sabato 7 ottobre 2017

Remo Bodei. La filosofia del “limite” nel secolo del nichilismo.



La filosofia del “limite” nel secolo del nichilismo
Intervista a Remo Bodei

di FRANCESCO POSTORINO

Remo Bodei ha recentemente pubblicato "Limite" (il Mulino), una importante riflessione filosofica sull'idea di limite nell'epoca della globalizzazione. In questa intervista, si ricapitolano di questa riflessione i tratti principali.

Il concetto del «limite» 
come è stato interpretato nelle diverse epoche e, in particolare, nella modernità?

Diversamente dal mondo antico, dove l’andare oltre i confini stabiliti dalla divinità è hybris che viene punita, la modernità è un andare al di là dei limiti, un plus ultra, un navigare verso l’ignoto

Nelle sue avventure spirituali e nello slancio verso la scoperta di terre incognite, il pensiero moderno ha infranto i divieti di indagare sui misteri della natura, del potere e di Dio, rivalutando così la curiosità prima condannata come “concupiscenza degli occhi”. 

Sebbene non si debba avere una concezione trionfalistica della modernità, come innovazione pura, completa rottura dei ponti con il passato, essa certamente ha sfidato molti tabù imposti dalla tradizione, specie quelli segnati dalla religione cristiana.

Il lungo, ma oggi accelerato processo della cosiddetta globalizzazione ha ovviamente portato mutamenti radicali all’idea di limite. 

I confini degli Stati sono diventati “porosi”, civiltà prima lontane o indifferenti si intersecano, si incontrano e si scontrano. I mezzi di comunicazione di massa e le migrazioni mutano il panorama. 

Ma le principali civiltà contemporanee hanno davvero cancellato tutti i limiti? 

O non è meglio sostenere che alcuni li hanno addirittura riproposti e perfino violentemente rafforzati mediante la restaurazione dogmatica di fedi, mentalità e comportamenti del passato (come nel caso dell’applicazione letterale della sharia, che significa, appunto, ritorno alla “strada battuta”)? 

Ci sono limiti da rifiutare e limiti da conservare
Per distinguerli occorre coltivare l’arte del distinguere, lasciandosi guidare, nello stesso tempo, da un’adeguata conoscenza delle specifiche situazioni, da un ponderato giudizio critico e da un vigile senso di responsabilità.

Se guardiamo specificamente alla filosofia, nel periodo da Locke a Kant, la filosofia moderna si è interrogata a lungo sui limiti dell’intelletto umano. Fin dove può giungere una solida conoscenza basata sull’esperienza o sul sapere matematico prima di lasciare spazio alla fede o alla metafisica, ossia a questioni indecidibili e a convinzioni non razionalmente argomentabili? 

Se per Locke ogni idea trae il suo materiale unicamente dall’esperienza dei sensi
è chiaro che non si può attribuire valore di verità a quanto si pone al di fuori di essa

Kant, a sua volta, delimita la sfera di validità dell’esperienza paragonando l’intelletto a un’isola dai confini ben precisi, circondata da un mare di apparenze, verso il quale gli uomini si sentono però irresistibilmente attratti.

La tentazione da evitare è quella di lasciarsi attirare dalle Sirene della metafisica, che invitano allo scriteriato viaggio nell’oceano dell’apparenza, di lasciarsi sedurre da ciò che è inverificabile e contrario all’unica verità alla nostra portata, quella dettata dall’esperienza. Non bisogna quindi abbandonare il solido terreno di quest’isola dai “confini immutabili” per affrontare un’impresa che è, comunque, destinata al naufragio. Sul terreno della dialettica, ossia dell’illusione di poter risolvere problemi insolubili (ad esempio, se l’anima è mortale o immortale o se l’universo è finito o meno), non ci sono altro che antinomie”, soluzioni in contraddizione tra loro.


Lei traccia una linea continua che parte da Machiavelli, Hobbes e giunge fino a Nietzsche, Bataille e Simone Weil. 
Il nichilismo contemporaneo si rivela l’esito coerente del processo moderno di secolarizzazione? Non vi è rottura cioè tra moderno e post-moderno?

Il  nichilismo, nel suo volto meno drammatico, implica l’impossibilità di giungere a norme e a forme di conoscenza di natura assoluta

L’aforisma 125 della Gaia scienza di Nietzsche, una volta stabilito che l’espressione “Dio è morto” è pronunciata  dall’“uomo folle”, un pazzo che non si è reso conto di avere compiuto un’azione più grande di lui, è in grado di scatenare conseguenze imprevedibili. Ammazzando Dio – unità di misura fissa e dispotica di tutti i valori, guida morale, oltre che religiosa – egli ha, infatti, essiccato la sorgente di tutti i comandamenti e di tutti i limiti, ma, nello stesso tempo, ha anche creato uno spazio di libertà, che rischia di trasformarsi in un vuoto che gli uomini, privati di una fede che dava senso alle loro vite, non sono ancora capaci di colmare (lo stesso uomo folle dice anche di essere venuto “troppo presto”, in quanto la notizia di un simile misfatto non è ancora arrivata “alle orecchie degli uomini”). L’esclamazione “Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso” non è quindi un grido di giubilo, perché scarica sugli uomini la terribile responsabilità di vivere in un mondo privo di stabili punti di riferimento e tendenzialmente votato al nichilismo.

Come ho appena detto, la modernità ha cercato da Kant a Locke e oltre di porre dei limiti al relativismo, di stabilire delle frontiere tra il conoscibile e l’inconoscibile, di mettere in mora la metafisica. Il cosiddetto pensiero post-moderno ha generalmente tratto le conclusioni e sostenuto l’assenza di ogni verità assoluta, ripetendo la nozione del primo Nietzsche che non esistono fatti ma solo interpretazioni

Si è però avvitato su se stesso ed è diventato pura retorica, dimenticando, inoltre, che Nietzsche stesso ha poi considerato “vile” chi non cerca la verità

Il postmoderno (termine che mette insieme troppe cose eterogenee fra di loro) ha comunque portato alle estreme conseguenze aspetti già presenti nella modernità (si pensi soltanto a Hume, a Schopenhauer o a Nietzsche stesso).

Rimaniamo sul pensiero moderno. 
Galileo e Newton cercano di cogliere, con metodi matematici, il significato ultimo della natura. 
La filosofia di Hegel, con la peculiare esaltazione del Concetto, sembra tradursi in una sorta di panlogismo. Come si conciliano questi e altri residui metafisici con la direzione immanentistica e «senza limiti» inaugurata dalla stessa modernità?


La ragione non costituisce in Hegel un pinnacolo gotico, un vertice del pensiero astratto che si innalza e domina sovranamente la realtà effettuale (Wirklichkeit), espungendone il negativo, unificandone le parti forzatamente e senza residui e cancellandone gli aspetti empirici. 

Malgrado alcuni clamorosi errori, egli non ha l’improntitudine di voler piegare i saperi scientifici adattandoli al letto di Procuste della sua filosofia. 

Queste accuse, che avevano un senso polemico quando furono formulate da Schelling, da Feuerbach o dal giovane Marx, si sono poi inflazionate e banalizzate. Il pensiero hegeliano non è monolitico, non è prevaricazione dell’idea sulla realtà effettuale, non è sintesi conciliatoria degli opposti o «panlogismo». Hegel ha una straordinaria fedeltà alle contraddizioni, al dolore, al negativo, che per lui (contro ogni tentazione utopistica) non scompariranno mai, sono ineliminabili dalla vita.

Hegel aveva inoltre una profonda conoscenza delle scienze, specie dell’analisi infinitesimale, da cui traeva il concetto stesso di infinito e di rapporto. Si è reso conto di qualcosa che solo con Cantor e poi con Gödel verrà alla luce, vale a dire contraddizioni interne a ogni forma di conoscenza (per Cantor, ad esempio, ciò accade attraverso quei numeri transfiniti che hanno mostrato il paradosso secondo cui la parte – poniamo l’insieme dei numeri interi dispari – è «equipotente», ossia ugualmente infinita, come l’insieme dei numeri naturali interi, pari e dispari); in termini hegeliani, nessun sistema dunque può giustificare se stesso. In questo senso, si potrebbe dire che Hegel lega ogni filosofia alla sua epoca, al “proprio tempo appreso con il pensiero”. In più, non bisogna guardare solo alla logica, ma all’insieme appunto del sistema, come in una lingua non si guarda solo alla grammatica.

In contrasto con la kantiana “isola dai confini immutabili”, Hegel è contro ogni limite, se non altro per il fatto che l’idea di limite implica che la limitazione medesima sia già stata implicitamente trascesa. Egli ha perciò voluto abbandonare il terreno solido dell’esperienza ristretta, la verità come assenza di movimento, per arrischiare il “viaggio di scoperta” della sua Fenomenologia dello spirito. In essa la verità non consiste più nel poggiare sul fondamento immediato di qualcosa (l’intelletto kantiano o l’Essere della metafisica tradizionale), ma nel continuo oltrepassare se stessa, nel ‘fare il punto’ ad ogni tappa per poi proseguire. La dialettica moderna nasce sotto il segno di questa metafora dell’Oceano nordico. Tra apparenza e verità, tra fenomeno e noumeno non vi è più opposizione assoluta: nei fenomeni si mostra anzi il progressivo apparire della verità.


La narrazione liberale, laica e occidentale riassume meglio di altre civiltà il senso autentico del «limite»?


Contro ogni forma di razzismo e di sciovinismo, è giusto rifiutare la gerarchia tra le culture, sostenere il concetto di métissage di tutti gli uomini, di impollinazione culturale reciproca, di rivalutazione delle “differenze”, di rifiuto della boria dell’Occidente che si autoproclama portatore dell'unica civiltà degna di questo nome. Ma quando ci si ricollega alla propria cultura quale fonte primaria di espressione e come orizzonte simbolico immediato e la si equipara idealmente alle altre, occorre - credo - stare anche attenti a non obbedire a radicati pregiudizi ideologici ponendole tutte meccanicamente sullo stesso piano. Capisco che forse a qualcuno queste posizioni potranno dispiacere o sembrare apologetiche e so bene che l’“Occidente” ha tremende responsabilità storiche nelle tragedie verificatesi nel pianeta durante l’ultimo mezzo millennio. Eppure, alcune conquiste del cosiddetto “razionalismo occidentale” sono preziose. E non soltanto nel campo delle scienze, ma anche in quello delle forme politiche, come il liberalismo (che ha il suo centro nell’idea di libertà) e la democrazia (che ha il suo centro nell’idea di eguaglianza). A meno che non si creda di rispettare realmente una cultura oppressa rivalutando direttamente l'opera dello stregone, il rogo delle vedove, le pratiche di infibulazione.

Anche oggi, nell’epoca della globalizzazione, diversi tempi storici coesistono nel nostro pianeta per effetto di culture che vivono in diverse fasi di sviluppo o in diverse condizioni: dinanzi a quello dell’accelerazione e dei riferimenti globali introdotto dalle potenze coloniali, resta spesso in molti paesi il tempo più lento delle società tradizionali, che come ha mostrato Jared Diamond in Il mondo fino a ieri. Che cosa possiamo imparare dalle società tradizionali, ha anche i suoi vantaggi. Ricorrendo a una terminologia weberiana, si può dire che dovunque lo “spirito del capitalismo” è stato esportato, ha dovuto necessariamente abbandonare il suo humus etico, che lo sosteneva e lo rendeva accettabile, in quanto sorretto da delicati servo-meccanismi di promozione e di autorettificazione di un sistema messo a punto attraverso lotte e compromessi durati a lungo e non immediatamente riproducibili. Il suo impatto su società relativamente stazionarie o a sviluppo più lento (caratterizzate dalla "storia fredda") è stato spesso devastante. I “tentacoli del progresso” che l'Occidente ha lanciato sul resto del mondo hanno trasferito i processi di industrializzazione o la tecnologia applicata alle comunicazioni, all'igiene pubblica, ma non hanno esportato e plasmato in loco una cultura adeguata, né altri popoli colonizzati o influenzati dall'Occidente sono stati generalmente in grado di sviluppare degli anticorpi o degli 'ammortizzatori' a questo impatto. Il senso di colpa dell’Occidente o di altri popoli, anche rispetto al passato, è certo un sentimento nobile, che implica anche la necessità di una riparazione per le devastazioni che sono state compiute in interi continenti. Gli europei si sono senz’altro presentati in vesti di evangelizzatori e di missionari della civiltà e hanno distrutto innumerevoli culture.

In questa prospettiva, i moderni processi di globalizzazione hanno avuto il pregio di mettere in rapporto civiltà per secoli o millenni isolate o relativamente isolate, di promuovere le conoscenze reciproche, i viaggi e i commerci, ma hanno anche preteso di portare ogni popolo e gruppo allo stesso livello della cultura dominante. Il risultato è che le gerarchie tra culture si sono accentuate.


Lei scrive che l’insediamento della democrazia sostituisce il potere divino e il carattere rigido di ogni possibile autorità. Eppure Alexis de Tocqueville e J. S. Mill, solo per fare gli esempi più noti, ci mettevano in guardia di fronte ai pericoli della «tirannia della maggioranza» e del conformismo di massa.


