venerdì 7 ottobre 2016

Alessitimia. Eugenio Borgna, Gli italiani sono, in pratica, analfabeti. È un analfabetismo emozionale, che ci impedisce di capire gli altri.

Gli italiani sono, in pratica, analfabeti. È un analfabetismo emozionale, che ci impedisce di capire gli altri.
Eugenio Borgna, nato il 22 luglio 1930




si chiama "alessitimia" e purtroppo colpisce sempre di più i giovani in età scolare...




Perché l'anestesia dei sentimenti è un rischio della nostra civiltà
MASSIMO RECALCATI
OGGI la psicopatologia rubrica sotto la diagnosi di alessitimia la profonda difficoltà a riconoscere e a nominare i propri stati emotivi. Si tratta di un congelamento affettivo della vita umana. La sua diffusione più recente sembra indicarci che questa sindrome intercetta un disagio specifico della nostra Civiltà. Il nostro tempo non è più quello dei grandi folli, della rivolta eroica della follia, del suo elogio anche ideologico che ha sedotto molti intellettuali – da Erasmo da Rotterdam a Deleuze - , ma quello di un conformismo sospinto che tende a spegnere il desiderio del soggetto in un grigio uniformismo.
Un grande psicoanalista come Winnicott, già negli anni 50-60 del secolo scorso, ebbe il grande merito clinico, insieme ad Helene Deutsch, di aprire le ricerche della psicoanalisi ad una forma psicopatologica che non aveva più a che fare con la rottura drastica dei rapporti del soggetto con la realtà che si riscontra, per esempio, nei quadri psicoticiSe nel soggetto delirante l'inconscio esplode a cielo aperto travolgendo la realtà, in queste nuove forme di sofferenza è il soggetto che perde contatto con il proprio inconscio, dunque con la propria vita emotiva. Il risultato è una vita che si smarrisce in superficie perché non è più in grado di entrare in contatto con il proprio desiderio. Winnicott ha descritto queste personalità con il termine di "falso sé". Si tratta di soggetti che indossano una maschera sociale per scongiurare il rischio del proprio crollo e che, in questo modo, perdono la capacità di «vivere creativamente » e di «sentirsi reali». È quello che più recentemente Bollas teorizza come «personalità normotica»: individui che pur essendo profondamente infelici si rifugiano dietro una vita apparentemente normale. Questi quadri non sono affatto lontani dall'attuale alessitimia. Essi rafforzano l'idea che il mito del nostro tempo sia quello dell'adattamento collettivo al principio di prestazione che, come tale, esclude di per sé la vita emotiva, il sogno, l'immaginazione, lo slancio, tendenzialmente sempre in perdita secca, del desiderio. Avvertire la spinta del desiderio ci espone fatalmente al rischio dello smarrimento. Meglio allora diventare una macchina efficiente priva di emozioni. Dietro questa apparentemente nuova etichetta clinica non dovremmo allora leggere una tendenza che investe anche la vita collettiva? Il dominio del principio di prestazione sembra non conoscere più argini; la normalizzazione della vita stritola il pensiero critico e le possibilità del nostro futuro. La caduta delle emozioni e del loro riconoscimento non sono affatto estranee a questo dominio. Esiste forse una dimensione generalizzata dell'alessitimia che coinvolge la vita attuale della Polis? La psicoanalisi insegna che il dolore che non conosce lacrime - che non trova possibilità di simbolizzarsi - , tende a ritornare direttamente nel reale. Per esempio in una lesione di origine psicosomatica.
Ma quale sarebbe lo statuto di questo ritorno nella nostra vita collettiva? Ne suggeriva un esempio drammatico Miche Serra in una sua recente Amaca : l'orrore per la barbara uccisione di Khaled Assad non ha trovato alcuna eco significativa in Occidente. Il terrore del crollo ci ha anestetizzato, resi alessitimici? E quale ritorno nel reale questa assenza di simbolizzazione potrà provocare?

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Archivio > la Repubblica.it > 24 08 2015




Incapaci d’amare: l’alessitimia
by Enrico Maria Secci 


Ci sono persone incapaci di distinguere le proprie emozioni, di riconoscerle e di comunicarle, persone che sembrano vivere in un limbo psicologico caratterizzato da apatia, da rigidità, da inibizione, da isolamento sociale e da disturbi psicosomatici come emicrania, disfunzioni dell’apparato digerente e/o respiratorio, sintomi dermatologici, problemi a livello degli organi genitali e altro. 
Gli abitanti di questa nebulosa impenetrabile appaiono generalmente ben adattati al contesto sociale, ma si muovono nella propria e nell’altrui esistenza come ombre sbiadite a causa dell’incapacità emozionale che li opprime.

L’alessitimia. 
Gli psichiatri John Nemiah e Peter Sifneos negli anni ’70 hanno individuato per primi un tratto della personalità che descrive e aggrega, sotto il termine alessitimia (o alexitimia) almeno tre peculiarità:
-    un deficit della consapevolezza di se stessi, psichica e corporea;
-    l’alterazione delle funzioni empatiche e interpersonali della comunicazione;
-    la sofferenza fisica data da corteo di disturbi psicosomatici.

Alessitimiadal greco “a-” mancanza, “lexis” parola e “thymos” emozione, significa letteralmente «non avere le parole per le emozioni». Infatti, chi soffre di alessitimia esprime in modo vago e limitato le proprie emozioni, ha un vocabolario emotivo povero e stereotipato con tendenza alla ripetizione di espressioni, mostra una certa rigidità nella postura e nell’espressività facciale e, benché conduca un’esistenza solitamente ben adattata, ha pochi relazioni sociali significative. Ciò accade perché l’alessitimia consiste allo stesso tempo nella carenza dell’auto-percezione emozionale e nella speculare difficoltà a identificare e interpretare correttamente le manifestazioni affettive degli altri.

Una metafora cromatica
È difficile rappresentare il mondo interno dell’alessitimia. 
Si pensi alle diverse emozioni come i colori di una tavolozza
Una personalità non alessitimica può riconoscere il blu della calma, il verde della fiducia, il rosa della tenerezza, il giallo della contententezza e distinguerli con sufficiente accuratezza dal nero della tristezza, dal grigio dell’inquietudine e dal rosso dell’amore. 
Invece, una personalità alessitimica può essere raffigurata come una tavolozza dove tutti i colori sono stati mischiati alla rinfusa e si addensano in un unico grumo di marrone, grigio e petrolio.
Chi presenta un elevato grado di alessitimia non riesce dunque a colorare il proprio mondo perché ogni emozione, di qualunque colore sia, finisce neutralizzata sulla metaforica tavolozza caotica della sua mente.

L’alessitima e la dipendenza affettiva. 
ll disorientamento prodotto dal tratto alessitimico della personalità è tale da produrre stati di profonda infelicità, indecifrabili per chi ne soffre, che possono portare a esplosioni emotive incontrollate e comportamenti imprevedibili. Alcune persone alessitimiche reagisco all’appiattimento emotivo che le avviluppa attraverso la ricerca di esperienze che possano  temporaneamente perturbare l’iceberg della loro coscienza, come l’utilizzo e l’abuso di alcol e droghe, la guida spericolata, gli sport estremi o pratiche sessuali compulsive e promiscue. È stata evidenziata una correlazione tra il tratto alessitimico e molti disturbi: la depressione, l’ansia, il panico, la dipendenza da sostanze e le dipendenza senza droghe, da sesso, da chat e da gioco, sino alla dipendenza affettiva.

