martedì 17 gennaio 2012

Michel de Montaigne. Un uomo che teme di soffrire soffre già di quello che teme.

Nel 1581 Montaigne lascia il suo castello e si avventura in Italia. Osserva e annota:
“Il mio piano è scomponibile in qualsiasi punto; non è fondato su grandi speranze; ogni giornata ne costituisce il termine".
Montaigne


Chi fonda il suo argomento su toni minacciosi e perentori mostra di avere ben deboli ragioni.
Michel de Montaigne


Fui toccato una volta da un dolore profondo....mi ci sarei forse perduto se mi fossi semplicemente fidato delle mie forze. Avendo bisogno di una violenta diversione per distrarmene, mi feci amoroso con arte e studio...Per ogni altra cosa è lo stesso : un acerbo pensiero mi occupa: trovo più spiccio cambiarlo che domarlo ; gliene sostituisco, se non posso uno contrario, almeno uno diverso. La variazione solleva sempre, dissolve e dissipa. Se non posso combatterlo, gli sfuggo, e sfuggendolo scantono, gioco d'astuzia ; mutando luogo, occupazione , compagnia, mi salvo nella moltitudine di altre faccende e pensieri, dove esso perde la mia traccia e mi smarrisce.
La natura procede così grazie al beneficio dell'incostanza : poiché il tempo, che essa ci ha dato come sovrano medico delle nostre passioni, raggiunge il suo scopo soprattutto in questo modo : fornendo sempre altre occupazioni alla nostra immaginazione, scioglie e corrode quel primo sentimento, per forte che sia.
Montaigne, saggi


Ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l’esempio e l’idea delle opinioni e egli usi del paese in cui siamo. Ivi è sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l’uso perfetto e compiuto di ogni cosa. Essi sono selvaggi allo stesso modo che noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da sé nel suo naturale sviluppo: laddove, in verità, sono quelli che col nostro artificio abbiamo alterati e distorti dall’ordine generale che dovremmo piuttosto chiamare selvatici».
Michel de Montaigne, Saggi, I, XXXI (Des Cannibales)



Saper godere del nostro essere così com'è è una forma di perfezione assoluta, e quasi divina.
Noi cerchiamo condizioni diverse perché non siamo capaci di far buon uso della nostra, e usciamo fuori di noi perché non sappiamo vedere quel che c'è dentro. Se pure saliamo sui trampoli, dovremo comunque camminare con le nostre gambe. E anche sul più alto trono del mondo saremo sempre seduti sul nostro culo. (...)
Michel de Montaigne


"Capita alle persone veramente sapienti quello che capita alle spighe di grano:
si levano e alzano la testa dritta e fiera finché sono vuote,
ma quando sono piene di chicchi cominciano a umiliarsi e ad abbassare il capo".
Michel de Montaigne


"la vera solitudine si può godere anche nelle città e nelle corti dei re;
ma la si gode meglio stando appartati...
Bisogna aver donne, figli, beni e soprattutto salute, se si può;
ma non bisogna attaccarvisi in modo che la nostra felicità ne dipenda:
bisogna riservarsi un dietrobottega tutto proprio, tutto indipendente,
in cui possa riporsi la nostra vera libertà e il nostro principale e solitario rifugio".
Michel de Montaigne,  Essais (I,38)



E’ una perfezione assoluta, e quasi divina, saper godere lealmente del proprio essere.
Noi cerchiamo altre condizioni perché non comprendiamo l’uso delle nostre, e usciamo fuori di noi perché non sappiamo cosa c’è dentro. Così, abbiamo un bel camminare sui trampoli, ma anche sui trampoli bisogna camminare con le nostre gambe. E anche sul più alto trono del mondo non siamo seduti che sul nostro culo.
Michel de Montaigne, “Saggi”


