lunedì 24 settembre 2012

Caravaggio, Davide con la testa di Golia, 1605-1606

Caravaggio, il misterioso maestro dell’ombra e della luce.
Prendo in prestito dei corpi e degli oggetti, li dipingo per ricordare a me stesso la magia dell'equilibrio che regola l'universo tutto. In questa magia l'anima mia risuona dell'Unico Suono che mi riporta a Dio.


[...] Animo inquieto e passionale dall’esistenza movimentata, Michelangelo Merisi, conosciuto in tutto il mondo con il nome di Caravaggio, trasmette nella sua arte i mutamenti interiori intercorsi durante la sua breve ma intensa esistenza il cui emblematico uso della luce, con il passare degli anni, va sempre più drammaticamente eclissandosi lasciando prevalere raffigurazioni di scene crude e angoscianti. [...]
Per poter attuare quell’affascinante gioco di luci, che ipnotizza e stordisce con potenza l’osservatore (e chi ha avuto modo di poter vedere le opere di Caravaggio non può negare le profonde emozioni suscitate da tale visione), Caravaggio pone delle lanterne in alcuni luoghi da lui prescelti in modo tale da illuminare i suoi modelli solo nella parte che desidera porre in maggiore evidenza. [...]
Una delle opere più emblematiche dell’ultimo Caravaggio [...] “La Decollazione di San Giovanni Battista“ [...].
Per la prima volta la cruenta decollazione di San Giovanni Battista viene raffigurata in tutta la sua drammaticità da Caravaggio, che decide di proporre il momento più tragico dell’episodio narrato dai Vangeli di Marco e Matteo in cui il re Erode decide di acconsentire al capriccioso desiderio della bella Salomè di vedere la testa di Giovanni Battista su un vassoio d’argento. Quasi tutto lo sfondo viene lasciato drammaticamente vuoto e le figure ritratte appaiono solo grazie ad un raggio di luce mirato a far sì che lo sguardo dell’osservatore si concentri su quella scena, dalla struttura piramidale, profondamente ricca di pathos. Ciò che maggiormente attira l’attenzione, oltre all’immagine agonizzante di Giovanni Battista è quel fiotto di sangue che fuoriesce dalla ferita del santo e su cui il pittore pone la sua firma. Un particolare macabro che ben descrive il tormento interiore dell’artista. [...] 

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=p6hmu0m4Ct8







LE VERITA’ DI UNA CONDANNA PER OMICIDIO
Dedicandomi da anni alle ricerche documentarie sulla vita del Caravaggio, ho avuto modo di indagare quale può essere stata la verità dei fatti nel momento dell’uccisione di Ranuccio Tomassoni da parte del Caravaggio. Nell’intento di difenderlo da tante futili interpretazioni, ricavate da testi biografici spesso superati, essendo testimone parte della difesa in un processo seppur virtuale svoltosi a Bergamo, ho dato alla “corte” una copia del dispaccio inviato il 3 Giugno 1606 da Francesco Maria Vialardi (corrispondente da Roma) a Mons.Maffeo Barberini nunzio apostolico a Parigi e alla corte del Granduca di Toscana; un documento mai considerato nel processo intentato dal Tribunale del Governatore di Roma contro il Caravaggio per l’omicidio:
“…ho inteso dire che il detto Michaelangelo in sulle 16 hore se ne passò quel giorno da casa del medesimo Ranutio, con comitiva, et il detto Ranutio, vedutolo si armò di dosso , et lo andò affrontare cacciando mano da solo, a solo. Restando ferito il pittore, in suo aiuto uscì un tal Petronio Troppa gia Capitano di Castello, et dall’altra il Capitan Gio Francesco fratello di esso Ranutio. Finalmente il Ranutio inciampò dov’hebbe a cadere, nel qual tempo, colto di stoccata da Michelangelo, cascò in terra morto, sendo il Petronio restato malamente ferito dal Capitan Gio Francesco…”
Una relazione alla quale in altri tempi non si è voluto dare credito per il semplice fatto che il Caravaggio traeva protezioni dalla cosi detta fazione cardinalizia filo-francese facente capo al cardinal Del Monte, mentre la famiglia dei Tomassoni stringeva amicizie vicine al papa Paolo V eletto con i favori della fazione filo-spagnola. Lo scritto del Vialardi, con una attenta valutazione, avrebbe dunque potuto favorire i giudici del tribunale romano di quei tempi di arrivare ad una “non condanna”, in considerazione del fatto che il Caravaggio dopo essere stato aggredito, uccise il Tomassoni solo per difendersi.
Francesco Tresoldi

Caravaggio, Napoli e le Sette opere di misericordia
Di Tirso Valli in Arte e Cultura, HP, novembre 2015


Gruppo Celeste - Madonna della Misericordia con Bambino e angeli.





Il Cinquecento era finito. Regnava la controriforma. A Roma, la luce più forte era quella del rogo di Giordano Bruno. Bruciava la filosofia mentre nasceva fredda la gloria di Caravaggio, intrisa, nel benessere e nell’invidia. Cresceva il rancore dei nemici, l’animo del pittore s’inasprì, restò uguale lo stile. In una spregiudicata natura, i rami del realismo erano vicoli senza fine, sparsi nei contrasti di una vita sospesa tra fasti di palazzi e miserie di strada.Vita dipinta, nella verità delle cose tra la gente amata. Vita romana, fino a quando, in una rissa al gioco della pallacorda, un uomo restò ucciso.


