mercoledì 25 luglio 2012

Karl Kraus, Elogio della vita a rovescio.

Karl Kraus, Elogio della vita a rovescio.
Cronache dall'Apocalisse


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In una delle sue pubbliche letture nel "Beethovensaal" di Vienna, Karl Kraus, il 27 maggio 1914, dopo aver commemorato il primo quindicennio della «Fackel», la rivista che ormai da quattro anni scriveva tutta da solo, presenta al pubblico alcune significative diapositive alle quali fa seguire un commento 1. 
Inaugura così quella sorta di «emblematica profana» = ! che ne fa, sia pure inconsapevolmente e, per così dire, contrariamente alle sue intime aspirazioni, non solo uno dei più penetranti interpreti del nostro tempo, ma anche, prima delle Avanguardie, il primo grande manipolatore e dissacratore delle tecniche di rappresentazione del Moderno

Come Brecht nel suo Krìegsfibel 2 , o Benjamin nei suoi Passagen - che per altro probabilmente molto devono a queste "letture" di Kraus - egli percepì con grande urgenza la necessità di "glossare" le immagini del nostro tempo per decostruirne il tessuto ormai infetto e, per Kraus, ormai decisamente avviato verso il "tramonto"

Non vi è però plateale catastrofismo nelle immagini che Kraus presenta, ma anzi una certa sobrietà sicura di sé e consapevole che le vere catastrofi accadono nel quotidiano


Non è un caso, ad esempio, che Kraus si avvìi alla conclusione della propria "lettura", proiettando la locandina di un produttore di tacchi per scarpa, certo Berson, che osa utilizzare il "sacro nome" di Nietzsche per pubblicizzare i propri prodotti
La glossa di Kraus s'intitola significativamente 
Ein Bild des Grauens (Una immagine dell'Orrore)4. 
Nel commento all'immagine di un Nietzsche che scrive lo slogan della ditta 
( « Das Leben es ist kurz und mieb, / Mit "Berson" wird's zum Paradies!» - 
«La vita è breve e noiosa, / con "Berson" diviene un paradiso!») 
Kraus scrive: «Impotente lo Stato, 
che dovrebbe proteggere la vita, 
l'onore, la salute e la proprietà privata
giace ai piedi di questo canagliume che sbrana la cultura 
come un boa constrìctor il proprio coniglio» 5.


Kraus conosce già la teoria di questa "emblematica profana" e la espone in un'introduzione alle diapositive che potrebbe essere posta ad epigrafe di tutta la sua opera di glossatore e cronista della finis Austriae. E un lungo, ma decisivo passo sul suo destino e su quello dei Moderni, una sorta di testamento spirituale, un bilancio di una vita cui la prima guerra mondiale avrebbe imposto una cesura definitiva. Era il presentimento che qualcosa di irreversibile stava per scardinare il Tempo e lo Spazio, l'Immaginario e il Reale, la letteratura e la vita. Poche settimane più tardi, il i° agosto 1914, la storia avrebbe tristemente confermato la condanna di un'epoca che utilizzava Nietzsche a fini pubblicitari
Scrive Kraus: «Quando la vita è alla fine, il satirico e il caricaturista hanno già dato le dimissioni. Sto davanti al letto di morte del mio Tempo, e al mio fianco stanno il reporter e il fotografo. Questi custodisce il suo ultimo volto, quello conosce le sue ultime volontà. Ma la sua estrema verità la conosce meglio il fotografo del reporter. Il mio compito è stato quello di copiare malamente una copia. Ho percepito delle voci e le ho dette a quelli che non potevano più sentire. Ho colto dei visi e li ho mostrati a quelli che non potevano più vedere. Il mio compito è stato quello di metter tra virgolette il mio Tempo, di farlo stravolgere nella stampa e tra le parentesi, poiché sapevo che ciò che vi era di indicibile solo esso stesso poteva dirlo. Non dire, ma ripetere ciò che è. Imitare ciò che appare - Citare e fotografare. E riconoscere che la frase fatta e il cliché stanno a fondamento di questo secolo. Un orecchio si può staccare; perciò bisognerà mostrare agli occhi di tutti qualcosa di quello che accade in questa stazione sperimentale austriaca della Fine del mondo. 
Ho attraversato le avventure d'ogni banalità e ho misuratole profondità di molte superfìci [...]»6.