Tra dipendenza ed evitamento. 
La vita di relazione della persona alessitimica si svolge tra evitamento e dipendenza senza soluzione di continuità. Nella fatica di snodare il groviglio insondabile delle emozioni, l’alessitimico può sviluppare una stile interpersonale rigidamente conformista e affrontare l’amore con piglio recitativo, inconsapevole dell’autentico valore dei sentimenti e delle parole. Così, può dire “Ti amo” e “Ti odio” indifferentemente, senza comprendere il significato e le conseguenze di queste espressioni; può sommariamente sembrare partecipe alla relazione, salvo poi rifiutarla senza riuscire a spigare i motivi della sua condotta, spesso nascosti nelle intense reazioni psicosomatiche che si manifestano nel rapporto con l’altro.

Le cause e la terapia dell’alessitimia. 
Un elemento centrale del tratto alessitimico della personalità consiste nello spostamento delle emozioni sul corpo in forma di sintomi, talvolta acuti e senza apparente. Ciò fa sì che gli eventi o le persone che suscitano un emozione si ritraducono in disturbi somatici che ostacolano l’esperienza affettiva, o la complicano sino a renderla impossibile.

L’alessitimia sembra riguardare il 10% della popolazione e avere radici molteplici: basi temperamentali o genetiche, condizionamento culturale, educazione severa e intransigente nell’infanzia, traumi nei primi anni di vita dati dalla trascuratezza o dall’abuso fisico e/o psicologico da parte di adulti significativi.
[...]
Enrico Maria Secci, Blog Therapy




 “Date parole al dolore: il dolore che non parla
bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi
“Give sorrow words: the grief that does not speak
whispers the o’erfraught heart and bids it to break”
Machbeth, atto IV, scena III.

In questi due versi Shakespeare è riuscito a condensare il concetto di alessitimia e le sue conseguenze sulla salute: è chiaramente presente l’importanza di “mettere in parole il dolore” e degli effetti che può avere su un cuore “sovraccarico” se questo non avviene.
Nel verbo “whispers” (bisbiglia)  c’è tutto l’aspetto silenzioso e non eclatante del fenomeno, che si rivela in modo drammatico all’esterno soltanto quando è troppo tardi.
Dott. Riccardo Cicchetti
Studio di Psicologia


Cos’è l’alessitimia?
L’alessitimia (o alexitimia) è la difficoltà a riconoscere e ad esprimere emozioni e sentimenti.
Nella sua etimologia di derivazione greca, “a-lessi-timia” significa letteralmente mancanza di parole per le emozioni.

Le emozioni hanno un’importanza fondamentale nella vita psichica di ognuno di noi.
La loro corretta espressione è alla base della nostra salute.
Eppure esistono persone che presentano difficoltà in quella che dovrebbe essere una normale capacità dell’essere umano.


Da dove nasce?

Tra le cause principali, va considerata la relazione con i genitori durante l’infanzia, da cui dipende lo sviluppo psicoaffettivo di ogni individuo.

Diversi studi hanno dimostrato che i bambini separati dai genitori, anche solo per brevi periodi, tendono ad ammalarsi più facilmente e presentano difficoltà a regolare le proprie emozioni.

Oltre alla separazione, anche un attaccamento troppo forte, che si manifesta come un rapporto di tipo simbiotico soprattutto con la madre, può essere considerato un possibile antecedente  dell’alessitimia.

Nelle prime fasi di vita il rapporto con le figure di accudimento è fondamentale per sperimentare un’adeguata relazione affettiva e permettere al bambino di sviluppare le proprie abilità cognitive e la capacità di autoregolazione emotiva.

Comunicare adeguatamente emozioni e stati d’animo altro non è che l’esito di un corretto processo di crescita.
Ma cosa accade quando questo processo incontra degli ostacoli?


Come si riconosce?

I bambini alessitimici presentano le prime difficoltà soprattutto a scuola.
E’ possibile riconoscere una situazione di rischio quando siamo in presenza di tali segnali:

- espressione dell’emozione attraverso l’azione diretta;
- comunicazione verbale non connessa con lo stato d’animo;
- difficoltà di apprendimento sociale (difficoltà a rendersi conto del punto di vista dell’altro);
- incapacità di separarsi emotivamente dalla madre.

Nell’adulto le difficoltà possono assumere forme diverse.
Vi propongo alcune situazioni tra le più diffuse:


Psicologo: “Come si sente in questo momento?”
Cliente: “Mi tremano le gambe”
Psicologo: “E cosa prova?”
Cliente “Non lo so. Che significa quando tremano le gambe?”

-
Psicologo: “Come si vede tra 10 anni?”
Cliente: “Non mi sono mai posto questa domanda.”
Psicologo: “E se le chiedessi di farlo adesso?”
Cliente: “Non riesco ad immaginare niente.”

-
Psicologo: “Come si è sentita quando le si è rotta l‘automobile?”
Cliente: “Ho proprio bisogno della macchina per accompagnare mia figlia a scuola”

-
Psicologo: “Com’è andata questa settimana? Ha discusso ancora con la sua compagna?”
Cliente: “Non molto bene, ho avuto i soliti giramenti di testa”


Negli esempi riportati appare chiaro come, oltre alla difficoltà di riconoscere ed esprimere le emozioni, si può verificare la tendenza a confonderle con le sensazioni corporee o a ricercare delle risposte che poco o niente hanno a che fare con il proprio “mondo interno.
I processi di immaginazione sono deboli e la fantasia è scarsa; raramente ci si entusiasma o si mostra interesse per qualcosa.
Possono verificarsi esplosioni di collera o di pianto, senza tuttavia riconoscerne il motivo.
I sogni non vengono ricordati quasi mai e sono prevalentemente incubi.
La comunicazione è povera di sfumature, si tende a dare delle risposte normalizzanti (del tipo “va tutto bene”) e ogni comportamento sembra seguire una sorta di “manuale d’istruzioni”.
Nei casi più gravi, sono presenti difficoltà a riconoscere le emozioni dalle espressioni facciali.


Conseguenze
Una comunicazione poco efficace è l’aspetto più determinante nell’insorgenza di conflitti all’interno delle famiglie, nei luoghi di lavoro e nelle relazioni sociali.

La difficoltà nel mostrare interesse per qualcosa tende ad indurre nell’interlocutore una sensazione di noia e/o di rifiuto.

Se pensiamo all’ambito di coppia, l’assenza di un chiaro e libero scambio emotivo è il “sintomo” più evidente. La mancanza di condivisione si tramuta presto in assenza di progettualità.
L’alessitimico tenderà a farsi carico, in silenzio, di tutti i problemi esterni alla coppia e non riuscirà a percepire i conflitti interni, né a cogliere alcun tipo di segnale emotivo.


Psicologo: “Come va la vita di coppia?”
Signor A: “Bene. Ho sempre lavorato e a casa non faccio mai mancare nulla
Psicologo: “Mi riferivo alla vita affettiva. Andate d’accordo? Litigate?”
Signor A: “Va tutto bene. Mia moglie mi legge come un libro aperto.”

Il partner, a sua volta, percepirà il silenzio e l’assenza di espressioni emotive come mancanza di interesse, e tenderà ad interpretare autonomamente i pensieri e le intenzioni alla base del comportamento dell’altro,  attribuendogli stati d’animo spesso lontani dalla realtà.

