giovedì 8 novembre 2012

Platone. Simposio. Il mito dell'androgino. In tempi antichi c'erano tra gli uomini tre generi: quello femminile che aveva origine dalla terra, quello maschile che aveva origine dal sole e quello androgino che aveva origine dalla luna; questi tre erano esseri perfetti, fieri, forti e vigorosi. Ma anche arroganti e vollero tentare la scalata al cielo per combattere gli dei. Zeus e gli altri dei non sapevano che fare, non potevano uccidere tutti gli uomini e decisero così di dividerli rendendoli così più deboli. Quando gli esseri umani furono tagliati in due ciascuna delle due parti desiderata ricongiungersi all'altra, desiderando solo di formare nuovamente un solo essere. Ognuno di noi è una frazione dell'essere umano completo originario, per ciascuna persona ne esiste dunque un'altra che le è complementare. Ed è per questo che siamo sempre alla ricerca continua della nostra metà della mela, non vogliamo essere una mezza anima, ma desideriamo ritornare alla nostra natura originaria

Essere un Symbolon .
La condizione umana è così descritta da Aristofane:
Gli uomini che derivano dal taglio di quel doppio essere che allora si chiamava androgino sono amanti delle donne ...; da quel sesso derivano anche tutte le donne che sono amanti dell'uomo. Le donne che derivano dal taglio di una donna, agli uomini non pensano affatto ... . Quanti, invece, derivano dal taglio di un maschio, vanno in caccia del maschio. Le indicazioni sessuali sono tutte conformi a natura. L'imperativo che tutti ci accomuna è il ripristino della originaria physis: diventare l'uno con l'altro una medesima cosa, in modo da non lasciarsi mai né notte né giorno, ritrovando l'altro symbolon, che combacia con la parte che ciascuno di noi è attualmente.
U. Curi: Miti d'amore



L'IMMORTALITÀ DEL MORTALE
“Di un individuo si dice che è lo stesso individuo da quando è fanciullo fino alla vecchiaia; e diciamo che è lo stesso individuo, quantunque non conservi mai dentro di sé gli stessi elementi, ma in parte si rifà sempre giovane, in parte perde qualcosa nei capelli e nella carne e nelle ossa e nel sangue e in tutto il resto del corpo.
E questo non si verifica solo nel corpo: anche nell'anima le inclinazioni, il carattere, le opinioni, i desideri, i piaceri, i dolori, le paure e ogni altro stato non sono mai invariabilmente presenti in ciascun individuo, ma alcuni nascono ed altri muoiono. E, cosa più singolare ancora, perfino le conoscenze non solo alcune nascono e altre muoiono dentro di noi, e non siamo mai gli stessi neppure nelle conoscenze, ma addirittura ogni singola conoscenza è legata al medesimo processo.
Ciò che si chiama meditare ha luogo appunto in quanto una particolare conoscenza svanisce: oblio è infatti uscita di conoscenza, mentre la meditazione, ingenerando un nuovo ricordo in luogo di quello che è scomparso, conserva la conoscenza, in modo che essa sembri essere la stessa.
Precisamente in questa forma tutto ciò che è mortale si conserva, non col restare sempre assolutamente uguale, come avviene per ciò che è divino, ma in quanto ciò che invecchia e svanisce lascia qualcos'altro di nuovo simile a sé. Con questo mezzo ciò che è mortale partecipa dell'immortalità, sia il corpo sia ogni altra cosa, e non è possibile in altro modo. Dunque non ti meravigliare se per natura ogni essere onora il proprio germoglio, poiché in vista dell'immortalità questo zelo e questo amore sono proprî di ognuno.”
Platone, “Simposio”, 207d - 208b
FILOSOFIA l Il testo integrale su www.storiadellafilosofia.net: http://bit.ly/1QiCZ46


