI principi, infatti, hanno un gran peso sugli sviluppi successivi: si ammette comunemente che il principio costituisce più che la metà del tutto, cioè che per suo mezzo diventano chiare molte delle cose che si vanno cercando.
Aristotele


Aristotele. La carne non esiste indipendentemente dalla materia.
“Poiché altro è la grandezza dall’essenza della grandezza e l’acqua dall’essenza dell’acqua (e così per molte altre cose, ma non per tutte: in alcune sono lo stesso), l’anima giudica l’essenza della carne e la carne ο con facoltà differenti ο con la stessa ma altrimenti atteggiata: in realtà la carne non esiste indipendentemente dalla materia, ma, come il camuso*, è una particolare forma in una particolare materia. Quindi mediante la facoltà sensitiva giudica il caldo e il freddo e le qualità di cui la carne costituisce in qualche modo una proporzione, ma la quiddità della carne la giudica con un’altra facoltà, separata da quella sensitiva ο che ad essa si riporta come la linea curva si riporta a se stessa, quand’è drizzata.
*II camuso è la concavità nel naso, κοιλότης ἐν ῤινί, e dunque stretta unione di forma e materia. Cfr. BONITZ, ‹Ind. Ar.› 680 a 40. ”
ARISTOTELE (384 a.C. – 322 a.C.), “Dell’anima”, trad. di Renato Laurenti, in ID., “Opere”, Mondadori, Milano 2008 (su licenza di Laterza, Roma-Bari 2007 (VIII ed., I ed. 1973), 2 voll., vol. I, Libro III (Γ), 4, 429b, pp. 500 – 501.


Il principio di tutte le cose.
"La maggior parte di coloro che primi filosofarono pensarono che PRINCÍPI DI TUTTE LE COSE fossero solo quelli MATERIALI. Infatti essi affermano che CIÒ DI CUI TUTTI GLI ESSERI SONO COSTITUITI e ciò da cui derivano originariamente e in cui si risolvono da ultimo, è ELEMENTO ED È PRINCIPIO DEGLI ESSERI, in quanto È UNA REALTÀ CHE PERMANE IDENTICA pur nel trasmutarsi delle sue affezioni. E, per questa ragione, essi CREDONO CHE NULLA SI GENERI E CHE NULLA SI DISTRUGGA, dal momento che una TALE REALTA' SI CONSERVA SEMPRE. E come non diciamo che SOCRATE si genera in senso assoluto quando diviene bello o musico, né diciamo che perisce quando perde questi modi di essere, per il fatto che il sostrato – ossia Socrate stesso – continua ad esistere, cosí dobbiamo dire che NON SI CORROMPE, in senso assoluto, nessuna delle altre cose: infatti deve esserci qualche REALTÀ NATURALE (o una sola o piú di una) DALLA QUALE DERIVANO TUTTE LE ALTRE COSE, MENTRE ESSA CONTINUA AD ESISTERE IMMUTATA. Tuttavia, QUESTI FILOSOFI NON SONO TUTTI D’ACCORDO CIRCA IL NUMERO E LA SPECIE DI UN TALE PRINCIPIO. TALETE, iniziatore di questo tipo di filosofia, dice che quel PRINCIPIO È L’ACQUA (per questo afferma anche che la Terra galleggia sull’acqua), desumendo indubbiamente questa sua convinzione dalla constatazione che il NUTRIMENTO DI TUTTE LE COSE È UMIDO, e che perfino il caldo si genera dall’umido e vive nell’umido. Ora, CIÒ DA CUI TUTTE LE COSE SI GENERANO è, appunto, il PRINCIPIO DI TUTTO. Egli desunse dunque questa convinzione da questo fatto e dal fatto che I SEMI DI TUTTE LE COSE HANNO UNA NATURA UMIDA e l’acqua è il principio della natura delle cose umide".
Aristotele, Metafisica 983 b


Aristotele. Il vero non è nelle cose ma solo nel pensiero.
Per quanto concerne l’essere come vero ed il non-essere come falso, dobbiamo dire che essi riguardano la connessione e la divisione di nozioni e l’uno e l’altro insieme abbracciano le due parti della contraddizione. Il vero è l’affermazione di ciò che è realmente congiunto e la negazione di ciò che è realmente diviso; il falso è, invece, la contraddizione di questa affermazione e di questa negazione. In quale modo, poi, avvenga che noi pensiamo cose unite o separate, e unite in modo da formare non una semplice consecuzione, ma qualcosa di veramente unitario è questione che esula da quella che stiamo trattando. Infatti, il vero ed il falso non sono nelle cose (quasi che il bene fosse il vero e il male fosse senz’altro il falso), ma solo nel pensiero; anzi, per quanto concerne gli esseri semplici e le essenze, non sono neppure nel pensiero.
ARISTOTELE (384 a.C. – 322 a.C.), “Metafisica”, introd., trad., note e apparati di Giovanni Reale, app. bibliografica di Roberto Radice, Rusconi, Milano 1993, libro E (sesto), 4, 1027 b, p. 281.

