giovedì 6 settembre 2012

Zygmunt Bauman. “Essere connessi” è meno costoso che “essere sentimentalmente impegnati”, ma anche considerevolmente meno produttivo in termini di costruzione e preservazione di legami.

Il fallimento di una relazione è quasi sempre un fallimento di comunicazione
Zygmunt Bauman

Più siamo indipendenti, meno siamo in grado di fermare la nostra indipendenza e sostituirla da una piacevolissima interdipendenza
Zygmunt Bauman


Sembra che la conseguenza più feconda della prossimità virtuale sia la separazione tra comunicazione e relazione. Diversamente dalla prossimità topografica vecchio stile, essa non richiede che i legami siano già stabiliti, né ha come conseguenza necessaria di stabilirli. “Essere connessi” è meno costoso che “essere sentimentalmente impegnati”, ma anche considerevolmente meno produttivo in termini di costruzione e preservazione di legami. 
Zygmunt Bauman

I nuovi rapporti vivono di un monologo e non di dialogo che si creano e si cancellano con un clic del mouse, accolti come un momento di libertà rispetto a tutte le occasioni che offre la vita e il mondo. In realtà, tanta mancanza di impegno e la selezione delle persone come merci in un negozio è solo la ricetta per l'infelicità reciproca. 
Zygmunt Bauman, Festival Filosofia 14 settembre 2012


La solitudine genera insicurezza, ma altrettanto fa la relazione sentimentale. In una relazione puoi sentirti insicuro quanto saresti senza di essa, o anche peggio. Cambiano solo i nomi che dai alla tua ansia. Finché dura, l'amore è in bilico sull'orlo della sconfitta. Man mano che avanza dissolve il proprio passato; non si lascia alle spalle trincee fortificate in cui potersi ritrarre e cercare rifugio in caso di guai.E non sa cosa lo attende e cosa può serbargli il futuro.Non acquisterà mai fiducia sufficiente a disperdere le nubi e debellare l'ansia.L'amore è un prestito ipotecario fatto su un futuro incerto e imperscrutabile.
Zygmunt Bauman, L'amore liquido


L'identità nazionale è una costruzione storica e il caso italiano ne è una lampante dimostrazione: la globalizzazione la rende precaria. Ma precarie sono tutte le identità del mondo di oggi. Un tempo si parlava poco di questo tema, perché l'identità era garantita alla nascita. La società ne forniva una da cui era difficile uscire. Oggi invece è il luogo dell'ambivalenza. Anche quella politica è tutta da ridiscutere: cosa vuol dire oggi essere di destra o di sinistra? Il nostro pragmatismo ha espunto Dio dalla vita quotidiana: neanche a lui sappiamo più rivolgerci per dare senso alle cose che facciamo. 
Zygmunt Bauman, "Intervista sull'identità"


Penso che la cosa più eccitante, creativa e fiduciosa nell'azione umana sia precisamente il disaccordo, lo scontro tra diverse opinioni, tra diverse visioni del giusto, dell'ingiusto, e così via. Nell'idea dell'armonia e del consenso universale, c'è un odore davvero spiacevole di tendenze totalitarie, rendere tutti uniformi, rendere tutti uguali. Alla fine questa è un'idea mortale, perché se davvero ci fosse armonia e consenso, che bisogno ci sarebbe di tante persone sulla terra? Ne basterebbe una: lui o lei avrebbe tutta la saggezza, tutto ciò che è necessario, il bello, il buono, il saggio, la verità. Penso che si debba essere sia realisti che morali. Probabilmente dobbiamo riconsiderare come incurabile la diversità del modo di essere umani.
 Zygmunt Bauman


"Paura" è il nome che diamo alla nostra incertezza
alla nostra ignoranza della minaccia, o di ciò che c’è da fare - che possiamo o non possiamo fare - per arrestarne il cammino o, se questo non è in nostro potere, almeno per affrontarla.
Zygmunt Bauman; Paura liquida


Chi è insicuro tende a cercare febbrilmente un bersaglio su cui scaricare l'ansia accumulata e a ristabilire la perduta fiducia in se stesso cercando di placare quel senso di impotenza che è offensivo, spaventoso e umiliante. 
Zygmunt Bauman, Paura liquida







E difatti il più delle volte si è connessi, ci si relaziona a distanza ma non si comunica. E come potrebbe essere diversamente? Manca tutto il mondo della prosodia e della prossemica, mancano gli odori, i sapori, i colori. Mancano il gioco di sguardi, i cenni d'intesa, tutto ciò che si dice col corpo. Manca la realtà. Forse questo è conveniente, non si è sentimentalmente coinvoliti, ci si sente liberi. La virtualità apparentemente riduce le distanze ma in realtà le amplifica, esalta la connessione e annienta la comunicazione...e tutto si spegne in un click




E se in questo ci fosse anche una conquista? Non solo un tornaconto, ma una vera liberazione. 
La liberazione dalle deviazioni del corpo. Non sempre, certamente non nella maggior parte dei casi, per carità, ma potrebbe esserci. Se si perde tutto ciò che Federica descrive così meravigliosamente, si può recuperare, forse, il contenuto?
Le parole, solo le parole. Non c'è sguardo, non c'è prossemica o odori, ma ci sono le parole. E le parole sono contenuto, che può dividere o unire. Ad esempio, se parlassi con Federica di persona, la sua avvenenza potrebbe turbarmi (il che non è male ehh :-)))), potrebbe costringermi a fingere. Condividere delle parole, o meglio un'idea, non potrebbe essere addirittura più alto di condividere uno sguardo?


