mercoledì 26 ottobre 2016

Giancarlo Buonofiglio‎. Wittgenstein e la casalinga epistemica.





Le mamme professano un idealismo nascosto; non sempre conoscono Hegel, ma quella che mettono in pratica è un'autentica Filosofia dello Spirito. Ragionano secondo sillogismi e non importa che la premessa sia sbagliata, la conclusione ha sempre una logica e deve avere riscontro nella realtà.

In tutto il processo naturalmente il loro Io è presente e anche laddove subentri un elemento di disturbo, come può essere un'altra femmina, questa deve comunque rispecchiarle in profondità fino all'assimilazione. Quel che reale non è razionale ma relazionale, e i limiti della relazione sono stabiliti a priori dalle loro necessità. Qualcuno la chiama edipica questa cosa, in realtà affonda le radici nell'ontologia e nella constatazione di un perpetuo ruolo materno nella storia individuale.

E infatti le mamme rimarcano di continuo la loro presenza sottolineando l'assenza del padre; non c'è nichilismo nella visione di una madre e il nulla rimane fuori dalla porta. Non per niente le sentiamo ripetere: "Chi è?" e quando rispondiamo: "Nessuno" le irritiamo mettendo in crisi un sistema filosofico che non riesce ad assorbire il concetto di assenza, del vuoto, del niente.

Le mamme riempiono; sono meravigliosamente sazianti nei loro esercizi quotidiani.
Riempiono i mobili, le stanze, le case con oggetti inutili e di dubbio gusto; ma anche la gondola di Venezia a centrotavola rientra in quell'ordine di cose che conferma la presenza. E che da buone idealiste identificano con la loro. Non si tratta di feticismo per gli oggetti, ma di un bisogno ontologico: il soprammobile è e non può non essere, tertium non datur. La mia ad esempio conservava tutto e nulla valeva il mio desiderio di tornare alle cose stesse; aveva rivestito gli oggetti di un valore affettivo e non vedeva che quello. Io però sono un fenomenologo e devo avere avuto il rifiuto edipico; svuotare gli oggetti del contenuto culturale voleva dire svuotarli da quella presenza.
Cosa che mia madre percepiva inequivocabilmente; sospendevo il giudizio ma era subito pronta a intervenire con il suo. 
"La gondola è una schifezza". 
"Guardala bene, è bellissima".
E insistendo nella disputa aveva vinto lei; non tanto per inettitudine del sottoscritto alla diatriba filosofica con un domestico eleata in bigodini, ma perché i fenomenologi sono così, sospendono il giudizio e quando serve anche le parole. Perché con una madre non puoi dialogare, ti è concesso solo di deporre le armi della dialettica e rinvenire che quel che è reale è anche e sempre matriarcale.
Giancarlo Buonofiglio, gli ITAGLIANI: gentiluomini e mascalzoni



Fenomenologia del soprammobile!
Mia madre, classe '28, figlia di contadini, contadina lei stessa, non ha mai buttato niente.
Persino la cenere del camino: la metteva in un canestro ogni sera e il mattino seguente se la metteva sul capo e, a piedi, col passo leggero e sinuoso la portava in campagna e la versava ai piedi di un ulivo.
Ora conserva anche la carta dei regali insieme ai nastrini che luccicano e ci incarta la pagnotta del pane cotto a legna che compra per me ogni settimana perché ''lo pane de Roma 'n se pó magnà! ' .


Tina Russo
Ah, se si potesse conservare ( o recuperare?) il senso degli affetti racchiuso nelle cose, rispettandole (e rispettandoli) di più! Ora è tutto così " industrialmente fugace"...


Tina Russo:
Te piace 'o presepjo?
- No! Nun me piace! (Natale in casa Cupiello, il padre chiede ed il figlio risponde).



Lucia Porcelli
quando chiedevo a mia madre a cosa servisse quel soprammobile lei rispondeva che stava lì per bellezza ...mi piaceva tanto questa risposta perchè rivelava un amore materno per le cose da accudire e accarezzare quando si spolverano che contrastava con il senso crudo dell'utile a oltranza della nostra epoca efficiente. Gli oggetti simbolici che ci circondano ci ricordano la nostra appartenenza e sopravvivono al tempo che cambia restando lì come reduci di una guerra persa e spoglie sacre di una calda e tenera memoria.