Signora B: “Mio marito non mostra mai interesse per quello che faccio. A volte sembra che faccia le cose per forza. Credo che, se gli importasse veramente di me, reagirebbe in modo diverso”

Sul piano sociale e lavorativo, una persona alessitimica andrà incontro a difficoltà di inserimento e non riuscirà a creare una rete di relazioni efficace basate sullo scambio paritario.
Raramente coglierà i segnali provenienti dal gruppo e svilupperà una tendenza alla passività e all’adempimento.


Cosa fare?
Generalmente chi è alessitimico non si rende conto di esserlo finché non sviluppa un disagio più grave, come uno stato depressivo, o finché qualcun altro (il più delle volte il partner) non lo invita a contattare uno psicologo.

Una volta presa coscienza della propria situazione, subentra la paura di non poter “guarire”.

In realtà l’alessitimia non è un fenomeno del tipo “tutto o nulla”, come se si trattasse di un’incapacità assoluta a provare e ad esprimere emozioni. Come abbiamo visto, si tratta piuttosto di un deficit in un normale processo di crescita e apprendimento che inizia fin da bambini.

La competenza emotiva, come tutte le abilità umane, può essere recuperata, allenata e migliorata. Vediamo insieme come.



La cosa migliore da fare è mantenere un saldo contatto con le proprie emozioni.
A tal proposito, propongo 7 efficaci strategie:

1. Non vergognarsi di piangere o ridere.
Il riso e il pianto sono le forme più primitive e dirette di espressione emotiva; hanno inoltre il potere di allentare la tensione nervosa e producono un effetto analgesico sull’organismo.

2. Prestare attenzione a ciò che si ha intorno, viverlo a pieno e valorizzarlo.
La vita non è fatta solo di priorità: concedersi la possibilità di fermarsi a godere di un dettaglio non è affatto un “lusso che non possiamo permetterci”, soprattutto se lo condividiamo con qualcuno.

3. Esercitare la fantasia.“Se lo puoi sognare, lo puoi realizzare. (W. Disney)
Bisogni, progetti e desideri sono la linfa vitale della nostra esistenza. Non bisogna mai smettere di immaginare il proprio futuro, di vedersi proiettati in avanti, di chiedersi cosa si vorrebbe realizzare nella vita.

4. Prestare attenzione ai propri sogni e cercare di ricordarli.
I sogni sono l’accesso diretto al nostro inconscio e una preziosa fonte di informazioni su noi stessi, tuttavia il loro ricordo tende a svanire molto presto appena dopo il risveglio.
Può essere una buona abitudine quella di scriverli mentre sono ancora “freschi”.

5. Confrontarsi con una o più persone fidate, soprattutto sulle proprie debolezze.
“L’uomo è un animale sociale”. (Aristotele)
Non si può pensare di tenere tutto dentro sé stessi senza correre il rischio di esplodere.
L’amicizia, così come il rapporto di coppia, si basa anche sul sostegno reciproco e sulla capacità di lasciarsi andare e “contenersi” a vicenda.

6. Tenere un diario.
Scrivere è un ottimo esercizio riabilitativo, che stimola le funzioni cognitive e “costringe” a riorganizzare pensieri ed emozioni; inoltre, rileggendo le pagine del passato, ci si potrebbe sorprendere dei progressi fatti nel tempo.

7. Chiedere aiuto.
A fronte dei rischi a cui si può andare incontro, un colloquio con uno psicologo rappresenta la soluzione più efficace.
Ad oggi c’è ancora una forte resistenza a riconoscere di aver bisogno di aiuto e la figura dello psicologo è associata alla “malattia mentale”. In realtà si potrebbe risparmiare molto in termini di sofferenza anche con una semplice e corretta informazione.
Ognuno di noi possiede delle innate abilità personali, basta solo “sbloccarle” e imparare a gestirle.

Dottor Riccardo Cicchetti

Articolo pubblicato su L'AquilaOggi
http://www.studioclinico.it/2014/04/7-strategie-contro-lalessitimia.html




SE VIVERE SENZA EMOZIONI È ANCHE UNA MALATTIA
La psicopatologia rubrica sotto la diagnosi di alessitimia la profonda difficoltà a riconoscere i propri stati emotivi. Si tratta di un congelamento affettivo della vita umana. La sua diffusione sembra indicarci che la sindrome intercetta un disagio della nostra civiltà.
Di Silvia Bencivelli

«Da bambino disegnavo solo oggetti inanimati: case, piante, macchine, robot, astronavi, mappe. Le poche persone che facevo erano stilizzate. E soprattutto erano in bianco e nero». "D" racconta così la sua vita di bambino: una vita in cui c'erano i pennarelli, ma mancavano i colori. Poi è cresciuto e ha scelto di laurearsi in fisica: «Era lo studio rassicurante della natura e delle cose astratte». Ma durante l'università ha conosciuto la ragazza che sarebbe diventata sua moglie e le cose hanno cominciato a cambiare. «Quello che lei aveva iniziato a tirarmi fuori è esploso con la nascita della nostra bambina. Come potevo essere padre senza capire emozioni e sentimenti?». Di fronte a un figlio, la fisica e lo studio non erano più sufficienti: «Serviva altro. Così ho cominciato ad affrontare il più terribile dei miei mostri».
Il problema di "D" era quello che la psicologia definisce alessitimia, cioè la mancanza di parole per descrivere le emozioni. Cioè "D", come tutti gli esseri umani coscienti, le emozioni le sentiva, ma non sapeva riconoscerle e descriverle né a se stesso né agli altri. Non sapeva dire «sono felice », «sono triste», «sono arrabbiato nero». Non sapeva mostrarlo né parlarne. E dei pennarelli colorati aveva una timorosa diffidenza. Ma l'altra cosa che non sapeva, era di non essere l'unico a vivere così.

L'alessitimia è stata descritta per la prima volta nel 1972 dallo psicologo Peter Emanuel Sifneos dell'allora Beth Israel Hospital di Boston (oggi Beth Israel Deaconess Medical Center). Nato nel 1920 sull'isola di Lesbo, Sifneos aveva studiato ad Atene e a Parigi e si era rifugiato negli Stati Uniti al momento dell'occupazione nazista della Francia. Nel corso della sua lunga carriera si era accorto che molti pazienti con disturbi psicosomatici (soprattutto intestinali e cardiovascolari) avevano difficoltà a esprimere le proprie esperienze emotive. Da allora l'alessitimia è stata via via sempre più riconosciuta come tratto della personalità e, oggi, anno dopo anno crescono le ricerche sul cervello tese a capire dove e come nasca il problema.

Perché non sapere usare i pennarelli colorati è un problema.
Anche se, come tratto della personalità, non è una malattia di per sé e non fa star male di per sé, può esistere in concomitanza con alcune condizioni psichiatriche, ma non soltanto, e crea disturbi sociali, familiari e fisici. «L'alessitimia si definisce sulla base di tre fattori: — spiega David Vagni, ricercatore del Cnr e vicepresidente dell'associazione Spazio Asperger onlus, oggi al laboratorio di Neuropsicologia cognitiva dell'università Ludwig Maximilian di Monaco di Baviera — c'è la difficoltà nell'identificare i sentimenti e nel distinguerli dagli eventi fisici, c'è la difficoltà nel descrivere i propri sentimenti agli altri. E infine i processi immaginativi sono ridotti, cioè il pensiero è orientato più verso l'esterno che verso di sé».

