venerdì 21 settembre 2012

Lev Tolstoj. I Liberi Pensatori sono coloro che sono disposti a usare le loro menti senza pregiudizio e senza timore di comprendere cose che si scontrano con le proprie usanze, privilegi, o credenze.

È sorprendente quanto grande, totale, possa essere l’ILLUSIONE CHE NELLA BELLEZZA C'E' IL BENE. 
Lev Tolstoj



La semplicità è la principale condizione della bellezza morale.
Lev Tolstoj


Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d'ombra e di luce
Lev Tolstoj


Per vivere con onore bisogna struggersi, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttare via tutto, e di nuovo ricominciare e lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell'anima.
Lev Tolstoj

Mangiare carne è semplicemente immorale, poiché comporta un'azione che è contraria al sentimento morale, quella di uccidere. Uccidendo l'uomo sopprime anche in sé stesso le più alte capacità spirituali, l'amore e la compassione per altre creature viventi e, sopprimendo questi sentimenti, diventa crudele.
Lev Tolstoj


L'accresciuta importanza del concetto di patria ha condotto il popolo del cosiddetto mondo cristiano a un grado tale di abbrutimento, che non solo coloro che vengono obbligati a sparare e a morire si rallegrano di ciò ed osannano la guerra, ma persino chi viene lasciato a casa alle sue occupazioni, in Europa e in America, viene coinvolto attraverso la stampa e la moderna facilità delle comunicazioni, e viene a trovarsi nella situazione dello spettatore romano che gioisce della morte dei gladiatori e avido di sangue grida pollice verso! Persino i bambini osannano ciascuno alla propria nazionalità ... e i genitori - ne conosco molti di simili - li incoraggiano in questa crudeltà ... Cosa son poi questi governi, dei quali gli esseri umani sembrano non poter fare a meno? Oggi essi sono un male inutile e peggiore di tutti gli spauracchi con cui argomentano la propria indispensabilità.
Lev Tolstoj, maggio 1900



Lo scopo dell'arte non è quello di risolvere i problemi, ma di costringere la gente ad amare la vita. Se mi dicessero che posso scrivere un libro in cui mi sarà dato dimostrare per vero il mio punto di vista su tutti i problemi sociali, non perderei un'ora per un'opera del genere. Ma se mi dicessero che quello che scrivo sarà letto tra vent'anni da quelli che ora sono bambini, e che essi rideranno, piangeranno e s'innamoreranno della vita sulle mie pagine, allora dedicherei a quest'opera tutte le mie forze.
Lev Tolstoj, lettera a P.D. Boboryk, in Lettere


Dicono che la musica agisca in modo da elevare l’anima: sono sciocchezze, non è vero. Agisce, agisce terribilmente, parlo di me stesso, ma niente affatto in modo da elevare l’anima; non agisce in modo né da elevare, né da abbassare l’anima, ma in modo da eccitare l’anima. Come dirvi? La musica mi costringe a dimenticarmi di me, della mia vera situazione, mi trasporta in una situazione nuova, e che non è la mia; sotto l’influsso della musica mi pare di sentire quello che in realtà non provo, di capire quello che non capisco, di potere quello che non posso. Io lo spiego dicendo che la musica ha la stessa azione dello sbadiglio, del riso: non ho sonno, ma sbadiglio, guardando della gente che sbadiglia; non c’è ragione di ridere, ma rido, sentendo della gente che ride. Essa, la musica, mi trasporta d’un colpo, immediatamente, nello stato d’animo in cui si trovava colui che ha scritto la musica. Mi fondo spiritualmente con lui e insieme a lui passo da uno stato d’animo all’altro. Ma perché lo faccio, non so.
Lev Tolstoj. "La sonata a Kreutzer"