È vero che la democrazia attuale subisce una deriva verso la tirannia della maggioranza e il conformismo di massa (aggiungerei verso il populismo). Alla politica si affianca e si intreccia, infatti, con sempre maggiore intensità, il pettegolezzo. Già Heidegger aveva denunciato la “chiacchiera” come segno del conformismo che esonera il singolo dalla responsabilità delle sue affermazioni, ma si riferiva ancora a quei discorsi spontanei, frivoli o banali, che ci sono sempre stati. Oggi la comunità di vicinato, con le sue comari e le sue lingue lunghe, è quasi scomparsa, sostituita da una fiorente industria del gossip. E, come è accaduto anche nel passato, per motivi di convenienza e di consenso, la politica preferisce bypassare il pensiero critico e mettersi in sintonia con il senso comune dominante. La differenza consiste nella sostituzione dei consiglieri del principe con specialisti raccolti in “serbatoi di pensiero” governativi o di partito.

Ciò dipende anche dal fatto che essa è sempre più minacciata dalla scarsità di risorse da ridistribuire, sia materiali che simboliche. Il loro prosciugarsi − entro un orizzonte d´aspettative sociali decrescenti − viene surrogato da un pathos ipercompensativo di partecipazione mimetica alla vita pubblica, da un’inflazione di sceneggiature, psicodrammi e messaggi politici sopra le righe. Azzarderei pertanto l’ipotesi secondo cui gli elementi spettacolari tendono, in questo caso, a crescere in proporzione diretta all’aumento delle difficoltà da superare. Si possono cioè considerare gli ingredienti di teatralità fine a se stessi, puramente emotivi, in parte come sostituti di azioni efficaci e, in parte, come pubblici cerimoniali propiziatori. Certo, nessuna politica si riduce a teatralità, per quanto non si riesca a farne a meno. Il populismo è nefasto proprio perché la politica a “uso esterno” prevale sulla soluzione coraggiosa dei problemi. Ma quale politico è disposto a fare a meno di un consenso più facilmente acquisibile?

Non è agevole contrapporre a questa passività, che è alla base del conformismo di massa, il modello di democrazia partecipativa. Come già osservava Bobbio, per diverse ragioni esso ha oggi poche possibilità di essere accolto: perché in società complesse come le nostre, i cittadini sono giudici poco informati sui loro stessi interessi; perché la politica ha costi altissimi e può essere esercitata efficacemente solo da chi possiede o è in grado di procurarsi ingenti mezzi finanziari e di godere di estese reti di influenza; perché i poteri occulti condizionano le scelte palesi; perché il pluralismo confina con il corporativismo o, addirittura, con una moderna versione del feudalesimo; perché, infine, dove prevale l’individualismo di massa la visione dell’interesse generale è sempre più lontana dall’essere perspicua. Sarebbe già molto, come sostiene un allievo di Bobbio, Michelangelo Bovero, se essa non degenerasse nel “governo dei peggiori”, la “cachistocrazia” o se le oligarchie venissero, almeno in parte, erose e messe allo scoperto (senza confondere élites e oligarchie). Per evitare che la democrazia diventi un involucro vuoto o appaia come una conquista scontata dimenticando le aspre lotte per la sua conquista e il suo mantenimento, occorre prendere sul serio i motivi della disaffezione nei suoi riguardi, scoprendo tuttavia al loro interno anche il simultaneo, silenzioso appello al compimento di alcune delle promesse inevase.

Eventuali vie d’uscita dalle sue difficoltà devono dunque passare attraverso gli interstizi delle aspirazioni dei cittadini (come il bisogno di identità e di speranza che il populismo a suo modo soddisfa, o di eguaglianza come correttivo degli effetti perversi della lotteria naturale e sociale e come articolazione con il merito all’interno dell’economia di mercato) e la messa in opera di contrappesi alla concentrazione dei poteri nelle mani dell’esecutivo (dovuta anche all’accresciuta necessità di decisioni rapide nel contesto della globalizzazione). Solo così si potranno contrastare la fuga dalla politica, l’attrazione del populismo e il conformismo di massa.


Sostiene che il mondo è sempre più diviso tra la retorica del giovanilismo e una miope gerontocrazia. Da dove bisogna iniziare al fine di reintrodurre l’età di mezzo, quale espressione, a suo parere, di responsabilità generazionale?

Riformulerei così la domanda: Come rendere i giovani e i vecchi più responsabili anche in modo da trasmettere alle generazioni future una società più giusta? Non sarà certo sufficiente armarci di valori etici più coerenti e tenaci per far fronte ai rischi che il futuro ha in serbo. Il senso di responsabilità, la fermezza, il coraggio, la propensione al rischio ponderato, l’attribuzione di dignità e diritti a ogni essere umano, potranno, tuttavia, non solo fornire strumenti per muoverci in uno scenario mondiale sempre più coinvolgente, per selezionare in modo adeguato i desideri e i piani di vita individuali, ma anche per predisporre gli anticorpi necessari a resistere al richiamo di nuove violente o seducenti mitologie. Ma, senza il loro radicamento e la trasformazione dei principi morali in istituzioni politiche giuridiche, la loro efficacia sarà lasciata alla buona volontà dei singoli. Questo accade sempre meno nel rapporto di solidarietà intergenerazionali, dove la presenza pubblica dello Stato sociale o del Welfare sta diminuendo e lascia sempre più spazio alla famiglia in cui nonni e padri sostengono con i loro salari (e pensioni) giovani senza lavoro che stanno a casa fino a oltre i trenta’anni.

Un peso determinante ha avuto, specie sulla disoccupazione giovanile, la recente crisi finanziaria del 2007-2008, che sembra più strutturale che congiunturale e che ha mostrato, nello stesso tempo, i limiti e la capacità adattativi del capitalismo. Al di là della sua resilienza attraverso cicli di “distruzione creativa”, al capitalismo, proprio secondo Schumpeter, i pericoli potrebbero paradossalmente derivare non tanto dai suoi fallimenti, quanto dai suoi successi. Minando le istituzioni sociali che lo sorreggono, incrinando i vincoli di solidarietà che caratterizzano i rapporti tra Stato e cittadino, tali buoni risultati sono “inevitabilmente” destinati a creare le condizioni secondo il criterio della lunga durata, che mette in rilievo differenze macroscopiche, condizioni in cui esso non sarà più in grado di sopravvivere.


Una filosofia del «limite» che strumenti ermeneutici e teorico-politici deve impiegare in un contesto multiculturale oramai in alta tensione?


Quando, per un eccesso di multiculturalismo, è stato permesso alle donne indiane ciò che nella stessa India non è stato mai permesso, ossia di abortire in ritardo, dopo che si è visto attraverso l’ecografia il sesso del nascituro, su ottomila casi, settemilanovecentonovantasei sono aborti di femmine e quattro, aggiungo, sono un errore. Questo esempio mostra come si debbano porre dei limiti a chi giunge da noi con altre culture, consentendo loro la libertà di culto e di pensiero, ma negando loro, oltre che, ovviamente, la propagazione violenta del proprio credo, l’asservimento della donna o la poligamia. La sfida della convivenza è, anche qui, seria e bisognerebbe avere un doppio coraggio: da un lato, non lasciarsi intimidire dall’aggressività e dalla chiusura in se stesse di molte culture con cui si viene a contatto (a carattere ‘adolescenziale’, caratterizzate spesso da un negativismo e da un eccesso di legittima difesa, tipico di identità ancora fragili), le quali, proprio perché posseggono identità deboli, sono le meno disposte a negoziarle; dall’altro, guardare al lato oscuro del nostro universalismo, ascoltando le voci altrui e domandandoci dove potrebbe aver torto. I particolarismi e i ‘fondamentalismi’ nascono infatti soprattutto all’interno dei popoli e dei gruppi che sono stati esclusi dal “banchetto dell'universalismo” e che perciò rifiutano o diffidano di un gioco in cui sono abituati a perdere sempre. E ciò avviene non solo nelle periferie del pianeta, ma nel suo centro politico, come si evince dal progressivo fallimento delle politiche di integrazione, del melting pot in una società multiculturale per eccellenza, come quella degli Stati Uniti. Sull’universalismo a senso unico e sulle complementari reazioni di rigetto che esso provoca occorrerebbe interrogarsi a fondo. Si rischia altrimenti di rinfocolare i bigottismi e i parrocchialismi dei cosiddetti movimenti particolaristici, fondamentalisti o separatisti (sino a giungere alle ridicolaggini linguistiche di certe frange del femminismo estremista americano, secondo il quale bisognerebbe dire non solo, His-tory, ma anche Her-story).

La convivenza è tuttavia possibile, ma in forme nuove che devono essere trovate e applicate. Altre fedi o altre morali − come quella stoica − hanno diffuso l’dea dell’unità del genere umano, per cui nessun uomo è in realtà uno straniero, da escludere dalla comunità. Molti imperi e molti Stati hanno avuto natura multinazionale: da quello romano a quello austro-ungarico, da Bisanzio all’Unione Sovietica. Ciò li ha resi più tolleranti verso l’alterità, ma non ha potuto cancellare i confini tra inclusione ed esclusione. Li ha solo spostati, distinguendo tra lealtà o slealtà verso l’imperatore o verso lo Stato, fedeltà o infedeltà, devozione o meno alla causa. Oggi la convivenza, soprattutto sul piano delle tradizioni e della religione, dovrebbe essere impostata sul criterio fondamentale della pluralità delle posizioni e delle fedi che nessuno deve imporre con la forza o, in certi casi, a semplici colpi di maggioranze parlamentari.

Soprattutto, per evitare i conflitti a base religiosa (reale o apparente) occorre capire che le fedi non si riducono a meri apparati dottrinali o rituali: nel corso dei millenni s’intrecciano con tradizioni e forme di vita da cui è arduo scorporarle. Uno dei motivi più forti dell’ostilità mostrata in diversi paesi nei confronti dell’Occidente non dipende tanto dalla sua professione del Credo cristiano, quanto dal fatto che la diffusione dei suoi stili di vita (anche attraverso il cinema e a televisione) minaccia consolidate gerarchie sociali, mettendo, ad esempio, in discussione il ruolo subordinato della donna. Bisogna, con amarezza, riconoscere che a livello planetario non si è ancora presa piena coscienza di quanto − già nel Cinquecento, ai tempi delle guerre di religione in Francia − sosteneva Michel de l’Hôpital: “non importa quale sia la vera religione, ma come si possa vivere insieme”.

(6 settembre 2016)


Tag:Bodei, limite, modernità, multiculturalismo, nichilismo

Scritto martedì, 6 settembre, 2016 alle 14:36 nella categoria Archivio. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.

144 commenti a “La filosofia del “limite” nel secolo del nichilismo. Intervista a Remo Bodei”
Alfio Fantinel scrive:
7 settembre 2016 alle 05:42
Remo Bodei, in questa sua intervista, ci presenta un concetto di “limite” in vistosa oscillazione tra quel significato strettamente empirico che confina l’intelletto umano esclusivamente a ciò che risulta scientificamente verificabile, ed un significato che implica, invece, quell’eccedenza semantica per cui in tale concetto si dà un immediato e ‘implicito trascendere’.
Io penso che non si possa e non si debba rinunciare proprio, e soprattutto, a quest’ultimo significato, perché, a mio avviso, solo questo sostiene e conserva una libera e aperta ricerca che, per essere tale, non può pregiudizialmente chiudersi e rimuovere da sé nemmeno l’indagine metafisica.
Per riprendere le belle e penetranti metafore kantiane: come potrei pensare al solido terreno di un’isola, dove poter praticare l’umana conoscenza, senza dover necessariamente pensare anche all’ampio e tempestoso oceano che quell’isola circonda?
Che, poi, mi si dica che da quell’oceano tempestoso non possa giungere a noi che l’apparente e ingannevole canto delle Sirene … beh, la veridicità o l’affidabilità di quel canto resta, perlomeno, da analizzare, da verificare, e, per non chiudersi entro un dogmatico ed ottuso empirismo, resta pur sempre da ascoltare, come ci insegna il sublime esempio dell’impavido ingegno di Ulisse.
Mi pare, allora, che il problema da evitare non sia tanto quello di “voler piegare i saperi scientifici adattandoli al letto di Procuste della filosofia (di Hegel o di chi per lui)”, quanto quello, al contrario, di voler costringere e di limitare, appunto, una schietta e aperta ricerca filosofico-metafisica nel letto di Procuste di un sapere scientifico pregiudizialmente chiuso in se stesso.
«Il nostro sapere è incompleto, ma è organico: cresce in continuazione e ogni parte ha influenza su ogni altra. Una scienza che chiude le orecchie alla filosofia appassisce per superficialità; una filosofia che non presta attenzione al sapere scientifico del suo tempo è ottusa e sterile. Tradisce la sua stessa radice profonda, quella della sua etimologia: l’amore per il sapere». Così conclude Carlo Rovelli un suo bel articolo “Aristotele contro Hawking”, pubblicato su LA LETTURA/Corriere della Sera di Domenica 21/08/2016.

al scrive:
7 settembre 2016 alle 11:31
Il vero limite è che in tutta l'intervista, nel bene e nel male, l'unica forma di vita sociale che sembra anche solo pensabile è quella data dal capitalismo.
La parola socialismo non compare nemmeno una volta.