τὸ δὲ ὡς ἀληθὲς ὄν, καὶ μὴ ὂν ὡς ψεῦδος, ἐπειδὴ παρὰ σύνθεσίν ἐστι καὶ διαίρεσιν, τὸ δὲ σύνολον περὶ μερισμὸν ἀντιφάσεως (τὸ μὲν γὰρ ἀληθὲς τὴν κατάφασιν ἐπὶ τῷ συγκειμένῳ ἔχει τὴν δ’ἀπόφασιν ἐπὶ τῷ διῃρημένῳ, τὸ δὲ ψεῦδος τούτου τοῦ μερισμοῦ τὴν ἀντίφασιν• πῶς δὲ τὸ ἅμα ἢ τὸ χωρὶς νοεῖν συμβαίνει, ἄλλος λόγος, λέγω δὲ τὸ ἅμα καὶ τὸ χωρὶς ὥστε μὴ τὸ ἐφεξῆς ἀλλ' ἕν τι γίγνεσθαι)• οὐ γάρ ἐστι τὸ ψεῦδος καὶ τὸ ἀληθὲς ἐν τοῖς πράγμασιν, οἷον τὸ μὲν ἀγαθὸν ἀληθὲς τὸ δὲ κακὸν εὐθὺς ψεῦδος, ἀλλ' ἐν διανοίᾳ, περὶ δὲ τὰ ἁπλᾶ καὶ τὰ τί ἐστιν οὐδ’ἐν διανοίᾳ.
ΑΡΙΣΤΟΤΕΛΟΥΣ “Τὰ μετὰ τὰ φυσικά”, E, 4, 1027 b, 18 – 28, in op. cit., p. 280.

Aristotele. Naumachie necessarie.
“Che ciò che è sia, quando è, e che ciò che non è non sia, quando non è, risulta certo necessario; non è però necessario, che tutto ciò che è sia, né che tutto ciò che non è non sia. In effetti, l’essere per necessità di tutto ciò che è, quando è, non equivale all’essere per necessità, assolutamente, di tutto ciò che è. Similmente si dica per ciò che non è. Del pari, lo stesso discorso vale per i giudizi contraddittori in proposito. Certo, per necessità ogni oggetto è o non è, come pure, sarà o non sarà, ma non è davvero necessario dire una delle due cose, separata dall’altra. Con ciò intendo dire, ad esempio, che necessariamente domani vi sarà una battaglia navale, oppure non vi sarà, ma che non è tuttavia necessario che domani vi sia una battaglia navale, né d’altra parte è necessario che domani non vi sia una battaglia navale. Ciò che invece risulta necessario, è che domani avvenga o non avvenga una battaglia navale. Di conseguenza, dal momento che i discorsi sono veri analogamente a come lo sono gli oggetti, è chiaro che a proposito di tutti gli oggetti, costituiti così da accadere indifferentemente in due modi, secondo delle possibilità contrarie, anche la contraddizione si comporterà necessariamente in maniera simile.”
 ARISTOTELE (384 a.C. – 322 a.C.), “ Dell’espressione”, in ARISTOTELE, “ Organon “, a cura e trad. it. di Giorgio Colli, Adelphi, Milano 2003, capitolo nono, 19a pp. 68 – 69.



Aristotele. Misteri di Eleusi. Non imparare ma subire un’emozione.
“Come sostiene Aristotele, che gli iniziati non devono imparare qualcosa, bensì subire un’emozione ed essere in un certo stato, evidentemente dopo di essere divenuti capaci di ciò.
… ciò che appartiene all’insegnamento e ciò che appartiene all’iniziazione. La prima cosa invero giunge agli uomini attraverso l’udito, la seconda invece quando la capacità intuitiva stessa subisce la folgorazione: il che appunto fu chiamato misterico da Aristotele, e simile alle iniziazioni di Eleusi (in queste difatti l’iniziato risultava modellato rispetto alle visioni, ma non riceveva un insegnamento).”
ARISTOTELE (384 a.C. – 322 a.C.) “Sulla filosofia”, in GIORGIO COLLI (1917 – 1979), “La sapienza greca”, Adelphi, Milano 1977 – 1982, 3 voll., vol. I (1981 IIIed., I ed. 1977), ‘Eleusinia’, fr. 15, 3 [A 21] a – b, pp. 107 – 109.




Aristotele. Il moto dei corpi celesti non produce armonia.
“ L’affermare che il moto dei corpi celesti produce un’armonia, in quanto i loro suoni generano un accordo, è sì affermazione mirabile ed ingegnosa, ma la verità non è in questo modo. Vi sono infatti alcuni che ritengono che il moto di corpi di tale grandezza debba necessariamente produrre un suono, dal momento che questo accade anche con i corpi che ci circondano, i quali né hanno mole pari a quelli né si muovono con egual velocità; e il sole e la luna, e poi le stelle, che sono in tal numero, e di tal grandezza, e si muovono con un moto di tale velocità, è impossibile, dicono, che non producano un suono d’intensità straordinaria.
Da queste premesse, e assumendo inoltre che le velocità, in virtù delle distanze fra i vari astri, hanno rapporto di accordi consonanti, essi affermano che il suono prodotto dal moto circolare degli astri è armonico. Ma parendo assurdo che di questo suono non s’abbia anche noi percezione, causa di ciò dicono essere il fatto che questo suono ci accompagna già fin dalla nascita, per modo che esso non si lascia distinguere nel contrasto col silenziosolo contrapposti infatti suono e silenzio si lasciano distinguere. Per modo che, come i fabbri per effetto dell’assuefazione non rilevano più nessuna differenza fra suono e silenzio, il medesimo accadrebbe anche a noi uomini.”
ARISTOTELE (384/383 – 322 a.C.), “Del cielo”, trad. di Oddone Longo (Laterza, Bari 1973, I ed.), in “Aristotele”, introduzione di Gabriele Giannantoni, Mondadori (su licenza di Laterza, Roma-Bari), Milano 2008 (I ed.), 2 voll., vol. I, Libro II (B), 9., 290b, 13 – 29, pp. 357 – 358.
















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