Secondo studi recenti, tutto questo può essere detto chiaramente di una persona su dieci, mentre gli altri nove si posizionano lungo un continuum sfumato. Tra i più riconosciuti si trovano le persone con disturbi dello spettro autistico: l'85 per cento di chi ha una diagnosi di Asperger è alessitimico e il 50 per cento lo è in modo grave. Poi ci sono le persone con anoressia (63 per cento), bulimia (56 per cento), depressione (50 per cento), attacchi di panico (34 per cento). Molte persone che abusano di sostanze stupefacenti (50 per cento). Tante personalità borderline, narcisistiche, sociopatiche. C'è chi ha subito traumi emotivi o abusi. Chi è stato vittima di un trauma cranico grave. E perfino chi, all'apparenza normalissimo, è cresciuto in ambienti soffocanti lo sviluppo di un sano linguaggio emotivo.

Per questo nel 2001 lo psicologo americano Ronald Levant avanzò l'ipotesi di una «alessitimia normativa maschile », cioè tipica degli uomini educati secondo un'idea rigida e antica dei ruoli sessuali, e col tarlo tutto maschile per il quale mettere in mostra le proprie emozioni non sta bene.

Perché, al di là dei fattori genetici (che probabilmente rappresentano un terzo del problema) e di crescita, una buona metà della storia dipende dall'ambiente: «E ovviamente tutte queste ragioni sono intrecciate tra loro, quasi sempre», precisa Vagni.

I bambini come "D" hanno bisogno di essere guidati a imparare che cosa sono le emozioni:
«In primo luogo devono vederle nelle espressioni degli altri e riconoscerle su di sé, associandole alle giuste modificazioni fisiche (rossore, brividi, tensione, aumento del battito cardiaco…). E poi devono avere accanto qualcuno che utilizzi in maniera appropriata le parole per descriverle».
Questo può avvenire spontaneamente in condizioni favorevoli, o con diversi gradi di difficoltà.

Ma per i bambini autistici presenta un ostacolo in più:
«Spesso le emozioni di un bambino autistico sono opposte a quelle degli altri (si spaventano durante una festa in cui tutti sono allegri, per esempio). Perciò possono sentir usare la parola "felicità" e vedere intorno facce effettivamente felici, mentre loro sono preda del terrore».

Che cosa succede nel cervello di un alessitimico stiamo cominciando a capirlo ora.
«Si è visto che spesso c'è una minore reattività, o una minore connessione, nelle regioni associate alle emozioni, cioè delle aree limbiche e della corteccia prefrontale. Mentre nelle reazioni emotive primitive, come la risposta al dolore, si può avere un'alterazione dell'attività di zone capaci di amplificare le sensazioni fisiche», spiega ancora Vagni.

E forse è anche qui il legame coi disturbi psicosomatici, evidenziato con sempre maggiore sicurezza da Sifneos in poi. «È stata anche riconosciuta una ridotta comunicazione tra i due emisferi, forse alla base della difficoltà di trasformare in parole (prodotte dall'emisfero sinistro) le emozioni (elaborate dall'emisfero destro)».

La ricerca è ancora all'inizio. Ma aver riconosciuto il problema, e sapere che esistono possibilità di intervento, può cambiare la vita di molti: «Dare un nome alle emozioni significa portarle sotto al controllo del linguaggio, ed esplicitarle significa costruire un'interazione sociale sana basata sulla capacità, tutta umana, di mettersi nei panni dell'altro, capirlo, e regolarci di conseguenza quando vogliamo avere a che fare con lui», conclude David Vagni.

E "D", che fine ha fatto? Oggi di bambini ne ha due e con loro ha imparato a usare i pennarelli colorati. Dopo la laurea in Fisica ne ha presa una in psicologia. Oggi si occupa proprio di alessitimia, e ha appena finito di parlare di sé.

Fonte: La Repubblica del 24 agosto 2015
http://www.accademiametafisica.org/it/formazione/corso-spiritualita-multidimensionale/metodi-e-tecniche-del-benessere/arteterapia-tecniche-varie/37-altri-insegnamenti/682-se-vivere-senza-emozioni-e-anche-una-malattia



Ivano Paolo Todde:
Ciao Marisa, penso si tratti di una questione terminologica, siamo nell'epoca che tende a categorizzare e spesso diagnosticare mali - malesseri che prima erano considerati alla stregua di sbalzi d'umore passeggeri, in questo caso, se si arriva a considerarla patologia, evidentemente qualcosa di più grave e serio si sta verificando, probabilmente una situazione di burn out, "al limite" per cui si è in grado ancora di intervenire, mentre in altre situazioni come quelle da te citate, magari può essere troppo tardi... sei fortunata ad avere intorno tante persone che non hanno di queste problematiche emotive, io stesso penso di non avere coscienza sui miei stati interiori e cerco sempre di indagare e conoscere meglio me stesso  



