giovedì 19 ottobre 2017

Le crociate. la quarta crociata inflisse una ferita fatale nel corpo già malconcio dell’Impero bizantino perché, anche dopo aver riconquistato il cuore dell’Impero, esso non riuscì mai a restaurare la sua unità politico-amministrativa e iniziò ad essere lentamente rosicchiato dai turchi ottomani finché nel 1453 i bastioni di Teodosio cedettero difronte all’artiglieria di Maometto II chiudendo i quattordici secoli di storia dell’Impero Romano.


La terribile storia della prima crociata.
L’anno mille portava con sé un lungo periodo di pace tra Occidente e Oriente, tra cristiani e arabi.
Dai tempi di Carlo Magno le vecchie guerre, che in passato avevano insanguinato il Continente europeo, avevano lasciato il posto a fruttuosi scambi commerciali e intensi rapporti diplomatici.
Ma a Est, un nuovo popolo, assediava la pace del mondo Occidentale, premendo alle spalle di quello arabo: il popolo turco. I turchi, di origine mongolica, erano pastori nomadi e guerrieri avventurosi e spietati, da poco convertiti all’islam e decisi ad esportare la loro nuova religione fino a dove le armi potevano consentirlo. Erano anni nei quali si viveva in un forte clima di passione religiosa. I predicatori, i monaci e i pellegrini preannunciavano l’imminente e definitiva rigenerazione del mondo; e, in attesa dell’Apocalisse, del giudizio di Dio, era diffuso un profondo sentimento di espiazione dei peccati.

Uno dei metodi per ottenere la grazia, e quindi il Paradiso, era quello di raggiungere in pellegrinaggio i luoghi sacri: Santiago di Compostela, S. Martino di Tours, S. Michele Arcangelo sul Gargano, e, il più desiderato, il Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ma coloro che percorrevano le strade d’Europa, per pregare sulla tomba dove furono sepolte le spoglie mortali di Cristo dopo la crocifissione, dovevano fare i conti con l’oppressione dei turchi, nuovi e severi custodi delle terre del Medio Oriente. I cristiani che in quegli anni si mettevano in viaggio, che partivano per il lungo cammino che prendeva forma nel turismo religioso, venivano ostacolati dagli sbandati mercenari dell’esercito turco. Già nel 1088 un pellegrino, Pietro d’Amiens, meglio conosciuto come Pietro l’Eremita, si recò a Roma per consegnare nelle mani di papa Urbano II una lettera del patriarca di Gerusalemme, Simeone, nella quale venivano descritte le persecuzioni musulmane. 

La situazione in Terrasanta si aggravava di anno in anno e i fieri e bellicosi cavalieri feudali decisero di prendere le armi. Imponenti e fieri, incolonnati come lunghi e lucenti treni, i cavalieri francesi, fiamminghi e italiani puntavano Gerusalemme come un faro, mossi da un inarrestabile spirito di avventura e da un sincero fermento religioso. 

Pietro l’Eremita, al comando di ventimila uomini, molti dei quali emarginati e male armati, ma nei quali pulsava un forte desiderio di riscatto, attraversando il Reno e il Danubio raggiunsero Praga. Giunti alle porte della città chiesero alla popolazione impaurita se quella era Costantinopoli. E, delusi dalla risposta negativa, la saccheggiarono. Quell’orda di pellegrini fanatici, male organizzata e indisciplinata, preoccupò papa Urbano, il quale nel 1095, durante il Concilio dei vescovi tenutosi a Piacenza, bandì la prima crociata ufficiale. Si fece portavoce della sofferenza dei cristiani in Terrasanta, predicò l’intervento armato da tutti i pulpiti, riaccese nei fedeli europei l’orgoglio cristiano. Ai crocesignati, i cosiddetti crociati, riuniti nella cittadina francese di Clermont Ferrand, raccontò con una esasperata oratoria delle persecuzioni musulmane contro i fratelli cristiani di Gerusalemme, li invitò a dimenticare la propria famiglia e i propri beni. Prometteva a chiunque si arruolasse nell’impresa il Regno dei Cieli e la sospensione di eventuali debiti e procedimenti giudiziali. Molti crociati, sommersi dagli uni o dagli altri, partirono per questo motivo.