Ciao Massimo, quello che scrivi è molto vero. Ma la comunicazione non è semplice interazione, è scambio, è mettere in comune ciò che si è. Non siamo solo idee, non siamo solo pensieri e parole, siamo corpo, siamo sensazioni, passioni, desid
eri. Tutto questo è ciò che dà colore alle nostre idee, le nutre, le rende uniche e diverse dalle altre. Leggere un "Ti voglio bene" o sentirlo pronunciare con voce tremula, con occhi accesi di passione o di timidezza o d'imbarazzo non è la stessa forma di comunicazione. E se anche la mia presenza ti turbasse e tu non fossi te stesso in quel momento, saresti sempre tu in una particolare circostanza, quella dell'imbarazzo o dell'agitazione. Nella comunicazione si applicano sempre dei filtri con l'altro, non si è mai completamente se stessi, serve a proteggere ciò che di più intimo abbiamo. Se a questo aggiungiamo l'ulteriore filtro rappresentato da uno schermo, quella comunicazione diviene una pura e semplice connessione
La comunicazione virtuale dà spazio al pensiero, alla riflessività che nelle relazioni quotidiane a volte non trovano modi o occasioni di espressione. Entrambi i mezzi di comunicazione, il virtuale e il reale offrono possibilità diverse, entrambe interessanti.



Forse noi abbiamo una considerazione distorta della virtualità. La virtualità a mio parere permea il reale: la fantasia è virtualità, la creatività è virtualità, l'astrazione è virtualità. Noi siamo al contempo realtà e virtualità, forse l'errore sta nel voler separare ciò che è inscindibile



Credo che la comunicazione virtuale come fenomeno sociale e individuale non possa essere liquidata come giusta o ingiusta, utile o dannosa, reale o effimera. Ci sono modi e livelli diversi di comunicazione virtuale, come diversi sono i motivi che inducono le persone a cercarsi sul web. Quanto alla solitudine e alla superficialità suppongo che il web non sia altro che un'immagine speculare della realtà che lo anima. 
E' il mondo reale ad essere un luogo difficile e per molti solitario, il web e' uno dei suoi teatri.
Emiliano Silvestri




Zygmunt Bauman: “Il vero dialogo non è parlare con gente che la pensa come te”. 
Il sociologo e filosofo polacco denuncia che le reti sociali non sono una comunità, ma solo un sostituto.
In un’intervista rilasciata a gennaio di quest’anno a Ricardo De Querol per Babelia, su El País, ha spiegato come le reti sociali, pur avendo cambiato in buona misura le forme tradizionali dell’attivismo sociale, non siano se non un sostituto della formazione di comunità autentiche.

Nell’intervista, De Querol ha citato lo stesso Bauman, per il quale l’attivismo online è un “attivismo da sofà” e Internet la maggior parte delle volte non fa che “addormentare con intrattenimento a basso costo”. 

Il giornalista gli ha quindi chiesto se le reti sociali, parafrasando Marx, non siano il nuovo “oppio dei popoli”. Bauman non ha esitato a rispondere che l’identità, come le comunità, non è qualcosa che si debba creare, ma qualcosa che “si ha o non si ha”.

“Quello che le reti sociali possono creare”, ha segnalato il sociologo, “è un sostituto. 
La differenza tra la comunità e la rete è che tu appartieni alla comunità ma la rete appartiene a te. Puoi aggiungere amici e puoi cancellarli, controlli la gente con cui ti relazioni. La gente si sente un po’ meglio perché la solitudine è la grande minaccia in quest’epoca di individualizzazione. Ma nelle reti aggiungere amici o cancellarli è così facile che non c’è bisogno di capacità sociali”.

Queste ultime, ha segnalato Bauman nell’intervista, si sviluppano nel contatto quotidiano umano diretto, in spazi condivisi, sia pubblici che privati: per strada o nell’ambiente di lavoro, in cui è necessaria un’interazione “ragionevole” con la gente; insomma, in interazioni che esigono dialogo, negoziato e apertura.

A questo proposito, Bauman non esita a ricordare che papa Francesco ha concesso la sua prima intervista dopo essere stato eletto Sommo Pontefice a un giornalista apertamente e militantemente ateo, Eugenio Scalfari.
“È stato un segno”, ha indicato Bauman: “il vero dialogo non è parlare con gente che la pensa come te”.