IL GUERRIERO DELLA PACE.
Il conte Tolstoj, se non fosse Lev Tolstoj, uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, oggi sarebbe ricordato per essere stato un povero illuso. Uno che voleva portare la pace nel mondo senza avere un’organizzazione politica o religiosa alle spalle. Senza essere papa o re e neppure una grande anima.
Lev l’anima ce l’aveva, e probabilmente pure grande, ma era tormentata assai.
Nacque da una principessa e da un conte nella tenuta di Jasnaja Poljana il 9 settembre 1828.
Rimasto orfano ancora bambino, non terminò gli studi perché preferì dedicarsi alla vita dissoluta e al gioco fino a che, per seguire il fratello, partì per la guerra del Caucaso. Tornato, decise di raccontarla e di non farla mai più. Si sposò con Sofja Andreevna, la quale partorì i suoi tredici figli (ma soltanto otto gli sopravvissero) che, nell’ultimo periodo della sua vita, lui si era convinto volessero ucciderlo, perché la sua esasperata filantropia, aveva ridotto notevolmente le risorse familiari.
L’istituzione delle scuole per i contadini, l’impegno contro la proprietà fondiaria, erano cause di grande tensione con la moglie che non ne poteva più di questo genio così ingombrante. Il 28 ottobre 1910, Tolstoj se la svignò (bisogna svignarsela furono le sue ultime parole) fuggì da Jasnaja Poljana. La radura serena era divenuta un prigione della sua anima. Voleva abbandonare tutto per vivere in Cristo. Ma il suo progetto si fermò qualche giorno dopo, il 20 novembre, nella piccola stazione ferroviaria di Astapovo a causa di una polmonite. O forse ha avuto ragione lui e il progetto di vivere in Cristo l’ha effettivamente realizzato.
Il corpo del vecchio padre del popolo russo sta nascosto a Jasnaja Poljana, in un dirupo, dentro una tomba coperta dalle piante. Nessuna iscrizione, nessuna citazione presa dalle centinaia di migliaia di pagine da lui scritte.
Ognuno dei suoi lettori potrà ricordarlo con una delle frasi che più ha amato. La mia è questa: “Non esiste un uomo migliore di un altro, come non esiste un posto di un fiume più profondo e più pulito di un altro posto in un altro fiume. L’uomo scorre come un fiume”.
E Tolstoj scorre ancora nelle nostre menti, dettando le nostre parole, suggerendo i nostri gesti, disegnando perfino la trama dei nostri sentimenti, proprio come in un suo romanzo, sempre attuale, sempre così terribilmente reale, in cui il lettore è l’unico protagonista che i racconti di Tolstoj lasciano nudo dinanzi alla verità della sua anima.
(9 settembre 1828 - 20 novembre 1910)
di Andrea Lupi




