martedì 22 luglio 2014

Il Cristo velato è una scultura in marmo dell’epoca barocca, opera di Giuseppe Sanmartino e conservata nella Cappella Sansevero a Napoli. È una delle opere d’arte più suggestive al mondo. Lo scultore ebbe l’incarico di ideare una statua scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato con uno stesso blocco di marmo. Così, Sanmartino raffigurò il Cristo morto, sdraiato su un materasso, ricoperto da un morbido velo appoggiato sul suo corpo e che ne mostra perfettamente le forme. La maestria dello scultore napoletano sta nell'essere riuscito a trasmettere la sofferenza del Cristo negli attimi della Crocifissione attraverso questo velo dal quale si intravedono sul viso e sul corpo i segni del martirio subito.

"Le origini della Cappella Sansevero sono legate a un episodio leggendario. 
Narra, infatti, Cesare d’Engenio Caracciolo nella Napoli Sacra del 1623 che, intorno al 1590, un uomo innocente, trascinato in catene per essere condotto in carcere, passando dinanzi al giardino del palazzo dei di Sangro in piazza San Domenico Maggiore, vide crollare una parte del muro di cinta di detto giardino e apparire un’immagine della Madonna. Egli promise alla Vergine di donarle una lampada d’argento e un’iscrizione, qualora fosse stata riconosciuta la propria innocenza: scarcerato, l’uomo tenne fede al voto. L’immagine sacra divenne allora meta di pellegrinaggio, dispensando molte altre grazie.

Poco dopo, anche il duca di Torremaggiore Giovan Francesco di Sangro, gravemente ammalato, si rivolse a questa Madonna per ottenere la guarigione: miracolato, per gratitudine fece innalzare, lì dove era apparsa per la prima volta la venerabile effigie (oggi visibile in alto sull’Altare maggiore), una “picciola cappella” denominata Santa Maria della Pietà o Pietatella. Fu però il figlio di Giovan Francesco, Alessandro di Sangro patriarca di Alessandria, che intraprese nei primi anni del ’600 grandi lavori di trasformazione e ampliamento, modificando l’originario sacello in un vero e proprio tempio votivo destinato a ospitare le sepolture degli antenati e dei futuri membri della famiglia.

Della fase seicentesca della Cappella Sansevero sono rimaste pressoché inalterate solo le dimensioni perimetrali e la snella architettura dell’insieme, nonché la decorazione policroma dell’abside; sono ancora visibili, inoltre, quattro mausolei nelle cappellette laterali, mentre altri di cui si ha notizia sono stati rimossi. L’attuale assetto della Cappella e la quasi totalità delle opere in essa contenute, infatti, sono frutto della volontà di Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, che a partire dagli anni ’40 del ’700 riorganizzò la Cappella secondo criteri del tutto nuovi e personali.

Benché molti particolari dell’aspetto seicentesco del tempio gentilizio ci sfuggano, è certo che già allora esso dovette essere uno scrigno d’arte: lo testimonia, tra gli altri, la Guida di Napoli di Pompeo Sarnelli (1685), che definì la cappella dei di Sangro “grandemente abbellita con lavori di finissimi marmi, intorno alla quale sono le statue di molti degni personaggi di essa famiglia co’ loro elogi”. Quel che è sopravvissuto delle opere seicentesche conferma sostanzialmente tale impressione, anche se la magnificenza dei lavori settecenteschi mette in ombra quanto eseguito prima dell’attività mecenatesca di Raimondo di Sangro.

Sin dalle origini, dunque, la Cappella è circonfusa di un alone leggendario: 
il racconto di d’Engenio Caracciolo è certamente intessuto con particolari fantasiosi, ma la suggestione resta. Il ruolo avuto da Alessandro di Sangro nelle vicende edificatorie della Cappella Sansevero, peraltro, è confermato – oltre che da diverse testimonianze d’archivio – dall’iscrizione posta sulla porta principale del complesso monumentale, che recita: “Alessandro di Sangro patriarca di Alessandria destinò questo tempio, innalzato dalle fondamenta alla Beata Vergine, a sepolcro per sé e per i suoi nell’anno del Signore 1613”.
http://www.museosansevero.it/it/cappella/origini