prendo coscienza, e conoscenza, di questo problema, con un certo interesse ma debbo dire, fortunatamente, che non ho esperienza di nessuno che io abbia conosciuto, o frequentato, né vecchio né giovane, che possa minimamente far capo a questa tipologia. Dai commenti che leggo deve trattarsi di qualcosa di molto diffuso, se ciascuno ne ha esperienza e può parlarne con preoccupazione... molte descrizioni mi sembrano attagliarsi ad altre, simili, o sovrapponibili, sintomatologie della psiche: bipolarismo, sociopatia, depressione, ma non essendo una psichiatra, né una psicanalista o almeno una psicologa, non posso stabilire cosa sconfini, o delimiti, cosa e chi ne sia affetto...con moltissime parole esprimo la mia ignoranza, un pallido interesse, ma anche una grande preoccupazione, se davvero questa Alessitimia è così diffusa, specie tra i giovani!!
[...] specie nella seconda parte si arriva a dire proprio ciò che dicevo, che si tratti di attitudini molto prossime o sovrapponibili. Con gli autistici ho lavorato, non erano molti, 5 se non ricordo male, di cui due ragazzi e 3 ragazze, tra l'adolescenza e l'età adulta, ma sostanzialmente bimbi imprigionati in un corpo a loro estraneo, difficile da gestire e con difficoltà concreta a comunicare, ma non senza sentimenti, tutt'altro. È stato un periodo di due mesi con incontri pomeridiani di musica, ritmo e movimento, in uno spazio molto bello: come una casa nel verde, ma con tutte le pareti di vetro (la Serra del Parco della Musica di Roma). Non voglio dire che in quelle ore si giungesse a una comunicazione più profonda di quella con i genitori, tuttavia l'impatto emotivo era molto forte, molto forte per ciascuno di loro (anche per noi, eravamo 3 donne diverse in età e background). Debbo dire che la parte meno convincente della situazione restavano, per me, proprio i genitori (non so immaginare, certamente, come potrei essere io in una simile condizione): erano come dei 'professionisti' per me, professionisti dei propri figli, qualcuno che ha appreso a dosare le proprie energie, a incanalarle in una maniera pragmatica e funzionale, mentre alcuni completamente attoniti, direi quasi ancora sotto shock, impreparati a vivere il quotidiano rapporto fisico ed emotivo con i propri figli. Non ricordo se ciascuno dei ragazzi avesse fratelli o sorelle (avrò la documentazione da qualche parte), ma mi sembra di no. Questo era già un indice di una condizione di prigionia nella condizione, di paura non dichiarata, più che di 'dedizione'. Ecco, ciò che intendo dire è che sono d'accordo con te sul fatto che 'categorizzare' sia ormai considerato 'metà dell'opera', una quasi soluzione del problema. Personalmente credo che un approccio forse meno metodico e strutturato, ma partecipe e umanamente rilevante, presente, sia molto più produttivo che etichettare, consolatoriamente, o in modo pacatamente medico, in sostanza, però, un poco il corrispettivo del 'linimento'-finto-ma-placebo della confessione, in ambito religioso, un 'rimettere in carrreggiata', anche se di fatto nulla è davvero cambiato nella persona che però trova il tempo di rilassarsi tra un dolore e un altro, tra un far male e l'altro, a sé stesso o agli altri.
Vedi, il fatto di 'categorizzare' è un po' come voler dire al genitore: 'sì, lei al momento vede un problema ma, creda, in realtà è un work in progress: in tutto il mondo ci stiamo lavorando!' Questa cosa non cambia minimamente la situazione. Già si è genitori senza praticamente alcuna preparazione se non l'esempio ricevuto o osservato, letto, figurarsi quando un bimbo appaia 'anaffettivo' verso la propria madre già in età neonatale, è un meccanismo alla 'sempre di più' che si mette in moto, perché nulla è più potente e si trasmette perfettissimamente, come le sensazioni, le emozioni, che una madre provi per il propio figlia/o e viceversa. Si instaura un linguaggio fisico del non detto che può diventare una prigione d'acciaio senza aver mai usato una parola cattiva o fatto uno strillo. C'è anche da dire che, spesso, i problemi si sovrappongono, per cui puoi avere diverse caratteristiche sommate: lieve forma di down, con turbe a carattere intellettivo e autismo, oppure bimbi ciechi con altre problematiche, magari dell'udito (e dunque, spesso, della parola) che vengono classificati come autistici o che si richiudono completamente in un mondo in cui il contatto umano diviene anche sgradito e la somma crea una situazione esplosiva.
Da ragazza, durante l'università, leggevo libri di diverso argomento, registrandoli, per le lezioni della scuola per ciechi, così come ho fatto 'babysitteraggio' ad un ragazzo-uomo down (io avevo 20 anni e lui ne aveva 42). La mia breve esperienza debbo dire che mi ha portato a scoprire il lato meno bello, la realtà quotidiana nelle case di queste persone e, come dicevo, per un bel caso di tenerezza e sviluppo, ce ne sono fin troppi che vivono in un incubo. Il rapporto fisico genitori figli non è sempre idilliaco, ma mentre una situazione 'difficile' con figli senza problemi, si risolve in un tempo breve, queste sono situazioni esplosive. Ricordo come i ragazzi non volessero andarsene alla fine del pomeriggio, lo stare insieme ad altri con problemi, ma nuovi per loro, e con persone che facevano cose diverse dal quotidiano, creava 'gruppo'. Debbo dirti che è stata un'esperienza che nessuna di noi tre avrebbe voluto mai più ripetere e sai perché? non si può avere contatto, fisico, tenere una mano, allontanare un braccio perché non faccia male a qualcuno, pulire il mocciolo che sta per colare sulle mani di un ragazzo, o carezzare i capelli di una ragazza bella ma senza espressione, senza restarne coinvolti per sempre. I ragazzi uscivano continuando a fare il passo di 'danza' che gli avevamo insegnato, accompagnandolo con il suono/ritmo che ciascuno aveva scelto e cercavano di farlo fare (o mostrarlo) ai genitori che, invece, volevano parlare dei 'progressi' fatti dai loro figli, o allontanarsi al più presto perché avevano messo pochi soldi nel parcometro, quante volte ho fatto la strada insieme ripetendoglieli accanto perché non si sentissero inascoltati-separati... caro Ivano, potrei vivere tante vite, sai, ma non è vero, perché rimarrei troppo legata a ciascuna per potermene andare.



sull'autismo e sull'incomunicabilitá della sofferenza di chi deve" gestire" quotidianamente la frustrazione che ne deriva, il dolore del non vedersi "riconosciuti affettivamente" dai propri figli, conosco una vicenda tragica, accaduta alcuni anni fa. Mio figlio aveva alle elementari una compagna di classe affetta da Sindrome di Rett. Parlavo ogni tanto con sua madre, che soffriva tantissimo per l' "anormalità" della figlia, ossessionata dal desiderio di trovarle una terapia che mostrasse agli altri, alla scuola, alla famiglia, ai conoscenti, la "normalità nascosta" della figlia. Voleva tirarla fuori a tutti i costi dal suo essere, la portava ostinatamente in giro da un neuropsichiatra all'altro, cercando una soluzione forse più alla propria sofferenza, che non a quella della figlia. E probabilmente non ha trovato nessuno che comprendesse o arrivasse a comunicare con lei, perché dopo vari tentativi di togliersi la vita, di dopo qualche ricovero in Tso infine, si è gettata giu dal palazzo dove viveva con la madre. L'ultima volta che le ho parlato mi ha raccontato del suo dispiacere, e della sua ultima battaglia contro le istituzioni, perché le avevano tolto il sostegno degli operatori sanitari a domicilio, per questioni di reddito. Ma ancora aveva fiducia di poter trovare una cura per la sua bella bambina.




Il termine alessitimia di derivazione greca significa “mancanza di parole per le emozioni". Un aspetto fondamentale da sottolineare è il discostarsi del concetto di alessitimia da un modello di inibizione. Infatti il soggetto alessitimico non inibisce o nega le emozioni, bensì non riesce ad esprimere.

Taylor, Bagby e Parker (1997) lavorando sui risultati di lunghe ricerche empiriche, hanno considerato l’alessitimia un disturbo dell’elaborazione degli affetti che interferisce con i processi di auto-regolazione e riorganizzazione dell’organismo.

Il costrutto dell’ alessitimia è considerato uno dei possibili fattori di rischio per vari disturbi somatici e psichiatrici che hanno a che fare con problemi di regolazione affettiva. La modalità attuale di intendere la psicosomatica considera l’alessitimia non più come un fattore di causalità lineare ma come un fattore di rischio che interagisce con altri ( genetici, comportamentali, altri fattori psicologici ecc.) Caratteristiche dell’alissitimia si presentano in molte problematiche in cui un’emozione non regolata, non elaborata, si esprime in un agito. L’incapacità di modulare le emozioni per mezzo dell’elaborazione cognitiva potrebbe spiegare la tendenza dei soggetti alessitimici a liberarsi da tensioni causate da stati emotivi non piacevoli mediante comportamenti compulsivi quali: l’abbuffarsi di cibo, l’abuso di sostanze, il comportamento sessuale perverso. Infatti un livello preconcettuale di organizzazione emotiva cioè la carenza di elementi emozionali elaborati, può dare origine a vari disturbi della regolazione affettiva.

