giovedì 5 aprile 2012

Erri De Luca. I Pesci non chiudono gli occhi. Conoscevo gli adulti, tranne un verbo che loro esageravano a ingrandire: amare. Mi infastidiva l’uso

«Fai come il lanciatore di coltelli, che tira intorno al corpo.
Scrivi di amore senza nominarlo, la precisione sta nell’evitare.
Distraiti dal vocabolo solenne, già abbuffato, punta al bordo, costeggia,
il lanciatore di coltelli tocca da lontano,
l’errore è di raggiungere il bersaglio,
la grazia è di mancarlo».
Erri De Luca, “L’ospite incallito”.


Le facce sono scritte. Anche le mani, dico, e le nuvole, il manto delle tigri, la buccia dei fagioli e il salto dei tonni a pelo d’acqua è scrittura. Impariamo alfabeti e non sappiamo leggere gli alberi. Le querce sono romanzi, i pini sono grammatiche, le viti sono salmi, i rampicanti proverbi, gli abeti sono arringhe difensive, i cipressi accuse, il rosmarino è una canzone, l’alloro è una profezia


 Erri De Luca. "Tre Cavalli"


«Ci sono creature assegnate che non riescono a incontrarsi mai e s'aggiustano ad amare un'altra persona per rammendare l'assenza. Sono sagge. Io a vent'anni non conosco gli abbracci e decido di aspettare. Aspetto la creatura assegnata».
Erri De Luca, “Tre cavalli”


«In ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove.
Sono una quota sperimentale che va alla deriva.
Dietro di loro la traccia aperta si chiude».
Erri De Luca, Il peso della farfalla


L'uomo aveva assistito a duelli di camosci di altri branchi.
Ammirava la loro lealtà, mai due contro uno.
Lui portava nel fianco il taglio di un coltello traditore,
colpo sferrato da uno del mucchio che lo aveva aggredito.
Gli uomini hanno inventato i minuziosi codici
ma appena c'è occasione si azzannano senza legge.
Erri De Luca, Il peso della farfalla


Quel mattino di novembre si svegliò stanco e seppe che era all'ultima stagione di supremazia. Le sue corna si sarebbero arrese a quelle di un suo figlio più deciso. Ne aveva già dovuto ferire uno al ventre, senza andare a fondo, uno che scalpitava. Uno di loro avrebbe sparso le sue budella al prato e lui sarebbe stato una carcassa sconfitta e svuotata. Non doveva finire così, meglio scomparire, in quello stesso inverno e non farsi trovare.
Non dormiva col branco, neppure nell'autunno della monta. Aveva diversi rifugi notturni, sotto mughi scavati, in grotte sospese sopra rocce friabili dove l'uomo non poteva salire neanche con l'odore. Scendeva al branco in ore diverse, con la nebbia, prima dell'alba, dopo il tramonto. Non dava a nessuno il vantaggio di prevederlo. Al suo arrivo le femmine gli andavano incontro e i giovani maschi piegavano il ginocchio ad abbassarsi.
Quel giorno di novembre il re riconobbe il declino. Il cuore batteva più lento dei duecento colpi al minuto, spinta che dà ossigeno agli slanci in salita e li fa superare in leggerezza. Gli zoccoli del camoscio sono le quattro dita del violinista. Vanno alla cieca e non sbagliano millimetro. Schizzano su strapiombi, giocolieri in salita, acrobati in discesa, sono artisti da circo per la platea delle montagne. Gli zoccoli del camoscio appigliano l'aria. Il callo a cuscinetto fa da silenziatore quando vuole, se no l'unghia divisa in due è nacchera di flamenco. Gli zoccoli del camoscio sono quattro assi in tasca a un baro. Con loro la gravità è una variante al tema, non una legge.
Li poggiò all'alba nella nebbia fìtta, da non vedere a terra e se li trovò incerti. Così aspettò che il cuore spingesse i colpi fin dentro le unghie e il giorno crescesse insieme ai battiti. Non voleva cedere, chinare il suo corno sinistro davanti a un maschio minore, solo più fresco di forze.
Fiutò l'orizzonte per sapere dove mai più tornare, né farsi trovare. Il giorno di sole schietto asciugò presto la nebbia, un ruscello di luce infilava il branco da est che ci si abbeverava sollevando all'aria i musi. Stavano molti metri giù da lui. Dal suo riparo in ombra vide la loro forza, il numero, che tollera le perdite. Non erano coraggiosi, erano molti, valore che dà forza ai più deboli.
Erri De Luca, Il peso della farfalla



“L’uomo era in là negli anni, gran parte della vita salita a cacciare di frodo le bestie in montagna. Si era ritirato a fare quel mestiere dopo la gioventù passata nella città tra i rivoluzionari, fino allo sbando.”
Erri De Luca, Il peso della farfalla


