mercoledì 4 luglio 2012

Dino Buzzati. Il deserto dei Tartari. Gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo

La «nera» di Dino Buzzati


Un frate di nome Celestino si era fatto eremita ed era andato a vivere nel cuore della metropoli dove massima è la solitudine dei cuori e più forte è la tentazione di Dio. [... ] Meravigliosa è la forza dei deserti d'Oriente fatti di pietre, di sabbia e di sole, dove anche l'uomo più gretto capisce la propria pochezza di fronte alla vastità del creato e agli abissi dell'eternità, ma ancora più potente è il deserto delle città fatto di moltitudini, di strepiti, di ruote d'asfalto, di luci elettriche, e di orologi che vanno tutti insieme e pronunciano tutti nello stesso istante la medesima condanna.
Dino Buzzati, L'umiltà



Le storie che si scriveranno, i quadri che dipingeranno, le musiche che si comporranno, le stolte pazze e incomprensibili cose che tu dici, saranno pur sempre la punta massima dell'uomo, la sua autentica bandiera [... ] quelle idiozie che tu dici saranno ancora la cosa che più ci distingue dalle bestie, non importa se supremamente inutili, forse anzi proprio per questo. Più ancora dell'atomica, dello sputinik, dei razzi intersiderali. E il giorno in cui quelle idiozie non si faranno più, gli uomini saranno diventati dei nudi miserabili vermi come ai tempi delle caverne.
Dino Buzzati, Il mago

Era stato l'uomo a cancellare quella residua macchia del mondo, l'uomo astuto e potente che dovunque stabilisce sapienti leggi per l'ordine, l'uomo incensurabile che si affatica per il progresso e non può ammettere in alcun modo la sopravvivenza dei draghi, sia pure nelle sperdute montagne. Era stato l'uomo ad uccidere e sarebbe stato stolto recriminare.
Dino Buzzati, L'uccisione del drago; p. 93



Nessuno li scorge, gli arrampicatori, quando sono sospesi sopra gli abissi, nello smisurato silenzio, impegnati in una lotta temeraria; quando, sorpresi dalla notte, si accovacciano intirizziti su un esile terrazzino, per aspettare che il sole ritorni e la lotta possa ricominciare.
Dino Buzzati, I fuorilegge della montagna. Cime, uomini, imprese

Così una pagina lentamente si volta, si distende dalla parte opposta, aggiungendosi alle altre già finite, per ora è solamente uno strato sottile, quelle che rimangono da leggere sono in confronto un mucchio inesauribile. Ma è pur sempre un'altra pagina consumata, signor tenente, una porzione di vita.
Dino Buzzati


E non nego che, sotto certi punti di vista, io, privatamente, possa essere anche considerato reazionario: in molte cose io sono attaccato alle vecchie cose, alla tradizione, piuttosto che alle cose del domani. Né sono uno che smania perché da domani mattina si scateni la rivoluzione per le strade, no, questo no.
 Da Lorenzo Viganò (a cura di), Album Buzzati, Mondadori, Milano, 2006, p. 362.


Forse tutto è così, crediamo che attorno a noi ci siano creature simili a noi e invece c’è il gelo, pietre che parlano una lingua straniera, stiamo per salutare l’amico, ma il braccio ricade inerte, il sorriso si spegne, perché ci accorgiamo di essere completamente soli.
Dino Buzzati



«Quello che si dovrebbe insegnare nelle scuole è quella che io chiamo "decenza" o"pulizia del carattere". Si dovrebbe imparare fin da piccoli a non vantarsi, a non voler comparire più di quanto non si sia in realtà, insomma a non essere cafoni. Questo è il maggior difetto degli Italiani. Basta che uno sappia guidare un'auto per sentirsi autorizzato a dire che corre la Millemiglia».
Dino Buzzati


Che ridere quando si viene a sapere che la vittima della sciagura automobilistica (troppo azzardato sorpasso) era ricchissima, aveva moglie e figli. A me fanno pena invece quelli che muoiono senza eredi di nessun genere. È terribile se non c'è nessuno che si rallegri della nostra morte, ma c'è solo gente che piange.
Dino Buzzati, Siamo spiacenti di



Per definire i delitti e i vizi più orrendi, si è adottato il marchio "contro Natura". E pensare che l'uomo fa di tutto per liberarsi dalla Natura. Vestiamo contro Natura, abitiamo contro Natura, viaggiamo contro Natura, dalla mattina alla sera facciamo il contrario di quello che Natura ci consiglierebbe. Proprio in questa autonomia è il nostro vanto, la prova della nostra superiorità sugli animali. E più il progresso cammina, questo distacco dalla Natura si accentua.
Anche nei rapporti fra uomo e donna, del resto, guai se andassimo contro Natura. Cosa c'è, per esempio, di più contro Natura che il matrimonio? Se desse retta alla Natura, l'uomo cambierebbe moglie a ogni stagione; e viceversa.
Dino Buzzati, Siamo spiacenti di