Il Cristo velato è una scultura in marmo dell’epoca barocca, opera di Giuseppe Sanmartino e conservata nella Cappella Sansevero a Napoli. È una delle opere d’arte più suggestive al mondo. Lo scultore ebbe l’incarico di ideare una statua scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato con uno stesso blocco di marmo. Così, Sanmartino raffigurò il Cristo morto, sdraiato su un materasso, ricoperto da un morbido velo appoggiato sul suo corpo e che ne mostra perfettamente le forme. La maestria dello scultore napoletano sta nell'essere riuscito a trasmettere la sofferenza del Cristo negli attimi della Crocifissione attraverso questo velo dal quale si intravedono sul viso e sul corpo i segni del martirio subito.




Il Disinganno - Francesco Queirolo, 1753-54 - Cappella San Severo, Napoli.

Il capolavoro del Queirolo è senza dubbio il Disinganno, opera dedicata da Raimondo di Sangro al padre Antonio, duca di Torremaggiore. Dopo la prematura morte della moglie, Antonio si diede a un’esistenza avventurosa e disordinata, affidando il figlio alle cure del nonno Paolo. “Asservito – come ricorda la lapide dedicatoria – alle giovanili brame”, il duca viaggiò per tutta Europa, ma in vecchiaia, ormai stanco e pentito degli errori commessi, tornò a Napoli, ove trascorse gli ultimi anni nella quiete della vita sacerdotale.

Il gruppo scultoreo descrive un uomo che si libera dal peccato, rappresentato dalla rete nella quale l’artista genovese trasfuse tutta la sua straordinaria abilità. Un genietto alato, che reca in fronte una piccola fiamma, simbolo dell’umano intelletto, aiuta l’uomo a divincolarsi dalle maglie intricate, mentre indica il globo terrestre ai suoi piedi, simbolo delle passioni mondane; al globo è appoggiato un libro aperto, la Bibbia, testo sacro ma anche una delle tre “grandi luci” della Massoneria. Il bassorilievo sul basamento, con l’episodio di Gesù che dona la vista al cieco, accompagna e rafforza il significato dell’allegoria.

Nell’Istoria dello Studio di Napoli (1753-54) Giangiuseppe Origlia definisce a ragione questa statua “l’ultima pruova ardita, a cui può la scultura in marmo azzardarsi”: il riferimento è ovviamente alla virtuosistica esecuzione della rete, che lasciò sgomenti celebri viaggiatori sette-ottocenteschi e continua a stupire i turisti odierni. A tal proposito, si tramanda che – come era già avvenuto al Queirolo anni prima nella realizzazione di un’altra statua – lo scultore dovette personalmente passare a pomice la scultura poiché gli artigiani dell’epoca, specializzati proprio nella fase di finitura, si rifiutarono di toccare la delicatissima rete per paura di vedersela frantumare sotto le mani.

Il Disinganno, come attesta ancora l’Origlia, è un’opera “tutta d’invenzione del Principe, e nel suo genere totalmente nuova”, non ritrovandosene altra simile né tra gli antichi né tra i moderni. Tale monumento ha, non a caso, una simbologia ricca e complessa. Il richiamo al contrasto tra luce e tenebre, evocato dall’allegoria principale nonché dal bassorilievo (con la frase “Qui non vident videant”) e dai passi biblici incisi nel libro aperto, appare un chiaro riferimento alle iniziazioni massoniche, in cui l’iniziando entrava ritualmente bendato per poi aprire gli occhi alla nuova luce della Verità custodita dalla Loggia. Bellissima la dedica composta da Raimondo, in cui la vita del padre viene posta a immortale esempio della “fragilità umana, cui non è concesso avere grandi virtù senza vizi”.