Il dialogo, ha specificato il sociologo in un’intervista rilasciata di recente ad Avvenire, è “insegnare a imparare. L’opposto delle conversazioni ordinarie che dividono le persone: quelle nel giusto e quelle nell’errore”.

Entrare in dialogo significa superare la soglia dello specchio, insegnare a imparare ad arricchirsi della diversità dell’altro. A differenza dei seminari accademici, dei dibattiti pubblici o delle chiacchiere partigiane, nel dialogo non ci sono perdenti, ma solo vincitori”.

“È la vera rivoluzione culturale rispetto a quanto siamo abituati a fare ed è ciò che permette di ripensare la nostra epoca. L’acquisizione di questa cultura non permette ricette o facili scappatoie, esige e passa attraverso l’educazione che richiede investimenti a lungo termine. Noi dobbiamo concentrarci sugli obiettivi a lungo termine”.

“E questo”, ha concluso Bauman, “è il pensiero di papa Francesco. Il dialogo non è un caffè istantaneo, non dà effetti immediati, perché è pazienza, perseveranza, profondità. Al percorso che lui indica aggiungerei una sola parola: così sia, amen”.

Zygmunt Bauman, nato a Poznań (Polonia) nel 1925, dovette emigrare con la sua famiglia in quella che all’epoca era l’Unione Sovietica quando era appena un bambino per sfuggire alla persecuzione nazista. Nel 1968 dovette nuovamente fuggire per evitare la purga antisemita seguita al conflitto arabo-israeliano. Si stabilì temporaneamente a Tel Aviv, per poi trasferirsi in Inghilterra, dove fece carriera all’Università di Leeds.
[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]
lucandrea massaro
http://it.aleteia.org/2016/09/26/zygmunt-bauman-dialogo-non-essere-parlare-con-chi-pensa-come-te/


Intervista a Zygmunt Bauman: Bush ha ucciso l’attrazione del modello democratico occidentale

29-11-2010
Il sociologo anglo-polacco Zygmunt Bauman noto anche in Italia (tra i suoi ultimi lavori,”Vite di corsaCome salvarsi dalla tirannia dell’effimero”, Il Mulino; “L’arte della vita”, Laterza), sostiene che occorre affrontare le sfide difficili, cercando di dare una forma a quel che è indefinito. Ed essere consapevoli che lo sforzo è sempre enorme. Recentemente Bauman ha tenuto una conferenza a Piacenza, ed è lì che Emiliano Silvestri lo ha intervistato.
Perché ha parlato di libero flusso di capitali, nel mondo, senza controllo politico?
“Ne ho parlato perché succede; 50 anni fa c’era una mutua dipendenza tra capitale e lavoratori; avevano bisogno l’uno dell’altro. Gli impiegati, i lavoratori, avevano bisogno del capitale per sopravvivere, il capitale aveva bisogno dei lavoratori per tenere in piedi l’impresa e renderla autonoma e più remunerativa. Ora questo contratto è letteralmente rotto; perché i lavoratori sono ancora legati come prima, ai loro territori, non possono trasferirsi facilmente mentre, d’altra parte, i capitali, il commercio, le finanze si muovono abbastanza liberamente intorno al mondo, attraversano i confini nazionali e non sono controllati; sono liberi di muoversi dovunque ci siano le migliori condizioni e, perciò, i lavoratori sono in costante timore di quel che può succedere: se il mio capo decidesse che è più profittevole investire a Kualampour piuttosto che a Piacenza o Milano, sarebbe un guaio. La dipendenza che prima era reciproca resta di una sola parte. L’uno dipende ancora dall’altro ma quello non dipende più dal primo”.

Ha chiamato G. W. Bush, assassino della democrazia. Perché?
“Perché…no…non ho detto che ha ucciso la democrazia ma che ha ucciso la dignità e l’attrazione del modello occidentale di democrazia agli occhi del resto del mondo perché, dopo tutto, la sua avventura di tipo bellico è stata condotta nel nome della democrazia. Ne è risultata distruzione, smantellamento dell’ordine sociale, dozzine se non centinaia, migliaia di vittime. Ed è anche costata agli Stati Uniti d’America, secondo gli ultimi calcoli, 715 miliardi di dollari. Sprecati senza nessun risultato in termini di democrazia, idea che è nel cuore di molte persone in Asia o in Africa, che sognano la democrazia occidentale e aspettano il momento di ribellarsi contro i loro tiranni per instaurarla. E adesso hanno perso la fiducia. “Se quella è democrazia, tante grazie, ne facciamo a meno”.