da I GOVERNI SONO INGANNATORI di Lev Tolstoj
''In epoca più recente è sorto ancora un altro inganno che ha riconfermato i popoli cristiani nella loro condizione servile. Ed esso si manifesta mediante un complesso sistema d’elezione, dove degli uomini eletti da un dato popolo, divengono delegati entro le varie istituzioni rappresentative, entro le quali eleggeranno a loro volta o senza alcun criterio dei candidati sconosciuti, o i propri rappresentanti secondo personali interessi; il popolo stesso sarà allora una delle cause del potere del governo, e pertanto, obbedendo ad esso, crederà in effetti di obbedire a sé medesimo, supponendo di vivere quindi in un regime di libertà.
Chiunque avrebbe potuto accorgersi che tutto ciò non era altro che un imbroglio [...]. Questo inganno, – anche a tacere del fatto che gli uomini eletti in tal modo, partecipando al governo del loro Paese, approvano leggi e governano il popolo non in vista di ciò che è bene per esso, ma lasciandosi guidare per lo più, unicamente, dall’intento di mantenere salda la propria posizione di privilegio e il proprio potere frammezzo alle lotte dei vari partiti, e per tacere altresì della depravazione che questo inganno diffonde tra il popolo mediante le menzogne, lo stordimento e le corruzioni che son caratteristica costante dei periodi elettorali – è particolarmente dannoso a cagione di quella schiavitù autocompiacentesi in cui esso riduce gli uomini che vi incorrono.
Gli uomini che s’imbattono in questa trappola si immaginano davvero d’obbedire a se stessi ogni volta che ascoltano il governo, e perciò non osano più disobbedire ai provvedimenti del potere degli uomini, anche quando tali provvedimenti sono contrari non soltanto ai loro gusti personali, al loro vantaggio, o ai loro desideri, ma altresì alla legge suprema e alla loro stessa coscienza.
E invece gli atti e i provvedimenti del governo di quei popoli che presumono di autogovernarsi non sono che il risultato delle complesse lotte tra i partiti, degli intrighi, della sete di potere e dell’interesse personale di questi e quegli individui, e dipendono tanto poco dalla volontà e dai desideri del popolo tutto, quanto gli stessi atti e i provvedimenti dei governi più dispotici. Quei popoli sono come uomini rinchiusi in carcere che s’immaginano di essere liberi perché viene concesso loro il diritto di votare per l’elezione dei carcerieri delegati all’amministrazione interna dello stesso carcere.
Cosicché gli uomini degli stati costituzionali, immaginandosi di essere liberi, proprio in seguito a tale loro sforzo di immaginazione, finiscono per non saper nemmeno più in cosa consista l’autentica libertà. Questi individui, mentre credono di liberare se stessi, si condannano in realtà a divenire sempre più profondamente schiavi dei loro governi.
[…]''
Lev Tolstoj, I governi sono ingannatori



LA CAMICIA DELLA FELICITA'
C’era una volta un re malato di malinconia: diceva d’avere già i piedi nella fossa, chiedeva aiuto, e prometteva metà del suo regno a chi gli avesse portato la felicità. Tutti i cortigiani erano in riunione notte e giorno, ma il rimedio non riuscivano a trovarlo. Fu chiamato anche il Vecchio della Montagna, il quale dichiarò: «Trovate un uomo felice. Toglietegli la camicia, infilatela al re, e il re troverà subito la felicità». Immediatamente partirono cercatori per ogni parte del regno. Fu suonata la tromba nelle città, nei paesi e nei villaggi, ma gli esseri felici non si fecero innanzi. Chi era povero in canna e soffriva d’astinenza, chi era ricco e sospirava per mal di denti o mal di ventre, chi aveva la moglie bisbetica e la suocera in convulsione, chi la stalla appestata, chi il pollaio in rovina... I cercatori tornarono tutti alla Corte, avviliti e delusi. Una sera il figlio del re uscì a passeggio e, davanti ad una capanna, che aveva il tetto di foglie e di fango, udì una voce sommessa: «Ti ringrazio, buon Dio! Ho lavorato, ho sudato, ho mangiato di buon appetito, ed ora mi riposerò tranquillo su questo letto di foglie. Grazie. Sono proprio felice!». Felice? Dunque c’era un uomo felice! Il giovane principe volò a palazzo. Chiamò le guardie e ordinò di andare a prendere immediatamente la camicia di quell’uomo felice. «Dategli quanto denaro vuole... Fatelo barone, conte, duca... principe, ma ceda la sua camicia». Corsero le guardie alla povera capanna. Offrirono al boscaiolo una fortuna. Macché! L’uomo felice era così povero che… non aveva neanche la camicia.
Da una novella di Lev Tolstoj


Lev Tolstoy.
La sua opera rappresenta una delle più significative manifestazioni della cultura artistica russa della seconda metà del XIX secolo. Per l'ampiezza della comprensione degli aspetti della vita e del loro riflesso sull'arte, per la varietà di interessi, non ha eguali nella pittura russa precedente e contemporanea. Figlio di un modesto soldato, terminò l'Accademia con la medaglia d'oro per La resurrezione della figlia di Giairo. Tra il 1873 e il 1876 in Francia, visitando Italia, Inghilterra e Germania. Prese parte a numerose mostre internazionali: Vienna (1873), Parigi (1878 e 1900), Berlino (1896), Venezia (1897) e Roma (1911). Insegnò all'Accademia di San Pietroburgo.
È stato intitolato in suo onore l'asteroide 2468 Repin.
(*Stella)