Le leggi mantengono il loro credito non perché sono giuste, ma perché sono leggi.
E' il fondamento mistico della loro autorità; non ne hanno altri. Sono fatte spesso da gente sciocca, più spesso da persone che, per odio dell'uguaglianza, mancano di equità, in ogni caso sempre da uomini, autori vani e incerti. Non c'è nulla di così gravemente, largamente e frequentemente fallace come le leggi. Chiunque obbedisce loro perchè sono giuste, non obbedisce loro giustamente come deve"
Michel de Montaigne





Il 28 febbraio 1533 nasce a Château de Montaigne, nei pressi di Bordeaux, Francia, Michel Eyquem de ‪‎Montaigne‬.
Filosofo e scrittore francese, i suoi ‪Essais‬ daranno il nome a nuova forma letteraria.
(Michel de Montaigne, anonimo, XVI secolo)





"hos natura modos primum dedit"
... [= in principio la natura insegnò (all'uomo) questi modi].
Citazione con la quale Montaigne descrive, in modo tanto efficace quanto laconico, come visse secondo lui l'essere umano dagli albori della sua comparsa e per un lunghissimo periodo temporale; "more ferarum", cioè secondo il comportamento delle fiere. Fino a quando, cioè, l'essere umano non si autoregolamentò con il diritto positivo. La prende in prestito dalle "Georgiche" di Virgilio. Magnifica citazione, che eterna in modo lapidario il pensiero del grande pensatore francese sull'argomento.



Esteve Castells Flores  

Si dice che la balena non avanzi mai senza avere davanti a sé un pesciolino simile al ghiozzo di mare,che per questo si chiama la guida; la balena lo segue, lasciandosi condurre e girare facilmente come il timone fa girare la nave; e, in ricompensa, mentre ogni altra cosa, sia bestia o vascello, che entra nell'orribile caos della bocca di quel mostro è immediatamente perduta e inghiottita, questo pesciolino vi si ritira in piena sicurezza e vi dorme, e durante il suo sonno la balena non si muove; ma appena quello esce, essa si mette a seguirlo senza sosta; e se, per caso, se ne discosta, va errando qua e là, e spesso urtando contro gli scogli,come un bastimento senza timone; e questo Plutarco assicura di aver visto nell'isola di Anticira........(Apologia di Raymond Sebond) ......
Michel de ‪‎Montaigne‬



Michel Eyquem de Montaigne. Per cogliere la verità cinque sensi non bastano.
“Non c’è senso che non abbia un grande dominio, e non arrechi per suo mezzo un numero infinito di cognizioni. Se ci mancasse l’intelligenza dei suoni, dell’armonia e della voce, questo porterebbe una confusione inconcepibile in tutto il resto della nostra conoscenza. Di fatto, oltre a ciò che è legato all’azione propria di ciascun senso, quanti argomenti, conseguenze e conclusioni traiamo per le altre dal confronto di un senso con l’altro! CHE UN UOMO INTELLIGENTE IMMAGINI LA NATURA CREATA IN ORIGINE SENZA LA VISTA, E CONSIDERI QUANTA IGNORANZA E CONFUSIONE GLI PORTEREBBE UN TALE DIFETTO, QUANTE TENEBRE E CECITÀ NELLA NOSTRA ANIMA: si vedrà così quale importanza abbia per noi, per la conoscenza della verità, la privazione di tal senso, o di due, o di tre, se si ha in noi. NOI ABBIAMO FOGGIATO UNA VERITÀ CON IL CONSIGLIO DEI NOSTRI CINQUE SENSI: MA FORSE ERA NECESSARIO L’ACCORDO DI OTTO O DIECI SENSI E IL LORO CONTRIBUTO PER PERCEPIRLA CON CERTEZZA E NELLA SUA ESSENZA.”
MICHEL EYQUEM de MONTAIGNE (1553 – 1592), “Saggi” (1580), a cura, trad. e appendici di Fausta Garavini, con un saggio di Sergio Solmi, Adelphi, Milano 1992 (I ed. 1966), 2 voll., vol. I, Libro II, Capitolo XII ‘Apologia di Raymond Sebond’, p. 785.