Ugo Agnoletto scrive:
7 settembre 2016 alle 18:53
@Fantinel.
Abbiamo un problema però. Manca un vocabolario per tradurre da scienza e filosofia e viceversa. Di qui le tante incomprensioni. Credo non sia sufficiente neppure il buon senso. Le faccio un esempio: cosa significa la parola "infinito" in filosofia e invece nel sapere scientifico?
Inoltre il problema si complica perché di mezzo c'è la matematica usata dalla scienza e la matematica, si sa, è una costruzione puramente mentale (per esempio i numeri non esistono in natura, ma li inventiamo noi per contare degli oggetti).
Ora come si possa fare una corrispondenza tra ciò che è un puro costrutto mentale, come la matematica (e quindi la scienza) e la filosofia, solo lei può dirmelo.

Pasquale Giannino scrive:
7 settembre 2016 alle 19:00
Gli spunti forniti dal professor Bodei sono molteplici. Senz'altro mi interessano quelli sulla verità – problema cruciale di tutta la filosofia – e sui limiti posti dal pensiero contemporaneo alla ricerca della verità. Volendo tentare di esprimere il senso della filosofia contemporanea nella maniera più sintetica ed efficace possibile, si può ricorrere al termine nichilismo. Naturalmente quello del nichilismo è un tema profondo e complesso, che può essere affrontato e analizzato da diversi punti di vista. L'uso che ne fa il prof. Bodei credo si possa ricondurre all'accezione comune del termine: la rinuncia a qualsivoglia ricerca di verità assolute. Reputo che in Italia vi sia ormai un solo filosofo autorevole con posizioni decisamente non nichilistiche: il professor Emanuele Severino, il cui paradosso degli essenti eterni credo sia l'ultimo tentativo (peraltro piuttosto fantasioso) di costruire un sistema solido, stabile, assoluto – appunto non nichilistico – fra i tanti compiuti nella storia del pensiero occidentale da una nutrita schiera di filosofi che ha Parmenide come capofila. Di tale schiera fa parte senz'altro Hegel, un filosofo caro al prof. Bodei e a molti suoi colleghi. Ha ragione il prof. Bodei: il pensiero di Hegel non va banalizzato. Perfino un filosofo come Bertrand Russell – padre della filosofia analitica (l'acerrima nemica della cosiddetta filosofia continentale) – nella “Storia della filosofia occidentale”, a proposito di Hegel scrive: “Anche se (come credo) quasi tutte le dottrine di Hegel sono errate, egli ha ancora un'importanza non solamente storica, come il miglior rappresentante d'un certo tipo di filosofia che in altri è meno coerente e meno concreta”. Onore al merito. Nondimeno, se si accostano la dialettica hegeliana e i teoremi di incompletezza di Gödel alludendo a una sorta di incoerenza intrinseca delle teorie matematiche e della conoscenza in generale... ebbene, questo tipo di confronti e analogie richiede un minimo di approfondimento. Vale la pena ricordare il secondo dei due teoremi di incompletezza, quello a cui Bodei si riferisce in merito alle presunte “contraddizioni interne a ogni forma di conoscenza”. Il teorema dice che in un sistema assiomatico-deduttivo abbastanza complesso da contenere l'aritmetica, non è possibile controllare la coerenza del sistema con i soli strumenti che il sistema fornisce. Ecco, il teorema non si applica a un sistema qualunque, men che meno a ogni forma di conoscenza. Si applica a sistemi assiomatico-deduttivi che includano l'aritmetica.

Arrivo al dunque. Molti filosofi non analitici hanno la consuetudine di utilizzare alcuni risultati della ricerca scientifica – segnatamente quelli più rivoluzionari – credendo in tal guisa di trovarvi un appiglio solido per le proprie speculazioni: i teoremi di incompletezza di Gödel, la teoria dell'evoluzione, la meccanica quantistica, la teoria della relatività generale... Tanti filosofi ne parlano e li utilizzano a sostegno delle loro tesi. Ora, il punto è che utilizzare una teoria scientifica in un ambito diverso da quello in cui la teoria è nata e al quale sono destinati gli strumenti di analisi e predizione che la teoria offre, ecco, tale utilizzo è rischioso almeno per due motivi. Anzitutto richiede una conoscenza approfondita della teoria. Non può bastare una conoscenza acquisita su qualche testo divulgativo (sebbene ve ne siano disponibili di ottimi). Le teorie scientifiche vanno studiate a fondo per essere comprese. Occorre conoscere i formalismi matematici, spesso raffinatissimi, che le descrivono. Ma occorre soprattutto conoscerne il campo di applicazione.
Com'è ormai noto da tempo, il progresso della scienza avanza attraverso tutta una serie di congetture e confutazioni. È proprio questo il punto di forza della scienza moderna. In chiave nichilistica, si preferisce affermare che la scienza ha rinunciato alla verità assoluta. Ma che cosa vuol dire verità assoluta? Questo è un punto cruciale, vale la pena chiarirlo. Diciamo piuttosto che la scienza ha rinunciato a qualsiasi pretesa di verità assoluta. Pretese del genere ce l'hanno i sistemi costruiti da filosofi come Parmenide, Hegel, Marx, dai neoidealisti italiani e dal prof. Severino. Si tratta di sistemi che possono avere una maggiore o minore coerenza, ma non forniscono alcuna verità, né relativa né assoluta. All'interno della stessa famiglia degli idealisti, Benedetto Croce si preoccupa di correggere la dialettica hegeliana degli opposti, introducendo il concetto dei distinti. Ecco, ma qual è il contributo che hanno fornito gli opposti di Hegel o i distinti di Croce al progresso della conoscenza? Hanno per caso spostato più in là il limite della conoscenza umana? Personalmente ritengo di no, ma sarei disponibile a rivedere le mie posizioni se qualcuno riuscisse a farmi cambiare idea. Per ora credo piuttosto che si tratti di meri giochi intellettuali. Ma non mi reputo un nichilista. Sono anzi convinto che la verità è assoluta, non relativa. Semplicemente bisogna distinguere tra verità e rappresentazione della verità. La verità è quella che è. Sta dov'è giusto che stia. I filosofi occidentali da millenni forniscono in maniera più o meno consapevole mere rappresentazioni della verità. Sovente, nel corso della storia, compaiono dei filosofi che annunciano di avere una verità assoluta da rivelare al mondo. Per parte mia, tali filosofi non fanno altro che lanciare al mondo delle sfide intellettuali. Il senso è questo: mi invento una costruzione che spieghi una volta per tutte come stanno le cose; la infarcisco di sofisticate argomentazioni logiche del tutto ingannevoli... e sfido i coevi e i posteri a lambiccarsi il cervello nel tentativo di confutarle. Se vogliamo, ritorna ancora una volta il concetto di limite: quello della sfida intellettuale. Ma ecco, si rimane sul piano della sfida fine a se stessa. Sul piano del gioco. Che poi vi siano vari politici e potenti della terra che strumentalizzano tali equilibrismi della mente, per trasformare e condizionare la realtà secondo fini e interessi personali o delle lobby a cui appartengono... beh, questo è un tema che meriterebbe un approfondimento.

Ritornando al problema della verità e della conoscenza, ebbene, credo sia uno dei più complessi e controversi della storia umana. La scienza moderna ha indicato una strada. Non possiamo affermare che sia l'unica percorribile. Ma di certo finora è quella che ha dato i risultati migliori. Ridurre la scienza ad attività di mera sperimentazione, significa escludere dalla ricerca della verità gli strumenti più potenti che la scienza moderna abbia prodotto: quelli forniti dal pensiero matematico. In matematica il concetto di limite è stato formalizzato in maniera rigorosa, come quello di infinito. Se oggi è possibile spostare sempre più in là il limite della conoscenza, il merito non è certo delle “verità assolute” che ci forniscono gli equilibrismi intellettuali di Hegel, Marx o del prof. Severino.

Guido Corallo scrive:
7 settembre 2016 alle 19:58
A mio modesto parere, ha ragione il Sig. Fantinel ad asserire che "una scienza che chiude le orecchie alla filosofia appassisce per superficialità; una filosofia che non presta attenzione al sapere scientifico del suo tempo è ottusa e sterile". Tuttavia, se con tale asserzione egli (sempre che io ne interpreti correttamente il pensiero) intende puntare l'indice contro una situazione di fatto che per lui è regola, di questa sua posizione non sono affatto convinto. Mi pare che scienza e filosofia comunichino, e da sempre. Il fatto che poi avvenga pressoché di regola che siano i progressi della scienza ad ispirare nuove posizioni filosofiche, e non viceversa, questo è semplicemente intuitivo (basta pensarci un po' su, e la risposta viene da sé), e la cosa non va certamente interpretata come una sorta di "sopraffazione" della filosofia da parte della scienza. Ancora meno d'accordo sono sull'invito a cercare di evitare "di voler costringere e di limitare, appunto, una schietta e aperta ricerca filosofico-metafisica nel letto di Procuste di un sapere scientifico pregiudizialmente chiuso in se stesso". Quest'ultima asserzione mi lascia anzi assai sorpreso. Non mi pare, infatti, per nulla vero che il sapere scientifico sia chiuso in se stesso. Credo accada di regola l'esatto contrario. Ossia la scienza, o - per meglio dire - gli scienziati, sono proprio i primi ad avere consapevolezza che il sapere scientifico è solo conoscenza provvisoria, ben rimpiazzabile ad opera dell'acquisizione di ulteriori traguardi. Essa è dunque un capitolo sempre aperto. Altro che chiusura a riccio alla quale qualcuno pretenderebbe di costringere, limitandone il raggio d'azione, "una schietta e aperta ricerca filosofico-metafisica". Né sono d'accordo con quella fusione che viene operata tra ricerca filosofica e ricerca (??) metafisica. Mentre, infatti, mi pare più che legittimo parlare di ricerca per quanto riguarda il campo della filosofia, quale ricerca sarebbe mai possibile in campo metafisico? In un ambito, cioè, in cui la mente si scansa da una parte per far posto alla "credenza", in tal modo rinunciando del tutto a quell'"amore del sapere" che sono invece alla base sia della scienza che della filosofia? A me, in definitiva, pare che la vera "incomunicabilità" sia giusto quella che si rileva quando a confrontarsi sono scienza e metafisica, scienza e religione. Lì si che siamo di fronte a posizioni inconciliabili, sicché qualunque tipo di dialogo non avrebbe neppure un minimo presupposto per potere iniziare.

Alfio Fantinel scrive:
8 settembre 2016 alle 14:26
Stimolanti interventi per continuare un interessante confronto filosofico in tempi in cui sotto un intrigante e, a volte, persino ostentato ‘nichilismo’ si potrebbe celare, invece, quella che, a mio avviso, può finire per essere solo una negligenza del pensare o, anche, per dirla con Hegel, la rinuncia alla fatica del concetto.
Anche senza voler condividere – ma già questa premessa apre un’ineludibile aporeticità! – la sua concezione dell’immutabilità/eternità dell’essere (di ogni essere) Emanuele Severino avrebbe molto da insegnarci circa la coerenza logico-ontologica del pensare.
Ma, piuttosto che fermarmi su di un metafisico di prim’ordine come Severino, preferisco tirare in ballo qui (dato che è già stato citato) un filosofo più affine alla scienza e alla matematica come Bertrand Russell.
Quest’ultimo, in un saggio intitolato “Linguaggio e metafisica” (“Il mio pensiero”, Roma 1997), dopo aver discusso sulla relazione tra struttura del linguaggio e struttura delle cose-eventi del mondo, e aver affrontato, fra l’altro, il vecchio problema dell’esistenza degli “universali” (si dovrà pur ammettere che esiste la “similarità” come esiste, ad esempio, un gatto), conclude in questo modo: «Il risultato che ho in mente è questo: un agnosticismo metafisico assoluto non è compatibile con l’accettazione delle proposizioni linguistiche. Alcuni filosofi moderni sostengono che noi conosciamo molte cose sul linguaggio ma nulla su tutto il resto. Questa concezione dimentica che il linguaggio è un fenomeno empirico come un altro, e che un individuo che sia metafisicamente agnostico deve negare di sapere quand’è che fa uso di una parola. Dal canto mio, credo che, in parte attraverso lo studio della sintassi, possiamo pervenire a una considerevole conoscenza riguardo alla struttura del mondo». (op. cit. pag.258).
Mi pare che anche Russell non disdegni del tutto quella apertura metafisica che significa poi quel tentativo, sempre in fieri, di pensare una concezione profonda e complessiva della realtà. È certo, peraltro, che da Russell ad oggi la ricerca scientifica ha mostrato e sta mostrando una complessità ed una profondità della Realtà da rendere estremamente problematico, per non dire superato, anche quella concezione russelliana di “atomismo logico” su cui si era nutrito per l’ennesima volta il “mito della certezza” – da tener presente le critiche di Wittgenstein a Russell – .
Personalmente credo che resti pur sempre l’idea dell’infinito (cfr. Agnoletto) a darci scacco in ogni nostra pretesa di assoluta certezza.
È quella stessa idea dell’infinito che nell’ambito dell’odierna ricerca, ad un tempo, esplode ed implode: esplode nell’infinitamente grande ed implode nell’infinitamente piccolo; e ciò accade nei campi più diversi: astrofisico, quantico, biologico, neuropsicologico, cibernetico, matematico, ecc.; proprio per questo si può, a buon diritto, parlare di “infinito in ogni direzione”.
Straordinarie e, a loro modo, infinite prospettive vengono aperte dalla ricerca astrofisica circa i confini, aperti o chiusi, dell’universo; e si parla di “multiverso”, ossia dell’ipotesi che il “nostro” universo non sia che una minima parte di una Realtà di universo o di universi che si protende ben al di là di ciò che può essere non solo osservabile, ma anche solo di pensabile da mente umana: un infinito possibile, e magari casuale o caotico, che resta per noi inaccessibile non solo di fatto, ma anche di diritto.
Altrettanto straordinarie e, a loro modo, infinite prospettive sono anche quelle aperte dall’indagine indirizzata all’infinitamente piccolo, dove, per esempio, la meccanica quantistica mostra realtà paradossali, come il principio di indeterminazione di Werner Heisenberg rileva, e ambiti profondamente enigmatici, dove vengono meno anche i tentativi di funzioni e successioni numeriche di rappresentarli matematicamente.
Per dirla e concludere con le parole di Massimo Cacciari (che significativamente riprende il problema del “limite”, da cui siamo partiti): «Non si abita l’ ‘à-peiron’ (l’infinito). Ma i limiti dell’abitare non sono rigidi confini. Sono il confine che guarda necessariamente oltre sé nel momento stesso in cui viene segnato. Il suo stesso disegno fa segno a ‘ciò’ che ne eccede il contenuto». (Labirinto filosofico, pag.64).