Gli ITAGLIANI, gentiluomini e mascalzoni
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tombeur de femmes

La seconda parte del libro ha un nome sedizioso, Tombeur de femmes. 
Sono massime e sentenze, uno sfottò per un popolo vittima di luoghi comuni, che tuttavia vive di furbizie e si prende troppo sul serio, difendendo senza vergogna le vicende anche più imbarazzanti della sua storia recente. Da un’altra latitudine le cose si vedono meglio; come i cugini francesi che con qualche ragione ricordano al sussiego degli italiani che les cimetières sont remplis de gens qui se croyaient indispensables. (Dalla prefazione)

Tre anni fa moriva Margherita Hack. 
Ho amato questa donna che guardava alle stelle senza andare oltre, perché quello che conta è già tutto nelle cose.

Siamo il popolo del “non sono stato io”. 
Lo diciamo per giustificarci e svincolare dalle responsabilità; da piccoli è la regola e un buon sistema per sottrarsi al battipanni. Da grandi un po’ meno, per quel decoro che sopraggiunge a ricordare che siamo pur sempre adulti e che l’utensile di mamma non fa più paura. Ma sempre lo pensiamo, sdoppiandoci come in un riflesso in cui la colpa non è mia, ma di un altro. Quello là, che non mi piace, che non soddisfa gli intimi desideri di perfezione. I bambini sono diretti, si limitato alla negazione, l’altro non completa la relazione e comunque non sottrae alla punizione. Una mamma in guerra non si lascia deviare dai fantasmi inesistenti, riconosce il nemico e lo va a cercare in trincea. Gli adulti imparano la proiezione, sottile e non sempre riconosciuta. Lo spostamento anche, ma è pure quello una forma di proiezione. In sostanza: siamo codardi per un innato istinto alla sopravvivenza, impariamo ad esserlo da piccoli, ma con meno coraggio di un bambino che davanti al plotone si limita a dire “non sono stato Io”. Troppo comodo dare la colpa a un altro e una mamma in assetto bellico non si lascia ingannare. Gli adulti, nella dilatazione del loro Io in un contesto culturale più ampio danno luogo a quella struttura della società che chiamano stato. Non per niente così l’hanno nominato; quando fanno una marachella nessuno sa chi sia realmente e per l’appunto stato. Eccetto le vittime della proiezione. Sempre loro, le donne, i negri (con la “g” che rende meglio); qualche politico di comodo. Gargamella e Amelia si accodano alla lista a ricordare che il bambino è pur sempre sopravvissuto al battipanni di mamma.


SIAMO SEMPRE “IO” AL CITOFONO DI QUALCUNO.
Ci sono anche quelli che al telefono dicono “sono Io”, rimanendo delusi quando si sentono rispondere: “Io chi?”. E in effetti il mancato riconoscimento di quel che siamo, della nostra identità fragile ed egocentrica mette di malumore. Mio padre no, lui articolava. Ciao sono io. Io chi? Tuo figlio.
E lui: “Quale?”. Il “quale” introduceva un decentramento tra me e lui e metteva il mio Io in un angolo. Andava anche e oltre a dire il vero. Perché (e non ho mai capito se era serio o mi prendeva in giro) quando rispondevo “Gianni!” lui incalzava: “Gianni chi?”. Tuo figlio. E così ad infinitum.

STAI COMPOSTO!
A scuola insegnavano a stare composti.
L’educazione cominciava nel disporre il corpo in uno spazio abitato da altri corpi.
La postura limita l’Io e lo predispone ad occupare un campo affettivo e relazionale.
C’era però qualcosa in più in quei richiami delle maestre, si imparava non solo a non invadere uno spazio comune, ma ad interagire nel vuoto tra un corpo e l’altro.
Stare composti voleva dire disporsi con ordine, con misura, avvicinare con leggerezza l’altro riconoscendolo presente. Oggi entri in aula e vedi piedi sui banchi; non stupisce che quegli stessi allievi rispondano male all’insegnante. L’io e le sue funzioni intellettuali si esercitano nel corpo.
Un corpo che ha imparato a relazionarsi con lo spazio abitato da altri corpi è ben disposto. Quando una persona ha un carattere ruvido si dice che è indisposta e l’indisposizione rimanda a una rigidità di senso priva di morbidezza. Quella morbidezza è ciò che chiamiamo etica; l’amore dipende da quella prima esperienza che ordina l’Io e le sue passioni.