“ Il n’y à sens, qui n’ait vne grande domination, & qui n’apporte par son moyen vn nombre infiny de cõnoissances. Si nous avions à dire l’intelligẽce des sons, de l’harmonie & de la voix, cela apporteroit vne confusion inimaginable à tout le reste de nostre science. Car outre ce, qui est attaché au propre effeƈt de chasque sens, cõbien d’argumeés, de cõsequences, & de conclusions tirõs nous aux autres choses par la comparaison de l’vn sens à l’autre? Qu’vn homme entendu imagine l’humaine nature produiƈte originellement sans la veue, & discoure combien d’ignorance & de trouble luy apporteroit vn tel defaut, combien de tenebres et d’aueuglement en nostre ame: on verra par là combien nous importe, à la cognoissance de la verité, la priuation d’vn autre tel sens, ou de deux, ou de trois, si elle est en nous. Nous auõs formé vne verité par la consultation & concurrence de nos cinq sens: mais à l’aduanture falloit-il l’accord de huiƈt où de dix sens, & leur contribution pour l’apperceuoir certainement & en son essence.”

MICHEL EYQUEM de MONTAIGNE, “Les Essais”, P. Villey et Saulnier, Verdun 1595 (I ed. S. Millanges, Bourdeaus 1580), Livre II, Chapitre 12 ‘Apologie de Raimond Sebond’, p. 244.




Se ci soffermassimo qualche volta a considerare noi stessi, e se il tempo che impieghiamo a osservare gli altri e a conoscere le cose che sono al di fuori di noi, lo spendessimo a sondare noi stessi, vedremmo facilmente come tutto questo nostro edificio sia costruito di parti deboli e imperfette. Non è forse una singolare prova d’imperfezione che noi non possiamo trovare soddisfazione in alcuna cosa, e che, per effetto del desiderio stesso e dell’immaginazione, non sia in nostro potere scegliere quello che più ci occorre? Di ciò fornisce buona prova la gran disputa che c’è sempre stata fra i filosofi per trovare il bene supremo dell’uomo, disputa che dura ancora e durerà eternamente, senza soluzione e senza accordo.
Michel Eyquem de Montaigne, Saggi



Un uomo che teme di soffrire soffre già di quello che teme
Michel Montaigne


A chi mi domanda ragione dei miei viaggi, solitamente rispondo
che so bene quel che fuggo, ma non quel che cerco.
Michel Montaigne


L'abitudine nasconde il vero aspetto delle cose
Michel de Montaigne


La cosa più importante al mondo è saper essere autosufficiente
Michel de Montaigne


L’uomo è davvero insensato:
non saprebbe fare un pidocchio e fabbrica dèi a dozzine.
Michel de Montaigne


Capita alle persone veramente sapienti come alle spighe di grano, che finché sono vuote si alzano diritte e fiere, ma appena sono piene di chicchi, cominciano a umiliarsi e ad abbassar la testa.
Michel Montaigne


I giochi dei bambini non sono giochi,
e bisogna considerarli come le loro azioni più serie.
Michel Eyquem de Montaigne


C'è un'ignoranza da analfabeti e un'ignoranza da dottori
Michel de Montaigne


«Non sono stato io a fare il mio libro più che esso abbia fatto me».
Montaigne, Saggi, capitolo Del mentire


Quelli che abitualmente finiamo per considerare amici e amicizie in effetti sono soltanto conoscenze e buoni rapporti annodati per qualche circostanza o beneficio: sono questi che hanno collegato anime diverse. Nella vera amicizia, quella che intendo io, le anime si mescolano, si intrecciano, si confondono l’una con l’altra in un legame così stretto da annullare e far dimenticare la connessione che le ha unite. Se qualcuno volesse farmi dire perchè volevo bene a un amico, sento che potrei solo rispondere: perchè era lui, perchè ero io.
Michel de Montaigne


