venerdì 21 ottobre 2016

Manzoni. I Promessi sposi. Gertrude, la monaca di Monza. La sventurata rispose...

Capitolo X 
La monaca di Monza 
"Quel lato del monastero era contiguo a una casa abitata da un giovine scellerato di professione. 
 Il nostro manoscritto lo nomina Egidio, senza parlar del casato. Costui, da una sua finestrina che dominava un cortiletto di quel quartiere, avendo veduta Gertrude qualche volta passare o girandolar lì, per ozio, allettato anzi che atterrito dai pericoli e dall'empietà dell'impresa, un giorno osò rivolgerle il discorso. La sventurata rispose..."

http://promessisposi.weebly.com/capitolo-x.html


Virginia Marianna de Levya:"la sventurata rispose".
Il personaggio descritto nei «Promessi sposi» si chiamava in realtà Virginia Maria de Leyva
Fu murata per anni in una cella di penitenza. 
Venne processata nel 1607 per la sua relazione con un tal  Egidio e per una serie di delitti.
Aborti, violenze, assassinii, prostituzione: nella vicenda furono coinvolti altre suore e un prete. 
Sotto interrogatorio confessò la tresca, ma sostenne di essere stata vittima di un maleficio.
Sulla Gertrude dei Promessi sposi, cioè sulla Monaca di Monza, si sono scritti fiumi di parole. [...]
Manzoni, ognuno lo sa, tagliò corto. «La sventurata rispose». 
Gertrude cedette ad Egidio ed entrò nell' inferno dell' amore sacrilego e quindi nel buio del peccato. La sua storia più vera (e più grande) era stata tutta prima di quel passo: la tragedia di una volontà devastata dalla violenza del principe padre, ma anche della sua volontà giovinetta corrotta dall' orgoglio. 

Poi, dalla storia di Gertrude, Manzoni trasse spunto soprattutto per scrutare fino in fondo il dramma di una psiche malata: per rappresentare nel racconto, con il rigore di un modernissimo analista, la deviazione di una mente, che si chiude con pericolo nelle sue «fantasie», che fa legge dell' universo il teatro capriccioso e potente (di una falsa potenza tuttavia) delle proprie emozioni, trasformate in pensieri o peggio in risolute decisioni per una scelta del suo destino. [...]
Come è ovvio, ha inizio con un idillio, con uno scambio di sguardi. 
Paolo fa la posta a Virginia da un piccolo cortile che è visibile da una finestrina del convento. 
La suora se ne accorge. Dapprima respinge sdegnosa quell'uomo sfrontato, poi pian piano ne resta lusingata. Manzoni su di ciò non tace. Ciò che omette sono i dettagli della tresca. 
Virginia riceve Paolo nel parlatorio, nottetempo. Lei sta ancora «dietro» la grata, lui «di fuori». 
Poi ci sono gli scambi di «lettere amorose» e i doni che Egidio (Paolo) fa avere a Gertrude (Virginia). Sono bei fiorellini da principio, poi un paio di guanti eleganti, quindi un crocefisso d' argento e libri religiosi. Finalmente Virginia fa entrare nel convento «con chiavi contraffatte detto Osio»: e fu così che Paolo la «conobbe carnalmente». L'incontro è replicato. Paolo passa notti intere nel gran letto di Virginia e la «mala pratica» dura per «tre anni»: «tre volte la settimana, et quando più et meno, secondo l' occasione». «La sventurata rispose», dice Manzoni. 

Se si leggono i verbali del processo la sua non appare una censura solo pudibonda, è piuttosto un'omissione pietosa di una vicenda di uno squallore senza fine. Certo, nel processo, suor Virginia si difende come può e racconta ai giudici che la propria la passione d' amore ebbe inizio con uno stupro. «È la verità ch' io ho fatto l' amore», dice, «ma però amore sforzato, che per conto d' amore volontario non l'avrei fatto con il re di Spagna». 