Mettere tra virgolette il proprio Tempo: nessuno seppe farlo meglio di Karl Kraus. 
Il suo bisturi tagliente (C. Magris) seppe distinguere e sezionare ogni frammento della propria epoca. Sezionare i corpi già in cancrena, decretarne l'eutanasia, e allo stesso tempo distinguere le parti vitali, segnalarle a quelli che non sapevano più vedere, questo fu il compito di Karl Kraus. Anche quando il bisturi doveva conficcarsi nelle sue carni. Kraus sapeva d'essere una figura epigonale. Sapeva anche che altri si sarebbero affacciati su una nuova epoca. Ad esempio gli amici Adolf Loos, l'architetto che avrebbe tracciato il vocabolario, anzi forse solo l'alfabeto, della nuova architettura, o Peter Altenberg, lo scriba della nuova era che avrebbe balbettato i primi fonemi della letteratura a venire K. Kraus sapeva benissimo che quelle apparizioni epocali segnavano la fine del suo tempo e ne avrebbero seppellito gli ultimi brandelli, e pur tuttavia non esitò a promuoverne l'opera sulla «Fackel», in toni apertamente positivi, cosa per altro rara in Kraus, se non unica eccezione per uno scrittore altrimenti impietoso già nella lettera stessa delle sue opere. Kraus comprese «l'assoluta sincerità che dice l'indicibile» 5 di Altenberg, il suo essere destinato al futuro, e lo scrisse con lettere di fuoco nello stupendo elogio funebre sulla tomba dell'amico: 

 «... Tu, Peter Altenberg, fosti uno di quei grandi poeti che sono soltanto in prestito alla propria epoca, e tuttavia destinati a miglior uso... » 2. 

Così come riconobbe il carattere epifanico dell'architettura di Loos: 
«Poiché sei stato immortalmente legato alle cose future, hai preparato loro la vita, l'hai resa pura ed abitabile» 10. 

A lui invece, che tragicamente sopravvisse ai due amici, non fu data la grazia del nuovo Angelo 11 sulla soglia del Paradiso terrestre, fu costantemente rivolto al mondo della caduta, volse le spalle al nuovo, - non perché il vento della storia, come l'Angelus di Klee, lo spingesse vero la Redenzione - ma perché, immobile, gli toccò di proteggere la soglia, «solitario guardiano» -come l'ha definito Canetti is - di un limite che si affacciava sull'Apocalisse. Le "virgolette" di Kraus sono questa soglia, il loro compito è quello di non lasciar straripare la mota del Moderno, di non lasciare che il linguaggio della caduta contamini il Paradiso dove futuro ed origine s'incontrano 12. 

In realtà l'Angelo krausiano è bifronte, è anzi e soprattutto "demone", divide la condizione umana da quella divina, s'insinua tra i linguaggi di questo mondo e la lingua redenta che sta oltre la soglia. 

La figura ben nota della "muraglia cinese", che Canetti ha così ben commentato, non è che una variazione dell'immagine della "soglia"; qualche volta Kraus è addirittura più esplicito, parla del "muro del linguaggio" sul quale si erge l'Apocalittico
«Spesso sono vicino al muro del linguaggio e ne colgo ormai soltanto l'eco. 
Spesso sbatto la testa sul muro del linguaggio» 

I numerosi, pignoli, interventi sulla Spracblebre 15, sulla grammatica della lingua tedesca altro non sono che il disperato tentativo d'arginare, entro i limiti delle regole, il linguaggio della caduta

Un aforisma del 1910 esprime proprio questo compito:
 «Viene il diluvio universale, io vivo nell'arca di Noè, 
Non mi si può quindi rimproverare se ho accolto nelle varie gabbie 
ogni bestia ed ogni tipo di verme secondo la specie » 16

A Kraus non resta dunque che almanaccare e collezionare questi fenomeni, questa fenomenologia dell'Orrore, per comporne la mappa, o più esattamente il "dizionario", da custodire per la specie futura che si sostituirà alla nostra, dopo il diluvio. 