Cosa pensa di questo termine: “comunità globale”?
“Penso che non esista. Le comunità sono gruppi di persone che si piacciono vicendevolmente, che collaborano, che condividono gli stessi interessi, gli stessi valori ecc. Tutti sanno: le famiglie, il vicinato; quelli che abitando da sempre nella stessa zona cooperano e si aiutano quotidianamente a vicenda. Queste sono le comunità. Non è come la “comunità internazionale”…vengono firmati accordi internazionalmente, in realtà non internazionali ma intergovernativi. Non sono le nazioni ma i primi ministri o i ministri che si incontrano. Tutto dipende, i membri dell’umanità, dalla volontà o meno di una nazione. Se uno Stato-nazione vuole aggregarsi, si aggrega; se non vuole aggregarsi non si aggrega. Niente a che vedere con una comunità. Si tratta quindi di una temporanea aggregazione di interessi che potrebbe sciogliersi l’indomani, se qualcuno decide che può benissimo farne a meno”.

Un’ultima domanda. In questa situazione, cosa possiamo sperare?
“Non nascondo che la situazione è molto complessa. Non è compito mio consigliare i capi di Stato ecc. Non è la mia professione. Quello che posso fare, quello che sto cercando di fare, è solo mostrare quali sono i reali, genuini problemi che dobbiamo affrontare se vogliamo sopravvivere. Dico “noi” perché, che ci piaccia o meno, facciamo tutti parte di un’umanità interdipendente. Qualunque cosa succeda a Piacenza si ripercuote a Pechino e viceversa; potresti perdere oggi il tuo lavoro semplicemente per qualcosa che è successo in Bangladesh; siamo dipendenti, siamo dipendenti ma quello che tu ne fai di questa interdipendenza. Non ho idea di cosa succederà ma l’unica cosa che posso dire è che finché non affrontiamo questa totale, assoluta, planetaria, reciproca dipendenza e non cerchiamo di trovare agenzie di azione collettiva, attraverso le quali poter controllare e influire su quello che accade nel globo…non giungeremo a quello che chiamate “comunità globale” questa è la sfida - e lo so che è una sfida – ma dopo tutto, se noi guardiamo alla storia dell’umanità dall’era paleolitica ai giorni nostri, ce ne sono tante di sfide e alleanze per riuscire a trovare soluzioni”.

http://notizie.radicali.it/articolo/2010-11-29/intervento/intervista-zygmunt-bauman-bush-ha-ucciso-l-attrazione-del-modello-dem



Bauman: consumo dunque sono. La promessa di una felicità irraggiungibile


9 dicembre 2008

Nella sinistra ci sono due anime che da sempre si confrontano.

Una è la tendenza al produttivismo, l’idea che quanto più si sviluppano le forze produttive tanto più il futuro dell’umanità tende al meglio. L’altra è la cultura della sobrietà e della critica al consumismo. Lo slogan della decrescita, coniato dall’economista Serge Latouche, ha avuto negli ultimi anni una certa fortuna politica perché è apparsa l’unica alternativa possibile al dramma dell’inquinamento ambientalePer i sostenitori della decrescita la società sarà costretta in futuro a consumare di meno se non vorrà distruggere le basi materiali e ambientali della propria riproduzione.

La sobrietà è di sinistra? Al di là delle suggestioni, l’appello all’austerità non ha scalfito gli stili di vita e di consumo dominanti. C’è da chiedersi perché. Colpa della società del nostro tempo troppo impregnata di utilitarismo individuale, troppo propensa agli egoismi particolari e poco disposta verso l’interesse generale? Può essere, il berlusconismo ci ha costruito sopra la sua fortuna politica. Però l’appello alla sobrietà, a volte, rischia d’apparire un messaggio ipocrita. La crisi economica ha dimostrato che per gli strati sociali bassi – e, ormai, anche per il ceto medio – lo slogan del consumare meno è già una dura realtà. C’è già chi fa fatica ad arrivare alla quarta settimana e a soddisfare i cosiddetti bisogni elementari (fra questi oggi dobbiamo metterci anche lo studio e la cultura). Ai consumi si accede in maniera ineguale a seconda del reddito e della posizione sociale. Ma il richiamo all’austerity è inefficace soprattutto su un altro versante. Quello che fa letteralmente andare fuori dei gangheri i sostenitori della vita sobria è come mai anche individui delle classi popolari, magari in difficoltà nel soddisfare le esigenze fondamentali (la casa, il cibo, la salute), corrano dietro alle chimere del consumismo, fino al punto d’indebitarsi pur di accaparrarsi l’oggetto di desideri instabili, fosse la macchina nuova o l’ultimo modello di telefoninoE se la forza del consumismo stesse proprio in questa promessa di felicità in cambio dell’usa-e-getta? E se la ragione dell’egemonia consumistica stesse proprio in questo scambio, cioè nel far ritenere a portata di mano la gratificazione di tutti i desideri, non importa a quale prezzo e con quale impatto ambientale?
Questo è il punctum dolens contro cui sbattono il capo cultori della sobrietà, ambientalisti, fautori della decrescita ed ecologisti. Come a dire: lo scoglio non si aggira finché non capiamo davvero cos’è il consumismo. Ci prova con un’indagine molto suggestiva Zygmunt Bauman nel nuovo libro da poco uscito in Italia, Consumo, dunque sono (Laterza, pp. 200, euro 15). L’economia di mercato – sostiene il sociologo – prospera perché il consumismo è entrato nei nostri desideriCi ha indotti a desiderare esattamente quel che è necessario affinché questo sistema funzioni. Il capitalismo morirebbe di sovrapproduzione senza il ricambio continuo di merci. «Ogni volta che il denaro passa di mano alcuni beni di consumo sono inviati alla discarica». In una società di consumatori la “ricerca della felicità” sposta l’attenzione «dal fare le cose, o appropriarsene, o accumularle, al disfarsene».
I consumatori della società consumistica, dice Bauman, devono seguire le curiose abitudini degli abitanti di Leoniauna delle città invisibili di CalvinoQuella città, tutti i giorni, rifaceva se stessa. «Ogni mattina – parole di Calvino – la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi». Però «sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio», tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana. «Più che dalle cose di ogni giorno che vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità». Le cataste di rifiuti «s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto (…). E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne».