La trasgressione della spiritualità. Massimo Gramellini.
SOCRATE HA APPENA TERMINATO IL GRANDE DISCORSO SULL’AMORE quando nella sala del Simposio fa irruzione ALCIBIADE, GIOVANE LEADER DEL PARTITO DEMOCRATICO (esisteva anche ad Atene, ma ogni tanto vinceva). A giudicare da come lo tratta, Platone non doveva avere una grande opinione degli uomini politici della sua epoca. ALCIBIADE ARRIVA ALLA FESTA IN RITARDO, SENZA CHE NESSUNO LO ABBIA INVITATO E PER GIUNTA UBRIACO FRADICIO. RUMOROSO E INVADENTE, SI VA A SDRAIARE ACCANTO AL PADRONE DI CASA AGATONE, finché QUALCUNO GLI FA NOTARE CHE ANCHE LUI DOVREBBE RISPETTARE LE REGOLE della serata e tessere un elogio di Eros. IL POLITICO RISPETTA LE REGOLE A MODO SUO: ROVESCIANDOLE. Anziché tenere un’orazione su Eros, ne terrà una su Socrate. Invece che dell’Amore, parlerà dell’Amato. Così il racconto di Platone torna indietro, ma non per fare retromarcia: per prendere la rincorsa.  IL MONOLOGO DI ALCIBIADE È LA CRONACA DI UN FALLIMENTO SENTIMENTALE. LA STORIA DI COME LUI - GIOVANE, BELLO, RICCO E POTENTE - SIA ANDATO A SBATTERE CONTRO L’INDISPONIBILITÀ DI SOCRATE: VECCHIO, BRUTTO, POVERO E INERME. ALCIBIADE ERA RIMASTO ATTRATTO DALLA BELLEZZA INTERIORE DEL MAESTRO E AVREBBE VOLUTO DIVENTARNE L’AMANTE, OFFRENDO LA PROPRIA AVVENENZA FISICA IN CAMBIO DELLE SUE VIRTÙ MORALI. Ma lungi dall’essere sconvolto da tale richiesta (QUANDO MAI, NEI VENTIQUATTRO SECOLI SUCCESSIVI, CAPITERÀ ANCORA DI VEDERE UN POLITICO ANDARE A CACCIA DI VIRTÙ MORALI?) Socrate aveva tenuto a bada Alcibiade con la lucida ferocia che caratterizza gli AMANTI IRRAGGIUNGIBILI. «IN CAMBIO DELL’APPARENZA DEL BELLO TU CERCHI DI GUADAGNARTI LA VERITÀ DEL BELLO: PENSI DI POTER SCAMBIARE ARMI DI BRONZO CON ARMI DI FERRO». Tradotto in prosa: CARO ALCIBIADE, POICHÉ LA BELLEZZA ETERNA DELLA MIA ANIMA VALE ASSAI PIÙ DI QUELLA FUGGEVOLE DEL TUO CORPO, LO SCAMBIO CHE MI PROSPETTI È SBILANCIATO. Ai tempi nostri (ma anche a quelli di Platone) NON CAPITA SPESSO CHE SIA IL «BELLO DENTRO» A RESPINGERE IL «BELLO FUORI», così come sulle copertine delle riviste si trova di rado un’anima in topless. Ma è per questo che amiamo il Simposio, vero? Per ricordarci che IN UN MONDO OSSESSIVAMENTE MATERIALISTA LA VERA TRASGRESSIONE È LA SPIRITUALITÀ. Socrate, non Alcibiade. Senza però diventare bacchettoni, perché IL GRANDE INSEGNAMENTO DI PLATONE È CHE ALL’ANIMA CI SI ARRIVA SEMPRE E SOLO PASSANDO DAL CORPO.
ll discorso di Alcibiade. Simposio di Platone  (IV sec. A.C.)