Nel capitolo Apologia di Raymond Sebond, scriveva:
"PLINIO DICE CHE CI SONO NELLE INDIE CERTE LEPRI MARINE [PROBABILMENTE MOLLUSCHI GASTEROPODI - NDR] CHE PER NOI SONO VELENO, E NOI LO SIAMO PER ESSE. IN MANIERA CHE COL SOLO TOCCARLE LE UCCIDIAMO: CHI SARÀ VERAMENTE VELENO, L'UOMO O IL PESCE? * "
Montaigne


Possiamo anche dire che gli elefanti hanno qualche cognizione di religione, poiché dopo molte abluzioni e purificazioni li vediamo, levando la proboscide come fosse un braccio, e tenendo gli occhi fissi verso il sol levante, rimanere a lungo in meditazione e contemplazione a certe ore del giorno, di loro proprio impulso, senza istruzione e senza precetto. 
Montaigne, Saggi (II, XII; 1994, p. 501)


Non prendo mai una bestia viva a cui non ridia la libertà. Pitagora le comprava dai pescatori e dai cacciatori per fare altrettanto [...]. Le nature sanguinarie nei riguardi delle bestie rivelano una naturale inclinazione alla crudeltà.
Montaigne, Saggi  (II, XI; 1994, p. 481)


Gli Agrigentini avevano in uso di seppellire con tutte le regole le bestie che avevano avuto care, come i cavalli di qualche raro merito, i cani e gli uccelli utili; o ancora che avevano servito di passatempo ai loro figli. E la magnificenza che era loro abituale in tutte le altre cose, si manifestava singolarmente anche nella sontuosità e nel numero dei monumenti innalzati a questo scopo, che hanno continuato a far mostra di sé per molti secoli dopo.
Montaigne, Saggi  (II, XI; 1994, pp. 483-484)




Quando mi trastullo con la mia gatta, chi sa se essa non faccia di me il proprio passatempo più di quanto io faccia con lei? Platone, nella sua descrizione dell'età dell'oro sotto Saturno, annovera fra i principali vantaggi dell'uomo di allora la possibilità che egli aveva di comunicare con le bestie, e informandosi e imparando da loro, conosceva le vere qualità e differenze di ciascuna di esse; in tal modo egli acquistava un'estrema perspicacia e saggezza mediante cui conduceva una vita di gran lunga più felice di quanto noi sapremmo fare. 
Montaigne, Saggi  (II, XII; 1994, pp. 484-485)





Quella dei dottori é più pericolosa perché suggestiva, seduttiva e ..a volte anche prescrittiva, per chi si lascia suggestionare dalle etichette.




Il solo intellettuale degno di tale definizione è colui capace di spiegare astrusi concetti con semplici parole anche ad un bambino di due anni. Tutti gli altri sono mediocri conoscitori di sterili nozioni.




L'ignoranza dei dottori è terribile, quella degli analfabeti è solo non conoscenza



Michel Eyquem de Montaigne. I medici rendono malata la salute.
“Nella medicina io onoro, certo, quel nome glorioso, il suo proposito, la sua promessa così utile al genere umano. Ma quello che esso designa fra noi non l’onoro né lo stimo. 
In primo luogo, l’esperienza me lo fa temere: di fatto, da quel che conosco, non vedo alcuna specie di persone così presto malata e così tardi guarita come quella che è sotto la giurisdizione della medicina. La loro stessa salute è alterata e corrotta dalla costrizione delle diete. I medici non si accontentano di avere il governo della malattia, rendono malata la salute, per impedire che uno possa mai sfuggire alla loro autorità. Da una salute solida e integra non traggono forse argomento di una gran malattia futura? Io sono stato ammalato abbastanza spesso: ho trovato, senza il loro soccorso, le mie malattie così lievi a sopportare (e ne ho provato quasi di tutte le specie) e così brevi come nessun altro; e nondimeno non vi ho affatto mescolato l’amarezza delle loro prescrizioni. La salute l’ho libera e intera, senza regole e senz’altra disciplina che quella delle mie abitudini e del mio piacere. Ogni luogo mi è buono per fermarmi, poiché non mi abbisognano altre comodità, se sono malato, di quelle che mi abbisognano quando sono sano. Non mi tormento perché sono senza medico, senza speziale e senza soccorso: mentre vedo che la maggior parte ne sono più afflitti che non dal male. E che? Forse che essi ci fanno vedere nella loro vita una prosperità e una durata che possa darci testimonianza di qualche risultato evidente della loro scienza?”
MICHEL EYQUEM de MONTAIGNE (1533 – 1592), “Saggi” (I ed. 1580, IV, ‘Esemplare di Bordeaux’, 1588), a cura, prefazione e trad., riveduta e corretta, di Fausta Garavini sull’edizione critica dell’esemplare di Bordeaux stabilita da André Tournon (introduzione), Bompiani, Milano 2012 (I ed.), Libro II, Capitolo XXXVII ‘Della rassomiglianza dei figli ai padri’, pp. 1415 e 1417.