Non faremmo fatica a riconoscere in questo reportage fantastico lo scenario inquietante delle nostre città brulicanti di centri commerciali e di pubblicità seducenti che incitano al consumomentre ai margini delle periferie prolificano discariche traboccanti rifiuti d’ogni genereE’ un inferno quotidiano che abitiamo ogni giorno, ma che non notiamo quasi più tanto fa da sfondo alle strade che percorriamo come d’abitudine. Appena ai margini delle cinte suburbane, lambiti dagli avamposti delle campagne, sorgono le tante Malagrotta delle metropoli italiane. Quelle montagne di spazzatura, generate dall’iperconsumismo, non le vediamo più, lo sguardo le sorvola con indifferenza. Anzi, su quei cumuli prospera l’orgoglio del capitalismo contemporaneo che fa vanto d’aver ormai archiviato in un passato lontano le economie primitive che non riuscivano neppure a soddisfare i bisogni elementari dell’umanitàIl consumismo garantisce di averci emancipato dalla dittatura dell’oggetto – che sia o meno un’illusione poco importa. Le cose valgono soltanto come segno imperfetto di un godimento impossibile. Nella stragrande maggioranza dei casi non sono beni essenziali, sono oggetti che devono suscitare l’ipertrofia dei desideri ben oltre la linea di per sé fluttuante dei bisogni fondamentali. Alla dittatura dell’oggetto il consumismo ha sostituito la dittatura del desiderio: desiderio di ogni consumatore d’essere, per tramite dell’oggetto di consumo, sempre altro da quel che èMa essendo i desideri instabili, gli oggetti che ne rappresentano il segno, sono destinati a una rapida obsolescenza e a finire in discarica.
Eccola, la dittatura soft, la sottile forza di persuasione: quel desiderio blandito dalla pubblicità grazie al quale può nonostante tutto prosperare un sistema economico che manda montagne di rifiuti al macero, che giorno dopo giorno avvelena il pianeta – e la vita degli esseri umani – con scorie, materiali inorganici, anidride carbonica e sostanze radioattiveNessuno è costretto con la forza a consumare, a comprare, a rincorrere le ultime mode, ad accaparrarsi i marchi che fanno “tendenza”, a stare un passo davanti agli altri, buttando tutto ciò che è d’impaccio in questa corsa verso la felicità. «Il segreto di qualsiasi socializzazione efficace – scrive Bauman – è far sì che gli individui desiderino fare ciò che occorre affinché il sistema sia in grado di riprodurre se stesso». Il consumismo è la forma di «vita liquida» (dopo quella «solida» della società dei produttori) che ha trasformato tutte le relazioni, anche quelle tra le persone, a modello e somiglianza delle relazioni tra i consumatori e gli oggetti di consumoComperiamo per rincorrere il nostro desiderio di diventare altro, di apparire alla moda, di stare avanti alla massa grigia e impersonale. Questo è quel che le merci ci promettono, a condizione però di essere disposti di volta in volta a disfarci dei “vecchi” modelli. «L’economia dei consumi e il consumismo sono mantenuti in vita in quanto i bisogni di ieri sono sminuiti e valutati, e i loro oggetti ridicolizzati e sfigurati come ormai obsoleti, e ancor più è l’idea stessa che la vita di consumo debba essere guidata dalla soddisfazione dei bisogni a essere screditata». Gli oggetti non servono più soltanto a soddisfare un bisogno – questa per la filosofia consumistica è una concezione primitiva – gli oggetti sono uno status symbol, promettono una felicità riservata ai pochi che si piazzeranno primi nella corsa verso l’ultimo i-phone. Ma la corsa non finirà maiL’oggetto che prima faceva tendenza presto diventerà un marchio di disonore, di inferiorità, un oggetto fuori moda destinato al bidone dell’immondizia. Il consumatore non smetterà mai di desiderare di essere qualcun altro. I mercati «alimentano l’insoddisfazione dei confronti dei prodotti usati dai consumatori per soddisfare i propri bisogni, e coltivano un perenne scontento verso l’identità acquisita (…). Cambiare identità, liberarsi del passato e ricercare nuovi inizi, lottando per rinascere: tutto ciò viene incoraggiato da quella cultura come un dovere camuffato da privilegio».
Ma davvero la felicità è nell’imperativo compra-e-getta? Possiamo immaginare un’alternativa a questo modo dissennato di consumare e inquinare? Non si tratta di predicare il ritorno all’età della pietra. Il consumismo ha vinto, almeno finora, perché ci ha liberato dall’assillo che avevano le società del passato di non riuscire a soddisfare i bisogni fondamentali dell’uomo. Ma può essere contestato nel punto più alto della sua scommessa. Là, dove ha promesso il paradiso in terra sapendo di non poter mantenere la parola. Il consumismo è la filosofia dell’adesso e dell’ora, la polverizzazione della nostra vita in una serie di istanti eterni senza continuità (“tempo puntinista”, dice Bauman)Una filosofia che promette la felicità qui e ora, senza rinvii e differimenti. Il paradiso in terra. Ma qui casca l’asino perché se un consumatore raggiungesse per davvero la felicità non sarebbe più un buon consumatore. Potrebbe anche diventare contento della sua vita. Il grande equivoco è che la promessa di felicità fatta dal consumismo può continuare a sedurre proprio perché allude a un godimento impossibile, a un paradiso evocato di acquisto in acquisto, ma mai realizzabile. Il cliente non sarà mai completamente soddisfatto. Gli uomini dovranno continuare a lavorare e a vivere per rincorrere desideri di altre vite, altre identità, altri mondi che non si avvereranno mai. Non c’è strada maestra verso la felicità. Ricordiamocelo durante le spese natalizie.
http://ainostriposti.wordpress.com/2008/12/09/bauman-consumo-dunque-sono-la-promessa-di-una-felicita-irraggiungibile/