Roberto Fai scrive:
8 settembre 2016 alle 15:45
Raffinato, colto, chiaro e condivisibile, come sempre, nel linguaggio come nelle argomentazioni, Remo Bodei

Agnoletto Ugo scrive:
8 settembre 2016 alle 17:55
Rileggendo l'articolo, lo trovo sufficientemente confuso. Infatti da varie interpretazioni del termine limite, senza assumersi la responsabilità di darne una definizione filosofica e scientifica.
Afferma per esempio che il limite è l'ignoto. Ma se è così allora il limite è inconoscibile perché appunto l'ignoto è ciò che non è noto.
Oppure si parla dei limiti dell'intelletto.
Oppure ancora il limite è ciò che separa la conoscenza basata sull'esperienza da quella della fede, e della metafisica. Penso che i credenti qui avrebbero da ridire perché per loro la fede è anche un'esperienza.
Poi trovo: Nietzsche ha essiccato la sorgente di tutti i limiti.

Io umilmente, pur non avendo i titoli accademici di Remo Bodeo, faccio la cosa più corretta che si possa fare: do una definizione del termine "limite" nel linguaggio corrente. Poi saranno i filosofi o scienziati a dare la loro definizione (se riescono)
Limite non è una cosa che noi troviamo già fatta. E' un costrutto mentale, cioè una cosa che FACCIAMO noi con la nostra mente. Come un geometra traccia dei limiti su un campo. I limiti sono prima nella sua testa e poi li traccia nel terreno.
Non ha senso quindi pensare di ritrovare l'infinito nell'universo come per esempio fanno i filosofi, perché siamo noi che con la nostra mente: ora immaginiamo l'universo come finito e quindi con un limite (che siamo noi a porre), ora lo immaginiamo infinito anche se non possiamo verificarlo.
Infatti cosa succede alla nostra mente quando diciamo che qualcosa è infinito? Vuol dire forse che affermiamo qualcosa di metafisico? NO, semplicemente facciamo delle operazioni senza mai fermarci, come quando immaginiamo un segmento e lo dividiamo all'infinito. Ripetiamo la divisione del segmento (che abbiamo nella nostra mente) senza mai fermarci. Ma non è che il segmento diventa più piccolo. E' sempre lì, presente nella nostra mente. Se fosse vero che dividendolo per due diventasse più piccolo, a un certo punto non lo vedremo più perché sarebbe così piccolo da essere invisibile. E allora chiedo. Quando non lo vedete più? Dopo averlo diviso 100, 1000, 2000 volte?

Alfio Fantinel scrive:
9 settembre 2016 alle 07:35
Sig. Agnoletto – il nome dell’intervistato è Remo Bodei – , non so quanta umiltà possa in verità dichiarare chi, peraltro, afferma di “fare la cosa più corretta che si possa fare”.
Il limite potrà anche essere un “costrutto mentale”, ma perché si fa? Se si fa come fa “un geometra che traccia dei limiti su di un campo”, bisogna, allora, dire anche che il geometra traccia questi limiti distinguendo sul terreno tra la parte delimitata e la parte non delimitata … non è che si accontenta di una traccia immaginaria prodotta dalla sua mente.
Anzi, nella sua (del geometra) mente deve, in qualche modo, entrare (deve perciò immaginare) anche quella “parte non delimitata” che, per quanto indeterminata e/o indefinita, pur è qualcosa – ma, in realtà, è molto di più – che vien messa in relazione/correlazione con la parte delimitata/determinata.
Nel discutere, allora, sul concetto di “limite”, altre ad analizzare il COME si pone (si pone il limite), bisogna interrogarci anche sul PERCHÉ si pone.
Perché? Ma anche: Chi o Che cosa pone … su Che cosa si pone … LIMITE?
Tutte domande o aspetti di una stessa domanda di cui si alimentano sia la speculazione filosofica che la ricerca scientifica, quell’ambito comune dove filosofia e scienza possono ben esercitare proficuamente quella sinergia euristica, quale è stata ben espressa da Carlo Rovelli nella citazione che ho fatto nel mio primo intervento.
Ambito che, invece, inevitabilmente sfugge a chi si limita – ma è questo, invece, un limite negativo: una carenza, una rinuncia – a voler convogliare e ridurre – una riduzione, a mio avviso, letale per il pensiero – tutto e solo ad un “operare mentale”.

Agnoletto Ugo scrive:
9 settembre 2016 alle 08:29
non sapevo che in filosofia funziona ancora il "lei non sa chi sono io"

Alfio Fantinel scrive:
9 settembre 2016 alle 09:43
Forse per come l'ho scritto, lei ha del tutto frainteso il senso del mio inciso iniziale, che, invece, intendeva essere solo la rettifica della sua storpiatura - involontaria credo - del cognome dell'intervistato.
Dunque, nessuna piaggeria a chicchessia.
E' questo un vizio che non solo assolutamente non appartiene alla mia filosofia, ma che è, ancor più, del tutto estraneo al mio stile di vita.

Agnoletto Ugo scrive:
9 settembre 2016 alle 10:15
io credo di intuire l'ambiente della filosofia accademica. Vige il principio dell' "ipse dixit". Lo sanno bene gli studenti che devono fare gli esami. Hai un esame con Cacciari? Cita le sue opere! Ce l'hai con Bontadini? Mi raccomando! parla della sporgenza dell'essere. O ce l'hai con Severino? Stai attento a come parli e non contraddirlo mai!
Quindi, se vuoi rafforzare il tuo pensiero devi citare i grandi. "Lo ha detto lui" e così sei al riparo da ogni critica. "Lo ha detto il papa!", "Lo ha detto Einstein" che poi non sembra fosse un gran giocatore a dadi. "Lo ha detto Kant, Hegel, ecc."
Ci sono delle eccezioni. Parlo di Socrate che ci ha rimesso la vita per non adeguarsi al pensiero dominante.

EliahM scrive:
9 settembre 2016 alle 14:33
Il limite è un costrutto mentale
L'infinito è un costrutto mentale,
Dunque?

E cosa non è un costrutto mentale?

EliahM scrive:
9 settembre 2016 alle 14:35
Ps: ma un "costurtto mentale" non è per caso sempre un costrutto mentale?

non allineato scrive:
9 settembre 2016 alle 19:00
per EliahM
ciò che proviene dalla percezione sensoriale o psichica non è un costrutto mentale, lo è nella misura in cui gli do una forma, lo categorizzo.
Ci vuole tanto a capirlo?

Ugo Agnoletto scrive:
10 settembre 2016 alle 00:07
per EliahM
io le avrei già risposto, ma Micromega ha la coda di paglia e quindi ha deciso di censurarmi

EliahM scrive:
10 settembre 2016 alle 10:11
Addirittura!

Alfio Fantinel scrive:
10 settembre 2016 alle 11:00
Nell’intervista Remo Bodei afferma che: «La tentazione da evitare è quella di lasciarsi attirare dalle Sirene della metafisica, che invitano allo scriteriato viaggio nell’oceano dell’apparenza, di lasciarsi sedurre da ciò che è inverificabile e contrario all’unica verità alla nostra portata, quella dettata dall’esperienza. Non bisogna quindi abbandonare il solido terreno di quest’isola dai “confini immutabili” per affrontare un’impresa che è, comunque, destinata al naufragio».
Non sono d’accordo.
Ma per chiarire il senso del disaccordo, bisogna intendersi sul significato delle parole, perché proprio le parole, spesso e volentieri, “sono una fonte di malintesi”.
E la parola da chiarire qui è “metafisica”.
Con la inevitabile sinteticità che l’intervento in un post impone, dico che per me “metafisica” vuol dire interrogarsi su “tutto ciò che è” e, dunque, anche chiedersi se la totalità dell’essere si identifichi, oppure no, con ciò che diciamo “mondo” – la suddetta ‘isola dai “confini immutabili”, o, aggiungo, presunti tali – .
In quest’ultimo caso, e solo in quest’ultimo caso, allora, si dovrebbe considerare la “metafisica” come un ingannevole canto di Sirene.
Ma, ciò resta, appunto, da dimostrare o da verificare … e, allora, il confine non appare più così “immutabile” come si pretendeva fosse.
Per questo, per me, non solo la filosofia non può fare a meno della metafisica, ma la filosofia è essenzialmente metafisica, o non è.
Infatti, se filosofia è fondamentalmente domanda/ricerca libera e aperta su/a “tutto ciò che è”, non può che essere, anche e soprattutto, una domanda/ricerca metafisica, ossia domanda/problema sulla/della Totalità dell’essere, Sirene comprese!
Penso, poi, che la marcata distinzione tra filosofia e metafisica (cfr. Guido Corallo) si origini sia da un pregiudizio di genere positivistico-scientistico che considera propriamente “filosofia” solo la filosofia della scienza (qui la filosofia torna ad essere “ancilla”, “ancilla scientiae”, come d'altronde nel medioevo era considerata “ancilla theologiae”), sia da un’eredità (peraltro, spesso e volentieri, distorta e/o male interpretata) di una metafisica pre-critica (che non ha fatto pienamente i conti con Kant … anche se bisogna, pur sempre, affermare che bisogna continuare a pensare con Kant oltre Kant!).
A proposito del suddetto pregiudizio positivistico-scientistico, trovo sintomatico che parole come “essere”, “nulla”, “esistenza”, “tutto” ricorrano con estrema facilità, ma anche con inevitabile superficialità in quei discorsi e in quegli scritti il cui scopo dichiarato è, peraltro, quello di dichiarare, se non di dimostrare, il non senso della metafisica. In tali contesti, parlati o scritti che siano, le su elencate “parole metafisiche” vengono strumentalmente ridotte nel loro significato, quando, addirittura, non funzionano che come meri connettivi e appendici dell’argomentare ‘politicamente corretto’, ma, a mio fermo avviso, culturalmente ridotto.
Bodei conclude, con rassegnazione, accennando al naufragio cui andrebbe incontro qualsiasi tentativo di navigazione nell’infinito mare della metafisica.
Io vorrei, invece, concludere, forzando certo un’interpretazione più ottimistica del pensiero poetante del grande Leopardi, ma … “il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Guido Corallo scrive:
10 settembre 2016 alle 11:03
Lascio un momento da parte i contenuti più tecnici del dibattito in corso, confessando, in tutta umiltà. che fatico a tenere il passo con alcuni tra i partecipanti alla discussione, i quali hanno l'aria di essere, con tutta probabilità, degli "addetti ai lavori". Io mi occupo di neuroscienze e frequento la filosofia esclusivamente per hobby (praticando tuttavia questo hobby con un certo impegno; ho letto l'opera omnia di Nietzsche e di diversi altri pensatori). Tralascio - dicevo - l'aspetto tecnico del dibattito, per soffermarmi un istante sullo "spirito" che lo sta animando. Lo faccio in ossequio all'ulteriore hobby che ho: osservare i comportamenti delle persone, che siano i singoli, che siano le masse. Insomma, mi piace indagare la psicologia sia degli individui, sia della "specie" umana. Ebbene, nel caso presente mi sembra di vedere puntualmente ripetersi ciò che accade di regola in situazioni come queste. Ossia, l'"addetto ai lavori", lungi dall'essere contento che qualcuno estraneo alla sua disciplina ne manifesti interesse, avverte anzi un insopprimibile senso di fastidio, che egli si guarda bene dal nascondere all'interlocutore. Interlocutore al quale si rivolge con evidente senso di sufficienza e con una certa "puzza al naso". Egli neppure immagina che l'"uomo della strada" sarebbe invece ben disposto, con molta umiltà, a ricevere dei lumi dall'"addetto ai lavori". Lumi che dovrebbero peraltro essere forniti con quella limpidezza didattica che l'"addetto ai lavori" dovrebbe possedere per semplice definizione. E invece no. La ieraticità accademica giace sempre lì, immutata nei secoli. Quella ieraticità cui Nietzsche si ribellò, sbattendole anche sonoramente la porta in faccia, per inseguire lo spirito libero che era in lui. Detto questo, propongo un'ulteriore osservazione. Un blog come quello presente mi parrebbe nascere con l'intento di essere accessibile a tutti, anche a chi non possegga una laurea in filosofia (il relativo diploma non mi pare infatti che sia richiesto all'accesso). Perché allora - mi chiedo - assumere quegli atteggiamenti quasi colpevolizzanti che fanno percepire ai "non addetti ai lavori" la sensazione di aver violato il domicilio altrui? Forse per mantenere inaccessibili al "volgo" contenuti che si ritiene debbano restare riservati ad una ristretta cerchia di "iniziati"? Ai già ostici linguaggi odiosi, come il "politichese" o il "legalese", dovremo aggiungere anche il "filosofese"? Così come esistono avvocati che si intendono, con civettuolo compiacimento, solo tra di loro, dovremmo avere a che fare con filosofi in grado di colloquiare esclusivamente tra di loro? Ma per dare sfogo a questo sfoggio di sapere specialistico (invero un tantino vanitoso), non esistono già le riviste del settore? Non sono forse sufficienti? Capisco la fedeltà all'etimo della parola "filosofia". La sapienza è un bene prezioso, da amare e da custodire. Su questo siamo d'accordo. Ma non lo è nel senso di doverlo tenere chiuso a doppia mandata in uno scrigno. Quello è l'atteggiamento dell'avaro egoista, che gode per il puro gusto del possesso. Chissà mai se, dopo aver frequentato per anni percorsi intellettuali tanto elevati da risultare impraticabili ai più, "qualcuno" se la sente di scendere un attimo a terra per scambiare due chiacchiere alla buona con gli altri. Farebbe bene a lui ed agli altri. Mi scuso per questa divagazione, che ha voluto essere semplicemente una notazione di costume.