Che Amore sia duplice, ci sembra distinzione esatta; ma che esso non alberga solo negli uomini attratti dalle belle creature, ma in tutti gli altri esseri, a loro volta presi per altre forme, negli animali, per esempio, nelle piante e comunque in tutte le creature viventi, io credo di averlo dedotto dalla medicina, la nostra arte e, altresì, come Amore sia grande e meraviglioso iddio, presente ovunque in ogni cosa umana e divina.
Simposio 186 a.1


In tempi antichi c'erano tra gli uomini tre generi: quello femminile che aveva origine dalla terra, quello maschile che aveva origine dal sole e quello androgino che aveva origine dalla luna; questi tre erano esseri perfetti, fieri, forti e vigorosi. Ma anche arroganti e vollero tentare la scalata al cielo per combattere gli dei. Zeus e gli altri dei non sapevano che fare, non potevano uccidere tutti gli uomini e decisero così di dividerli rendendoli così più deboli. Quando gli esseri umani furono tagliati in due ciascuna delle due parti desiderata ricongiungersi all'altra, desiderando solo di formare nuovamente un solo essere. Ognuno di noi è una frazione dell'essere umano completo originario, per ciascuna persona ne esiste dunque un'altra che le è complementare. Ed è per questo che siamo sempre alla ricerca continua della nostra metà della mela, non vogliamo essere una mezza anima, ma desideriamo ritornare alla nostra natura originaria 
Platone. Simposio


Aristofane: 
"In origine l'umanità comprendeva tre sessi: gli uomini, le donne e gli androgini, che erano maschi e femmine nello stesso tempo. Questi individui avevano tutto doppio: avevano quattro braccia, quattro gambe, quattro occhi, ecc..., e ciascuno di essi aveva due organi genitali, entrambi maschili negli uomini, tutti e due femminili nelle donne, e uno maschile e l'altro femminile negli androgini. Questi camminavano a quattro gambe, ma potevano procedere in qualsiasi direzione, come i ragni. Questi avevano una forza incredibile e una sovrumana superbia, al punto di sfidare gli Dei. Zeus in particolare era indignato e voleva punirli. Un giorno decise di dividerli in due, in modo che ciascuna parte avesse due gambe e un solo organo genitale. A questo punto gli uomini erano diventati infelici, perché ciascuno di essi sentiva la mancanza della sua metà. I semiuomini cercavano i semiuomini, le semidonne cercavano le semidonne, e la metà maschile degli androgini cercava la metà femminile. Per ritrovare la felicità perduta ognuno di loro cercava di riunirsi con l'anima gemella. Ed è appunto questa smania che si chiama Amore."
Platone. Simposio


In principio gli uomini erano l'uno e l'altro, la loro forma era circolare, il loro aspetto intero e rotondo, non generavano per reciproca unione, ma per unione con la terra. Un giorno Zeus, volendo castigare l'uomo senza distruggerlo, lo tagliò in due. Da allora ciascuno di noi è il simbolo di un uomo, la metà che cerca l'altra metà, il simbolo corrispondente. Per curare l'antica ferita, Zeus, dopo averla inflitta, inviò Amore: Amore, fra gli dei l'amico degli uomini, il medico, colui che riconduce all'antica condizione. Cercando di far uno ciò che è due, Amore cerca di medicare l'umana natura.
Platone. Simposio



"[...] Una delle immagini classiche associate all'idea di "anima gemella" è quella riportata nel Simposio di Platone, in cui viene riportato ed elaborato il mito greco degli ermafroditi. Secondo questo mito, all'origine dei tempi gli esseri umani non erano suddivisi per genere, e ciascuno di essi aveva quattro braccia, quattro gambe e due teste. Per gelosia nei confronti della perfezione umana, gli dei separarono l'uomo in due parti con un fulmine, creando da ogni essere umano primordiale un uomo e una donna. Come conseguenza, ogni essere umano cerca di ritrovare la propria iniziale completezza cercando la propria metà perduta.

« Finalmente Zeus ebbe un'idea e disse: "Credo di aver trovato il modo perché gli uomini possano continuare ad esistere rinunciando però, una volta diventati più deboli, alle loro insolenze. Adesso li taglierò in due uno per uno, e così si indeboliranno e nel contempo, raddoppiando il loro numero, diventeranno più utili a noi »"
Platone. Simposio
Wikipedia.