La necessità mette insieme gli uomini e li riunisce.
Michel Eyquem de Montaigne.

- La necessità mette insieme gli uomini e li riunisce -
“ Non so adattarmi ai costumi attuali del nostro Stato.
Mi consolerei facilmente di questa corruzione in considerazione dell’interesse pubblico,

‹peioraque sæcula ferri
Temporibus, quorum sceleri non invenit ipsa
Nomen, et a nullo posuit natura metallo› *,
* secoli peggiori dell’età del ferro,
per la cui scelleratezza la natura medesima
non ha trovato un nome né un metallo per designarli


ma del mio, no. Ne soffro troppo personalmente.
Di fatto dalle mie parti siamo ormai, per la lunga licenza di queste guerre civili, invecchiati in una forma di Stato così dissoluta,

‹Quippe ubi fas versum atque nefas› **,
** Dove il giusto e l’ingiusto sono invertiti


che in verità è un miracolo che possa mantenersi:
‹Armati terram exercent, semperque recentes
Convectare iuvat prædas et vivere rapto› ***.
*** Lavorano la terra armati, e sempre si rallegrano di far nuove prede e di vivere di rapine


Infine, vedo dal nostro esempio che la società degli uomini si regge e si tiene unita a qualsiasi costo. In qualsiasi condizione siano posti, si rannicchiano e si assestano, muovendosi e ammucchiandosi, come dei corpi male accozzati che vengano insaccati senz’ordine trovano da soli il modo di aggiustarsi e prender posto gli uni fra gli altri, spesso meglio di come l’arte avrebbe saputo disporli. Il re Filippo raccolse una massa di uomini, i più malvagi e incorreggibili che poté trovare, e li riunì tutti in una città che fece costruire per loro, e che portava il loro nome. Credo che essi creassero, con gli stessi vizi, un’orditura politica fra di loro e una comoda e giusta società. Vedo non un’azione, o tre, o, cento, ma costumi generalmente praticati e ammessi, così mostruosi, soprattutto per inumanità e slealtà (la peggior specie di vizi, a parer mio), che non mi basta l’animo di concepirli senza orrore; e li ammiro quasi quanto li detesto. La pratica di tali insigni malvagità è indizio di vigore e forza d’animo, quanto di errore e sregolatezza.
La necessità mette insieme gli uomini e li riunisce.
Questa connessione fortuita si trasforma poi in legge. Di fatto ce ne sono state di più selvagge di quanto alcuna mente umana possa concepire, e che tuttavia hanno mantenuto i loro corpi in altrettanta salute e lunghezza di vita quanto saprebbero fare quelle di Platone e di Aristotele. E certo tutte quelle descrizioni di governi, immaginate per arte, risultano ridicole e inadatte a mettersi in pratica. Quelle grandi e lunghe discussioni sulla miglior forma di società e sulle regole più utili per tenerci uniti, sono discussioni convenienti soltanto all’esercizio del nostro spirito: come si trovano nelle arti molti argomenti la cui essenza sta nel dibattito e nella disputa, e non hanno alcuna vita fuori di lì. Tale descrizione di governo sarebbe valida in un mondo nuovo, ma noi prendiamo gli uomini già legati e abituati a certi costumi.”