Guido Corallo scrive:
10 settembre 2016 alle 11:10
P.S.

Dopo aver premuto il tasto "invio", ho letto un nuovo post che mi induce quasi a rivalutare la telepatia. Nel senso che vi ho individuato argomentazioni ben comprensibili anche ai "non addetti ai lavori". Di ciò mi compiaccio e...alla via così!

Giuliano scrive:
10 settembre 2016 alle 11:41
@Guido Corallo:

Non ho capito se la sua riflessione si rivolge a qualche commento in particolare, ma la trovo suggestiva e stimolante e provo a continuarla per una tangente - spero - non troppo dispersiva: viene pubblicato in forma di post, ovvero all'interno di un blog/forum, uno spazio di discussione on line, un'intervista a un illustre studioso sul senso filosofico (e socio-politico) di *limite*. E, quasi paradossalmente, si stabilisce un limite, ovvero, nonostante lo spazio di discussione si presenti formalmente come piuttosto orizzontale e aperto, permane un confine quasi sacro tra l'autore e gli altri interlocutori, almeno finche' il primo non interviene nella discussione.

In altre parole, il post di questo blog si muove in due spazi rigidamente delimitati, quello degli addetti ai lavori (intervistato e intervistatore) e quello della discussione.
Un limite che di per se' non si prefigura in una forma espressiva di questo tipo (il blog, la rete), ma si instaura comunque per abitudine e per un implicito rispetto all'autorevolezza degli esperti.

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensano gli altri commentatori, e magari anche intervistatore e intervistato, che intervenendo confuterebbero all'istante le mie ipotesi e squarcerebbero il velo da me grossolanamente descritto.

Giuliano scrive:
10 settembre 2016 alle 11:42
e.c. 3a riga: viene pubblicata.

Guido Corallo scrive:
10 settembre 2016 alle 17:16
Ringrazio il Sig. Giuliano per il suo garbato intervento e per la gentilezza che mi fa, di considerare "suggestiva e stimolante" la mia riflessione. Ciò mi invita a svilupparla ancora più compiutamente, tale riflessione, pur senza che questo debba diventare un dialogo a due, né debba essere interpretato come un tentativo di divagazione rispetto al punto di partenza (l'articolo di Remo Bodei). Quello è, e resta, il riferimento iniziale. Nulla toglie, tuttavia, che, strada facendo, si possano dibattere anche questioni "collaterali". Gli scambi d'opinione, a mio avviso, sono sempre costruttivi, e se ne esce sempre reciprocamente arricchiti. Lei mi chiede se mi riferivo "ad un post in particolare", nel fare certe mie considerazioni. La risposta è negativa. Mi riferivo piuttosto al contenuto un po' "tecnicistico" di alcuni interventi, forse dovuto ad una sorta di consuetudine gergale ormai profondamente radicata in taluni (una sorta di "deformazione professionale", insomma), ma che è possibile sia, almeno in parte, cosa legata ad una certa quale volontà di interporre un po' di distanza tra sé e l'interlocutore. Veda, si dà il caso che io conosca assai bene certe dinamiche, avendo trascorso in ambiente universitario tutta la mia vita, prima come studente e poi come docente (ora sono beatamente in pensione, ma cerco di non mandare a riposo la mente). Ebbene, quando insegnavo, la mia preoccupazione costante era quella di rendere facilmente comprensibili i concetti che andavo illustrando, anche quando questi si riferivano a discipline complesse, come la neuro-oftalmologia, alla quale ho dedicato parte dei miei studi (non c'è cosa più difficile di rendere facilmente comprensibili argomenti che, per la loro stessa natura, comprensibilità non ne offrono molta) . La stessa preoccupazione l'avevo quando si trattava di tenere dei corsi di aggiornamento destinati ai miei colleghi. Ne derivava il fatto che le mie lezioni venivano agevolmente comprese ed erano seguite da diversi minuti di applausi che mi venivano tributati da un uditorio soddisfatto di avere finalmente capito qualcosa. Paradossalmente, tuttavia, il mio prestigio non ne guadagnava affatto. La spiegazione del paradosso è banale: alla fine dei conti, è assai probabile che chi si esprime in termini semplici e comprensibili venga reputato come una persona che si occupa di cose che, in fondo, così difficili non devono poi essere. Quei miei colleghi che invece, nel corso delle loro presentazioni, facevano scorrere per alcuni nanosecondi delle slides zeppe di dati e di diagrammi, ciascuno dei quali avrebbe richiesto una buona mezz'ora trascorsa a tavolino per essere compreso ed assimilato, vedevano il loro prestigio accrescersi esponenzialmente. L'uditorio, infatti - se da una parte non capiva nulla di nulla - dall'altro era come affascinato da quegli oratori che dispensavano quella peraltro inutile mole di dati. La constatazione che ciascuno faceva dentro di sé suonava così: "caspita, quest'oratore sì che ha le palle; non si capisce niente di ciò che dice, ma si intuisce comunque che ha alle sue spalle un grande sapere...". Nonostante la consapevolezza di questa banale dinamica psicologica, ho sempre continuato a svolgere le mie "semplici" lezioni, rinunciando al prestigio in nome di una facile interpretabilità degli assunti che andavo proponendo. E non recrimino per questo. Trasferendo questo aneddoto al dibattito che ci vede coinvolti, mi piacerebbe che quelli tra noi che chiamo "addetti ai lavori" facessero un maggiore sforzo per essere più facilmente compresi. Mi rendo conto che ci sono dei limiti minimi sotto i quali non si può scendere (la teoria della relatività, infatti, tanto per fare un esempio, non la si può certo declamare in versi). Tuttavia, con un po' di impegno, credo che la mia richiesta potrebbe essere almeno in una certa misura esaudita. Mentre nel campo della fisica esistono scienziati che sono al contempo degli ottimi divulgatori, ho l'impressione che manchi l'analogo in ambito filosofico. "Esistono i testi scolastici" - mi si potrebbe ribattere. Ed invece no, perché quelli vengono scritti sulla base di un criterio didattico che è diverso da quello "divulgativo", anche se le due cose potrebbero essere facilmente confuse (a parte il fatto che quei testi sono destinati a dei giovani la cui personalità è ancora in via di formazione, mentre destinatari del metodo "divulgativo" dovrebbero essere in prevalenza coloro che i calzoni lunghi li portano da svariate decadi). E poi, diciamocelo in tutta franchezza, tra i filosofi (intesi come coloro che si occupano di filosofia non solo per propensione personale, ma proprio come oggetto del loro lavoro) è estremamente facile trovare figure nelle quali alligna una certa dose di supponenza. L'esempio di Massimo Cacciari è emblematico, al riguardo, non tanto perché egli rappresenti l'incarnazione del filosofo accademico autorevole, al quale è dovuto l'inchino per meriti superiori (credo che ce siano a bizzeffe di filosofi più preparati e profondi di lui). Ho detto "emblematico" solo a motivo del suo continuo imperversare sui teleschermi. Ebbene, come definire, se non "supponenza", quell'atteggiamento da sovrano costantemente in guardia nei confronti di un delitto di "lesa maestà" che egli vede un po' ovunque lì lì per essere compiuto (al punto da sembrare soffrire un po' di complesso di persecuzione)?. L'"implicito rispetto all'autorevolezza degli esperti" che lei evoca nel suo post dovrebbe corrispondere ad un semplice criterio di buona educazione. Purtroppo alcuni non si accontentano di essere trattati con educazione. Essi pretendono "venerazione", in virtù del loro ruolo culturale elevato, del loro prestigio, della loro fama. Da lì scaturisce poi l'"ipse dixit", di fronte al quale non ci sono né blog, né dibattiti che tengano. Laddove si instaura la autoreferenzialità, il gioco finisce del tutto.

P.S.

Mi scusi, una domanda: perché si firma solo come Giuliano e non con nome e cognome? Forse che stiamo conducendo una conversazione clandestina su Radio Londra? Non se ne abbia. Lo dico più come battuta che come accenno polemico. Ma questa battuta la propongo a tutti coloro che "si nascondono" un po'. Massimamente a coloro che sono soliti farlo ricorrendo a quella modalità che, con odioso anglicismo, si chiama "nickname".

Ugo Agnoletto scrive:
10 settembre 2016 alle 17:53
la cosa più fastidiosa per i filosofi è dare delle definizioni. O fanno delle tautologie o dicono cose che dicono tutto e niente nello stesso tempo.
Esempi: Fantinel scrive: "la filosofia è essenzialmente metafisica".
Oppure: la filosofia è "domanda sulla Totalità dell' essere". Dell'essere o dell'esistente? Non si sa. La definizione deve rimanere ambigua. E questa "Totalità" cos'è? Da dove proviene? da un mio ragionamento, da un pensiero creato dalla mia mente? o è qualcosa di cui ho esperienza? Esperienza sensoriale o psichica?
Si ha l'impressione che la filosofia sia come quel gioco che si fa con le carte da gioco. Si costruisce un castello, poi improvvisamente crolla tutto.

Alfio Fantinel scrive:
10 settembre 2016 alle 18:00
Caro Giuliano, tutt’altro che grossolanità, ha piuttosto toccato, con la consueta perspicacia, un problema – limite – reale, che merita più che una riflessione.
Le propongo la mia.
Io credo che un blog/forum dovrebbe essere quello spazio di aperta e libera discussione nella quale vale, quale primo e inderogabile principio, il rispetto alla persona.
Quest’ultimo prevale, o almeno dovrebbe prevalere, a mio avviso, anche sul “rispetto all’autorevolezza degli esperti”, i quali, decidendo di entrare in tale spazio, ne condividono implicitamente anche l’essenza dialogico-comunicativa .
Sperimentare e, magari, anche accettare (più o meno consapevolmente) che ci sia o ci debba essere “ un confine quasi sacro tra l'autore e gli altri interlocutori”, oltre che una malsana abitudine, si rivela poi essere come quel limite che, oltre a contraddire ‘in toto’ il senso del suddetto spazio, rappresenta un vero e proprio ostacolo al progresso umano.
Questo non significa rinunciare a tenere in considerazione, nell’ambito di uno schietto e ragionevole confronto, conoscenze e/o competenze degli esperti di turno; queste ultime sono persino ineludibili nelle discipline scientifiche.
Nelle domande fondamentali della filosofia [che cos’è essere? perché essere?etc.] – che per me costituiscono l’ambito della metafisica – , per il fatto di restare (per sempre?) inevase, l’esperienza esistenziale di ogni persona è e resta, sempre e comunque, un apporto prezioso.
Al sig. Guido Corallo chiedo, nel caso lui mi annoveri tra quelli che definisce "addetti ai lavori", di precisare il punto/i punti in cui dovrei esprimermi più chiaramente per essere più facilmente compreso.