IL CORPO DELLE DONNE
Meravigliose le donne, ma fanno una gran fatica.
Anche oggi che si sono appropriate del corpo e della sessualità.
Il piacere svincolato dalla procreazione è qualcosa di banale ma che devono difendere coi denti.
Limitare la sessualità vuol dire controllare la libertà. Perché chi si occupa di mettere le catene lo sa bene, la carne è rivoluzionaria e i suoi bisogni hanno un limite oltre il quale deperisce e muore.
E allora parlano di anime, di unità o numero piuttosto che di lavoratori, di malattia laddove certo malessere è da ricercare in istituzioni deformate sulla famiglia. Agostino attribuiva un valore sociale alle prostitute, utili a conservare il decoro delle donne domestiche e addomesticate e come sfogo ai bisogni maschili. Uomini che compravano i corpi delle donne. Ma quelli erano in vendita e dunque inflazionati, depoliticizzati, senza tutela giuridica e privi di anima. E’ nel Seicento, ad opera di un tale che si chiamava Colombo, che il piacere entra tra le mura domestiche. La medicina sottopose alle indagini quello casalingo scoprendo che si concentrava in un piccolo organo; non era la penetrazione a soddisfare il corpo delle donne. Kinsey più tardi dimostrò anche la labilità dei confini della sessualità.
Il comportamento sessuale può consistere nel contatto fisico come pure si può esprimere con modalità psicologiche (desiderio, attrazione, fantasia). Ma già Freud aveva detto la sua sull’argomento.
Il Rapporto che porta il suo nome sollevò oltretutto dubbi sulla distinzione tra eterosessualità, bisessualità e omosessualità. La statistica è la seguente:

il 69% dei maschi americani avevano avuto rapporti con prostitute;
il 37% dei maschi ed il 13% delle donne avevano avuto esperienze omosessuali;
il 50% degli uomini sposati avevano avuto rapporti sessuali extraconiugali;
il 26% delle donne avevano avuto esperienze sessuali extraconiugali entro i 40 anni;
il 14% delle donne in età tra 26 e 50 anni aveva avuto avuto rapporti extraconiugali.

Com’è noto, la reazione è stata forte.
Quei corpi diventavano numericamente di interesse politico e il desiderio chiedeva un formale riconoscimento. Le donne si aprivano al lavoro industriale e lo stato di lavoratrici comportò uno sviluppo esponenziale dei diritti, il primo dei quali era il piacere. E allora: laddove il lavoro manca (e per Marx è non a caso antropoietico) troviamo individui mutilati nelle libertà e un abbassamento della coscienza civile. C’è una volontà politica che tende a fare del precariato un modello di vita. Instabile e mutilato, il corpo delle donne diventa mansueto, torna ad essere facilmente addomesticabile.
C’è sempre una croce per il giusto, un tribunale per chi dice il vero, un Dio che assolve il farabutto.



La sindrome dell’arto fantasma procura dolore alla gamba anche quando è stata amputata.
Quello che non c’è fa comunque sentire la sua presenza; non si tratta dell’ostinazione a non riconoscere la mutilazione, il fastidio si sente ed è un fatto reale. Ma l’arto non c’è e anche questo è innegabile; dobbiamo allora supporre una memoria che rimane nel corpo al di là di ogni ragionevolezza.
E vengo al punto: lo stesso fenomeno si verifica su più piani; Dio è morto da qualche anno ma sembra stia meglio di prima. Almeno in Italia e con quel che comporta sul piano legislativo.
Con la politica siamo arrivati a forme paradossali: chiamiamo democrazia e libertà il nostro vivere civile, quando non sono che la memoria storica di un arto fantasma. Un po’ per abitudine e più spesso per indolenza ci siamo accomodati su quelle stampelle. Come nell’apologo di Jung, nel quale un bimbo col sacchetto di ciliegie si incammina dicendo: ne mangio una e conservo le altre a mio papà, ne mangio un’altra e lascio il resto per il papà. Il bambino arriva a casa col sacchetto vuoto, ma con la certezza di avere portato le ciliegie al padre. La democrazia non è un fantasma e il corpo senza la gamba fa comunque fatica a reggersi in piedi; è interesse però di qualcuno continuare a far percepire la presenza di quello che non c’è. Si tratta di un’informazione corrotta; giornalisti lacchè che raccontano al popolo che non manca di nulla. Quel tanto che basta per convincerlo a sentire l’arto anche quando gliel’hanno tagliato.


