lunedì 19 marzo 2012

Salvador Dalì. Gli errori hanno quasi sempre una natura sacra. Non cercare di correggerli. Al contrario: razionalizzali, comprendili totalmente. Dopodiché, sarà possibile per te sublimarli

Gli errori hanno quasi sempre una natura sacra. Non cercare di correggerli.
Al contrario: razionalizzali, comprendili totalmente. Dopodiché, sarà possibile per te sublimarli.
Salvador Dalì


Così lei mi levò l’abitudine a delinquere e guarì la mia follia. Grazie! Voglio amarti!
Volevo sposarla. I miei sintomi isterici scomparvero uno dopo l’altro come per magia.
Fui nuovamente padrone della mia risata, del mio sorriso, della mia mimica.
Al centro del mio spirito crebbe una nuova forma di salute, fresca come un bocciolo di rosa.
Salvador Dalì


A sei anni volevo diventare cuoco. A sette anni volevo essere Napoleone.
Ma l'età della ragione mi ha insegnato che non c'era ambizione più alta del diventar Dalì.
Salvador Dali - "La Droga sono Io"

Dipingere non è mai difficile. O è facile o è impossibile.
Salvador Dalí

Le nostre parole più profonde vanno dette nei momenti più semplici della giornata non in fin di vita.
Salvador Dalì


"Non sono io il pagliaccio, ma lo è questa società mostruosamente cinica e così ingenuamente incosciente che gioca a fingere di essere seria per meglio nascondere la propria follia."
Salvador Dalì

"Mi porto sempre dietro un prezioso apparecchio con il quale realizzo la maggior parte dei miei dipinti. Somiglia più a un minuscolo e fragile apparecchio Tv a colori che a uno spaventoso, sgradevole e meccanico apparecchio fotografico. Ma la cosa più stupefacente è che è interamente molle! Sì, un occhio!" 
Salvador Dalì


Invece di rendermi duro, come la vita in realtà aveva progettato, Gala riuscì a costruirmi un guscio che proteggeva la sensibile nudità del paguro bernardo che vi era insediato, cioè io stesso, sicché mentre io esternamente acquistavo sempre più l'aspetto di una fortezza internamente potevo continuare a invecchiare molle, ipermolle. E il giorno in cui decisi di dipingere orologi li dipinsi molli. Accadde una sera che mi sentivo stanco e avevo un leggero mal di testa, il che mi succede alquanto raramente. Volevamo andare al cinema con alcuni amici e invece, all'ultimo momento, io decisi di rimanere a casa. Gala però uscì ugualmente mentre io pensavo di andare subito a letto. A completamento della cena avevamo mangiato un Camembert molto forte e, dopo che tutti se ne furono andati, io rimasi ancora a lungo seduto a tavola, a meditare sul problema filosofico della "ipermollezza" di quel formaggio. Mi alzai, andai nel mio atelier e, com'è mia abitudine, accesi la luce per gettare un ultimo sguardo sul dipinto su cui stavo lavorando. Il quadro rappresentava una vista del paesaggio di Port Lligat. Sapevo che l'atmosfera che mi era riuscito di creare in quel quadro doveva servirmi come sfondo ad un'idea ma non sapevo ancora minimamente quale sarebbe stata. Stavo già per spegnere la luce quando, d'un tratto, 'vidi' la soluzione. Vidi due orologi molli uno dei quali pendeva miserevolmente dal ramo dell'ulivo. Nonostante il mal di testa fosse ora tanto intenso da tormentarmi, preparai febbrilmente la tavolozza e mi misi a lavoro. Quando, due ore dopo, Gala tornò dal cinema, il quadro, che sarebbe diventato uno dei miei più famosi, era terminato.
Salvador Dalì


Salvador Dalì porta a spasso il suo formichiere a Parigi.
La foto fu pubblicata sul Paris-Match del 26 luglio 1969 e fu scattata da Patrice Habans.
La didascalia che accompagnava la foto recitava:
"Salvador Dalì che esce dal sottosuolo del subcosciente tenendo al guinzaglio un formichiere gigante romantico, l'animale che André Breton aveva scelto come ex-libris", cioè come timbro da apporre sui propri libri per indicarne il proprietario. Breton, un surrealista amico di Dalì, paragonava le tentazioni che insidiano l'animo umano a "ciò che la lingua del formichiere offre alla formica". Questo animale fu molto significativo anche per il pittore spagnolo, tanto che lo ritrasse in forma stilizzata nel celebre quadro "Il grande masturbatore".
Grazie a Jennifer Courson Guerra per foto e didascalia!