Articolo tratto dalla tesi di Soili Milan, Zygmunt Bauman: modificazioni dello spazio-tempo e nuove polarizzazioni. Una lettura dei processi di globalizzazione, nella quale affronta i cambiamenti portati dai processi storici della globalizzazione nelle modalità di vita dell'uomo moderno.  
Zygmunt Bauman: dall'etica del lavoro all'estetica del consumo

Bauman ritiene che il principio del "ritardo della gratificazione (del soddisfacimento di un bisogno o di un desiderio, del momento di un'esperienza piacevole, del godimento)" abbia rappresentato il precetto attitudinale/comportamentale da cui prese avvio la società moderna e che rese il modo moderno di essere-nel-mondo contemporaneamente possibile e inevadibile. La procrastinazione, quale forma di ritardo della gratificazione, è stata infatti alla base di innovazioni moderne quali l'accumulazione del capitale e il diffondersi di un'etica del lavoro. Il desiderio di migliorare e il rimandare la gratificazione produssero l'effetto inatteso dello sviluppo, della crescita, in definitiva della stessa società moderna. 
Bauman sottolinea come la procrastinazione anteponesse il seminare al raccogliere, l'investimento alla distribuzione dei guadagni, il risparmiare allo spendere, l'autonegazione all'autoindulgenza e il lavoro al consumo. Ma la procrastinazione era un principio ambivalente, poiché non negava (e tantomeno sottovalutava) il valore e i meriti di ciò che subordinava, piuttosto lo nobilitava. "Paradossalmente, la negazione dell'immediatezza, l'evidente svilimento degli obiettivi si tradusse nella loro elevazione e nobilitazione". Ovvero, l'attesa finì per ingigantire i seducenti e allettanti poteri del premio e dall'ambivalenza, insita nella procrastinazione, si originarono due tendenze opposte: 


Una portò all'etica del lavoro, che stimolò l'inversione di ruolo tra mezzi e fini e proclamò la virtù del lavoro fine a se stesso, […]; l'etica del lavoro fece sì che il ritardo venisse esteso all'infinito. L'altra condusse all'estetica del consumo – riducendo il lavoro a un ruolo meramente subordinato, strumentale, un'attività che trae tutto il proprio valore non da ciò che è, ma da ciò per cui prepara il terreno - e a una visione dell'astensione e della rinuncia in quanto sacrifici forse necessari, ma onerosi e fortemente avversati, se possibile da ridurre al minimo indispensabile

In questo senso, la procrastinazione poté servire sia la società del produttori sia la società del consumo, "pur oberando ciascuna fase di tensioni e irrisolti conflitti attitudinali e assiologici". Tuttavia, la nostra società dei consumi ha forzato il principio della procrastinazione fino al punto di rottura. Oggi il principio del "ritardo della gratificazione" è stato spogliato di ogni valenza morale, non ha più lo scudo "dell'imposizione etica", esso appare piuttosto come un peso, il sintomo di un'inadeguatezza personale o di ordinamenti sociali imperfetti. 