L’italiano medio. Che fai nella vita? La passo ad addestrare le persone a non aspettarsi troppo da me.

Tdf/99

L’italiano medio/2. Che fai nella vita? Me la complico. Mi sembra pochino. Complico anche quella degli altri.

Tdf/100

Non esistono le prostitute; ci sono uomini che pagano il prezzo della propria solitudine. La prostituzione non è una categoria antropologica, ma il passaggio di denaro da una miseria all’altra. Tdf/109

L’estate degli italiani. L’Inferno non è nulla paragonato alla Salerno Reggio Calabria. E fa pure meno caldo.

Tdf/111

L’estate più che una stagione è un’emozione; coincide con la chiusura delle scuole, le città deserte, il rumore degli zoccoli sul catrame. Una volta comportava una pausa lunga dal lavoro, ma i tempi si sono ristretti. Ci accorgiamo dell’estate dal numero di uxoricidi, perché il caldo amplifica le insofferenze domestiche, dai furti in casa, le code sull’autostrada, dai piedi che salutano dai finestrini. La pubblicità progresso che ricorda di non abbandonare i cuccioli all’autogrill e di andare a riprendere nonna alla casa di riposo. Giusto per mettere in valigia qualche rimorso.
Totò, la commedia sexy che un moderato eccitamento lo provoca, ma nel modo giusto, gradito dalle signore che si lusingano con qualche inaspettato risveglio estivo; l’abbronzatura rende più belli e una volta che la pelle è color amaranto ci sentiamo insolitamente desiderati. Estate vuol dire palestra, la prova costume, estenuanti sedute dall’estetista che si prende cura delle negligenze, adipe o punti neri. La pancia dentro, aspirata ai limiti del verosimile, perché il confronto coi giovanotti ancora integri nell’anatomia è inevitabile. Le infradito; io le bandirei ma le portano tutti. Costumi sgambati per le donne, che scoprono di essere belle e sempre comunque lo sono, orgogliosamente sfacciate nell’esporre la mercanzia reclusa durante l’anno; pantaloncini per gli uomini con annessa carenza pilifera al polpaccio, che tradisce mesi di fustigazione del pedalino. L’odore della crema, i discorsi da ombrellone, io quella me la farei e io il bagnino me lo sono fatto, la cellulite che pare essere una piaga sociale, le fantasie erotiche mugugnate a bocca stretta mentre le mogli sono distratte da altro. Un libro, le chiacchere con l’amica, il pianto del bambino che strilla il rancore per mamma in una spiaggia affollata. Papà che mette a dura prova il miocardio correndo dietro a una palla, con quel dolore al fianco a ricordargli inesorabile che non ha più l’età. L’estate comporta il sudore, le magliette appiccicate come una seconda pelle, il pesce, l’anguria non più fortunatamente sotterrata ed esumata dalla battigia, le finestre aperte. le zanzare. Quelle sono immancabili ad avvertirci del cambio di stagione. Ma l’estate è soprattutto fantasia, immaginazione, evasione; un sogno e un desiderio non pronunciato. Come un bacio che si dà così, perché ogni tanto è bello rimanere senza fiato.

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Giancarlo Buonofiglio
manipolatore di paradossi
LA CASALINGA EPISTEMICA.
Abbiamo un’idea distorta della filosofia, come qualcosa che si esercita nelle aule universitarie e che è di proprietà di un ristretto numero di persone. Niente di più sbagliato, la filosofia non è materia scolastica, ma un naturale disporsi verso le cose, cercando di andare loro incontro, di capirle.

Anche nel metodo, il rigore, la logica non mancano negli esercizi quotidiani; come quando una casalinga stira e con abitudine (e l’abitudine è una forma della logica che ordina la relazione secondo il prima e il poi) piega le camicie evitando accuratamente di stropicciarle. C’è più filosofia in quelle mani acculturate nella ricerca di un ordine che in tanti libri pieni di parole ma vuoti di sostanza.