"Il Disinganno ", eseguito dal genovese Queirolo, su idea del Corradini. , con la rete degli inganni che avvolge il personaggio e da cui un genio alato lo sta liberando, anch'essa affiancata da luna lapide , ritrae un uomo nel tentativo di liberarsi da una rete per abbracciare la fede, rappresentata da un angelo alato che lo aiuta.
Dal 1752 , Francesco Queirolo (Genova, 1704 – Napoli, 1762) ,scultore , a Napoli lavorò soprattutto alla decorazione di quel singolare monumento del simbolismo settecentesco che è la cappella Sansevero dei principi di Sangro: la sua statua del Disinganno è un vero capolavoro del trompe l'oeil in scultura.
Il contratto stipulato col Queirolo è una specie di plagio, in cui l’artista non ha nessun diritto: “a tutto piacimento, genio e gusto d’esso Signor Principe, di non poter lavorare per nessun’altra persona, e collo stretto ligame di non potersi licenziare…”.





Con il Cristo velato e il Disinganno, la Pudicizia forma la terna d’eccellenza artistica della Cappella Sansevero, canonizzata da viaggiatori, guide e storici dell’arte sin dal ’700. Il monumento è dedicato da Raimondo di Sangro alla memoria della “incomparabile madre”, Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona, morta il 26 dicembre 1710, quando Raimondo non aveva ancora compiuto un anno.
La Pudicizia fu realizzata nel 1752 dal veneto Antonio Corradini, scultore di fama europea già al servizio dell’imperatore Carlo VI a Vienna, chiamato dal principe di Sansevero come co-ideatore ed esecutore del progetto iconografico del suo tempio gentilizio (ma Corradini, come ricorda una lapide apposta da di Sangro perpendicolarmente al pilastro della Pudicizia, morì nello stesso 1752 “dum reliqua huius templi ornamenta meditabatur”).

L’artista, che pure aveva scolpito altre figure velate, raggiunge qui un altissimo grado di perfezione nel modellare il velo posto sul corpo della donna con eleganza e naturalezza, come se il vapore esalato dal bruciaprofumi contribuisse a rendere umido e straordinariamente aderente alla pelle lo strato impalpabile, cinto da un serto di rose. Lo sguardo perso nel tempo, l’albero della vita, la lapide spezzata sono i simboli di un’esistenza troncata troppo presto e palesano il dolore del figlio Raimondo, che volle così tramandare fattezze e virtù della giovane madre. Al tema vita/morte fa esplicito riferimento anche il bassorilievo sul basamento, con l’episodio evangelico del Noli me tangere, in cui Cristo appare alla Maddalena in veste d’ortolano.

L’intento di celebrare Cecilia Gaetani non basta a spiegare il significato di questa statua.
La donna coperta dal velo è interpretabile come allegoria della Sapienza, e il riferimento alla velata Iside, dea prediletta dalla scienza iniziatica, pare chiarissimo (senza contare che una lunga tradizione, invero non riscontrabile, ritiene che la Pudicizia sia posta nel medesimo luogo in cui si ergeva la statua di Iside nella Neapolis greca). Gli storici dell’arte Joseph Rickwert e Rosanna Cioffi, inoltre, hanno rilevato che la Verità velata incisa al centro del frontespizio della celebre Encyclopédie settecentesca ricorda molto da vicino la Pudicizia del Corradini, scultore del quale è peraltro accertata l’affiliazione massonica. La quercia che erompe dalla nuda pietra, infine, è da alcuni ritenuta allusione all’arbor philosophica.

Corradini Antonio (1668-1752) La Pudicizia




"Il pavimento a labirinto della Cappella di San Severo, a Napoli.
Nella Napoli settecentesca Raimondo di Sangro abitava il Palazzo Sangro al civico 9 di Piazza San Domenico Maggiore e vicino, in via Fancesco de Sanctis, sorge la famosa cappella Sansevero, chiamata anche Santa Maria della Pietà dei Sangro o Pietatella, che fu fondata come sacello sepolcrale della famiglia Sangro nel 1590, rinnovata successivamente e terminata, così come si vede oggi, dal principe Raimondo: la cappella era unita al palazzo da un cavalcavia che crollò agli inizi del 1900.
Nella famosa cappella oltre i bei marmi che la ricoprono, oltre le famose statue del Cristo velato, del Disinganno, della Pudicizia ed altre ancora, c’è anche un bellissimo pavimento ad intarsi marmorei nel quale è rappresentato un labirinto prodigioso nella sua realizzazione, perché creato da un unica linea bianca continua e senza giunture, un'altra delle idee straordinarie di Raimondo di Sangro: fu davvero un innovatore in tutti i campi e la scelta del labirinto non è certo un tema casuale da parte del principe perché esso è il simbolo iniziatico (legato anche alla massoneria), attraverso il quale si cerca la via d’uscita verso la verità
Ad oggi rimane purtroppo ben poco del pavimento a causa di un crollo nel 1889 che lo danneggiò gravemente: ne è rimasta una parte davanti alla tomba del Principe di San Severo, alcuni tratti si trovano anche nella Cavea sotterranea e in Sagrestia. Il disegno consiste in un'alternanza di croci gammate (svastiche) e quadrati concentrici in prospettiva".