I semafori sono spesso dotati di una sensibilità arcana, affatto ignota a chi li fabbrica; e avvertono a distanza, nelle cateratte di macchine che convergono su di loro se c'è qualche caso interessante. L'automobilista ansioso, in ritardo, preoccupato di far presto è la vittima preferita.
Dino Buzzati


Oggi [invece], o amici, è una battaglia. La città è fatta di cemento e ferro, tutta a spigoli duri che si innalzano a picco e dicono: qui no, qui no. Di ferro bisogna essere anche noi, per viverci, e nell'interno del corpo non avere viscere tenere e calde, bensì blocchi di calcestruzzo, una pietra scabra del peso di un chilogrammo virgola due al posto del cosiddetto cuore, ridicolo strumento démodé.
Dino Buzzati, Il problema dei posteggi



Incipit: Il deserto dei Tartari - Dino Buzzati
Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione. Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo. Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all’Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l’incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai. Adesso era finalmente ufficiale, non aveva più da consumarsi sui libri né da tremare alla voce del sergente, eppure tutto questo era passato. Tutti quei giorni, che gli erano sembrati odiosi, si erano oramai consumati per sempre, formando mesi ed anni che non si sarebbero ripetuti mai. Sì, adesso egli era ufficiale, avrebbe avuto soldi, le belle donne lo avrebbero forse guardato, ma in fondo ‐ si accorse Giovanni Drogo ‐ il tempo migliore, la prima giovinezza, era probabilmente finito. Così Drogo fissava lo specchio, vedeva uno stentato sorriso sul proprio volto, che invano aveva cercato di amare. Che cosa senza senso: perché non riusciva a sorridere con la doverosa spensieratezza mentre salutava la madre? Perché non badava neppure alle sue ultime raccomandazioni e arrivava soltanto a percepire il suono di quella voce, così familiare ed umano? Perché girava per la camera con inconcludente nervosismo, senza riuscire a trovare l’orologio, il frustino, il berretto, che pure si trovavano al loro giusto posto? Non partiva certo per la guerra! Decine di tenenti come lui, i suoi vecchi compagni, lasciavano a quella stessa ora la casa paterna fra allegre risate, come se andassero a una festa. Perché non gli uscivano dalla bocca, per la madre, che frasi generiche vuote di senso invece che affettuose e tranquillanti parole? L’amarezza di lasciare per la prima volta la vecchia casa, dove era nato alle speranze, i timori che porta con sé ogni mutamento, la commozione di salutare la mamma, gli riempivano sì l’animo, ma su tutto ciò gravava un insistente pensiero, che non gli riusciva di identificare, come un vago presentimento di cose fatali, quasi egli stesse per cominciare un viaggio senza ritorno.



"Che vuole che le dica?" disse il maggiore. "Sono storie un po' complicate... Quassù è un po' come in esilio, bisogna pure trovare una specie di sfogo, bisogna ben sperare in qualche cosa. Ha cominciato uno a mettersi in mente, si sono messi a parlare dei Tartari, chissà chi è stato il primo..."
Dino Buzzati, Il deserto dei tartari


"Era venuto l'inverno e gli stranieri se n'erano andati. I bei stendardi della speranza, dai riflessi forse di sangue, erano lentamente calati e l'animo era di nuovo tranquillo; ma il cielo era rimasto vuoto, inutilmente l'occhio cercava ancora qualche cosa alle estreme frontiere dell'orizzonte."
Dino Buzzati, Il deserto dei tartari

Il tempo intanto correva, il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un attimo, neppure per un'occhiata indietro. "Ferma, ferma!" si vorrebbe gridare, ma si capisce ch'è inutile. Tutto quanto fugge via, gli uomini le stagioni, le nubi; e non serve aggrapparsi alle pietre, resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento ma non si ferma mai. 
Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari


Tutto quanto fugge via, gli uomini, le stagioni, le nubi; e non serve aggrapparsi alle pietre, resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento ma non si ferma mai.
Dino Buzzati. Il deserto dei Tartari


Sentiva un’ombra di opaca amarezza, come quando le gravi ore del destino ci passano vicine senza toccarci e il loro rombo si perde lontano mentre noi rimaniamo soli, fra gorghi di foglie secche, a rimpianger la terribile ma grande occasione perduta.

Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari


«Così una pagina lentamente si volta, si distende dalla parte opposta, aggiungendosi alle altre già finite, per ora è solamente uno strato sottile, quelle che rimangono da leggere sono in confronto un mucchio inesauribile. Ma è pur sempre un'altra pagina consumata, signor tenente, una porzione di vita».

Dino Buzzati, Il deserto dei tartari


A un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno.

Dino Buzzati, Il deserto dei tartari


Difficile è credere in una cosa quando si è soli, e non se ne può parlare con alcuno. Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.
Dino Buzzati. Il deserto dei Tartari


La morte del tenente Angustina.
"Traendola via la portantina, egli stacco gli sguardi dall'amico e volse il capo dinanzi, in direzione del corteo, con una specie di curiosità divertita e diffidente. Così si allontanò nella notte, con nobiltà quasi inumana. Il magico corteo andò serpeggiando lentamente nel cielo, sempre più in alto, divenne una confusa scia, poi un minimo ciuffetto di nebbia, poi nulla."
Dino Buzzati, Il deserto dei tartari




Dalla portina, alle 9.30, una donna entra nella gabbia. Ha un paltò nero, un poco infagottato. Una sciarpa di lana giallo chiaro, gettata sulla spalla, le copre metà faccia. Tiene la testa china e si nasconde gli occhi con le mani, nere anch'esse per i guanti di filo. Pure i capelli, spartiti lateralmente con cura e raccolti sulla nuca, sono neri. Sembra una di quelle penitenti che si vedono inginocchiate nell'angolo più buio della chiesa dalle cinque del mattino. Invece è Rina Fort, la "belva.“
Dino Buzzati



Eppure, in quella svergognata e puntigliosa ragazzina una bellezza risplendeva ch'egli non riusciva a definire per cui era diversa da tutte le altre ragazze come lei, pronte a rispondere al telefono. Le altre, al paragone, erano morte. In lei, Laide, viveva meravigliosamente la città, dura, decisa, presuntuosa, sfacciata, orgogliosa, insolente. Nella degradazione degli animi e delle cose, fra suoni e luci equivoci, all'ombra tetra dei condomini, fra le muraglie di cemento e di gesso, nella frenetica desolazione, una specie di fiore.
Dino Buzzati

Dino Buzzati con la moglie Almerina Antoniazzi, di professione modella, sposata quasi in segreto l’8 dicembre 1966 nella chiesa milanese di San Gottardo in Corte: lei aveva 25 anni e lui 60.


«E’ stato un caso. Avevamo 35 anni di differenza, mi ha intenerito perché pensavo fosse gravemente malato. Era il 1962, il Corriere mi mandò a farmi fotografare davanti a una fontana dei giardini pubblici, quelli che oggi sono i Giardini Montanelli. La modella non si era presentata e così chiamarono me. E’ stata una folgorazione: camicia bianca e cravatta, l’ho riconosciuto subito. Dopo il lavoro mi ha invitato a colazione, mi ha chiesto il numero e il permesso di potermi telefonare. Gli ho detto sì. Ma non è nato subito l’amore. La magia credo sia accaduta a Torino, dopo qualche tempo (..) Ero arrivata di nascosto a Torino alla presentazione di "Un amore". Dino era mezzo disperato. Non guardava nessuno, così sono scappata in albergo senza salutarlo. Mi sono presentata al giornale a Milano il mattino dopo. E’ lì che mi ha confessato di non essere malato, solo innamorato e sconvolto dal rapporto con Laide, il personaggio del libro. Anche se "l’amore è una malattia", diceva sempre. Delusa, gli ho chiesto di non cercarmi più. Fino a quando il mio amico Gianni Santuccio, attore con cui collaboravo, mi ha pregato di telefonargli. Cercavamo una commedia da recitare. L’ho chiamato. Dopo un quarto d’ora me lo sono ritrovato sotto casa, e da lì non mi ha più mollata».
Almerina Antoniazzi su Dino Buzzati

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Almerina: "Mio marito Dino Buzzati"
La vedova dello scrittore compie 72 anni e racconta - in un'intervista appena pubblicata in un'antologia - l'incontro, la passione e la vita insieme. Nonostante i 35 anni di differenza. Che fanno la differenza?
di Nicoletta Pennati - 18 marzo 2013

Un “angelo salvatore” questo fu, per Dino Buzzati, la moglie Almerina.
Gli rese sereni gli ultimi anni di vita, lui che era abituato ad amori perennemente infelici, incapace di avere una relazione con una donna che non fosse un rapporto di sottomissione, gelosia e dolorosa incomprensione. Questo il pensiero di Mauro Gaffuri, giornalista del settimanale Oggi e autore dell'intervista alla vedova dello scrittore-giornalista contenuta nel libro-antologia presentato di recente: L'attesa e l'ignoto. L'opera multiforme di Dino Buzzati, curato da Mauro Germani e pubblicato da L'arcolaio, editore di Forlì (15 euro).