"Persistenza della Memoria" (1931)

Salvador Dalì e Gala: un amore surreale
di Laura Corchia

“Grazie Gala! E’ per merito tuo che sono un pittore. 
Senza di te non avrei creduto ai miei doni.”
(Salvador Dalì)

Parigi, 1929. Due strade si incrociarono, due anime si incontrarono e decisero di vivere il resto della vita in simbiosi, animate da un amore che ardeva come un fuoco sacro.
Salvador Dalì era in città per presentare il suo film Un chien andalou, realizzato insieme a Luis Buñuel. In quell’occasione gli venne presentato il poeta Paul Eluard, marito di Gala.
Gala-and-Salvador-Dalí-c.-1933

Dalì invitò il gruppo a trascorrere l’estate nella sua casa di Cadaqués e, una volta incrociato lo sguardo di lei, ne rimase quasi folgorato.

Così lei mi levò l’abitudine a delinquere e guarì la mia follia. Grazie! Voglio amarti! Volevo sposarla. I miei sintomi isterici scomparvero uno dopo l’altro come per magia. Fui nuovamente padrone della mia risata, del mio sorriso, della mia mimica. Al centro del mio spirito crebbe una nuova forma di salute, fresca come un bocciolo di rosa.”

Lei non era bella. I tratti arcigni del suo volto erano mitigati da un fascino irresistibile, una specie di calamita per l’eccentrico artista.

Lasciato Eluard, Gala divenne, moglie, amante, madre e musa. Lui invece fu compagno devoto, amico e servo. “Amo Gala più di mia madre, più di mio padre, più di Picasso e perfino più del denaro […] Poteva essere la mia Gradiva (colei che avanza), la mia vittoria, la mia donna. Ma perché questo fosse possibile, bisognava che mi guarisse. Lei mi guarì, grazie alla potenza indomabile e insondabile del suo amore: la profondità di pensiero e la destrezza pratica di questo amore surclassarono i più ambiziosi metodi psicanalitici”.

Helena Diakonova, nota come Gala, era di origini russe. Colta, raffinata e sicura, portò Dalì a raggiungere una sorta di equilibrio mentale. Con lei accanto, si senti libero di esprimere la sua personalità e la sua vena artistica. “Se Gala diventasse piccola come un’oliva, io vorrei mangiarla”, raccontò l’artista in un’intervista, “L’unica maniera di conoscere l’oggetto è quella di mangiarlo. È per questo che la religione cattolica è la più perfetta che sia mai esistita, poiché pratica la cerimonia liturgica del mangiare Dio, vivo”. Gala come Dio, in un’equivalenza perfetta. E ancora, in un’altra intervista: “Io non ho mai fatto l’amore con nessun’altra a parte Gala. Sono molto cattolico e credo che si debba fare l’amore con la compagna legittima. Nella mia vita ciò che amo di più sono la liturgia e il sacro”.

Al di là dell’enfasi mistica, Gala esercitava su Dalì un forte dominio e lui ne fu completamente sottomesso, definendola il suo sosia, il suo doppio, il suo gemello.

Nel 1972 le regalò un castello a Púbol che, dopo la morte dell’amata, divenne per lui una sorta di prigione dorata, un luogo dove attendere la morte, intesa come unico modo per poterla raggiungere. E la morte inesorabile arrivò dopo una lunga depressione. Era il 1989.

RIPRODUZIONE RISERVATA
http://restaurars.altervista.org/salvador-dali-e-gala-un-amore-surreale/




Un pò come diceva Oscar Wilde.. "Sii te stesso, tutti gli altri sono già occupati".




è una vita che cerco di correggerli ma più ne penso e più ne commetto...chi non li comprende non ne è degno...





Ma diventare per compiacere o compiacersi? Io preferisco essere nulla agli occhi degli altri, quel nulla che diventa nessuna aspettativa, nessun bisogno di recita sull'assurdo palcoscenico della vita
Un modo come un altro per diluire l'amarezza della vita in un salvifico vaffa...



credo che sia più giusto dire..io mi piaccio..nonostante..e in " quel " nonostante che c'è la droga.. si...




Rosa, dunque un accettare compromessi?




no nessuno forza nessuno.. manco il dottore..ognuno per la sua.. nessun compromesso.. se non mi piaci e ritengo che non sei vero..cambio strada.. tutto qui...


Interessante, in pratica una forma di egoismo baricentrico e capace di una forza e centripeta per attirare e centrifuga per allontanare. Il limite,tuttavia, è la necessità, per funzionare, della presenza di un altro, un secondo che è oltre me e proprio perchè tale, un limite e un ostacolo al mio divenire. Non so, ma se i samana indiani preferiscono la solitudine delle montagne per il loro percorso di realizzazione, allora la massa, sia anche uno solo, è un limite perchè costringe ad interpretare una parte, a diventare questo o quello ma mai me stesso.




E, ricollegandomi al ragionamento di Dalì, se sottotraccia penso che "io esisto, ma per esistere ho bisogno degli altri perchè è in loro che riconosco me stesso come vivente", beh, poveretto, ritorno al preferire la condizione del nulla di fronte al mondo. Sono i poveri di cuore che, a mio avviso, ragionano in questo modo:esistono sino a quando le luci sono accese e la giostra ha clienti che fanno il loro giro o attendono il loro turno









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