CHI E’ FELICE HA RAGIONE”. LEV TOLSTOJ
Tolstoj intende dire che coloro che sono capaci di riconoscersi felici hanno un animo aperto, sincero e quindi stanno dalla parte della ragione, perché male non ne possono fare. Essere felici nel senso tolstojano ha indubbiamente a che fare con lo spirito e la serenità di una coscienza libera e non con il potersi permettere un pediluvio da una palafitta in un resort polinesiano.
Insomma, è complicato definire e misurare la felicità. Quante dimensioni della felicità conosciamo?? Quante ne riconosciamo? Durante le stagioni della nostra vita cambiamo metro di misura più volte: dall’infinitamente grande alla svolta atomistica (quella minimal). «Ogni società, infatti, elabora una lista e una gerarchia di piaceri, tale che la piacevolezza della vita dei singoli è definita dal grado maggiore o minore di accesso che essi hanno a quel menu. Per la medesima ragione risulta irrilevante al proprio godimento quanto da quel menu non è previsto», scrive Salvatore Natoli (nel suo saggio "La felicità" - Feltrinelli).
Arrostire vermi sul barbecue non mi rende felice da europeo, ma sarebbe una goduria infinita se io fossi indocinese.
Gli antichi Egizi, molto intelligentemente, avevano capovolto la ratio: Osiride chiedeva alle anime, traghettate alle porte dell’al di là da Anubii, se in vita avessero portato felicità ad alcuno. Da cacciatori di felicità a destinatari di gioia per precetto divino. Trovo fantastica questa prospettiva egizia. Una vera rivoluzione copernicana della felicità. Non chiedetevi, quindi, la sera prima di addormentarvi se siete stati felici, bensì se qualcuno è stato felice per causa vostra.
Torniamo a Tolstoj. All’epoca del suo più profondo impegno sociale, iniziava la giornata spazzando con grande cura il pavimento della sua camera. Gli dava felicità, di quella felicità che si prova nel fare una cosa utile e farla per bene. La felicità si conferma una questione morale: fare del bene.







Le regole di Tolstoj per vivere la vita perfetta
Consigli di disciplina rigida, quasi prussiana, per migliorare la propria esistenza
 
Per diventare grandi serve disciplina.
Brutto da dire? Un pò militaresco? Senza dubbio.
Ma nessuno ha mai raggiunto la gloria passeggiando e fischiettando.
Un buon esempio, addirittura un pò eccessivo, può essere, tra gli altri, lo scrittore russo Lev Tolstoj. Aldilà della sua scarsa modestia (“devo abituarmi all’idea, una volta per tutte, che sono un essere umano eccezionale”, scriveva), il gigantesco talento e la concezione unica della storia, pochi conoscono la sua disciplina d’acciaio, riassunta in una serie di regolette (lui le chiamava “regole di vita”) che descrivono il suo inesorabile percorso verso l’ascetismo: [...]

  • Svegliati alle cinque
  • Vai a dormire non più tardi delle dieci
  • Durante il giorno si può dormire al massimo due ore
  • Mangia con moderazione
  • Evita i dolci
  • Cammina almeno un’ora
  • Fai una cosa alla volta
  • Al bordello ci puoi andare al massimo due volte al mese

Sì, avete letto bene: al bordello. Tolstoj era un uomo del suo tempo, non si può fare nulla.
Sulle pulsioni sessuali, però, sembra un po’ contraddittorio (vedi sotto). Oltre a ciò, è notevole trovare consigli che non sfigurerebbero in un qualsiasi manuale di self-help. Come questi:

  • Smetti di pensare a cosa pensano di te gli altri
  • Ama le persone cui puoi essere utile
  • Disprezza ogni opinione diffusa che non sia fondata sulla ragione
  • Evita i voli dell’immaginazione, tranne quando non sia necessario
  • Aiuta chi è meno fortunato
  • Non mostrare mai le emozioni
  • Tieniti alla larga dalle donne
  • Sopprimi il desiderio con il lavoro


Infine, le regole per la scrittura.
Visto il successo raggiunto nel campo, sono quelle più interessanti:

  • Quando rileggi ciò che scrivi, mettiti sempre nella posizione del lettore più limitato, che in un libro cerca solo un po’ di divertimento
  • I migliori libri sono quelli in cui l’autore finge di tenere staccata la sua opinione sui fatti ma, nella realtà, vi rimane fedele
  • Quando rileggi e correggi il tuo lavoro, non pensare mai a cosa potresti aggiungere (non importa quanto siano belle quelle idee), piuttosto a tutto ciò che puoi togliere senza rovinare il senso del libro
  • Se si pensa a quanto è lungo Guerra e Pace viene il sospetto che, forse forse, nemmeno Tolstoj stesso fosse poi così coerente tra ciò che predicava e ciò che razzolava.

http://www.linkiesta.it/regole-vita-perfetta-tolstoj



Sof’ja Andreevna, donna intelligente, colta e amante della scrittura, sposò Lev Tolstoj a soli 18 anni e fin dai primi giorni della loro vita coniugale iniziò a tenere un diario in cui si leggono pagine felici, illuminate dalla poesia dell’amore coniugale e materno. Non un pretesto per scrivere l’ennesima biografia dello scrittore ma il racconto, in prima persona, della donna il cui ruolo è stato fondamentale nella vita di Tolstoj: la donna che diede 13 figli allo scrittore e che trascrisse numerose volte la sterminata mole di pagine dei grandi romanzi del marito.
Le discussioni sui coniugi Tolstoj sono state sempre molto accese e ancora oggi il dibattito continua. “Da un lato stanno coloro che prendono le parti di Sof'ja convinti che vivere accanto a Tolstoj fosse difficile, a tratti insopportabile”.
Nell’altro schieramento vi sono coloro che, senza alcuno scrupolo o tenerezza, accusano Sof’ja di vanità o insoddisfazione per le decisioni prese da lui.
Il loro matrimonio, tra momenti di felicità e crisi coniugali, durò 48 anni e Tolstoj non tradì mai la moglie. “Le quasi 900 lettere alla moglie dimostrano il suo amore per lei. Appena si trovava separato dalla sua Sof’ja, ecco che veniva preso da un senso di nostalgia e iniziava ad attendere tormentosamente le sue lettere. Le lettere di Tolstoj sono commoventi, tenere, colpiscono per la loro sincerità.” Ma anch’ella lo amava. “Per il genio bisogna creare un ambiente tranquillo, allegro, comodo; al genio bisogna dare da mangiare, bisogna lavarlo, vestirlo, bisogna trascrivere le sue opere un numero infinito di volte, bisogna amarlo, non fornire pretesti alla sua gelosia, perché sia tranquillo; bisogna nutrire ed educare gli innumerevoli figli che il genio procrea, con cui però si annoia e non trova il tempo di stare, perché deve comunicare con i vari Epitteti, Socrati e Budda e deve lui stesso tentar di diventare uno di loro”.

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«12 settembre 1862. Sono innamorato, come non credevo si potesse esserlo. Sono pazzo, se vado avanti così, sarò costretto a spararmi. Sono stato da loro questa sera: lei è incantevole sotto tutti gli aspetti...
13 settembre 1862. Domani vado appena alzato e le dico tutto, se no mi sparo... Sono le quattro di notte... le ho scritto una lettera e gliela darò domani, cioè oggi 14. Dio mio, come ho paura di morire! La felicità e una felicità così mi sembra impossibile. Dio mio, aiutami!... »






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