L'intervista, il pezzo forte del volume, è stata fatta in un appartamento al decimo piano della Casa della Fontana, in viale Vittorio Veneto 24, a Milano. Buzzati abitò per vent'anni, gli ultimi della sua vita, in questo enorme caseggiato bianco. Negli ultimi sei Dino vi convisse con la moglie Almerina, modella negli anni Cinquanta, sposata quasi in segreto l'8 dicembre 1966 nella chiesa milanese di San Gottardo in Corte: lei aveva 25 anni e lui 60. Dino e Almerina infatti si conobbero nel luglio 1960, restarono a lungo amici prima di celebrare il matrimonio.

Buzzati è morto nel 1972, a 66 anni, a causa di un tumore al pancreas.
Almerina Antoniazzi Buzzati, compie 72 anni questo mese.
«La nostra vita quotidiana era basata sulla spensieratezza, l'allegria, il piacere di stare insieme» confessa Almerina nel libro. Ma un'ombra avrebbe potuto rovinare la vita dei neo-sposi: la disperata passione, da poco spenta, di Dino per Silvana F., che ispirò il personaggio di Laide nel romanzo Un amore, rappresentata come una giovane ballerina della Scala che si prostituiva in una casa d'appuntamento clandestina. «Quando la loro relazione finì, capii che era come fosse rinato» continua Almerina. «Otto giorni prima della morte di Dino, invitai quella donna in ospedale. L'incontro fra loro due è avvenuto in mia assenza, io sono sparita. Poi ho chiesto a Dino se fosse contento di averla rivista. Lui mi rispose: 
“È come se fosse venuta la mia stiratrice”».
Almerina riassume così la loro felice relazione, nonostante i 35 anni di differenza tra loro:
«Lui era il mio amore, ma io non glielo dicevo, oppure glielo dicevo scherzando.
Vista l'esperienza precedente, non volevo che l'amore diventasse una malattia anche tra noi due».
http://www.iodonna.it/personaggi/interviste/2013/dino-buzzati-intervista-moglie-401330480528.shtml?refresh_ce-cp



Dino Buzzati, l’ultimo amore.
Il 28 gennaio 1972, alle ore 16.20 – lasciava questo mondo Dino Buzzati, autore fra i più famosi del Novecento. Aveva 65 anni. In un attico al decimo piano della Casa della Fontana, in viale Vittorio Veneto 24 a Milano, Buzzati abitò per dieci anni. Negli ultimi sei Dino convisse in questo appartamento con la moglie Almerina Antoniazzi, di professione modella, sposata quasi in segreto l’8 dicembre 1966 nella chiesa milanese di San Gottardo in Corte: lei aveva 25 anni e lui 60.
Dino e Almerina si conobbero nel luglio 1960, restarono a lungo amici per poi sposarsi nel 1966: dodici anni di conoscenza, sei anni di vita matrimoniale
Almerina, suo marito Dino morì che non aveva ancora compiuto i 66 anni.
Che cosa ricorda di quel periodo doloroso?«Aveva un tumore maligno al pancreas, come quello che portò alla tomba suo padre. Inesorabile. Gli stetti molto vicino quel 1971, l’anno che lo scoprì. Umberto Veronesi era presente la mattina dell’operazione alla clinica Madonnina, fu lui a dire al chirurgo, una volta aperto il corpo di Dino, di richiudere perché non c’era più niente da fare».

Su che cosa era basata la vostra quotidianità?
«Sulla spensieratezza, l’allegria, il piacere di stare insieme. La mattina lui si alzava prima delle sette, io ero sveglia perché non dormivo, la notte leggevo. La nostra cameriera fissa preparava la colazione mentre Dino era in bagno. Lui beveva il tè insieme con me, mangiucchiava qualche biscottino, poi raggiungeva la redazione del Corriere della Sera. Intanto io andavo a letto e dormivo fino quasi alle 14».

In che modo trascorrevate le vostre notti insonni?

«Dino stava alzato in mia compagnia almeno fino alle due di notte in salotto.
Se scriveva seduto sul divano, io ricamavo o leggevo.

Se dipingeva sul tavolone, si poteva anche chiacchierare.

Se era libero, fingevamo di giocare a golf, mimando le mosse.
Quando lui cominciava a dormire, io continuavo a leggere fino alla mattina».