Così, tanto per rompere le b., mancherebbero La Grande Mela, che poi sarebbe appunto la quinta, e La mela d'oro, di Paride ad Afrodite...



Platone, "Simposio", 189c/193d - Discorso di Aristofane, il mito dell'androgino (IV sec a.C.)
«In verità, o Erissimaco» disse Aristofane «ho in mente di parlare in maniera un po' diversa da come avete fatto tu e Pausania. A me pare che gli uomini non abbiano assolutamente capito la potenza dell'amore; se l'avessero compresa, gli avrebbero edificato i templi più grandi e i massimi altari, e gli avrebbero offerto i più solenni sacrifici, non come adesso che non si fa per lui nulla di tutto questo; e pensare che sarebbe la prima cosa da fare. Fra gli dèi è il più amico degli uomini, in quanto è loro soccorritore, e medico di quei mali curati i quali ne conseguirebbe la più alta felicità per il genere umano. Io cercherò pertanto di illustrarvi la sua potenza, e voi ne sarete maestri ad altri. Ma preliminarmente voi dovete comprendere la natura umana e i casi suoi. Ebbene in antico la nostra natura non era la stessa di ora, bensì era diversa. In principio i sessi degli umani erano tre, non due come adesso, maschile e femminile, ma in più ce n'era un terzo, che partecipava del maschile e del femminile; ora è scomparso, anche se ne resta il nome. In quel tempo infatti c'era il sesso androgino, che condivideva la forma e il nome di entrambi, il maschile e il femminile, ma ora non ne resta appunto che il nome, usato in senso dispregiativo. In secondo luogo la figura di ciascuna persona era tutta tonda, col dorso e i fianchi formanti un cerchio, e aveva quattro mani e altrettante gambe, e sopra il collo tondo due facce simili in tutto; e su ambedue le facce, che erano orientate in direzione opposta, una sola testa, e quattro orecchi, e due membri, e tutti gli altri particolari quali si possano immaginare da queste indicazioni. E camminavano in posizione eretta, come ora, e in qualunque direzione; ma quando si mettevano a correre, si slanciavano in tondo reggendosi sulle otto membra, come i saltimbanchi quando danzano in cerchio facendo la ruota con le gambe levate in su. E i sessi erano tre, in quanto il maschio ebbe origine dal sole, la femmina dalla terra, e il terzo sesso, che aveva elementi in comune con gli altri due, dalla luna, che partecipa appunto della natura del sole e della terra. Ed essi erano tondi, e tondo il loro modo di procedere, per somiglianza coi loro progenitori. Così erano terribili per forza e per vigore, e avevano ambizioni superbe, e attaccarono gli dèi, e come dice Omero a proposito di Oto ed Efialte, si tramanda che tentarono di scalare il cielo, per assalire gli dèi. Allora Zeus e gli altri dèi discutevano su che cosa fare di loro, ed erano nel dubbio: non potevano ucciderli e far scomparire la loro razza fulminandoli come i giganti, giacché in tal caso sarebbero anche scomparsi anche gli onori e i sacrifici che gli uomini tributavano loro - né d'altra parte potevano lasciare che si scatenassero liberamente. Finalmente Zeus ebbe un'idea e disse: "Credo di aver trovato il modo perché gli uomini possano continuare ad esistere rinunciando però, una volta diventati più deboli, alle loro insolenze. Adesso li taglierò in due uno per uno, e così si indeboliranno e nel contempo, raddoppiando il loro numero, diventeranno più utili a noi; e cammineranno eretti su due gambe. Se vedrò che continuano ad imperversare e non intendono stare tranquilli, allora li taglierò nuovamente in due, di modo che debbano muoversi saltellando su una gamba sola." Detto questo, cominciò a tagliare gli uomini in due, come si fa per le sorbe prima di metterle sotto sale o quando si tagliano le uova col capello; e via via che li tagliava in due, dava ordine ad Apollo di girare la