Macchine anatomiche


Giuseppe Salerno, 1763-64.

Nella Cavea sotterranea sono oggi conservate, all’interno di due bacheche, le famose Macchine anatomiche, ovvero gli scheletri di un uomo e di una donna in posizione eretta, con il sistema artero-venoso quasi perfettamente integro. Le Macchine furono realizzate dal medico palermitano Giuseppe Salerno, sotto la direzione di Raimondo di Sangro; il reperimento di atti notarili e fedi di credito consente di datare questi “lavori” al 1763-64. I due studi anatomici costituiscono le presenze più enigmatiche della Cappella Sansevero. Ancora oggi, a circa due secoli e mezzo di distanza, non si sa attraverso quali procedimenti o adoperando quali materiali si sia potuta ottenere una tanto eccezionale conservazione dell’apparato circolatorio.

La Breve nota, anonima guida settecentesca al Palazzo e alla Cappella Sansevero, parla di “iniezione”: è stato ipotizzato, quindi, che Salerno abbia inoculato in due cadaveri una sostanza – forse a base di mercurio – creata in laboratorio dal principe, la quale avrebbe permesso la “metallizzazione” dei vasi sanguigni. L’altra possibilità è che il sistema circolatorio sia frutto, in parte o nella sua interezza, di una ricostruzione effettuata con diversi materiali, tra cui la cera d’api e alcuni coloranti. Questa seconda ipotesi non priverebbe le due Macchine della loro eccezionalità: stupisce infatti che il sistema artero-venoso sia riprodotto con notevole verosimiglianza e fin nei vasi più sottili, nonostante all’epoca le conoscenze di anatomia non fossero così precise. Ossa e crani sono senz’altro quelli di due veri scheletri umani.

Questi inquietanti oggetti si trovavano in una stanza del palazzo del principe di Sansevero, denominata “Appartamento della Fenice”, come attestano alcuni viaggiatori e la Breve nota. Quest’ultima fonte descrive nei dettagli le Macchine, dai vasi sanguigni della testa a quelli della lingua, e aggiunge che ai piedi della donna era posto “il corpicciuolo d’un feto”, accanto al quale vi era addirittura la placenta aperta, legata al feto dal cordone ombelicale. I due studi anatomici sono stati spostati nella Cappella, e in tal modo salvati da distruzione o dispersione, molto tempo dopo la morte del principe. Resti del feto erano visibili ancora fino a pochi decenni fa, finché non furono rubati.

Le Macchine anatomiche hanno alimentato per secoli la cosiddetta “leggenda nera” relativa al principe di Sansevero: anche Benedetto Croce racconta che secondo la credenza popolare Raimondo di Sangro “fece uccidere due suoi servi, un uomo e una donna, e imbalsamarne stranamente i corpi in modo che mostrassero nel loro interno tutti i visceri, le arterie e le vene”. Queste realizzazioni vanno in realtà inserite nell’ampio spettro di sperimentazioni e interessi del principe di Sansevero, che si occupò anche di medicina: d’altra parte, lo scheletro della donna era su una pedana e si faceva “girare d’ogni intorno, per osservarsene tutte le parti”, particolare che fa capire come Raimondo di Sangro lo avesse ideato quale oggetto di studio. Non va dimenticato, tuttavia, il suo intento – andato a buon fine – di meravigliare gli osservatori contemporanei e posteri, né è priva di suggestioni l’originaria collocazione delle Macchine nell’Appartamento della Fenice, uccello quest’ultimo legato al mito della risurrezione e dell’immortalità.






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