MICHEL EYQUEM de MONTAIGNE (1533 – 1592), “Saggi” (1580), a cura di Fausta Garavini e André Tournon, trad. di Fausta Garavini riveduta e corretta sull’edizione critica dell’esemplare di Bordeaux (1588) stabilita da André Tournon, prefazione di Fausta Garavini, itroduzione di André Tournon, Bompiani, Milano 2012, Libro III, Capitolo IX ‘Della vanità’, pp. 1773, 1775, 1777.




Montaigne. Tante interpretazioni dissolvono la verità.
“Si prova per esperienza che tante interpretazioni dissolvono la verità e la distruggono. 
Aristotele ha scritto per essere compreso: se non ci è riuscito, uno meno abile e un terzo ci riuscirà ancor meno di colui che tratta un’idea sua propria. Noi spianiamo la materia e la dilatiamo stemperandola. Di un argomento ne facciamo mille. E ricadiamo, moltiplicando e suddividendo, nell’infinità degli atomi di Epicuro. Mai due uomini giudicarono ugualmente una stessa cosa, ed è impossibile vedere due opinioni esattamente simili. Non solo in uomini diversi, ma nello stesso uomo in diversi momenti. Generalmente trovo di che dubitare in ciò che il commento non si è degnato di toccare. Inciampo più facilmente su un terreno piatto: come certi cavalli che conosco, che incappano più spesso su una strada uniforme.
Chi non direbbe che le glosse aumentano i dubbi e l’ignoranza, poiché non si trova alcun libro, sia umano sia divino, del quale il mondo si occupi, la cui interpretazione faccia esaurire la difficoltà? Il centesimo commento lo rinvia al successivo, più spinoso e più scabroso di quanto lo avesse trovato il primo. Quando mai si è convenuto fra noi: «Questo libro ne ha a sufficienza, non c’è ormai più nulla da dire»? Questo si vede meglio nella procedura. Si dà autorità di legge a infiniti dottori, infinite sentenze, e ad altrettante interpretazioni. Tuttavia, troviamo forse una fine al bisogno d’interpretare? Si vede forse qualche progresso e avanzamento verso la tranquillità? Ci occorrono forse meno avvocati e giudici di quando questa massa di diritto era ancora nella sua prima infanzia? Al contrario, oscuriamo e seppelliamo la comprensione. Non la scopriamo più se non attraverso tanti serrami e barriere. Gli uomini disconoscono la malattia naturale del loro spirito. Questo non fa che frugare e indagare e va senza posa girando, architettando, e impastoiandosi nella sua bisogna, come i bachi da seta, e vi si soffoca. ‹Mus in pice›. Crede di scorgere, da lontano, non so quale parvenza di chiarezza e verità immaginaria; ma mentre vi corre, tante difficoltà gli attraversano la strada, tanti impedimenti e nuove ricerche, che lo smarriscono e lo stordiscono.”
MICHEL EYQUEM de MONTAIGNE (1533 – 1592), “Saggi”, a cura di Fausta Garavini e André Tournon, traduzione di Fausta Garavini riveduta e corretta sull’edizione critica dell’esemplare di Bordeaux (1588) stabilita da André Tournon, prefazione di Fausta Garavini, itroduzione di André Tournon, Bompiani, Milano 2012, Libro III, Capitolo XIII ‘Dell’esperienza’, pp. 1985 e 1987.




"Noi sappiamo dire: “Cicerone dice così; questo è il modo di parlare di Platone; queste sono le parole di Aristotele”. Ma noi, cosa diciamo di nostro? Come giudichiamo noi? Cosa facciamo noi stessi?”