Come vi siete incontrati?
«Lo incontrai la prima volta davanti alla fontana dei Giardini pubblici.
Ho ancora il ritaglio dell’articolo della Domenica del Corriere firmato Dino Buzzati:
c’è la fotografia di un ragazzo appena laureato accanto a me che avevo quasi vent’anni.
Mi chiamarono di corsa per sostituire la modella che doveva posare per la foto».

Lei ancora non sapeva che in quel periodo Dino era disperatamente innamorato di Laide, per usare il nome del personaggio del romanzo. Un amore ispirato a quella misteriosa donna…
«Intanto il nostro rapporto continuava solo come amici.
Ma nel 1963 era uscito proprio Un amore e io lo lessi».

Laide, la protagonista di quel romanzo, fa la ballerina della Scala e si prostituisce in un appartamento tenuto da una signora compiacente. Il personaggio è ispirato a una persona reale. Può dire chi era davvero?

«No, non posso farne il nome perché ha avuto una figlia che vive a Torino. Oggi quella donna è sepolta al cimitero Monumentale. Era una giovane ballerina alla Scala. Il padre della bambina, nata nel 1958 dalla loro relazione, era elettricista presso Achille Riboni, il titolare della Union Film, l’agenzia per cui lavoravo come modella».

Ma Dino era riuscito a cancellare quell’amore ossessivo?
«Quando la loro relazione finì, capii che era come fosse rinato.
Eravamo già sposati, ma lui era ancora assillato da una preoccupazione.
Lui temeva che fosse sua la figlia della ballerina della Scala.
Dino non desiderava avere bambini per non opprimerli con i suoi tormenti interiori.
Allora feci in modo che madre e figlia facessero un prelievo di sangue.
Così poi ho potuto comunicare a Dino, con suo gran sollievo, che quella bambina non era sua».

La storia d’amore con quella donna, però, era davvero archiviata?
«Non lo so bene. Ma otto giorni prima della morte di Dino, invitai quella donna in ospedale. L’incontro fra loro due è avvenuto in mia assenza, io sono sparita. Poi ho chiesto a Dino se fosse contento di averla rivista. Lui mi rispose: “È come se fosse venuta la mia stiratrice”».

Che tipo di rapporto era il vostro?
«Di ottima amicizia. Io gli ho voluto veramente bene. Adesso non mi chieda se ero innamorata, perché non lo so. Lui era il mio amore, ma io non glielo dicevo, oppure glielo dicevo scherzando. Vista l’esperienza precedente, non volevo che l’amore diventasse una malattia anche tra noi due».

Avete avuto un matrimonio religioso.
Ma il rapporto con Dio com’era in realtà per Dino? Si sentiva orfano di Dio?
«Non saprei. So che non frequentava la chiesa, come del resto io stessa.
Quando è venuto il prete in clinica, la mattina in cui se ne è andato, Dino ha rifiutato l’estrema unzione chiedendomi di mandarlo via. Ho pregato il sacerdote di uscire, ma lui insisteva per impartirgli il sacramento. Così, mi sono alzata e ho dato un colpo all’ampolla dell’olio benedetto, facendola cadere in corridoio, fuori dalla camera: mentre il prelato si chinava a raccoglierla, io ho sbarrato immediatamente la porta. Dino, però, rispettava molto il sentimento religioso degli altri.
Ed era molto affezionato alla giovane suor Beniamina, che accudiva malati nel suo reparto».

Lei, dopo la scomparsa di Dino, non si è più risposata?
«No. Ho avuto però una figlia, Zelda, che ora ha 33 anni, è nubile e vive a Cortina dove gestisce un negozio per animali. Dopo la morte di Dino ero proprio a terra. Mi ha aiutata Adriano, il fratello minore di Dino. Lui mi consigliava: se vuoi uscirne, devi fare un figlio. Meglio, una figlia».

E lei, Almerina, che cosa aveva deciso?
«Un giorno, a una festa qui a Milano, incontrai l’avvocato Guido Buffoni, allora non sposato.
Mi voleva a tutti i costi. Così gli dissi: va bene, ma voglio un figlio. E Guido diventò così il papà di Zelda. Con lui non ho avuto una relazione, ma siamo ancora amici.
Frequento sua moglie, vado anche a teatro con lei».

Almerina Buzzati, intervista tratta da La multiforme opera di Dino Buzzati  a cura di Mauro Germani
ph Dino Buzzati e sua moglie Almerina Antoniazzi in viaggio di nozze a Parigi, 1966.



SITTING ON THE DOCK OF THE BAY²·DOMENICA 16 OTTOBRE 2016

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