Attualmente il costrutto dell’alessitimia si compone delle seguenti caratteristiche (Taylor et al, 1990):

  • difficoltà a discriminare una emozione dall’altra e gli stati somatici dalle emozioni;
  • difficoltà a comunicare ad altri le proprie emozioni;
  • presenza di processi immaginativi coartati, con scarsezza di vita fantasmatica;
  • presenza di uno stile cognitivo legato allo stimolo, orientato all’esterno (il pensiero operazionale della scuola di Marty et al. , 1963). 
In relazione alla regolazione interpersonale delle emozioni è necessario tener presente che il soggetto alessitimico, è incapace di utilizzare i rapporti interpersonali non riuscendo a “decodificare” e apprendere il significato delle espressioni verbali e non verbali alla base degli scambi comunicativi. Ekman (1993) evidenzia il ruolo delle espressioni facciali di emozioni come fonte di retroazione affettiva verso il soggetto e allo stesso tempo di comunicazione con gli altri. I soggetti alessitimici mostrano una ridotta capacità empatica: non riescono ad utilizzare come segnali le proprie emozioni, così non possono utilizzare quelle degli altri.

Interessante è il concetto dell’intelligenza emotiva (Goleman, 1995) quale costrutto in relazione con l’autoregolazione affettiva. I soggetti con scarsa intelligenza emotiva hanno ridotte capacità di conoscenza delle proprie esperienze emotive, non riescono ad essere empatici, cioè incapaci di immedesimarsi in un’altra persona. La mancanza di empatia non consente di capire dal punto di vista emotivo che cosa vuol dire l’altro. I soggetti alessitimici, la cui capacità di simbolizzazione è limitata sono incapaci di sviluppare interessi e stati affettivi positivi.

Riguardo al deficit dell’aspetto cognitivo-esperenziale dei sistemi di risposta emotiva, il soggetto alessitimico manifesta uno stile di pensiero operatorio nel descrivere in modo dettagliato i propri sintomi e gli eventi esterni, senza fare alcun riferimento alle proprie esperienze interne.

La scarsità dell’immaginazione non dà ai soggetti alessitimici la possibilità di modulare l’ansia e le altre emozioni mediante la fantasia, i sogni e il gioco. Nel gioco, ad esempio, i bambini imparano a collegare tra loro i sentimenti, i pensieri e le loro attività. L’attività ludica è una risorsa utile affinché il bambino possa sperimentare affetti positivi di interesse e gioia. Gli individui che hanno un’immaginazione ristretta e non sviluppano alcun interesse, e a cui mancano anche delle relazioni sociali di supporto, rischiano di affidarsi a dei metodi di regolazione affettiva meno efficaci. I soggetti generalmente sviluppano interessi che ricoprono l’importante funzione di generare affetti positivi e si impegnano in attività che hanno una funzione di conforto.

Molti teorici sottolineano la grande importanza delle relazioni oggettuali precoci, nello sviluppo emotivo. La capacità di regolare le emozioni si apprende nell’infanzia. Il primo sviluppo affettivo costituisce la base delle relazioni affettive dell’età adulta. Winnicott ha visto la relazione tra il bambino e una madre empaticamente sintonizzata come la base fondamentale da cui iniziare il graduale sviluppo dell’immaginazione e delle capacità creative del bambino. In Winnicott troviamo il concetto di oggetto transizionale come fase intermedia tra la regolazione fornita dall’esterno e quella interiorizzata per raggiungere la rappresentazione simbolica della madre. La capacità immaginativa del bambino si sviluppa fino a riuscire a formare un’immagine della madre in sua assenza. Questa capacità gioca un ruolo determinante nello sviluppo della personalità e nell’autoregolazione degli affetti nel corso di tutta la vita, per l’acquisizione delle varie competenze sociali, per la creatività e per le risorse mentali.

L’attenzione clinica per le dinamiche affettive è stata rafforzata da varie ricerche, dalla teoria del Sé, delle relazioni oggettuali e dalla teoria dell’attaccamento. Il lavoro dei ricercatori sui bambini ci ha aiutato a riconoscere che le esperienze emotive che avvengono tra il bambino e le figure di accudimento sono fondamentali per l’identificazione, l’espressione e quindi la regolazione degli stati emotivi. Nei primi anni di sviluppo è cruciale imparare a distinguere e denominare le proprie emozioni. La capacità di rappresentare verbalmente le proprie esperienze e di riflettere su queste consente al soggetto di cominciare a tollerare le tensioni provocate dai propri bisogni, e a utilizzare i propri affetti come segnali. Un normale sviluppo affettivo non può avvenire quando i genitori non riescono a leggere gli indizi affettivi del bambino. Infatti,la sintonizzazione dei genitori con i segnali emotivi del loro bambino e la loro capacità di trasformare le emozioni primitive creano le basi per apprendere la capacità di autoregolazione affettiva. Quindi l’attenzione va posta sulla storia personale, dando importanza alle relazioni infantili disfunzionali nella formazione di disturbi nella sfera emotiva. La privazione di un rapporto continuo, caldo e affettuoso con la madre o un’altra figura genitoriale mette quindi la persona a rischio di problemi psichiatrici. Studi molto recenti hanno mostrato un rapporto dell’alessitimia con il concetto di attaccamento.

All’interno di un attaccamento sicuro, è stato ipotizzato, che la comunicazione affettiva possa portare a risultati positivi nella costruzione di emozioni “regolate”. In un attaccamento insicuro, al contrario vi è difficoltà nell’elaborazione delle emozioni e si possono sviluppare diverse carenze nell’integrare i processi cognitivi con l’affettività. Per l’apprendimento di uno stile di attaccamento sicuro, base di ogni relazione positiva nel corso della vita è fondamentale l’esperienza di condivisione degli affetti e la disponibilità emotiva del caregiver. Ricerche sugli stili di attaccamento nell’infanzia hanno confermato che la sensibilità del caregiver principale agli stati emotivi del bambino è un fattore determinante del modo in cui da piccoli impariamo a regolare gli affetti disturbanti e ad entrare in relazione con gli altri.

L’alessitimia è stata associata a uno stile di attaccamento insicuro, evitante, caratterizzato da un bisogno talvolta ossessivo di attenzioni e cure.

Secondo i teorici dell’attaccamento, bisogna aspettarsi che le rappresentazioni difettose del sé e dell’oggetto costruite dai soggetti alessitimici nel corso dell’infanzia, così anche i loro deficit di regolazione affettiva, abbiano una grossa influenza sul tipo di relazioni interpersonali che essi stabiliscono nella vita adulta.

Se nella nostra storia personale siamo stati amati, saremo a nostra volta capaci di amare e raggiungere una regolazione affettiva autonoma. Se invece abbiamo vissuto esperienze difficili di separazione ed abbandono, avremo difficoltà a instaurare relazioni mature con gli altri nella vita adulta. Le persone che sono andate incontro a traumi, abusi o a esperienze emotive particolarmente negative presentano in modo più probabile dei disturbi emotivi.

I progressi nella comprensione delle difficoltà nella sfera affettiva, le osservazioni cliniche fatte ai pazienti alessitimici, hanno messo in evidenza la necessità di una ristrutturazione cognitivo-affettiva della personalità di questi soggetti. Il soggetto alessitimico va visto come una persona dotata di emozioni primitive, terrifiche, nei confronti delle quali ha sviluppato molte difese. Il trattamento dei disturbi della regolazione affettiva richiede spesso un’integrazione degli approcci farmacologico e psicoterapeutico.

Un trattamento integrato è in accordo con l’idea che l’eziologia e la patogenesi dei disturbi della regolazione degli affetti coinvolgono interazioni complesse tra fattori psicosociali e neurobiologici.Il compito del terapeuta è quello di aiutare i pazienti alessitimici ad esprimere, riconoscere e gestire le proprie emozioni tenendo conto delle carenze del soggetto alessitimico soprattutto nella dimensione cognitivo/esperenziale ed interpersonale.