[...] capovolgendo l'immagine giovannea, Kraus dirà: 
«Alla fine era il Verbo». Il Verbo, che non è più parola, ma "chiacchiera", quella chiacchiera che «s'insinua ovunque, come una tabe purulenta, nei capannelli, nelle cancellerie dei ministeri, nelle piazze, nelle caserme, nei caffè, dal Prater allo Schottenring, è essa quel fiume limaccioso da cui tutti si lasciano trascinare, speculatori e reporters, ufficiali e patrioti, grandi invalidi e funzionari»22. Trascinare nella rovina. 

Kraus vede la storia del mondo come un'irrefrenabile discesa agli inferi, come facies ippocratica di un organismo in decomposizione. 

Kierkegaardianamente (e del rapporto Kraus-Kierkegaard torneremo a parlare) nell'opera di Kraus il mondo si dispiega nella sua distruzione. 

Nel minuscolo fascicolo 777 della «Fackel» (gennaio 1928, p. 16)
 Kraus riporta una decisiva "visione" del demone danese: 
«Un uomo singolo non può aiutare il proprio Tempo, 
O addirittura salvarlo, può solo esprimere il suo tramonto» 22.

L'intera opera di Kraus non è che una variazione sul tema dell 'Untergang, il che lo rende consanguineo di figure che egli stesso, immancabilmente, non mancò di motteggiare 24 quali Oswald Spengler, Theodor Lessing o Max Nordau.

[...] In effetti l'aforisma di Kraus, l'intera «vanvera» della «Fackel» che per ben trentasette anni si oppose ad ogni colpevole mutismo tragico, come ebbe a dire Broch 22, altro non è che l'anticamera del silenzio. In questo Kraus [...] mostra di voler resistere a qualunque costo sui "bastioni del linguaggio", dell'unico linguaggio che gli è dato di possedere (e da cui è posseduto), il linguaggio dell'etica e dell'estetica, delle norme e dei valori
E in questo è più affine a Weininger 21 o a Schnitzler che a Loos o a Wittgenstein.


Walter Benjamin ha definito l'opera di Kraus un «silenzio rovesciato» 21 cogliendo in una battuta quella peculiare «fuga dal tragico» (Broch) di cui abbiamo già detto. In questa fiducia nella "scrittura" e nella "parola", andrebbe aggiunto, sta tutta l'irriducibile sostanza ebraica di Kraus, nonostante le sue abiure e il suo problematico antisemitismo. 

Ma la "parola" per Kraus costituisce inoltre il rimedio omeopatico per la "chiacchiera" che soffoca il mondo della stampa e del giornalismo. Sono note le tirate polemiche contro la «Neue Freie Presse», per Kraus la quintessenza dell'imbecillità giornalistica, e le battaglie, per nulla incruente, contro letterati giornalisti, letterati che scrivevano come giornalisti e giornalisti che si consideravano letterati. Memorabili sono rimaste le "correzioni", pignole e scolastiche, degli errori grammaticali dei letterati di mezza Vienna, o gli attacchi contro la malafede di giornalisti prezzolati o semplicemente ignoranti
Ma tutto questo non è che l'aspetto più superficiale di una riflessione che potremmo definire "teologico-metafisica" sull'essenza della stampa e in particolare del giornalismo. E una dimensione che Kraus mutua, o forse più semplicemente scopre, in Soren Kierkegaard, ripetutamente citato sulla «Fakel» quale irriducibile avversario del "giornalismo".



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