Si è visto che la società dei consumi stimola e valorizza la gratificazione immediata, continua, "sul posto"; in ciò va contro ogni principio di procrastinazione, è contraria ad ogni dilazione. Piuttosto, la cultura del consumatore è servita dalla procrastinazione attraverso la sua autonegazione: ridurre il ritardo o abolirlo del tutto. Ma, avverte Bauman, "la cultura che muove guerra alla procrastinazione è una novità assoluta nella storia moderna. In essa non c'è spazio per la presa di distanza, la riflessione, la continuità, la tradizione […]". Il mutamento, quindi, è radicale. 

Una società guidata dall'estetica del consumo è una società dell'"adesso", una società che non è in grado di aspettare. "Ora" diviene la parola chiave nelle strategie di vita, indipendentemente dall'ambito a cui si deve far fronte. Bauman sostiene che non c'è bisogno di alcuna "regolamentazione normativa" da applicare per essere certi che le necessità umane corrispondano agli interessi degli operatori di mercato, e che quindi i consumatori svolgano il loro "dovere". 
Lo spirito dei consumatori, al pari delle industrie che prosperano su di esso, si ribella naturalmente ad ogni regolamentazione, è insofferente a ogni restrizione normativa che limiti la libertà di scelta. La conferma di questo atteggiamento la si può riscontrare nell'ampio favore con cui è stata accolta la maggior parte delle misure di liberalizzazione, così come nel consenso, finora senza precedenti, ottenuto in America e altrove, per la riduzione dei servizi sociali - "ovvero per l'assistenza pubblica" - purché seguiti da un alleggerimento del peso fiscale, cioè sotto la promessa di avere più denaro da spendere. I consumatori vanno sedotti, non regolamentati. 

Se il fattore di integrazione della società dei produttori era l'etica del lavoro, che attribuiva valore supremo a un compito ben fatto, oggi ciò che salva la società da crisi ricorrenti e ciò che la tiene in corsa è l'estetica, che premia e incoraggia un'esperienza sublime. Ancora una volta, è la prospettiva temporale che segna la differenza tra i due modelli di società. Infatti, mentre l'esecuzione di un lavoro ben fatto ha una sua logica interna che si protrae nel tempo, dandogli così struttura e direzione, e definendo il senso di nozioni quali accumulazione graduale e ritardo della realizzazione, nel caso della ricerca di esperienza, invece, non vi è alcun motivo di rinvio. 
Ogni occasione è ugualmente valida, ogni momento rappresenta il momento giusto, e quindi, un ritardo o un rinvio rappresenta né più né meno che un'occasione mancata. Già si è detto che l'unica scelta non tollerabile per una società dei consumi è quella di non scegliere, ma anche il momento per compiere la scelta non è alla portata del consumatore; non spetta a lui stabilire quando possa presentarsi l'occasione per vivere un'esperienza emozionante, perciò egli deve essere sempre pronto, sempre all'erta per accogliere la possibilità di scelta nel momento in cui gli si presenta e per viverla nel migliore dei modi. 

Bauman sostiene che la natura della società guidata dall'etica del lavoro - la società dei produttori - sia essenzialmente platonica, per la sua ricerca di modelli e regole a cui ricondurre ogni cosa; mentre la natura di quella guidata dall'estetica del consumo - la società dei consumatori - sia fondamentalmente aristotelica, cioè "pragmatica, flessibile, fondata sul principio che non ci si deve preoccupare troppo presto". In tal senso, l'unica iniziativa lasciata ad un consumatore consapevole è quella di trovarsi nel luogo e nel momento giusti, ovvero dove e quando le occasioni sono più frequenti, aspetto che richiede la fiducia, derivata dall'esperienza, nei confronti di tutte le numerose istituzioni "dell'educazione continua del consumatore". 


Non meraviglia afferma Bauman, che una società dei consumi sia anche un paradiso di consigli e di pubblicità, come anche un terreno fertile per profeti, indovini, venditori ambulanti di pozioni magiche e distillatori di pietre filosofali

Si è già accennato al fatto che il consumatore è oggi più un collezionista di sensazioni che di cose, ora Bauman approfondisce questo aspetto legandolo al prevalere dell'estetica del consumo sull'etica del lavoro


[…] per gli adepti di questa nuova tendenza il mondo è un immenso campo di possibilità, di sensazioni sempre più intense (nel senso del concetto di Erlebnis, distinto da quello di Erfahrung: due termini tedeschi che significano "esperienza", il primo nell'accezione di "esperienza vissuta", il secondo "in quello di evento che ci accade"). Il mondo, sotto tutti i suoi profili, viene giudicato in base alla sua capacità di provocare sensazioni ed Erlebnisse, ovvero di suscitare il desiderio, l'aspetto più piacevole della vita del consumatore, più soddisfacente della soddisfazione stessa. Oggetti, eventi e persone vengono classificati in base al grado in cui posseggono questa capacità, e la nostra percezione della realtà è molto più spesso di tipo estetico che non cognitivo o morale