A questo scopo si è trovato utile combinare gli interventi psicoterapeutici con tecniche comportamentali, quali il training di rilassamento, il training autogeno e il biofeedback,tutte tecniche che si concentrano direttamente sulle sensazioni corporee e aumentano allo stesso tempo la consapevolezza da parte del paziente della relazione di queste sensazioni con gli eventi ambientali. L’approccio terapeutico che va utilizzato per i pazienti alessitimici si propone di elevare le emozioni da un livello di esperienza strettamente legata alla percezione a un livello di rappresentazione concettuale in cui le emozioni possono essere oggetto di riflessione. Importante è aiutare il paziente a tradurre i propri sentimenti in parole e poterli utilizzare come segnali. All’interno del rapporto terapeutico va sviluppato la consapevolezza del proprio deficit nel modo di elaborare ed esperire le emozioni. L’aumento della capacità di autoregolare le emozioni previene il verificarsi di stati di prolungata attivazione emotiva che potrebbero condurre a malattie somatiche. Ai pazienti va insegnato che le emozioni non vanno scaricate per mezzo dell’azione immediata, ma sono aspetti dell’esperienza che trasmettono informazioni importanti per affrontare più efficacemente gli eventi stressanti. Il paziente alessitimico deve apprendere la capacità di identificare, distinguere i propri sentimenti per poi tradurli in parole. Infatti un compito essenziale in un trattamento di pazienti alessitimici, è aiutare questi soggetti a convertire in rappresentazioni e parole i conflitti e le emozioni che si esprimono soltanto attraverso il linguaggio del corpo. Un livello preconcettuale è un segnale di disorganizzazione emotiva che si può trasformare nell’adolescenza e in età adulta in forme di attività basate sulla pura e semplice sensorialità quale il bere troppo, l’abbuffarsi di cibo, l’abuso di sostanze, ecc. Per quanto riguarda, ad esempio, i disturbi da uso di sostanze, è stato rilevato, sulla base di osservazioni cliniche, che esiste una debolezza psicostrutturale negli individui predisposti a dipendenza da uso di sostanze. A tale riguardo, Kohut (1977) ritiene che la persona diventa dipendente per riempire il vuoto strutturale del Sé. Altri autori hanno sottolineato che l’incapacità di esperire il proprio mondo affettivo e la mancanza di empatia con gli affetti altrui dell’individuo possono costituire grossi rischi per l’equilibrio psicofisico dell’individuo. Pertanto vanno ricercate strategie che possano aiutare a trovare soluzioni efficaci per prevenire molti disturbi psichiatrici associati a disregolazione emotiva. Una strategia utile a favorire il proprio benessere psicofisico dovrebbe proporsi tramite un programma di educazione razionale- emotiva, il raggiungimento della consapevolezza delle proprie reazioni emotive e della relazione esistente tra pensieri e stati d’animo.   [...]



Bibliografia

Bateson G. (1972), Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano

Bowlby, J. (1969), Attaccamento e perdita,1, L’attaccamento alla madre, trad. it. Boringhieri, Torino, 1972.

Ekman,P. (1993). Facial expression and emotion. American Psychologist, 48, 384-92.

Goldberg S., MacKay-Soroka S.,Rochester M. (1999), “Affect, attachment and maternal responsiveness”, Infant Behav. DEvel., 17,335-339.

Goleman, D. (1995). Emotional intelligence. New York : Bantam. Tr it. Intelligenza emotive, Milano, Rizzoli,1997.

Grotstein J. S. (1997), Alexithymia: the exception that proves the rule of the unusual significance of affects, in Taylor G. J., Bagby R.M., Parker J. D. A., Disorder of affect regulation, Cambridge Universities Press, 11-18

Marty P., De M’uzan M., David C. (1963), L’indagine psicosomatica , trad.. it. Boringhieri, Torino,1971

Taylor G.J., Bagby R. M., Parker J. D. A. (1997), Disorders of affect regulation: alexithymia in medical and psychiatric illness, Cambridge University Press, Cambridge, trad. It. Disturbi della regolazione affettiva. Giovanni Fioriti, Roma, 2000.

Taylor G. J., Bagby R. M., Ryan D. P., Parker J. D. A. (1990), Validation of the alexitymia construct : a measurement- based approach”, Canadian Journal of Psychiatry,35,290-297.

Tomassoni, M., Solano, L, (2003) Una base più sicura. Angeli Milano.

Winnicott, D. W.(1951) Oggetti transizionali e fenomeni transizionali. Tr. It. In: Gioco e realtà. Armando, Roma 1974.

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http://www.psicoterapia.it/rubriche/approfondimenti/template.asp?cod=12966







Alessitimia: il costrutto e la sua misurazione
Il costrutto di alexitimia (A lexi timeos che significa non esprimere gli affetti), è stato elaborato da John Nemiah e Peter Sifneos (Boston, Usa) nel 1970

di Lucio Martina (spec. in medicina del lavoro)*, Fabrizio Floreani (psicologo, psicoterapeuta)**, Mario Passon (statistico)***

Il costrutto di alexitimia (A lexi timeos che significa non esprimere gli affetti), è stato elaborato da John Nemiah e Peter Sifneos (Boston, Usa) negli anni ’70 (1972) ed esprime la situazione e condizione, comune a molti pazienti psicosomatici che vedremo più avanti classificati in alcune categorie, di non riuscire ad esprimere verbalmente gli affetti alle persone che conosciamo e con cui ci relazioniamo (1, 6, 7, 8).

Le caratteristiche fondamentali di tali pazienti sono 5, che qui di seguito elenchiamo (1):

1) Difficoltà di identificare e descrivere le emozioni;

2) Difficoltà di distinguere tra stati affettivi soggettivi e le componenti somatiche dell’attivazione emotiva;

3) Povertà dei processi immaginativi o pensiero operatorio (Operatory Thinking);
Questa caratteristica è già stata descritta da Marty de M’uzan e David dell’Ecole Psychosomatic di Parigi nel 1966 e descrive dei soggetti con elevata operatività psicomotoria, presente soprattutto nel mondo del lavoro, che fanno fatica ad avere una attività logico immaginativa e relazionale soddisfacente, per cui si richiedono degli interventi di psicologia del lavoro (2), interventi sullo stress (3) e sulla patologia psicosomatica.

4) Stile cognitivo orientato verso la realtà esterna;
Questa caratteristica di estroversione porta i soggetti a concentrarsi sulla realtà fattuale. Sifneos li descrive anche come computer viventi completamente privi di emozione (1).

5) Conformismo sociale;
I soggetti alessitimici manifestano una stretta aderenza alle regole sociali di adattamento e non evidenziano capacità di sintonizzarsi con le emozioni altrui.

Una ulteriore ricerca sui soggetti alessitimici descrive come essi facciamo fatica a passare dalle emozioni (emotions), che sono la componente biologica dell’affetto, con espressività autonomica, ai sentimenti (feelings), che sono la componente psicologica dell’affetto a tendono a convertire internamente l’energia psichica con produzione di patologia d’organo specifica in aree di vulnerabilità dello psiche/soma associata alla presenza di fattori di rischio psicosociali. (1, 4, 5). E’ possibile distinguere tra emozioni e sentimenti, nel senso che le emozioni sono eventi fisici e i sentimenti sono esperienze mentali. Entrambi compongono l’affetto (14). L’alessitimia riguarda i sentimenti, cioè esperienze affettive mentali.