Ugo Agnoletto scrive:
10 settembre 2016 alle 19:50
il gioco della filosofia, secondo me, è un gioco sporco. Cosa fa il filosofo? Si costruisce un sistema che parte da assiomi non dimostrabili e da quello che hanno detto gli altri filosofi (il fatto che un altro filosofo abbia detto una cosa, per lui diventa immediatamente vera a prescindere). Su queste elaborazioni del pensiero aggiunge una parolina magica l'"essere", e il gioco è fatto. Ma cosa succede? che il filosofo che arriva dopo costruisce un altro sistema in cui quello che sosteneva il filosofo precedente (convinto di essere nel vero) viene superato. Qualcuno, per salvare capra e cavoli, sostiene che la filosofia è una ricerca. Certo, una ricerca che non ha portato da nessuna parte, come non ha avuto alcun esito la ricerca della pietra filosofale (ripeto: FILOSOFALE).

Pasquale Giannino scrive:
10 settembre 2016 alle 20:24
Non tutti i filosofi sono oscuri. Il linguaggio di Popper è chiarissimo. Bertrand Russell è abbastanza chiaro – per chi abbia una buona cultura scientifica – così come lo sono in genere tutti i filosofi analitici. Secondo Wittgenstein i problemi metafisici sono falsi problemi, riconducibili a una sorta di malattia del linguaggio. Lord Russell è meno radicale, ma ritiene che da un cattivo uso della sintassi derivi molta cattiva metafisica. Ecco, i filosofi metafisici sono tutt'altro che chiari. Ma soprattutto non è chiaro quale sia il contributo che le dottrine metafisiche abbiano dato al progresso della conoscenza. Di certo sono servite a costruire molte carriere accademiche... Ora, sono già intervenuto in maniera estesa nel commento precedente. Aggiungo soltanto questo: il problema non è conciliare filosofia e scienza: il problema è conciliare le diverse scuole filosofiche. In particolare la filosofia analitica e la filosofia cosiddetta continentale. Sembrano due mondi separati, del tutto incapaci di intendersi. Perfino le riviste di riferimento sono diverse. Ecco, finché non verrà superata questa assurda contrapposizione, in ambito filosofico non potrà esservi alcun significativo progresso.

Ugo Agnoletto scrive:
10 settembre 2016 alle 20:44
l'unica cosa veramente seria è stato il lavoro di Vaccarino che ha evidenziato gli errori dei filosofi più noti. Ma questa ricerca non è stata accettata dal mondo accademico perché metterebbe troppo in cattiva luce la categoria dei filosofi che preferiscono l'autoreferenzialità e non accettano il confronto con le scienze.

Guido Corallo scrive:
10 settembre 2016 alle 20:55
@Alfio Fantinel (et al.)

Riporto un passo di un suo post:

Quest’ultimo [Bertrand Russell, n.d.r], in un saggio intitolato “Linguaggio e metafisica” (“Il mio pensiero”, Roma 1997), dopo aver discusso sulla relazione tra struttura del linguaggio e struttura delle cose-eventi del mondo, e aver affrontato, fra l’altro, il vecchio problema dell’esistenza degli “universali” (si dovrà pur ammettere che esiste la “similarità” come esiste, ad esempio, un gatto), conclude in questo modo: [segue un passo del pensiero di Russell, n.d.r.].

Lasciamo perdere Guido Corallo, che ha i suoi evidenti limiti. Sarei desideroso soltanto di sapere se un lettore di media cultura e di medio comprendonio possa trovare di una chiarezza cristallina il passo appena riportato. In caso affermativo, abbandono subito la discussione, scusandomi per l'intralcio ed il disturbo arrecati. Ma temo che non sarebbe quello l'esito del sondaggio.

Mi dica un po' la verità. Se io dovessi parlarle della strutturazione nervosa dell'apparato visivo dicendole che si tratta di "una via a tre neuroni, di cui due intra-retinici e uno intra-encefalico, le cui interconnessioni sinaptiche hanno sede in parte nella retina ed in parte nei corpi genicolati laterali, posti in corrispondenza della base cranica, ai quali ultimi pervengono le fibre nervose provenienti prima dai nervi ottici, poi dal chiasma ottico, infine dalle bandellette ottiche, e che quindi da tali corpi genicolati si dipartono poi le radiazioni ottiche, il cui punto d'arrivo è costituito dalla corteccia cerebrale occipitale" (questo è l'a,b,c; fin qui siamo nella più assoluta elementarità dell'argomento; il difficile, semmai, viene dopo), ebbene se in tal modo io le parlassi, senza aggiungere altre spiegazioni, lei si riterrebbe pago e soddisfatto? Mi deve rispondere con sincerità, però.

Questo solo per dire che la filosofia - che mi appassiona e che continuerà ad appassionarmi anche per il futuro che mi resta, nonostante il tecnicismo esasperato di alcuni (parlo in generale; non mi riferisco a lei in particolare) lavori in modo da rischiare di farmene allontanare - è disciplina che si presta, ahimè, a degli eccessi plateali per quanto riguarda l'utilizzo indiscriminato di un gergo che risulta spesso alquanto criptico. Se si vuole deliberatamente utilizzare quel gergo per tenere alla larga gli "estranei", si abbia almeno il coraggio di dirlo. All'ipotesi che poi lo si usi "per darsi un contegno" non vorrei neppure lontanamente pensare. Ma come essere sicuri che essa sia proprio infondata? (lei non è assolutamente tra i "sospettati", se la cosa può farle piacere). Certo che, almeno in alcuni casi, vien quasi da chiedersi - come suggerito tra le righe dal Sig. Agnoletto - se dietro tante parole altisonanti vi sia sempre davvero un qualche cosa di concreto che faccia loro da corrispettivo. Anche la mia descrizione dell'apparato visivo potrebbe sembrare a prima vista un gioco di parole altisonanti, ma lì si tratta di prendere in mano con calma un atlante di anatomia, per rendersi conto che non è così, ed avere anzi precisa conferma della descrizione che ho fatto. Quella, infatti, è concretezza empirica. E' all'astrattezza ed alla metafisica che sta così a cuore al Sig. Fantinel, che invece guardo con molta diffidenza. Non mi si dica che sono un materialista, perché so già di esserlo...

Per il resto, desidero dire che sto apprezzando il buon livello di correttezza sul quale si muovono i dialoghi che stiamo conducendo. Sono considerazioni che non si dovrebbero neppure fare, perché dovrebbe essere semplicemente scontato che così fosse. Ed invece, di questi tempi nulla può darsi per scontato. Un grazie quindi ai miei interlocutori (io spero di essere stato corretto quanto loro) per l'occasione che mi hanno fornito, e per quelle eventuali che mi forniranno ulteriormente, di dibattere con serenità alcune opinioni.

Dal Sig. Giuliano attendo ancora di sapere perché omette il cognome, ma è del tutto legittimo che lo faccia, come lo fanno tanti, ed è del tutto lecito che non me ne voglia rendere conto, beninteso. Per carità, sarebbe solo una mia semplice curiosità. Tutto qui.

Giuliano scrive:
11 settembre 2016 alle 02:57
@Guido Corallo:

Rispetto alle difficolta' che possono sorgere dall'uso eccessivo di gerghi specialistici sono in principio d'accordo, ma non credo si possa farne a meno completamente. Il suo esempio, infatti, dimostra che non potremmo discutere facilmente di oculistica evitando espressioni come "chiasma ottico" e genicolati laterali", e analogamente chi discute di filosofia si ritrovera' a usare quasi inavvertitamente termini - come "universali" - che trovano collocazione e senso all'interno di discipline filosofiche (e tangenzialmente teologiche).

Quello che si potrebbe fare, tuttavia, visto che siamo quattro gatti qui, e' cercare linguaggi comuni, magari introducendo autori e concetti con brevi glosse a margine. Giro quindi la proposta ad Alfio Fantinel, che si distingue per predisposizione al dialogo e non mi pare affatto ambisca a essere 'oscuro'.

Riguardo alla sua curiosita' per la mia firma: le discussioni in rete si svolgono prevalentemente attraverso pseudonimi, e a me non dispiace, dal momento che mi piace confrontarmi sui temi specifici e l'anonimato aiuta a mettere da parte personalismi. Ognuno poi ha motivazioni individuali per scegliere come firmarsi o non firmarsi, e visto che me lo chiede con molta gentilezza le diro' le mie.
Quello che scriviamo rimane in rete, cosa di per se' innocua, ma che puo' avere conseguenze non sempre utili professionalmente. Nel mio caso, preferisco che una ricerca in rete del mio nome conduca direttamente a informazioni sulla mia vita lavorativa e non sia intasata da quanto scrivo in discussioni. Usando un esempio forse poco accurato, un negoziante mette in vetrina quanto ha da vendere e non i suoi passatempi.

@Pasquale Giannino:
Mi sembra che ultimamente ci siano tentativi di riconciliare filosofia analitica e filosofia continentale.

@Ugo Agnoletto
Trovo i suoi giudizi sulla filosofia tout court un po' trancianti, e forse non ci crede tanto neanche lei, visto che puntualmente si ritrova qui a discutere di filosofia. Lascio pero' in sospeso la sua idea di condanna all'intero pensiero filosofico: non escludo che abbia le sue ragioni, sebbene l'idea presenti l'autocontraddizione di voler distruggere la filosofia mediante una decostruzione filosofica.

@Alfio Fantinel
Sono ampiamente d'accordo, premesso pero' che occorre cautela per non confondere la rispettabile autorevolezza di chi ha cognizione di causa su un tema con una potenzialmente perniciosa gerarchia epistemologica. Vale a dire, in una discussione l'attenzione dovrebbe posarsi sulle idee che si scambiano e non su chi le propone.

Tornando all'articolo, ho trovato interessante la chiosa di Bodei sul capitalismo, i cui danni deriverebbero dai suoi stessi successi. L'efficacia del (super-)libero mercato come detrimento non solo a quanti ne restano esclusi, ma all'intero sistema di relazioni, alla fiducia tra cittadino e Stato (e direi anche tra singoli cittadini, che firmano contratti e smettono di guardarsi negli occhi). Mi suggerisce l'immagine di una banda di bulli che vince ogni resistenza e percio' non si accorge di inquinare lo stesso quartiere/mondo che abita.

Alfio Fantinel scrive:
11 settembre 2016 alle 05:32
@Pasquale Giannino
Sarei un po’ più cauto nel distribuire patenti di chiarezza/oscurità a filosofi (Popper, Russell, Wittgenstein) il cui pensiero, peraltro, viene da lei condensato in un giudizio tanto drastico, quanto, a parer mio, superficiale e fuorviante.
Il voler, poi, dare, in modo così perentorio, la patente di oscurità e di solo arrivismo accademico ai “filosofi metafisici” come tali, rischia di valere in realtà tanto quanto “l’uva non matura” di esopiana memoria.
Stessa cautela e, magari, qualche informazione in più, le consiglierei circa la contrapposizione tra analitici e continentali.
Giusta, in proposito, l’osservazione di Giuliano.

@Guido Corallo
Grazie per aver accolto la mia richiesta.
Sì, in tutta sincerità, sulla descrizione scientifica da lei propostami, avrei sicuramente bisogno di spiegazioni ulteriori.
Dunque, considero la sua richiesta più che legittima; in effetti, il ristretto spazio in cui ci troviamo a discutere mi ha portato a fare un’eccessiva sintesi di ciò che, peraltro, intendeva essere solo una veloce premessa alla citazione del pensiero russelliano (che, poi, era ciò che più mi interessava mettere in evidenza).
“Il vecchio problema dell’esistenza degli universali” – o “Disputa sugli universali” come viene enunciato in Wikipedia (che, dunque, resta pur sempre un’utile risorsa) – è quello che, nel medioevo, ha messo in contrapposizione coloro che attribuivano una reale esistenza, oltre agli enti empiricamente percepiti (gatto), anche ai concetti universali (similarità) e coloro i quali, invece, consideravano realmente esistenti solo “cose” individuali e, appunto, empiricamente percepite (gatto, etc.) e non a concetti universali come similarità, ad esempio. Realisti i primi, nominalisti i secondi: più vicini al realismo metafisico quelli, piuttosto che quest’ultimi.
Approfitto, allora, per tornare a citare il passo di Russell che precede la conclusione già citata – confidando che ciò chiarisca ulteriormente il senso del mio intervento – : «Quando dico “la similarità esiste”, quello che intendo affermare è questo fatto riguardante il mondo e non un fatto riguardante il linguaggio. La parola “giallo” è necessaria perché ci sono delle cose gialle; la parola “similare” è necessaria perché vi sono coppie di cose similari. E la similarità di due cose è un fatto genuinamente non linguistico come lo è la giallezza di una data cosa». (op. cit. pag.257).
Mi pare di scorgere – è una mia interpretazione – qui da parte del grande logico-matematico inglese una significativa apertura alla metafisica o, ancor meglio, ad un realismo metafisico.
Mi fa senz’altro piacere di non essere da lei sospettato di prediligere un’oscurità linguistica che, peraltro, considero un preoccupante sintomo di disonestà intellettuale, più che un chiaro segno di profondità speculativa.
Circa la sua diffidenza nei confronti dell’astrattezza e della metafisica (che mi starebbe a cuore) … beh, dovremmo continuare a discutere; e discutere, ad esempio, su che cosa intendere per “astrattezza”, magari partendo proprio dal suo dichiarato “materialismo” …
Come vede, filosofare è anche un camminare, da soli o in compagnia, che richiede comunque un buon fiato lungo. Grazie a lei per l’arricchente scambio di opinioni.