Michel de Montaigne: « Nous sçavons dire: Cicero dit ainsi: voilà les meurs de Platon; ce sont les mots mesmes d'Aristote. Mais nous, que disons nous nous mesmes? que jugeons nous? que faisons nous?» Essais I, 25; Du pédantisme (137 A)


"Permettimi di manifestarti un ricordo. Quando studiavo a Parigi, mi piaceva frugare nelle bancarelle dei libri usati, lungo i marciapiedi della Senna, e avevo scoperto un quaderno rilegato in cuoio rosso che non recava traccia di scrittura. Lo comperai per pochi soldi a causa di quei fogli bianchi. Nella prima pagina c'era una iscrizione vergata con accuratissima calligrafia: Pensieri che mi sono venuti. E io mi dico ora, pensando a quel titolo ambizioso: quello sconosciuto doveva aver letto un'opera simile a questa su cui sto riflettendo io. Ha desiderato riformare e fecondare la propria vita. Si è quindi fornito di quel quaderno un po' appariscente che è restato a lungo il simbolo della sua intelligenza e della sua volontà; diciamo, Irene, se me lo permetti, della sua volontà di essere intelligente. Poi, un bel giorno vedendo che nessun pensiero sorgeva in lui nonostante una lodevole applicazione, come altra volta Giuda, ha ceduto alla disperazione ed è andato a vendere il suo libretto di pensieri. I più bei versi sono quelli che non si sono mai scritti. Il nostro pensatore può aver trovato qualche consolazione in una riflessione del genere. Confesso che un foglio tutto bianco ha un non so che di terrificante. I margini mi ispirano di più. E così che Montaigne ha cominciato i suoi Essais. Egli scriveva tra le righe dei suoi libri, fino al giorno in cui ha avuto l'ardire di pensare da solo."
Jean Guitton, Arte nuova di pensare, Roma, 1983, p. 7-8





CONVERSAZIONI DI FILOSOFIA

Michel Eyquem de Montaigne. - Matematica e tonni.
Nel modo di vivere dei tonni si nota una singolare conoscenza di tre parti della matematica.
Quanto all’astrologia, essi l’insegnano all’uomo; infatti si fermano nel luogo dove li sorprende il solstizio d’inverno, e non se ne allontanano fino all’equinozio seguente: ecco perché Aristotele stesso riconosce loro volentieri questa scienza. Quanto alla geometria e all’aritmetica, essi dispongono sempre il loro banco a forma di cubo, quadrato per ogni verso, e ne fanno un corpo di battaglione compatto, chiuso e cinto tutt’intorno, con sei facce tutte uguali; poi nuotano in questa formazione quadrata, larga tanto dietro quanto davanti, sicché chi ne vede e ne conta una fila può facilmente contare tutta la frotta, poiché il numero è uguale tanto in profondità quanto in larghezza, e in larghezza come in lunghezza.”
MICHEL EYQUEM de MONTAIGNE (1533 – 1592), “Saggi”, a cura di Fausta Garavini e André Tournon, traduzione di Fausta Garavini riveduta e corretta sull’edizione critica dell’esemplare di Bordeaux (1588) stabilita da André Tournon, prefazione di Fausta Garavini, introduzione di André Tournon, Bompiani, Milano 2012 (I ed.), Libro II, Capitolo XII ‘Apologia di Raymond Sebond’, p. 863.
“ En la manière de vivre des thons on y remarque une singulière science de trois parties de la Mathématique. Quant à l’Astrologie, ils l’enseignent à l’homme: car ils s’arrêtent au lieu où le solstice d’hiver les surprend, et n’en bougent jusques à l’équinoxe ensuivant: voilà pourquoi Aristote même leur concède volontiers cette science. Quant à la Géométrie et Arithmétique, ils font toujours leur bande de figure cubique, carrée en tous sens, et en dressent un corps de bataillon, solide, clos et environné tout à l’entour, à six faces toutes égales: puis nagent en cette ordonnance carrée, autant large derrière que devant, de façon que qui en voit et compte un rang,a il peut aisément nombrer toute la troupe, d’autant que le nombre de la profondeur est égal à la largeur, et la largeur, à la longueur.”
MICHEL EYQUEM de MONTAIGNE, “Essais”, Livre II, Chapitre XII ‘Apologie de Raymond Sebond’, in op. cit., p. 862.







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