faccia e la metà del collo dalla parte del taglio, di modo che ogni uomo, osservando il taglio operato su di sé, diventasse più continente; poi ordinò che li medicasse. E Apollo girò la loro faccia, e tirando da ogni parte la pelle verso quello che ora si chiama ventre, come si fa con le borse strette da un nodo, vi praticò una sola bocca annodandola nel mezzo del ventre, quello che ora si chiama ombelico. E le altre rughe (ne erano rimaste molte) le spianò, e diede forma al petto facendo ricorso a uno strumento simile a quello che usano i calzolai quando spianano sul piede di legno le grinze delle pelli; ma ne lasciò qualcuna sul ventre, a ricordo dell'antico evento. Ordunque, allorché la forma originaria fu tagliata in due, ciascuna metà aveva nostalgia dell'altra e la cercava; e così, gettandosi le braccia intorno e annodandosi l'una all'altra per il desiderio di ricongiungersi nella stessa forma, morivano di fame e anche di inattività, poiché l'una non intendeva far nulla separata dall'altra. E se una delle due metà moriva, e l'altra sopravviveva, quest'ultima cercava un'altra metà e le si annodava, sia che incontrasse la metà di un'intera donna - ciò che ora chiamiamo donna - sia che incontrasse la metà di un uomo. Allora Zeus si impietosì ed escogitò un altro stratagemma: trasferì sul davanti le parti genitali che fino a quel momento tenevano anch'esse all'esterno, e del resto non generavano né partorivano l'uno nell'altro bensì in terra, come le cicale - così dunque le trasferì sul davanti e fece sì che grazie ad esse generassero gli uni negli altri, mediante il sesso maschile dentro quello femminile, allo scopo che, nell'amplesso, se un uomo si imbatteva in una donna, generassero e ne avesse origine la discendenza; se invece si imbatteva in un altro uomo, si ingenerasse sazietà dello stare insieme e si staccassero per volgersi all'azione e per occuparsi delle altre necessità dell'esistenza. E dunque da tempo così remoto è innato negli esseri umani l'amore degli uni per gli altri, anzi esso è restauratore dell'antica natura in quanto cerca di curare e di restituire all'unità, di doppia che è divenuta, l'umana natura. Pertanto ciascuno di noi, in quanto è stato tagliato come si fa con le sogliole, è la metà, il contrassegno, di un singolo essere; e naturalmente ciascuno cerca il contrassegno di se stesso. Di conseguenza agli uomini che sono il risultato del taglio di quell'insieme che allora si chiamava androgino, amano le donne, e appartiene a questa categoria la maggior parte degli adulteri, e parimenti le donne che amano gli uomini e in particolare le adultere. Invece le donne che provengono dal taglio di donne, provano scarsa inclinazione verso gli uomini, ma tendono piuttosto verso le altre donne, e le lesbiche derivano da questa categoria. Infine quelli che sono taglio di maschio vanno a caccia dei maschi, e finché sono fanciulli, essendo particelle del sesso maschile, amano gli uomini e godono a giacere e ad abbracciarsi con gli uomini, e sono proprio questi i fanciulli e i ragazzi migliori, poiché sono per natura i più virili. C'è chi dice che sono degli svergognati: a torto, dato che seguono questo comporamento non già per impudicizia ma per baldanza e virilità e mascolinità, agognando a ciò ch'è simile a loro. Una prova decisiva è data dal fatto che solo costoro, divenuti adulti, si rivelano uomini adatti all'attività politica. Poi, arrivati alla piena maturità, amano i fanciulli e non si curano, almeno per istinto, del matrimonio e della procreazione dei figli, ma vi sono costretti per convenzioni; essi però sarebbero contenti di vivere gli uni con gli altri senza sposarsi. Un tale individuo diventa comunque amante dei fanciulli o amasio, sempre appetendo quel ch'è congenito a sé. Così quando