@Giuliano
Concordo pienamente.

Ugo Agnoletto scrive:
11 settembre 2016 alle 08:18
L'esempio del giallo è illuminante, perché l'ERRORE FILOSOFICO fondamentale è la credenza che in una metaforica realtà si trovi presente quanto invece proviene dall'attività mentale costitutiva. Non esistino quindi, separatamente dalla nostra osservazione, delle cose gialle perché non ho alcun modo di analizzare il percepito giallo prima che io lo conosca. Oltretutto io non ho modo di confrontare il giallo che io percepisco con il giallo che vede Fantinel. E' un falso problema, quello filosofico per cui conoscenza = corrispondenza tra il mio percepito giallo e una cosa gialla perché non c'è alcun modo di confrontarli. Questa praticamente è la fine di ogni ontologismo.
Perfino Platone dice: "Perché, o Socrate, io credo che tu ed ogni altro
che pensa aversi in relazione a ciascuna cosa della nostra esperienza
un certo essere esistente in sé, dovreste riconoscere prima di tutto
che nessuno di tali generi può trovarsi sul piano della nostra esistenza
sensibile. E altrimenti come potrebbe essere infatti esistente per sé?"
Che non esista una realtà precostituita al nostro operare lo riconosce anche la fisiologia che mette sotto accusa questa « realtà » quando riconduce le sensazioni
a fenomeni del cervello e del sistema nervoso. Già Helmholtz notava che i nervi
sensori non trasmettono affatto informazioni dirette sugli oggetti esterni. Si può solo dire: a) che essi sono stati stimolati; b) lo stesso stimolo su nervi diversi produce sensazioni diverse; c) stimoli diversi sullo stesso nervo producono la stessa sensazione; d) oltre a stimoli esterni influiscono anche fattori interni.

Pasquale Giannino scrive:
11 settembre 2016 alle 09:52
Gentile Fantinel, Socrate era grande perché sapeva di non sapere. Io accetto le critiche purché siano costruttive. Qual è il suo parere sul pensiero di Popper, Russell e Wittgenstein? Lo esponga, così potremo discuterne entrando nel merito delle questioni. Gliene sarei grato. Ma soprattutto le sarei grato se potesse chiarire quali sono i contributi che i filosofi metafisici avrebbero dato al progresso della conoscenza umana. Quelli forniti da Popper, Russell e Wittgenstein dovrebbero essere noti, così come i loro limiti. Quali contributi hanno fornito le dottrine metafisiche?

Riguardo ai tentativi di dialogo tra filosofi analitici e continentali, non mi sembra che siano sufficienti. Esistono riviste comuni su cui scrivono sia gli analitici che i continentali? Esiste un metodo di ricerca comune? Esiste un sistema di peer review comune? A me non risulta. Ecco perché in ambito filosofico non c'è alcun progresso significativo. Un progresso si riscontra semmai nelle questioni etiche e morali, anche se non è facile stabilire quanto la filosofia abbia contribuito a determinare tale progresso e quanto invece si sia limitata a recepirlo nel corso della storia umana. Ma la questione cruciale rimane quella della conoscenza: in che modo la filosofia oggi intende contribuire al progresso della conoscenza? La ricerca filosofica intende proporre delle alternative rispetto ai metodi fruttuosi della ricerca scientifica? Bene, li esponga. Quali sono i suoi metodi? Qual è la strada che la filosofia oggi intende percorrere lungo il cammino della conoscenza? A me sembra che l'interesse dei filosofi sia difendere le posizioni raggiunte nella scuola di cui sono membri, piuttosto che cercare il dialogo con la comunità filosofica internazionale. D'accordo, in tempi recenti si è visto qualche timido tentativo in tal senso, ma non basta. I filosofi sono disposti a sottoporre le loro dottrine a un peer review internazionale, analogo a quello praticato in ambito scientifico? Finché ciò non accadrà, la filosofia non potrà fare altro che riconoscere il primato della scienza moderna lungo il cammino infinito della conoscenza.

Giuliano scrive:
11 settembre 2016 alle 10:17
@Ugo Agnoletto:

Piu' che plausibile che la percezione sia soggettiva (non abbiamo modo di sapere se il suo giallo sia il mio giallo), ma entrambi diciamo che una cosa e' gialla e un'altra e' rossa, perche' troviamo un denominatore comune nelle cose che percepiamo come gialle, denominatore invece assente in cio' che chiamiamo rosso.
Tuttavia trovo le sue obiezioni all'affermazione della realta' sensibile abbastanza sensate (anche se non sono sicuro di aver capito espressioni come "una realtà precostituita al nostro operare"), e si tratta di obiezioni ben diffuse in filosofia (non e' certo una novita' che "oltre a stimoli esterni influiscono anche fattori interni"). Diversamente da lei, le esaminerei come ipotesi interessanti e non come realta' incontrovertibili.

Inoltre, ravviserei nella sua argomentazione almeno cinque fallacie:

1. Prende ad esempio la discussione sugli universali e sul simile come rappresentativa di qualsivoglia pensiero filosofico;

2. Le ragioni per cui la discussione sugli universali sarebbe un errore appaiono deboli per i motivi di cui sopra;

3. Cita un filosofo per eccellenza, Platone, per scardinare la filosofia, di fatto confermando che si puo' discutere di un tema da varie prospettive filosofiche (e non certo che siano tutte errate);

4. Cita a sproposito il Parmenide di Platone. O meglio, non cita il testo ma riprende la breve citazione di Vaccarino, non accorgendosi che Platone attribuisce a Parmenide quella riflessione in opposizione dialettica a Socrate. In altre parole, Platone apprezza solo limitatamente la posizione di Parmenide (e di Zenone), ma sostanzialmente l'avversa e la [fa] confuta[re] dal giovane Socrate che inserisce nel dibattito a tre.

5. La similitudine che Platone fa negare nel Parmenide non e' (a quanto capisco) quella tra gli oggetti, ma tra gli oggetti e le idee. Non sono sicuro che il frammento ci assista nella discussione, ma su questo mi affido a contributi piu' affidabili di altri commentatori.

@Pasquale Giannino:

Le riviste di filosofia non applicano peer review internazionale? Mi sembra sia il contrario. Tra l'altro, il peer review non serve a validare una dottrina (e neanche un'ipotesi scientifica), ma ad accertarne il valore meramente accademico, l'adeguatezza allo standard richiesto dalla rivista cui il lavoro e' inviato, e quindi la pubblicabilita'.
Mi sembra pero' di intuire che lei si riferisca a casi specifici. Potrebbe essere piu' esplicito a riguardo?

Guido Corallo scrive:
11 settembre 2016 alle 11:01
@ Alfio Fantinel

Non mi resta che ringraziare per tutto il tempo così cortesemente dedicato a chi, negli ambiti di cui ci stiamo occupando, non possiede certamente la sua preparazione. Anche se non sono genovese "doc", ho sempre vissuto a Genova fin da bambino piccolissimo. Da queste parti è usuale il "mugugno", ossia un particolare genere di lamentela insistita (spesso gratuita). Ed esiste un detto dialettale che, tradotto alla bell'e meglio, suona pressappoco così: "chi non piange non ottiene il beneficio di potersi attaccare al capezzolo materno" (e quindi di trovare consolazione nel suggere l'agognato, tiepido liquido biancastro). Sono pertanto contento del risultato del mio mugugno, perché ha portato i suoi frutti. I suoi più recenti post mi hanno infatti chiarito aspetti che, fino a quel momento, mi apparivano piuttosto oscuri.

A proposito di che cosa io intenda per "astrattezza", lei propone l'invito a discutere, discutere, discutere. Ed aggiunge, in chiusura, che "filosofare richiede un buon fiato lungo" . Sono d'accordissimo circa entrambe le asserzioni. L'essere in grado di potersi scambiare opinioni e dibattere questioni è - se non vado errato - quella peculiarità che è esclusiva di noi bipedi umani, e pertanto mi sembrerebbe un vero peccato non sfruttarla. Che poi si tratti - se lo si vuole affrontare seriamente - di un esercizio che richiede doti da buono sportivo di fondo, anche questo è altrettanto vero. Concetti come quelli che sono affiorati nel nostro dibattito non si chiariscono certo in via definitiva con una sequenza di post (a parte il fatto che di alcuni di tali concetti si continua a discutere fin dai tempi della filosofia classica senza ancora esserne venuti a capo). Pertanto, tornando per un istante al discorso della "astrattezza", e di che cosa io ne pensi in merito, così, di primo acchito, la cosa mi fa rivivere lontani incubi scolastici. Siccome "un bel tacere" è meglio che non il tentare di rispondere a tutti i costi, sarei fortemente tentato di seguire la prima delle due strategie. In secondo luogo, nel corso di questo nostro "tam tam" , una remora che ho, a questo punto, è quella di apparire il giocatore di tennis neofita, al quale gli altri giocatori si adattano solo perché sono gentili, nascondendo abilmente la loro noia. Comunque sia, un accenno alla discussione lo tento lo stesso. Per me quello di "astrattezza" è un concetto che, più che con la filosofia, ha a che fare con la scienza (che del resto è il terreno sul quale mi sento un po' più a mio agio). Ed allora, astrattezza per me è tutto ciò che esula da quelli che sono i fenomeni accertabili e verificabili con il metodo sperimentale scientifico, che è quello che implica la ripetibilità e la falsificazione (popperiana) degli esperimenti stessi. Questa mia lapidaria asserzione (che non è certamente "mia" perché ne sono io l'autore, ma semplicemente perché "l'ho fatta mia", in quanto ne sono intimamente convinto) non deve essere tuttavia interpretata come una rozza riduzione della realtà a ciò che percepiscono i sensi. A parte il fatto che i sensi, come lei fa giustamente notare, agiscono in maniera assai meno elementare e schematica di quanto non si pensi, esistono situazioni dalle quali i sensi sono esclusi del tutto, e che ciononostante appartengono a pieno titolo a quella realtà empirica cui accennavo. Noi umani siamo in grado di vedere solo ciò che rientra in un certo "range" di lunghezze d'onda. E' scientificamente dimostrato che alcuni animali sono in grado di "vedere" più di noi. Gli ultrasuoni noi umani non siamo in grado di udirli, ma ne conosciamo l'esistenza perché esistono strumenti (ed anche animali, quali alcuni cetacei) in grado di captarli. Dunque raggi ultravioletti ed ultrasuoni "esistono", anche se noi non li captiamo. Le nostre conoscenze attuali sulla costituzione dell'Universo ci portano a dedurre che con elevatissima probabilità esiste - fino a costituirne forse la componente maggiore - la cosiddetta "materia (o energia) oscura". Siamo quasi certi della sua esistenza, ma ancora non siamo in grado di "vederla" (uso questo termine improprio). Ciò da una parte vuol dire che sarebbe davvero riduttivo e puerile (ma anche da supponenti) relegare la realtà al misero ruolo di ciò che viene percepito dai nostri sensi. Dall'altra vuol dire che, fino a che non abbiamo dimostrato l'esistenza di un qualche cosa, questo qualcosa continua ad appartenere alla categoria delle mere ipotesi, e si colloca, in un certo senso, in un mondo "astratto", che però potrebbe diventare realtà concreta da un momento all'altro. In questo senso (fintanto, cioè, che un qualche cosa risiede in questo "limbo"), esso appartiene ad un modo che forse potremmo giusto definire "metafisico". Ma si tratta di una "metafisicità" che può ben essere solo temporanea. E' quando si parla di "metafisica" sottintendendo "enti supremi", "intelligenze superiori" delle quali saremmo in balia, che inizia la mia diffidenza. Ma può ben essere che io sia semplicemente prevenuto. Fino a che non sarò smentito, tuttavia, continuerò a considerare l'"anima" il risultato di complicatissime e sofisticatissime interconnessioni cortico-ipotalamiche (e non solo, ovviamente), frutto di un processo evolutivo durato milioni di anni.