Questo diverso criterio valutativo, che permea ogni aspetto della vita del consumatore, influenza anche "lo status occupato dal lavoro". Se si è già esaminato in che senso il posto occupato dall'attività lavorativa nella società abbia perduto quella centralità riconosciutagli in passato (con tutte le differenze che ne conseguono), a ciò va aggiunto che essa è oggi, come altre attività della vita, sempre più oggetto di una valutazione estetica. Il significato di questo giudizio a cui viene sottoposto il lavoro è profondo. 
Bauman, infatti, mette in luce soprattutto gli aspetti discriminanti tra il condurre attività che superano l'esame estetico e attività che invece non reggono il confronto. Ciò che stabilisce il valore del lavoro non è più la sua innata (perché dotata di una valenza etica) capacità di nobilitare l'uomo e di condurlo verso la strada del miglioramento e del completamento di sé, bensì la sua capacità di "generare un'esperienza piacevole"Da questo diverso punto di vista, lavori che non offrono una "gratificazione immediata" diventano semplicemente lavori "privi di valore"


L'etica del lavoro trasmetteva un messaggio di eguaglianza, riduceva le ovvie differenze fra le varie attività in termini di gratificazione e di prestigio, come pure dal punto di vista dei benefici materiali che ne derivavano. 
Ben diversa è la luce sotto la quale il lavoro appare dal punto di vista estetico, che accentua le distinzioni, […] ed eleva alcune professioni al rango di raffinate forme di esperienza artistica […], negando invece qualsiasi valore ad altre che servono soltanto a garantirsi la sopravvivenza. […]. Le attività del primo tipo sono "interessanti", quelle del secondo sono "noiose" […]


Interessante e noioso sono i due criteri estetici che danno oggi sostanza al lavoro. Si vede come, al pari di qualsiasi altra cosa che possa diventare oggetto del desiderio di un consumatore, le attività devono essere del primo tipo. Bauman osserva come il valore estetico  del lavoro sia diventato un "potente fattore di stratificazione sociale", come già la libertà di scelta e la mobilità. Per tale ragione, occorre ricorrere al trucco di innalzare il lavoro stesso al rango di divertimento supremo e gratificante, confondendo la linea di demarcazione tra "professione" e "occupazione secondaria", tra occupazione e "hobby", tra lavoro e "ricreazione". Dall'altra parte della scala sociale, la società odierna non ha cancellato le occupazioni noiose, monotone e faticose, le ha solo spogliate della loro maschera etica, rendendole così ancora più opprimenti. Solo persone non integrate nella società dei consumatori possono abbracciare spontaneamente attività di questo tipo, ed essere soddisfatte di vendere il proprio lavoro in cambio della pura sopravvivenza (Bauman fa l'esempio della situazione in cui oggi versano molti immigrati di prima generazione, o i lavoratori di paesi poveri, dove il capitale straniero si sposta in cerca di manodopera a basso  costo). Altrimenti, per individui integrati nella società dei consumi, vengono ricreate condizioni di non scelta, di costrizione e di lotta per la pura sopravvivenza, ma senza la copertura salvifica di una nobilitazione morale (la sofferenza appare in tutta la sua brutalità). 

Con un mercato del lavoro flessibile oggi è sempre più raro essere impegnati in professioni a cui dedicarsi anima e corpo, o quanto meno, per la maggioranza delle persone questa non è un'opzione fattibile, soprattutto dopo aver sperimentato che un simile atteggiamento comporta dei rischi notevoli a livello emotivo e psicologico, vista la frequenza di contratti a breve termine e "fino a nuovo avviso". Nelle odierne condizioni, il lavoro come professione è diventato un privilegio di pochi, di una ristretta élite che ha ancora la possibilità di vivere il lavoro come "significato di vita, come fonte di orgoglio, onore e deferenza o notorietà". 
Sugli effetti e le forme sotto cui si manifesta oggi la stratificazione sociale torneremo nel prossimo capitolo. Per il momento è utile aggiungere che l'unico servizio ancora prestato dall'etica del lavoro alle nostre società è, secondo Bauman: 


[…] un efficace pretesto per scaricare il senso di colpa di una società che abbandona all'inattività permanente larga parte dei suoi membri. E si lava le mani e la coscienza grazie al duplice artificio della condanna morale dei poveri e dell'assoluzione di tutti gli altri


Testi di riferimento
Z. Bauman, La società sotto assedio, Laterza, Roma-Bari, 2003. 
Z. Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, Roma-Bari, 2001. 
Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari, 2002. 
Z. Bauman, Lavoro, consumismo e nuove povertà, Città aperta, Troina, 2004. 
Z. Bauman, Globalizzazione e glocalizzazione, Armando editore, Roma, 2005.

http://sociologia.tesionline.it/sociologia/articolo.jsp?id=2846


















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