venerdì 18 luglio 2014

Machiavelli. Il carattere utopistico del Principe è nel fatto che il Principe non esisteva nella realtà storica, non si presentava al popolo italiano con caratteri di immediatezza obiettiva, ma era una pura astrazione dottrinaria, il simbolo del capo, del condottiero ideale


LA LEZIONE DEL "PRINCIPE" DI MACHIAVELLI (GRAMSCI, GRUPPI)

Oggi è il 500° anniversario della lettera del Machiavelli al Vasari, in cui il segretario fiorentino annunciava di aver scritto "Il Principe". 

Per l'occasione intendiamo ricordare questo testo fondamentale con la penna di Antonio Gramsci e dello studioso Luciano Gruppi:

"Il carattere fondamentale del Principe è quello di non essere una trattazione sistematica, ma un libro “vivente”, in cui l’ideologia politica e la scienza politica si fondono nella forma drammatica del “mito”. Tra l’utopia e il trattato scolastico, le forme in cui la scienza politica si configurava fino al Machiavelli, questi dette alla sua concezione la forma fantastica e artistica, per cui l’elemento dottrinale e razionale s’impersona in un condottiero, che rappresenta plasticamente e “antropomorficamente” il simbolo della “volontà collettiva”
Il processo di formazione di una determinata volontà collettiva, per un determinato fine politico, viene rappresentato non attraverso disquisizioni e classificazioni pedantesche di princípi e criteri di un metodo d’azione, ma come qualità, tratti caratteristici, doveri, necessità di una concreta persona, ciò che fa operare la fantasia artistica di chi si vuol convincere e dà una piú concreta forma alle passioni politiche. [...] 
Il carattere utopistico del Principe è nel fatto che il Principe non esisteva nella realtà storica, non si presentava al popolo italiano con caratteri di immediatezza obiettiva, ma era una pura astrazione dottrinaria, il simbolo del capo, del condottiero ideale; ma gli elementi passionali, mitici, contenuti nell’intiero volumetto, con mossa drammatica di grande effetto, si riassumono e diventano vivi nella conclusione, nell’invocazione di un principe, “realmente esistente”. 

Nell’intiero volumetto Machiavelli tratta di come deve essere il Principe per condurre un popolo alla fondazione del nuovo Stato, e la trattazione è condotta con rigore logico, con distacco scientifico; nella conclusione il Machiavelli stesso si fa popolo, si confonde col popolo, ma non con un popolo “genericamente” inteso, ma col popolo che il Machiavelli ha convinto con la sua trattazione precedente, di cui egli diventa e si sente coscienza ed espressione, si sente medesimezza: pare che tutto il lavoro “logico” non sia che un’autoriflessione del popolo, un ragionamento interno, che si fa nella coscienza popolare e che ha la sua conclusione in un grido appassionato, immediato. 
La passione, da ragionamento su se stessa, ridiventa “affetto”, febbre, fanatismo d’azione. Ecco perché l’epilogo del Principe non è qualcosa di estrinseco, di “appiccicato” dall’esterno, di retorico, ma deve essere spiegato come elemento necessario dell’opera, anzi come quell’elemento che riverbera la sua vera luce su tutta l’opera e ne fa come un “manifesto politico"
Antonio Gramsci, Note su Machiavelli

"Per il Machiavelli la situazione obiettiva resta, quando egli parla in generale, indecifrata (“fortuna”, appunto) perchè egli non può possedere ovviamente i mezzi dell'analisi della società. Non così quando egli indaga situazioni politiche specifiche, poiché allora emergono le singole forze. 
Ma se per il passaggio dalla politica come “arte” e tecnica alla politica come scienza – nel senso che essa è fondata su basi scientifiche – bisogna attendere che si formino i concetti di classe, di struttura, ecc., il Machiavelli sembra essere il pensatore che più di ogni altro si colloca in una fase che immediatamente precede quella del marxismo. 
Di più, se il marxismo non si potrebbe comprendere al di fuori delle fonti a cui ci si riferisce in modo ormai classico, esso sarebbe impensabile al di fuori di quella fondazione sperimentale del far politica che percorre il pensiero moderno e che trova nel Machiavelli il suo rappresentante più esplicito, più spregiudicato e coerente. […] 
Nel Machiavelli infatti non vi è, né poteva esserci, la consapevolezza della struttura della società in cui egli si muoveva, ma c'era in lui il senso dello specifico storico, della individuazione dei mezzi politici determinati che sono invocati dalla situazione. Vi è in lui quella sensibilità per lo specifico storico a cui deve giungere l'analisi strutturale per farsi politica. E proprio qui sta il tratto essenziale del leninismo. 
Vi è in Machiavelli l'intuizione dell'estrema complessità delle situazioni concrete (“l'unità del molteplice” secondo Marx) che egli chiama “fortuna” e che nessuna analisi strutturale può esaurire. Se prevalesse la pretesa di risolvere tutta la complessità della situazione reale nell'analisi strutturale, la politica diventerebbe un gioco meccanico, incapace di creare la propria iniziativa, di intervenire sul concreto.”
Luciano Gruppi, da "Storicità e marxismo"


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