Esiste una relazione stretta tra alessitimia e mentalizzazione, nel senso che l’alessitimia è una mancata affettività mentalizzata e pertanto si può esprimere anche con sintomi somatici (13). Esistono poi degli studi genetici che confermano la presenza di due polimorfismi genetici correlati alla dopamina, di un fattore neurotrofico (Brain Derived Neurotrophic Factor) e dell’allele A1 (Gene ANKK1) nella correlazione con livelli più elevati di alessitimia (13). Studi di Brain Imaging rilevano alterazioni della corteccia cingolata anteriore e della corteccia prefrontale ventromediale durante l’attivazione emotiva e i compiti di immaginazione relativi ad esperienze traumatiche. Due studi rilevavano un incremento dell’attivazione della corteccia cingolata anteriore mentre i soggetti con elevata alessitimia guardavano immagini che inducevano stati emotivi (13).

L’alessitimia non è un fenomeno categoriale che risponde alla legge del tutto o nulla, ma un costrutto dimensionale che è distribuito normalmente nella popolazione generale (13).

L’alessitimia può essere definita anche come affettività negativa (AN) e correla con lo stress lavoro correlato, ad es.valutato su 121 soggetti in struttura sanitaria, con le sue misure soggettive, ad es. sul conflitto interpersonale al lavoro (CI) e con le sue misure biologiche quali l’IL 1 Beta aumentata (15).

Un’altra componente importante dei soggetti alessitimici è la disregolazione affettiva che si traduce in comportamenti e stili di attaccamento patologici e disforici (6).

Da un punto di vista neurobiologico e neurofisiologico è stato osservato che questi soggetti hanno un deficit di connessioni neurobiologiche e neurofisiologiche limbico corticali (6) per cui abbiamo una assenza di mentalizzazione dell’emozione e della sua trasformazione in sentimenti e un cortocircuito dello psichico o mentale nel somatico.

Questa caratteristica è ben descritta nel volume alessitimia (6), dove si parla anche di disregolazione affettiva e comportamentale dei soggetti e di casi clinici che la dimostrano. Strettamente collegata all’alessitimia è la teoria del codice multiplo di W.Bucci (11), dove i soggetti presentano un adattamento passivo alla realtà, senza dimostrare particolari emozioni e sentimenti, e sviluppando una nevrosi da adattamento e disturbi psicosomatici classici e una sindrome psicosociale.

E’ possibile una diagnosi psicosomatica dell’alessitimia anche usando dei test quali la Tas-20 (Toronto Alexithimia Scale), di Taylor, Bagby e Parker del 1992 con cutoff score che vanno da <50 alessitimia negativa a <50 P <60 Alessitimia intermedia a >61 Alessitimia positiva (6).

In un recente studio statistico clinico effettuato mediante Test Tas 20 su 134 controlli ed infermieri di Udine i risultati ottenuti sono i seguenti:

Alessitimia negativa: 80.59% (108/134).

Alessitimia indeterminata: 9.70% (13/134).

Alessitimia positiva:9.70% (13/134).

Pertanto nei soggetti esaminati la maggioranza assoluta dei casi comunica correttamente i propri affetti e sentimenti e non sono alessitimici, mentre un 19.40 % può presentare, in parte, questa caratteristica.

Tuttavia non vi sono differenze significative tra casi e controlli valutati con Test Chi Quadro, che dà un punteggio di 0.4727, quindi vicino allo zero.

Un ulteriore test per la valutazione dell’Alessitimia è la Toronto Structured Interview for Alexithymia di Bagby e Taylor, che si compone di 24 item suddivisi in 4 scale:

1) Difficoltà ad identificare i sentimenti

2) Difficoltà nel descrivere i sentimenti

3) Pensiero orientato all’esterno

4) Fantasia e altri Processi immaginativi

che indagano le caratteristiche principali dell’Alessitimia (13).

Pertanto l’alessitimia viene descritta dai suddetti autori (6), come disturbo della regolazione affettiva e dissociazione mentale con automatizzazione.

La alexitimia è o meglio diviene, se non trattata, una sindrome psicosomatica o psicosociale (7, 8, 13). E pertanto produce tutta una serie di patologie organo specifiche che portano il clinico e l’internista a curarla.

Il test Tas 20 è molto efficace nel rilevare il disturbo e nel predisporre il terapeuta ad una idonea psicoterapia mirata alla condizione in atto.

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Note sugli autori di questo articolo:

(*) Spec. in medicina del lavoro, Socio SIMP/SIMLII, Venezia, luciomartina84@gmail.com

(**) Psicologo/Psicoterapeuta, SIMP, Udine, fabriziofloreani@libero.it

(***) Statistico, Trieste.

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Bibliografia ragionata e Siti Internet:

1) Porcelli P. Medicina Psicosomatica e psicologia clinica. Cortina, 2009. p.431.

2) www.psyjob.it – psicologia del lavoro online

3) Falco, Girardi, Sarto, Marcuzzo, Vianello, Magosso, Dal Corso, Bartolucci, De Carlo. Una nuova scala di misura degli effetti psicofisici dello stress lavoro correlato in una prospettiva di integrazione di metodi. Med.Lavoro, 2012, 103, 288-308.

4) Winnicot D. Dalla pediatria alla psicoanalisi. Martinelli Ed, Firenze, 1967.

5) Pruneti CA. Stress,disturbi dell’Integrazione mente corpo e loro valutazione, ETS Ed, Pisa, 1997.

6) Caretti V, La Barbera D. Alessitimia. Astrolabio Ed, Roma, 2005.

7) Loverso, Bozzelli, Gianfortuna, Giovannini, Rosselli M. L’alexitimia è una sindrome psicosomatica?Relazione tra alexitimia e psicopatologia. Ed.Benedettine, 1998.

8) Atti dei Congressi Simp, Firenze, 1993, Vol.2 Ed Fisioray, Trieste, 1995, Vol.2. Ed.Latessa Catania, Parma, 1997. Ed.Benedettine, Vol.1.

9) www.simpitalia.com

10) www.psychomedia.it

11) Bucci W. Sintomi e simboli: La somatizzazione secondo la teoria del codice multiplo. New York, Psychomedia, 2000.

12) Ammaniti M, Gallese V. La nascita della intersoggettività. Cortina Ed, 2014.

13) Taylor G, Bagby M, Caretti V, Schimmenti A. La valutazione dell’alessitimia con la TSIA. Cortina Ed, 2014.

14) Freud S. Progetto di una psicologia, 1895, Boringhieri, Torino.

15) De Carlo N, Girardi D, Falco A, Bartolucci GB. Un’indagine di valutazione del rischio stress lavoro correlato mediante l’integrazione di misure soggettive e biologiche. Esperienza a Padova. Comunicazione al 77° Congresso Simlii, Bologna, 16.10.2014.

16) Rossi L, Teodori A, Morosini P. L’alexitimia in un campione di donne afferenti ad un centro di screening senologico. Medicina Psicosomatica, 39, 3-18, 1994. SEU, Roma.

17) Simonelli C, Eleuteri S. Alessitimia e sessualità. Psicologia contemporanea, Gen-Feb 2011, N°223, Giunti, Firenze.


http://www.psyjob.it/alessitimia.htm


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