Questa monaca sfacciata è un po' rozza ma sicura nel suo dire. 
Non si deve tuttavia dimenticare che parla durante un processo ad alto rischio, per cercare di difendersi. Allora non stupisce che all' idea dell' amore associ quella di un «malificio», di cui diventa vittima. 
Suor Virginia dice insomma di essere stata posseduta da un demonio tremendo. 
Non smentisce proprio nulla: racconta con precisione come avvennero gli incontri, dove, come, quante volte, ma sorvola sui suoi sentimenti, taglia corto sulle proprie emozioni. 

Nella lunga storia d' amore con Paolo ci fu soltanto una «forza diabolica» invincibile. Punto e basta. 
La censura di Virginia sull'amore, negli atti processuali, è più forte persino di quella di Manzoni nel romanzo. Capita così che la storia più piccante diventi una storia di incantesimi subiti e - per rivalsa - di tantissime penitenze, di flagelli della carne, di scongiuri persino curiosi. Suor Virginia - così dice - fu stregata leccando una «bianca calamita» del suo Paolo. Per potersi affrancare dalla schiavitù di quell' uomo-demonio giunse anche a mangiarne le feci con «il fidigo» e «le cipolle». 
Questo rito un po' schifoso non sortì alcun effetto: il demonio di Virginia era forte, resistente a qualsiasi esorcismo

La lettura dei verbali del processo rende ancor più grande e necessaria la reticenza di Manzoni. 
La Gertrude dei Promessi sposi rimane l' eroina di una grande tragedia, che parte da lontano, da una violenza subita che si trasforma pian piano in una deviazione mentale. Nei documenti, nonostante lo spreco di tinte assai cupe, suor Virginia è l'eroina più modesta di un romanzo d'appendice. 

La tragedia. C'è un momento tuttavia in cui le carte processuali rappresentano un'autentica tragedia: ed è quello spaventoso delle pene. Suor Virginia de Leyva viene infatti murata viva, in una cella strettissima di penitenza a vita

Paolo Osio, il suo uomo, è condannato alla pena capitale: 
viene prima «tenagliato», torturato vale a dire con tenaglie incandescenti, viene poi mutilato della mano «dritta» e alla fine impiccato. Non basta questo strazio ai giudici tremendi del tribunale. Il corpo dell'amante blasfemo e assassino verrà squartato: e i pezzi di carne saranno esposti nei luoghi di ogni suo delitto. Lo spettacolo grandioso e violento della pena vuole cancellare la realtà del peccato: è questa l' immagine più vera del quadro secentesco che vien fuori dalle pagine del processo. 

Manzoni descrive le cause del peccato: sulla pena sorvola
La pietà nei Promessi Sposi prevale persino sullo spavento e non poteva essere diversamente. 
Lei era nata  nel 1576 a Milano, a Palazzo Marino, da una nobile famiglia spagnola. 
Senza alcuna vocazione, nel 1591 pronunciò i voti a Monza, nel monastero di Santa Margherita: assunse il nome di suor Virginia Maria. Per la sua istruzione e nobiltà fu chiamata «la signora» e divenne la maestra delle educande. 

La finestra di Virginia dava sul giardino della famiglia di un giovane, Paolo Osio (l' Egidio del Manzoni), con il quale ebbe una relazione amorosa. Nacquero due figli: un bambino nato morto e Alma Francesca Margherita, che fu affidata a una balia. Per proteggere la loro tresca uccisero due suore, una gettandola nel Lambro e l'altra in un pozzo fuori Monza. 

Il 25 novembre 1607 Virginia Maria fu arrestata su ordine del cardinale Federico Borromeo, arcivescovo di Milano. Il caso fu affidato a Mamurio Lancillotto, un giurista implacabile che fece torturare la monaca per farla confessare. La sentenza: Virginia Maria fu murata viva in una cella larga tre braccia e lunga cinque. Solo tredici anni dopo, nel settembre 1622, il muro che ostruiva l' entrata del suo camerino fu abbattuto e lei poté rientrare nella comunità monastica di Santa Valeria, dove morì il 7 gennaio 1630.

Pubblicato da Elio Francescone
http://tuttoilresto-noia.blogspot.it/2014/02/virginia-marianna-de-levyala-sventurata.html



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