martedì 10 ottobre 2017

Racconta Diogene (II,36) che un giorno, mentre Santippe si trovava al piano di sopra, intenta forse a fare le pulizie, scorse dalla finestra il marito, che bel bello se ne tornava con suo comodo a casa. Appena lo vide, lo investì con ogni sorta di rimbrotti e di male parole. Ma poiché il buon uomo non mostrava di curarsene più di tanto, come le fu a tiro gli rovesciò addosso un catino di acqua sporca. E Socrate, imperturbabile: « – Lo sapevo – disse asciugandosi la testa, – che dopo aver ben tuonato, Santippe avrebbe mandato anche la pioggia – ».

Tra Socrate e Santippe non mettere il dito.
Tra filosofia, ironia e fantasia. 
Per dire che il matrimonio non conosce teoremi.

Nietzsche, nella Genealogia della Morale, dice che il filosofo non deve in alcun modo sposarsi e che Socrate ha sposato Santippe proprio per dimostrare, con ironia, ciò che il filosofo non deve fare. Come ogni animale tende istintivamente ad evitare qualsiasi impedimento che gli intralci o gli possa intralciare il cammino verso l’optimum, così anche il filosofo (bête philosophe) ha in orrore il matrimonio come ostacolo e calamità sul suo cammino verso l’optimum. Eraclito, Platone, Cartesio, Spinoza, Leibniz, Kant e Schopenhauer – aggiunge Nietzsche – 
«non si sposarono, e più ancora: non li possiamo pensare sposati».

Per parlare così, probabilmente, Nietzsche deve aver avuto una brutta esperienza con qualche donna. Conoscendolo, deve essergli sfuggita di mano la “volontà di potenza” e si sarà sentito dire da qualche donzella dalla sensibilità nichilista: « – Scusa, ma chi saresti? Un “Superuomo”? No, carino, tu sei “Umano, troppo umano”! – ». In preda ai fumi del rancore e dell’orgoglio, allora, Nietzsche si sarà precipitato a scrivere quelle cose sui filosofi e il matrimonio. Tanto, avrà pensato, ci sarà pure chi non capisce che scrivo per risentimento: quelli che hanno creduto a “Dio é morto”, ad esempio.

Non possiamo pensare i filosofi come uomini sposati? Certo, che possiamo! 
Immaginate una donna dell’antica Grecia, che cerca di indossare una tunica di due o tre taglie fa; stringi di qua, stringi di là, niente da fare: non si allaccia. Mentre dispera, ecco entrare Eraclito, che, guardandola con piglio presocratico, esclama: « – Non ti preoccupare, kóre, perché non puoi entrare due volte nello stesso vestito, come del resto “non puoi entrare due volte nello stesso fiume!” – ». Ah, che uomo, penserebbe la fortunata! E allora, rincuorata: « – Eraclito, perché sei chiamato l’“oscuro”? Con me non sei criptico, hai sempre il “frammento” giusto al momento giusto! – ». Ed Eraclito, in risposta, guardandola con tutto il lógos possibile: « – Sì, kóre, solo tu mi capisci, e “Uno è per me diecimila se è il migliore” – ». Dunque, caro Nietzsche, tu pensi veramente che questa non sarebbe stata una coppia felice “al di là del bene e del male” – anzi, nel bene e nel male?

E che dire di Kant, come potenziale marito? 
Qualsiasi donna, che passi le proprie giornate a raccogliere cose sparse dal marito in casa, ambirebbe di certo ad averne uno come Kant: così abitudinario e metodico che pare i concittadini di Königsberg regolassero gli orologi in base alla sua routine quotidiana. È pur vero che, al primo appuntamento, alla fatidica domanda: « – Di cosa ti occupi, precisamente? – », non deve essere facile proseguire la conversazione, se un uomo rispondesse: « – In questo momento, sto scrivendo La Critica della ragion pura, La Critica della ragion pratica e La Critica del giudizio». Sul momento, una donna penserebbe di non avere di fronte un uomo dal carattere proprio socievole e malleabile, di quelli che sanno trovare sempre il lato bello delle cose. Tuttavia, superata la “fase critica”, Kant certo troverebbe le parole giuste per conquistarla: « –Vedi, cara, “due cose riempiono la mente…il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”; fidati di me, non pensare siano solo “Sogni di un visionario chiariti con i sogni della metafisica” – ». Cavolo, Nietzsche, ci sono donne – sì, sì, ci sono – che resterebbero stese da queste parole! Donne che passerebbero tutta la vita con Kant, anche solo per capire come possano procedere da un uomo simili parole!