@ Giuliano

Grazie anche a lei per la cortese risposta, che tuttavia mi vede d'accordo solo parzialmente. E mi scuso se posso essere apparso un po' invadente. Il fatto è che personalmente attribuisco un'enorme importanza alle opinioni. Non alle "mie" opinioni, s'intende, ma alle opinioni in generale. Le quali opinioni, a mio modesto avviso, perdono molta della loro forza se chi le esprime non viene allo scoperto. C'è già Dio che gioca a nascondino con una abilità insuperabile. Vogliamo forse competere con lui...? Battute a parte, come avrà compreso, sono uno a cui piace guardare negli occhi quando ha un interlocutore davanti. Questo sulla "rete" non è possibile, è vero. Ma vi è da rilevare che già la "rete", di per sé, implica livelli elevati di "impersonalità", con tutta la "virtualità" che essa racchiude in sé. Se noi ci aggiungiamo del nostro, questa impersonalità non fa che accrescersi a dismisura. Lei con molta sincerità (che è una dote sempre molto apprezzabile) adduce motivi di privacy collegati alla sua attività lavorativa. Ebbene, qui il mio punto di vista differisce nettamente dal suo. In un mio precedente post mi ero definito un "pensionato". In realtà non è del tutto vero, perché - lasciata l'università - continuo a svolgere la mia libera professione. E, per quanto mi riguarda, guai se prima di aprire bocca dovessi pormi il problema di urtare la sensibilità di un mio paziente, a rischio di perderlo. Ma lo perdo con somma gioia un paziente così (stupido)! Chi viene da me deve farlo, se vuole farlo, affidandosi alle mie cure ed alla mia esperienza, se ha fiducia in me. Che poi io sia materialista o spiritualista, la cosa non lo deve riguardare affatto. E se ritiene, invece, di dover fare il censore, si accomodi, prego, quella è la porta. Per quanto materialista io possa essere, vivo meglio con qualche soldo di meno in tasca, ma potendo manifestare liberamente le mie idee, al riparo da qualsiasi condizionamento. Rispetto dunque la sua posizione, in quanto del tutto legittima, ma non la condivido. Né, con queste mie precisazioni, voglio apparire un "maestrino" che desideri indicare la via maestra da seguire. Ognuno è libero di fare come vuole. La sola discriminante è la liceità delle cose ed il rispetto della libertà altrui. Qui nessuna delle due cose è minacciata.

P.S.

ho notato, in precedenti occasioni, che - dal momento che questi post non si confezionano da sé - all'atto di inviare un mio commento, ne erano comparsi diversi altri. Siccome ciò può influire sulla dinamica del dibattito, mi scuso per quanto di "non allineato" al filo del dibattito stesso si possa ravvisare in esso.

Giuliano scrive:
11 settembre 2016 alle 11:20
@Guido Corallo:

Temo che l'esempio che avevo adottato abbia creato ulteriori malintesi: no, i motivi da me addotti non sono gli stessi che lei applica alla sua professione. In altre parole, il problema non sarebbe che le mie opinioni verrebbero lette, ma che le informazioni lavorative sul mio conto restino nascoste (relegate alla quinta e sesta pagina del google search, dopo una lunga sequenza di miei commenti della domenica... :)
Inoltre, c'e' da considerare che anche nel caso si consideri i rischi nella professione, non tutti i rischi sono uguali: lei magari perdera' un paziente (Fantinel? :) ), qualcun altro potrebbe anche perdere (o non trovare) il lavoro.
Aggiungerei che, anche senza ragioni professionali, non so se mi firmerei per intero in una discussione on line: non di rado i nomi o i riferimenti alla propria persona ostruiscono anziche' facilitare il piacevole flusso di una discussione. Impressione personale, ovviamente.

Be it as it may (lo so, lo so, un altro anglicismo...), temo che non avremo mai il piacere di dialogare guardandoci negli occhi.

al scrive:
11 settembre 2016 alle 12:41
Ripeto la mia considerazione:
se l'unica forma di vita anche solo pensabile è data dal capitalismo, che è il vero limite invalicabile dell'ideologia dominante, che cosa ci aspetta se non il nichilismo?

Ugo Agnoletto scrive:
11 settembre 2016 alle 13:49
@Guido Corallo
Lei scrive: " Gli ultrasuoni noi umani non siamo in grado di udirli, ma ne conosciamo l'esistenza perché esistono strumenti (ed anche animali, quali alcuni cetacei) in grado di captarli. Dunque raggi ultravioletti ed ultrasuoni "esistono", anche se noi non li captiamo".
Vorrei farle notare l'imprecisione di quell'"esistono". Quindi tutto ciò di cui noi non abbiamo esperienza sensoriale o che non riusciamo a percepire con uno strumento, non esiste?
Ma il problema è un altro: a tutto ciò che percepiamo con i sensi noi diamo una forma. Vedo un albero e dico che è albero perché ha la forma di un albero. Se fossi cieco e non avessi mai sentito parlare di alberi e improvvisamente aprissi gli occhi e vedessi un albero, come lo chiamerei? Non so ancora cos'è. Vedo qualcosa, ma ancora la mia mente non lo interpreta con una forma. Quando dico rosso, lei nella mente si immagina quel colore che di solito da alle cose che lei chiama rosse. Quando dico ultravioletto la sua mente cosa fa? Lei ha detto che l'ultravioletto "esiste". Bene. Mi dica allora cosa fa la sua mente quando dico ultravioletto.
Questo (lo dico per Giuliano) non è filosofia, ma è scienza, perché sto parlando di ciò che è verificabile, non di cose astratte.

Ugo Agnoletto scrive:
11 settembre 2016 alle 13:57
per Giuliano
per "una realtà precostituita al nostro operare" intendo una percezione a cui non ho ancora dato una forma, un nome.

Ugo Agnoletto scrive:
11 settembre 2016 alle 14:00
per Giuliano.
ho citato Platone sapendo che non accetta quell'obiezione, proprio per dire che il problema della conoscenza non trovava d'accordo già i primi filosofi. E oggi è ancora così !!!

Ugo Agnoletto scrive:
11 settembre 2016 alle 14:06
per Giuliano
quando lei, riferendosi al giallo, parla di denominatore comune, io preferisco usare il termine "forma". Se al mondo esistesse un solo unicorno, se parlo di denominatore comune, comune a cosa, se ne esiste uno solo?

Giuliano scrive:
11 settembre 2016 alle 14:13
@Ugo Agnoletto:

I processi di "contatto percettivo-sensazione-cognizione-costrutto-elaborazione" sono stati stati osservati in molti sistemi, a volte con classificazioni molto piu' complesse di questa che presento qui. Sono d'accordo con lei sulla loro importanza e sulla necessita' di verificarli ben oltre una mera speculazione intellettiva. Cio' su cui - mi pare - non siamo d'accordo, e' che lei vede questi processi di osservazione in antitesi alla filosofia, mentre secondo me ne sono parte integrante.

Ugo Agnoletto scrive:
11 settembre 2016 alle 14:15
per Guido Corallo.
usare la parola astrattezza porta solo confusione.
Dire astratto significa togliere qualcosa, cioè astrarre. Allora, per riconoscere che una cosa è rossa, cos'è che devo astrarre? Oppure uno dice che riconosce gli alberi perché ha un concetto astratto di albero. Bene, me lo disegni e mi dica cosa ha astratto dagli alberi che ha finora visto. (sarei curioso si sapere quanti rami mette)
Voglio dire che i nostri costrutti mentali non si costruiscono astraendo, ma costruendo appunto.
Anche questa non è filosofia, ma è scienza, perché analizza quello che fa la nostra mente. Cosa che la filosofia NON VUOLE fare ed è INCAPACE di fare.

Ugo Agnoletto scrive:
11 settembre 2016 alle 14:17
per Giuliano,
sì, sono in antitesi con la filosofia perché utilizzano un metodo scientifico, osservabile e verificabile. Cosa che la filosofia è incapace di fare.

Giuliano scrive:
11 settembre 2016 alle 14:22
@Ugo Agnoletto:

In base a cosa afferma che la filosofia sarebbe incapace di osservare e verificare? E, sebbene con una certa riluttanza, a questo punto mi sento costretto a chiederle: cosa intende per "filosofia"?

Ugo Agnoletto scrive:
11 settembre 2016 alle 15:11
@Giuliano
ignorantissimo in materia, non le so rispondere, so solo cosa fanno i filosofi. Quindi filosofia è quello che fanno i filosofi, ma sono cose che per me non hanno nessuna utilità, non so neppure come fanno ad inventarle.

Giuliano scrive:
11 settembre 2016 alle 15:26
@Ugo Agnoletto:

Apprezzo la sincerita', tuttavia suona come un ossimoro: afferma di essere ignorante e al contempo di sapere "solo cosa fanno (tutti?) i filosofi".
Collide, inoltre, con la sua presenza costante su un blog sulla filosofia, dove interviene per stigmatizzare il filosofo di turno (questa volta Bodei), e ripetere il dogma letto da Ceccato & co. (= "cosa fa la mente quando vede un albero?" etc.).

Ne dedurrei, con tutto il rispetto, che non sente il bisogno di confrontarsi con gli altri ma solo di imporre loro la "lieta novella", che ribadisce a ogni discussione nonostante questa non riscuota il successo che lei auspica.

Mi scuso se sbaglio, e sarei grato se rettificasse quanto ho ipotizzato.

Alfio Fantinel scrive:
11 settembre 2016 alle 15:38
@Pasquale Giannino
Accolgo volentieri il suo cortese invito, intendendolo come l’invito a dire la mia sul rapporto dei succitati filosofi con la metafisica.
Dò per scontato e, credo perciò giustificato che la mia esposizione possa limitarsi, qui, in una stringatezza su ciò che, per complessità tematica, richiederebbe invece un bel diverso spazio da quello di un semplice post, e, comunque, non possiamo dimenticarci che ci troviamo pur sempre in una rubrica intitolata ‘Rasoio di Occam’.
Su Russell, credo di aver già detto.
Sul valore che Popper accorda alla metafisica nei confronti del progresso scientifico, penso che sia difficilmente contestabile e anch’io reputo ‘chiarissimo il suo linguaggio’ anche quando espone e argomenta intorno al valore euristico della metafisica.
In ‘Congetture e confutazioni’ (Il Mulino 1972) Popper ci offre un saggio significativamente intitolato ‘Ritorno ai presocratici’ (pagg. 235-285 del vol. I), da cui cito: «… ciò cui intendo ritornare è infatti la semplice , chiara ‘razionalità’ dei presocratici … nella semplicità e nell’audacia dei loro stessi interrogativi … Sono convinto che la filosofia deve rivolgersi di nuovo ai problemi della cosmologia e a una semplice teoria della conoscenza. […] La specializzazione può essere una tentazione per lo scienziato; per il filosofo è un peccato mortale. […] – Dopo aver accennato all’idea di Anassimandro sulla ‘libera sospensione della terra nello spazio, si domanda Popper: «Come pervenne Anassimandro a questa straordinaria teoria? Certo non attraverso l’osservazione, bensì con il ragionamento. – un po’ più in là – Cosa impedì ad Anassimandro di pervenire alla teoria secondo cui la terra è un globo, anziché un cilindro? Non vi possono essere molti dubbi: era ‘l’esperienza osservativa’ ad insegnargli che la superficie della terra, generalmente parlando, è piatta. Fu quindi un’argomentazione speculativa e critica, l’astratta indagine critica della soluzione di Talete, ad avvicinarlo alla vera teoria della forma della terra, e fu l’esperienza osservativa a portarlo fuori strada. […] Non può esservi alcun dubbio che le teorie di Anassimandro hanno un carattere critico e speculativo piuttosto che empirico. […] Quanto ai presocratici, sono convinto che sussiste la più perfetta continuità di pensiero fra le loro teorie e i successivi sviluppi della fisica».
Su Wittgenstein: se è vero che, come scrive anche lei, per un verso, “i problemi metafisici sono falsi problemi, riconducibili a una sorta di malattia del linguaggio”, per altro verso, lo stesso Wittgenstein scrive: «Come il mondo è, è affatto indifferente per ciò ch’è più alto (‘das Höhere’). Dio non rivela sé nel mondo» (Tractatus, prop. 6.432), e, quindi «Non come il mondo è, è il mistico ma che esso è» (T. prop. 6.44). Queste due semplici (sic!) proposizione ci possono offrire il senso di una profondità speculativa del pensiero wittgensteiniano che non può certo essere ridotta ad una mera e semplice concezione empiristica e anti-metafisica.
Ma è anche altrettanto chiaro che, qui, la discussione è solo all’inizio.
Circa il contributo che i filosofi metafisici avrebbero dato al progresso della conoscenza, mi pare che le citazioni di Popper siano una plausibile risposta.

@Guido Corallo
Un grazie per il suo intervento così piacevole (cfr. al mugugno) e così ricco di esperienza personale, nonché stimolante per il prosieguo di un confronto che trovo estremamente interessante e proficuo.

Ugo Agnoletto scrive:
11 settembre 2016 alle 16:10
per Giuliano
stigmatizzo l'ignoranza (soprattutto quando qualcuno confonde dogma con metodo) e so che è un compito per nulla gradito. Io non ho nulla da difendere, neppure l'onore, ormai sono vecchio, però posso permettermi il lusso di dire "il re è nudo"

Giuliano scrive:
11 settembre 2016 alle 16:23
@Ugo Agnoletto:

Anche un metodo puo' essere un dogma, se vi si aggrappa con rigidita'. Ma non critico tanto quello, che potrebbe anche rivelarsi fruttuoso, quanto piuttosto la chiusura dialettica e le contraddizioni logiche.

Non ritiene utile confrontarsi con gli interlocutori, sospendere il giudizio restando in ascolto, e magari provare a vedere se c'e' da imparare qualcosa?

Per esempio, personalmente ho trovato illuminante la citazione da Wittgenstein di Fantinel. Non la ricordavo, ed e' una di quelle cose che lasciano una finestra aperta al cielo e a nuovi panorami. Come si fa a derubricarla frettolosamente come roba "che fanno i filosofi"?


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