”Si fermò e guardò col binocolo. Ed era una cosa che non gli era mai capitata di vedere. Mezzo incredulo, un po’ scocciato, eppure affascinato, vide che sbucando dai rami di larice, senza correre, appena scosse da un tremito, le femmine coi loro piccoli tornavano indietro con gli occhi sbarrati, si fermavano un momento accanto al corpo del grosso camoscio e lo guardavano…Tornarono anche i maschi più giovani, quelli che lui aveva cacciato via a cornate nel sedere, e senza curarsi dei rumori circostanti si avvicinavano, uno per uno, come per rendergli omaggio, e anche un vigoroso giovane che aveva resistito alla carica, l’ultimo che aveva buttato fuori, si fermò e lo guardò, abbassando il bel muso, fin quasi a sfiorargli il trofeo [...] “Qui l’uomo vide una cosa che mai era stata vista.Il branco non si disperse in fuga, lentamente fece la mossa opposta. Le femmine prima, poi i maschi, poi i nati in primavera salirono verso di lui, incontro al re abbattuto. Uno per uno chinarono il muso su di lui, senza un pensiero per l’uomo in agguato…Niente era più importante per loro di quel saluto, l’onore al più magnifico camoscio mai esistito”.
Erri De Luca, Il peso della farfalla


”Fu un tuffo al cuore, forte e disperato e quel colpo appena sparato perse il suo valore e la sua precisione e sembrò, all’improvviso, odioso e tirato a caso, e Franco sentì di essere fuori posto, come se si fosse impadronito di un sogno altrui. Tutto quel che non aveva mai visto fu chiaro in quel momento. [...] Niente aveva capito di quel presente che era già perduto. In quel punto finì anche per lui la caccia, non avrebbe sparato ad altre bestie. Il presente è la sola conoscenza che serve. L’uomo non ci sa stare, nel presente”.”.
Erri De Luca, Il peso della farfalla



Intanto non la chiamare gente, sono persone, una per una.
Se la chiami gente non fai caso alle persone
Erri De Luca


"una faccia...una razza" dicono in Grecia. 
Non sempre generalizzare é superficialità, soprattutto quando guardiamo la gente per vedere noi stessi


Saper distinguere le personeusare il pensiero induttivo in modo errato oltre a far danno agli altri fa male anche a se stessi. Esempio di pensiero induttivo: Se nella mia vita ho incontrato solo cigni bianchi sono portato a pensare che esistono solo cigni bianchi, ma se incontro un solo cigno nero tutte le mie convinzioni sono sbagliate. Molte persone fanno costantemente un uso improprio del pensiero induttivo vedendo solo le cose in modo negativo quindi si creano in testa questi cigni bianchi anche se di fronte gli capitano quelli neriallontanandosi completamente dalla realtà dei fatti per poi ricadere nei soliti errori. In questo caso non si chiama più pensiero induttivo ma bensì pensiero prevenuto (stereotipo) offrendo una generalizzazione inappropriata ed errata. Questo oltre a superare i limiti del pensiero induttivo inoltre è rigido e chi lo possiede (in maniera prevalente) tende a consolidare le acquisizioni già disponibili senza la capacità di esplorare una revisione delle proprie convinzioni.



Considero valore ogni forma di vita, 
la neve, la fragola, la mosca
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finchè dura il pasto,
un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si e’ risparmiato,
due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente,
e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua,
riparare un paio di scarpe,
tacere in tempo,
accorrere a un grido,
chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordarsi di che.
Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord,
qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo,
la clausura della monaca,
la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare
e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.
Erri De Luca, Opera sull'acqua e altre poesie · 2002


«Cerco nei libri la lettera, anche solo la frase che è stata scritta per me e che perciò sottolineo, ricopio, estraggo e porto via. Non mi basta che il libro sia avvincente, celebrato, né che sia un classico: se non sono anch’io un pezzo dell’idiota di Dostoevskij, la mia lettura è vana. Perché il libro, anche il sacro, appartiene a chi lo legge e non per il diritto ottenuto con l’acquisto. Perché ogni lettore pretende che in un rotolo di libro ci sia qualcosa scritto su di lui».
Erri de Luca, “Alzaia”.


Aveva forse ascoltato la frase del Talmud che insegna: "I cardini reggono la porta e le prove reggono l'uomo". Se sarai capace di accogliere le tribolazioni e di sopportarle, accettandole come prove della tua resistenza e consistenza, allora quelle pene si trasformeranno in cardini e ti reggeranno. E' bello sapere che sulle prove affrontate, ognuno di noi finisce per appoggiarsi con tutto il peso, per essere pesato. Esse valgono per noi come i cardini che reggono la porta.
Erri de Luca, Alzaia