E c’è anche tanta teologia; la quale mi pare serva appunto a non prendere una brutta piega.

Gli adolescenti di norma sono anarchici e vestono stropicciato; a riportare decoro nei costumi con una fondazione delle regole ci pensano le mamme. Quelle italiane in particolare, che sembrano ossessionate.

Stirare equivale a prendere un concetto per renderlo funzionale all’idea che abbiamo del mondo.

Talvolta a dimostrare l’esistenza di Dio o la sua immanenza nelle cose.

Non sempre siamo coscienti della portata filosofica dei comportamenti ordinari, è vero.

Ma nulla toglie a quel che chiamiamo filo-so-fare, che vuol dire l’amore-so-fare; seguendo un filo come in un discorso che non manca di criterio scientifico. Perché anche nei piccoli gesti, nella consuetudine di certi movimenti manuali c’è tanta impensabile episteme, come pure è epistemologia ciò che la madre insegna alla figlia nella normale istruzione domestica.

Le cose si fanno così, perché è con quel metodo o con quei modi che si ottengono i risultati.

E se il risultato è un piatto saporito o una camicia smacchiata tanto meglio; c’è della scienza anche quando si dosa il sale in una pietanza e nella quantità di sbiancante che si versa sull’indumento, e va appresa come qualunque altra disciplina.

Naturalmente parliamo di svariati metodi e non di uno solo, come tutto quel che riguarda le esperienze teoretiche prodotte da una necessità pratica.

La filosofia non è un insieme di verità di cui entrare in possesso o un metodo stabilito:
“Non c’è un metodo della filosofia, ma ci sono metodi; per così dire ci sono differenti terapie”
(Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi, 1999, § 133).

Si tratta piuttosto di indagare i modi in cui si presentano le espressioni linguistiche che articolano il mondo, educando a vederlo con perspicuità, disincanto, facendo pulizia.
Avete presente quando le mamme chiedono qualcosa? 
Ebbene la verità già la conoscono, basta loro un’occhiata.

Misurano piuttosto il modo col quale vi rapportate al mondo e che per naturale propensione all’idealismo coincide con il loro Io. Questa pluralità dei metodi risponde all’esigenza di rimanere coerenti con quel che si dice. O meglio, di rimanere fedeli alla forma di vita così com’è predisposta nell’ambiente familiare.

“Dire, mi meraviglio di questo e di quest’altra cosa ha senso solo se posso immaginarmi che le cose non stiano così … Ma non ha senso dire che mi meraviglio per l’esistenza del mondo, poiché non posso immaginarlo come non esistente”
(Sull’etica, in Lezioni e conversazioni sull’etica, l’estetica, la psicologia e la credenza religiosa, Milano, Adelphi, 1976, pp. 1-18, pp. 13-14).

Qualcosa di simile a quanto accade con la critica dell’evidenza di alcuni truismi enunciati da G. E. Moore (“esiste un corpo umano che è il corpo”, “questo calamaio è alla sinistra di questa penna”), che Wittgenstein smonta analizzando la grammatica del linguaggio.

Una casalinga non dice “hai un corpo sgualcito o sporco” e meno che mai si perde in astruse considerazioni logiche. I pantaloni non sono in terra a destra della lavatrice, vanno messi dentro. Punto.

Si potrebbe dire che il discorso vale anche per tutti i mestieri e non solo quello casalingo; ma davvero non so. L’ambiente domestico mi sembra vero, legato ai nostri bisogni intimi, è lo spazio affettivo, emotivo, conoscitivo nel quale ci muoviamo con libertà di linguaggio; non è il luogo dell’Io, ma l’Io in una sua intima dilatazione.

Tra le grammatiche del quotidiano mi sembra quella più aderente alle nostre necessità epistemiche, accidentalmente stropicciata dalla filosofia.

Una casalinga che organizza la giornata della famiglia ha riti che sembrano preghiere, risolve sottili questioni teoretiche, mostra un’insolita attitudine matematica, formula giudizi analitici, risolve dubbi, la cucina assorbe gli aromi e gli odori, decora l’ambiente con il suo gusto estetico.