un amante di fanciulli, o chiunque altro, si imbatte nella propria metà di un tempo, ecco che essi sono indicibilmente assaliti da affetto intimità passione, tanto da non volersi staccare gli uni dagli altri nemmeno per un istante. E questi sono coloro che rimangono insieme per tutta la vita, senza neppur saper dire cosa vogliono che l'uno riceva dall'altro. Infatti non sembra assolutamente trattarsi del rapporto sessuale, come se stessero l'uno accanto all'altro con tanta passione in vista di questa soddisfazione; in realtà è chiaro che l'anima di ciascuno dei due desidera qualcos'altro, che non sa esprimere, eppure vaticina ciò che desidera e lo manifesta per enigmi. E se Efesto con i suoi strumenti si accostasse a loro mentre sono stretti e domandasse: "Che cos'è, miei cari, che desiderate che l'uno riceva dall'altro?"; e se, vedendoli interdetti, domandasse ancora: "Forse desiderate stare vicini il più possibile l'uno all'altro, tanto da non lasciarvi né di giorno né di notte? Perché se è questo che desiderate, allora voglio liquefarvi e saldarvi insieme in modo che di due diventiate uno e viviate insieme fino al termine della vita come un solo essere, e quando sarete morti, anche laggiù nell'Ade siate un solo e unico morto. Ma state attenti se è proprio questo che desiderate e se ne sarete contenti, quando l'avrete raggiunto", non c'è dubbio che, udito ciò, nessuno si tirerebbe indietro né mostrerebbe di desiderare qualcos'altro, ma crederebbe di aver udito precisamente quello che da tempo agognava, e cioè congiungersi e fondersi con l'amato per diventare una cosa sola. E la ragione è appunto che la nostra natura originaria era quella, ed eravamo interi. Dunque al desiderio e alla ricerca dell'intero si dà nome amore. E prima d'ora, come dicevo, eravamo una cosa sola, ma adesso in seguito alla nostra colpa siamo stati separati dal dio, come gli Arcadi ad opera degli Spartani. C'è dunque da temere che, se non saremo temperanti nei confronti degli dèi, ci toccherà di essere segati in due un'altra volta e di andare in giro come le figure sbalzate sulle steli, tagliati attraverso il naso e ormai fatti simili alle tessre d'ospitalità. E proprio per questo tutti devono raccomandare a tutti di essere pii verso gli dèi, in modo che possiamo sfuggire ad un simile destino ma nel contempo conseguire quei beni di cui per noi Amore è per noi guida e generale. Nessuno agisca in contrasto con lui - e agisce in contrasto con lui chi si inimica gli dèi -: se diverremo cari al dio e ci riconcilieremo con lui, ritroveremo i nostri amati e ci ricongiungeremo con loro, cosa che per il presente accade a ben pochi. Ed Erissimaco non mi venga a dire, per farsi beffe del mio discorso, che io ho in mente Pausania ed Agatone - sì, forse anche loro appartengono a questa schiera e sono entrambi maschi per natura - ma io mi riferisco a tutti, uomini e donne, nel senso che per questa via la nostra specie raggiungerebbe la felicità, se cioè conducessimo l'amore alla sua perfezione e ciascuno incontrasse il suo proprio amato, ritornando all'antica natura. Se questo è l'ideale, è necessario che nell'àmbito di quel che oggi è in nostro potere valga come ottimo ciò che più si avvicina all'ideale: questo significa trovare un amasio che sia congeniale al nostro cuore. E se volessimo comporre un inno a un dio in quanto autore di tutto questo, con pieno diritto dovremmo inneggiare ad Amore, che nel presente ci è di sommo aiuto in quanto ci riconduce a ciò che ci è proprio, e per l'avvenire ci offre le più grandi speranze (purché per parte nostra tributiamo la nostra devozione agli dèi) di farci beati e felici medicandoci del nostro male e restituendoci all'antica natura.»


















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