Fuga del pittore verso il paradiso dei diavoli. 
Napoli, la più grande metropoli dopo Parigi, dove continuerà a nascere il memorabile, senza contrasti con le committenze, lontano dai fantasmi delle condanne. 
Nel regno della tolleranza, dei giochi pericolosi, vicino alla luce e al movimento, ai sensi dell’anima.
La congregazione benefica del Pio Monte della Misericordia era costituita da giovani aristocratici che volevano raffigurare con una pala d’altare le opere della carità: le sei enunciate da Cristo nel Vangelo secondo Matteo e la sepoltura dei morti che a seguito della recente carestia era un problema cruciale.


Michelangelo Merisi da Caravaggio – 1606 -1607 – olio su tela – 390 cm x 260 cm – Pio Monte della Misericordia, Napoli.
Michelangelo Merisi da Caravaggio – 1606 -1607 – olio su tela – 390 cm x 260 cm – Pio Monte della Misericordia, Napoli.
1607. Si anima la macchina teatrale della genialità per la sua opera più blasfema. Uno scenario di strada fuori dal senso comune della pittura di un’epoca, rivoluzionerà il mondo dell’arte, anticiperà di quattro secoli l’avvento della fotografia e diventerà un riferimento pittorico per i nuovi artisti.
Le Sette opere di misericordia, il capolavoro pubblico partenopeo più prestigioso, dove tutto appare come era: la gente, la strada, le ombre, il fracasso dei bagliori. La dialettica dei contrasti, l’inferno e il paradiso. La luce dell’azione in un quadro denso, vario, avventuroso come la città.
Unite, si svolgono nello stesso luogo, nello stesso tempo, nella stessa notte. Il caos, la complessità della scena delimitata a destra da un carcere, a sinistra nella libertà, oltre i limiti del quadro. Immagini strappate al frastuono della vita, alla memoria. Seppellire i morti; come estremo sfondo una fiaccola brilla nel buio, due piedi, lo spazio che aumenta la profondità del quadro e ne costituisce il perno.

Dar da mangiare agli affamati e visitare gli infermi e i carcerati.
Dar da mangiare agli affamati e visitare gli infermi e i carcerati.

Dar da mangiare agli affamati e visitare gli infermi e i carcerati; una giovane popolana offre il petto a un vecchio oltre le sbarre. Vestire gli ignudi; un cavaliere dal cappello di piume si toglie il mantello, copre una schiena nuda, la vanità generosa. Dar da bere agli assetati; un uomo si disseta in controluce da una mascella d’asino. Ospitare i pellegrini; l’oste, indica con il gesto dell’indice l’alloggio a due viandanti.
Nessuno dei personaggi della parte bassa mostra interesse per la presenza del gruppo celeste che appare in alto. Non ci sono angeli sulla strada, nei vicoli. La madonna o chi per lei, si affaccia dal balcone della notte. Sceglie il primo tra gli ultimi per rappresentare l’eterna carità.
Un ribelle, un dissoluto, forse un assassino di se stesso dalla vita tormentata legge i segreti dell’arte in un virtuosismo tecnico esasperato. La luce diventa un racconto, l’oscurità una poesia, dove ogni parola è un encomio. Nei colori eterni strappati al trambusto della vita da un poeta disperato nell’universo senza luce dei moti di un’anima.
Le creature celesti come verità nude volano abbracciate, osservano lo svolgimento delle opere di compassione, rese possibili e meritorie attraverso la grazia di una madonna dai tratti di signora del popolo con in braccio il suo bambino. Gli angeli, protagonisti assoluti dalle braccia tese, cadono sulla scena come per gioco, precipitando, nella sofisticata aderenza al vero. L’ombra si riflette sul muro del carcere, un’ala tocca le sbarre della prigione e poi un lenzuolo come una sorta di sipario teatrale, la grazia divina sulla realtà efferata della strada.
Dopo Napoli, nuove città. Viaggiò sempre lasciando tracce dipinte del suo passaggio fino alla fine sul tragico litorale Tirreno. Roma non ebbe la consapevolezza di quella morte, né di quella breve vita. Per secoli lasciò nell’ombra la luce dei suoi capolavori.
Oggi, sono esaltati in tutto il mondo i demoni perversi e i santi di una coscienza artistica, figlia di un’anima che forse ancora vaga per le luride vie oscure, con gli occhi persi, nel buio delle pareti, delle finestre, dei balconi della notte per ascoltare ansiosa il rumore dei colori strappati alle ombre con il grido formidabile delle luci.
Negli orizzonti, sempre, d’inferno e paradiso. Tra gli angeli abbracciati nell’oscurità dei vicoli, dove non esiste nessun dio per la passione.

Gruppo Celeste - Madonna della Misericordia con Bambino e angeli
Gruppo Celeste – Madonna della Misericordia con Bambino e angeli
Dar_da_bere_agli_assetati_Ospitare_i_pellegrini_Vestire_gli_ignudi
Dar da bere agli assetati. Ospitare i pellegrini. Vestire gli ignudi.
Seppellire i morti.
Seppellire i morti.
Gruppo celeste, part. angeli.
Gruppo celeste, part. angeli.
Vestire gli ignudi, part.
Vestire gli ignudi, part.
http://www.lundici.it/2015/11/caravaggio-napoli-e-le-sette-opere-di-misericordia/




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