I mestieri sono un’altra cosa, la finalità è la produzione e la vendita; nella casa alberga invece il sapere per il sapere. E questo se non ricordo male è uno dei nomi che diamo alla filosofia.
Il sapere per il sapere; perché come appuntava AristoteleLa filosofia non serve a niente. Ma proprio perché libera da legami di servitù nessuna scienza le sarà mai superiore”.

La filosofia non è serva (quante volte sentiamo le genitrici dire: “Non sono la tua serva”), questo è il punto; i mestieri che producono un reddito sono servili e accomodanti, complici a volte. Non tendono al bene, quasi mai hanno un rapporto con la verità e raramente producono felicità; c’è anche chi ha visto in quelle forme di lavoro alienazione e abbrutimento, autodistruzione. Ma è un’altra storia.

Le mamme quando chiedono pretendono risposte, non divagano mai, hanno un metodo e si muovono in un ambito empirico.

“Il metodo corretto della filosofia è propriamente questo:
nulla dire se non ciò che può dirsi …

ogni volta che altri voglia dire qualcosa di metafisico, mostrargli che a certi segni nelle sue proposizioni egli non ha dato significato alcuno …

Le mie proposizioni illustrano così:
colui che mi comprende infine le riconosce insensate, se è salito per esse- su esse- oltre esse; (deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v’è salito).

Egli deve superare queste proposizioni; allora vede rettamente il mondo.

Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.
(Tractatus, 6.53-7)”.

La filosofia descrive i modi con cui usiamo parole e proposizioni, poiché è a causa di un loro uso perverso che si sviluppano teoremi incapaci di dare conto della verità.

La frase “il mondo non esiste”, o “il mio corpo esiste”, è logicamente impropria perché si fonda sul presupposto metafisico dell’esistenza. Parimenti quando diciamo alla mamma “nessuno”, alla sua richiesta di sapere chi era al telefono. Quel “nessuno” manca di soggettività, non è oggettivabile, è qualcosa di manifestamente metafisico, insensato sul piano delle proposizioni ordinarie del vivere quotidiano. Non ha un volto ed è irritante.

La filosofia deve delineare le condizioni di senso che rendono corretta una certa espressione linguistica. E il senso deve avere un nome (di quella “zoccola”, come appunto dice la genitrice non potendo indagare oltre).

La prima delle condizioni del filosofare è che noi parliamo in un mondo che preesiste, e rispetto alla cui esistenza non ha senso il dubbio scettico, perché la sua formulazione è la prova che disponiamo di un linguaggio che ci rende partecipi di un gruppo; e al cui interno stirare camicie o fare filosofia sono attività equivalenti.

Stiro ergo sum, il fondamento c’è e a una casalinga epistemica non interessa andare oltre.

Contraddire una mamma comporta a vederla difendere il principio di non contraddizione con la pantofola in mano; è empirista prima che agnostica, rinunciate ai paralogismi.

Perciò Wittgenstein scrive:
“La mia vita mostra che so”
(Della certezza, Torino, Einaudi, 1999, § 7).

La conoscenza è l’espressione di quanto apprendiamo nella vita, sappiamo ciò che abbiamo imparato.

La filosofia è un modo di osservare, guardare. spiare anche dal buco della serratura.

Disciplinare la descrizione dell’esperienza, darsi regole non significa costituire una precettistica.
Le stesse definizioni che Wittgenstein ha elaborato, quali il gioco linguistico e la forma di vita, mutano di senso a seconda del contesto d’uso in cui vengono adoperate.

Non diversamente da una casalinga ha infatti ripulito la filosofia da ogni ambizione fondazionalistica.

La filosofia non fonda e non istituisce, mostra il modo in cui il pensiero può articolarsi, ma non cosa deve pensare; è una filosofia del come, non del che cosa.

Alle mamme interessano i risultati, non danno un metodo di studio al figlio quando fa i compiti. Si limitano a chiedere il giorno dopo, quanto ti ha dato la maestra?

E non è proprio un chiedere, perché la domanda è analitica e sintetica.
D’altra parte, le cose si danno immediatamente allo sguardo e ricercare una spiegazione dietro l’apparenza significa compiere un’opera di mistificazione, la ricerca delle cause e dei principi primi è un esercizio come si è detto metafisico.