Se fin qui abbiamo immaginato, molto si è scritto su Socrate e Santippe. 
A partire dal Simposio di Senofonte, molti autori lavorarono di fantasia su quel superlativo «χαλεποτáτη» fra tutte le donne che furono, che sono e che saranno. «Χαλεποτáτη», che probabilmente voleva significare una donna difficile a contentare e trattare, col passare del tempo individuò Santippe come tipo della moglie insopportabile – il genere di cui parlava Nietzsche, insomma. Un episodio, tra i tanti narrati da Diogene Laerzio (II,5,17), è più di ogni altro legato al nome dell’irascibile Santippe, appellata da Socrate «ginnasio e palestra» della sua pazienza. Racconta Diogene (II,36) che un giorno, mentre Santippe si trovava al piano di sopra, intenta forse a fare le pulizie, scorse dalla finestra il marito, che bel bello se ne tornava con suo comodo a casa. Appena lo vide, lo investì con ogni sorta di rimbrotti e di male parole. Ma poiché il buon uomo non mostrava di curarsene più di tanto, come le fu a tiro gli rovesciò addosso un catino di acqua sporca. E Socrate, imperturbabile: « – Lo sapevo – disse asciugandosi la testa, – che dopo aver ben tuonato, Santippe avrebbe mandato anche la pioggia – ». Se ci fermassimo ai numerosi aneddoti sulla coppia, Santippe sembrerebbe veramente rappresentare la “donna inciampo” di cui parla Nietzsche, ossia quella che impedirebbe al filosofo il cammino verso l’optimum. Ma, per questa volta, proviamo a immaginare come trascorressero le giornate di Santippe.

Sorvoliamo sulla presunta bigamia e su qualche affettuosa amicizia maschile attribuite a Socrate, sorvoliamo sul fatto che non fosse proprio un Adone con le sue «narici larghe, la fronte pelata, le spalle villose e le gambe curve»; però, provate ad immaginare come dovesse essere vivere con un uomo che nei confronti di qualsiasi evento – dai più piccoli ai più grandi – rimanesse del tutto imperturbabile: Santippe «asseriva di aver veduto sempre il marito dello stesso umore, sia quando usciva di casa, sia quando vi faceva ritorno». Mentre la poveretta s’industriava per sopportare tutto il peso dell’economia domestica, e per accudire tre figli – facendo lo sforzo, innanzitutto, di ricordarne i nomi: Lampsaco, Sofonisco e Menesseno; ecco, Socrate, stare tutto il santo giorno a discutere con gli amici per le vie di Atene, nell’agorà, al ginnasio, a casa di questo e di quello. Che poi, diciamo, anche per i concittadini non doveva essere sempre piacevole trovarsi uno tra i piedi che, fissandoti, chiedesse «ti estì» (che cos’è? [ciò di cui parli]). Socrate lo considerava un esordio di “dialettica confutatoria” ma i concittadini lo chiamavano in un altro modo, che è… difficile rendere dal greco ma lo potete intuire. Per di più, come racconta sempre Diogene, non era raro che Santippe vedesse Socrate tornare all’ora di colazione in compagnia d’invitati, naturalmente invitati solo da lui. Una volta, avendo Socrate portato persone di riguardo a pranzo, poiché Santippe si vergognava del poco che avessero a tavola: « – Non t’inquietare – le disse il marito –; se sono frugali, non disprezzeranno la nostra mensa; se invece sono intemperanti, non dobbiamo curarci di loro». In questi momenti, per Santippe, l’unica consolazione era che almeno sulla cucina Socrate non cominciasse a tessere le lodi della madre, la levatrice, della quale parlava di continuo a proposito della benedetta “maieutica”. Per non parlare dell’eventualità in cui i due si trovassero a discutere su qualcosa d’importante per la famiglia, o ci fosse in ballo qualche decisione urgente da prendere: tra il “daìmon mi dice”, il “conosci te stesso” e il “so di non sapere” stavi fresco, ad aspettare che si decidesse a fare qualcosa in tempi decenti! Insomma, tutto questo ci pare più che sufficiente per dire, caro Nietzsche, che Santippe fu tutt’altro che d’inciampo a Socrate «verso il raggiungimento dell’optimum», piuttosto fu impareggiabile nel sollevarlo da molte incombenze quotidiane, e brava nell’assecondare le stravaganze del marito; inoltre, Santippe – ci pare – fu una «palestra e un ginnasio» di pazienza per Socrate almeno quanto lui lo fu per lei. Narra Diogene che, poco prima della morte, mentre Socrate salutava per l’ultima volta i figli e la moglie, Santippe abbia detto al marito: «Tu muori innocente», ed egli abbia ribattuto con affettuosa ironia: «E tu, forse, volevi che morissi disonesto?» (II,35). Tanta tenera complicità può portarci ad una sola conclusione, ossia che quella Santippe amava quel marito, così come quel marito amava quella moglie.

Concludendo, caro Nietzsche, ci pare che i filosofi non siano molto originali e siano compatibili col matrimonio come tutti gli uomini – ad una condizione: se lo fanno accadere, per farlo durare. Nel Simposio, Socrate stesso dice che «Amare è amore di alcune cose» in particolare di «quelle di cui si sente la mancanza» (XXII). L’amore è sentir-si mancare l’uno dell’altro, per sempre. Astenersi nichilisti.

* Le citazioni di Diogene Laerzio, in,Tilde Nardi, Sulle orme di Santippe. 
Da Platone a Panzini, Ed. di Storia e Letteratura, Roma 1958.


Posted on 5 febbraio 2014 by Claudia Mancini 

http://www.laporzione.it/2014/02/05/tweb-14/



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