Durante una passeggiata con un amico, il pittore Paul Cézanne disse: “Un artista deve fare la sua opera come un mandorlo fa i suoi fiori, come una lumaca la sua bava.” Il suo massimo sforzo doveva sembrare all’esterno la cosa pìù naturale. Passava i suoi tocchi di pennello da destra a sinistra, era così concentrato sul colore che gli sembrava di avere gli occhi inchiodati: “Non posso strapparli di lì. Sono così incollati nel punto in cui guardo che mi sembra che stiano sanguinando”. Non ebbe maestri. Da vecchio i bambini gli tiravano sassi dietro. Fu un uomo robusto. Gli piaceva questa frase dell’E’mile di Rousseau: “Bisogna che il corpo abbia vigore per obbedire all’anima”. In età anziana, a un critico che gli esprimeva entusiasmo davanti ai suoi quadri, prese la mano con aria grave e disse: “Sono un semplice, non mi si devono fare dei complimenti, mentire per educazione”. Il critico rispose che quello era il suo pensiero e gli spiaceva di averlo detto male. Allora, certo della sincerità Cézanne pianse. Morì dopo essersi esposto a un temporale in campagna, per dipingerla. Ci sono opere che hanno bisogno di costringere a queste vite. Rilke scrisse di lui: ” Il grigio non esisteva come colore, lui scavava sotto e scopriva il violetto o il blu, il rosso o il verde”. Si possa anche noi essere un poco artisti per raschiare il grigio ed estrarne il giacimento di colori.
Erri De Luca, Alzaia 

(Cézanne) Morì dopo essersi esposto a un temporale in campagna, per dipingerla.
Ci sono opere che hanno bisogno di costringere a queste vite. Rilke scrisse di lui:
“Il grigio non esisteva come colore, lui scavava sotto e scopriva il violetto o il blu, il rosso o il verde”. Si possa anche noi essere un poco artisti per raschiare il grigio ed estrarne il giacimento di colori
Erri De Luca



C'era una generosità civile nella scuola pubblica, gratuita, che permetteva a uno come me di imparare. Ci ero cresciuto dentro e non mi accorgevo dello sforzo di una società per mettere in pratica il compito. L'istruzione dava importanza a noi poveri. I ricchi si sarebbero istruiti comunque. La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la miseria, però tra le sue mura permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori
Erri De Luca


Io credo, non perché vedo, ma perché sono stato visto.
L’amore vede, perciò tace;
tace anche se stesso parlando d’altro.
Non l’amante apprende l’amore, ma l’amato,
colui che accetta di essere trasfigurato agli occhi
di un'altra persona.
Erri De Luca.


Conoscevo gli adulti, tranne un verbo che loro esageravano a ingrandire: amare.
Mi infastidiva l’uso. In prima media lo studio della grammatica latina l’adoperava per esempio di prima coniugazione, con l’infinito in -are.
Recitavamo tempi e modi dell’amare latino.
Era un dolciume obbligatorio per me indifferente alla pasticceria.
Più di tutto mi irritava l’imperativo: ama.
Al culmine del verbo gli adulti si sposavano, oppure si ammazzavano.
Era responsabilità del verbo amare il matrimonio dei miei genitori. Insieme a mia sorella eravamo un effetto, una delle bizzarre conseguenze della coniugazione. A causa di quel verbo litigavano, stavano zitti a tavola, i bocconi facevano rumore.
Nei libri c’era traffico fitto intorno al verbo amare.
Da lettore lo consideravo un ingrediente delle storie, come ci stava bene un viaggio, un delitto, un’isola, una belva. Gli adulti esageravano con quell’antichità monumentale, ripresa tale e quale dal latino.
L’odio sì, lo capivo, era un contagio di nervi tirati fino al carico di rottura.
La città se lo mangiava l’odio, se lo scambiava col buongiorno di strilli e di coltelli, se lo giocava al lotto. Non era quello di adesso, aizzato contro i pellegrini del Sud, meridionali, zingari, africani.
Era odio di mortificazioni, di calpestati in casa e appestati all’estero.
Quell’odio metteva aceto nelle lacrime.
Intorno a me non lo vedevo e non lo conoscevo il verbo amare.
Erri De Luca, I PESCI NON CHIUDONO GLI OCCHI


Dice una leggenda che un angelo cancella al neonato il ricordo di quello che ha saputo in grembo. C’è da svuotare il sacco prima di nascere. I bambini dentro la placenta sanno tutto il passato, le lingue, le avventure, pericoli e mestieri. Il loro scheletro è diventato pesce, rettile, uccello prima di fermarsi all’ultima stazione. Lo sforzo di espulsione dal corpo della madre serve a dimenticare. La rottura delle acque apre il varco che subito dietro si richiude, dopo il tuffo nel vuoto. Così è il mondo per chi viene da un grembo. Il salto nell’asciutto produce azzeramento di tutta la sapienza accumulata nel sacco di placenta. Si attecchisce meglio dimenticando da dove si proviene. A lui spiaceva dolorosamente non ricordare com’era stato al centro del corpo di una madre, tra le ossa del bacino, le vertebre, sotto il dondolo del respiro e i passi sulle scale del battito del cuore. Che perdita passare da sputo a carne umana, risalire le epoche del corpo e giunto al culmine, sull’orlo della soglia, dimenticare tutto.
Erri De Luca


Il sentimento rivoluzionario per eccellenza è la vergogna.
La vergogna è un sentimento politico molto forte. Anche la collera, ma questa ha la miccia corta, puòavere grande intensità ma dura poco, svanisce presto. La vergogna invece ti tormenta, ti si appiccica addosso e a un certo punto non ne puoi più.  E' questo sentimento che porta alla ribellione e alla ricerca di risposte alternative.
Erri De Luca







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