Le mamme indagano, questo sì; ma si limitano ad osservare la forma secondo cui avviciniamo le cose, che appaiono e si presentano per come effettivamente sono. I pantaloni sono rotti e vanno rammendati, il bambino al limte si rimprovera ma raramente mi è capitato di sentire chiedere “com’è successo?”

Non c’è progressione nell’intenzione di ricerca, la filosofia fa vedere meglio, nulla di più:
Il mio metodo è quello di rilevare errori nel linguaggio.
Sto usando la parola ‘filosofia’ per l’attività di rilevazione di tali errori”
(Wittgenstein, Lectures, Cambridge, 1932-1935, pp. 27-28).

Veniamo ora al succo del discorso, anzi al frullato che al soggetto casalingo piace di più.
La filosofia è un’attività terapeutica e nel concetto di terapia sono presenti l’educazione e le regole.

Come quando le mamme dosano il detersivo per il bucato, parimenti ripuliscono
“Le parole dal loro uso metafisico al loro uso corretto nel linguaggio”
(Filosofia, Roma, Donzelli, 1996, § 88).

Come si arrivi a dare una presentazione perspicua dei fatti linguistici, attraverso cui si descrivono quelli antropologici, non è però immediatamente chiaro neanche a Wittgenstein.

Se infatti afferma già dal Tractatus che la filosofia deve rischiarare linguisticamente il pensiero e non formulare teorie sul linguaggio, per mostrare che alcune proposizioni filosofiche non sono sostenibili, occorre prima aver puntualizzato come funziona correttamente il linguaggio, e cioè avere elaborato una teoria.

E tuttavia proprio l’elaborazione di una teoria del linguaggio è insensata nel momento in cui postula la sua essenza. Wittgenstein risolve il paradosso intendendo la filosofia come un’attività che procede con l’esibizione di esempi di costruzioni semantiche che affidano al lettore il compito di pensare per conto proprio (Filosofia e Ricerche filosofiche).

In qualche modo la casalinga costruisce un linguaggio e quello finisce per ordinare il mondo.
Un mondo domestico, familiare e pulito; non ragiona in termini metafisici o immaginari.

Non costruisce illusioni, afferra piuttosto il desiderio (perché è di quello che parliamo quando pronunciamo la parola filosofia), lo porta dove non possa far danni facendolo esplodere altrove, proprio come fanno gli artificieri.

Le illusioni sono metafisica, non come la intendeva Aristotele però.
La “meraviglia” con cui comincia il suo Libro è desiderio (ορεγονται) e il desiderio è rivolto alle cose naturali (φυσει). La natura aristotelica è qualcosa di aderente alla vita, al di qua del nomos.

Come ho detto sopra, la filosofia non è materia scolastica, ma un naturale disporsi verso le cose prima che alle idee. C’è anche un altro elemento interessante nell’incipit aristotelico, Παντες ανθρωποι, tutti gli uomini, nessuno escluso tendono al sapere, a meravigliarsi, a desiderare.

Le mamme lo sanno bene, basta loro un’occhiata sull’epidermide del figlio.
Anche nelle illusioni il desiderio è presente e vagamente rimanda a un senso di giustizia e equità.

Ma è un desiderio povero, falsamente votato all’educazione, detonato in quel che conta.

Non nasce da un bisogno filosofico, ma dalla necessità di ordinare i capricci e gli stropicciamenti della vita. La filosofia non si occupa di capricci e non ama l’ordine pur mettendo in ordine; le mamme non vendono fumo e si arrabbiano anzi se fumiamo.

Dove c’è ordine non può esserci meraviglia.

Ed è questo il punto: il disordine è necessario alla sua esistenza di domestico filosofico in bigodini, pur tra mille lamentele e la minaccia del battipanni. La camicia stropicciata è la ragione e il senso del suo ragionare con le mani e con la scopa.

Non per niente Wittgenstein scriveva che:
Il lavoro filosofico è propriamente … un lavoro su se stessi. 
Sul proprio modo di vedere. Su come si vedono le cose e su cosa si pretende da esse”.
E quello che desidera una casalinga filosofica è una camicia e una vita stirata.
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