L’esercito era pronto. Inginocchiati, dinnanzi al papa che li benediva, i crociati risposero:
Dieu li volt”, “Dio lo vuole. La spedizione si mosse nel 1097 e giunse alle porte di Gerusalemme solo tre anni più tardi, il 7 giugno 1099. La città venne conquistata dagli uomini di Goffredo di Buglione dopo cinque terribili settimane di assedio. Quando le mura finalmente caddero, i musulmani che fuggivano venivano raggiunti dalle frecce dei cristiani, altri decapitati, altri ancora gettati dalle alte torri. Settantamila, tra arabi ed ebrei, furono imprigionati dentro le sinagoghe, le quali venivano sigillate e bruciate. Gerusalemme era liberata e nelle  vuote strade ricoperte di sangue si udiva un silenzio inumano, rotto soltanto dal suono delle sinagoghe mentre venivano divorate dalle fiamme. Giunti nella grotta del Santo Sepolcro i crociati pregarono il Signore, “venuto al mondo per predicare la misericordia”. Poi piansero, fieri di aver compiuto la missione che Dio aveva dato loro.


Stefano Poma

http://www.luniversaleditore.it/2017/10/19/la-terribile-storia-della-crociata/



La seconda crociata
Schiacciata tra l’incredibile e inaspettato successo della prima crociata e l’epica delle terza crociata, la così detta crociata dei re, la seconda crociata è forse una delle più dimenticate tra le spedizioni europee in Terrasanta. Eppure anche a questa vi parteciparono monarchi di primo piano, anzi fu la prima che vide la partecipazione delle teste coronate, e fu l’ultimo tentativo cristiano di espandere i confini dell’Oriente Latino oltre i risultati della prima crociata. Dopo il fallimento sotto le mura di Damasco infatti l’Europa sarebbe tornata in Terrasanta solo dopo lo shock della perdita di Gerusalemme tentando o di riconquistare il terreno perduto, o di aiutare indirettamente ciò che restava dei regni crociati prendendo “alle spalle” il mondo musulmano (puntando ad esempio all’Egitto o persino a Tunisi). 

Oggi dunque vi racconterò della Seconda crociata e proverò a rispondere a una domanda secondo me centrale per comprendere il motivo del complessivo fallimento dell’epopea delle crociate: perché la spedizione del 1096 sebben molto improvvisata nella sua organizzazione e senza il supporto diretto di nessuno dei grandi regni europee riuscì a conseguire il suo obiettivo, mentre tutti i tentativi successivi, nonostante i superiori mezzi e risorse messe in campo, fallirono?

Le ragioni che avrebbero portato alla seconda crociata sono da ricercare nella controffensiva musulmana a seguito della conquista di Gerusalemme e della Terrasanta ad opera dei cristiani. Sin da subito era stato chiaro che i Regni crociati non avrebbero avuto vita facile circondati com erano da paesi islamici e da un Impero bizantino a Nord che guardava con sospetto all’insediamento dei “confratelli” latini in un territorio che Costantinopoli ancora rivendicava come suo. 

Alla sconfitta della battaglia dell’Ager Sanguinis nel 1119, fece da contraltare la conquista ad opera di Gerusalemme di Tiro; ma i tentativi di procedere verso l’interno della Siria si risolsero tutti con una serie di insuccessi come quando, nel 1129, fallì un assalto contro Damasco. 

Interessante notare come entrambi i fronti di lotta, tanto i regni crociati come i paesi mussulmani, fossero segnati da profonde rivalità, divisioni interne e alleanze di convenienza con gli infedeli; basta pensare alle continue lotte di potere interne al Regno di Gerusalemme, nel 1143 re Folco d’Angiò venne assassinato ad Acri, dove la regina Melisenda intrattenne buoni rapporti con la vicina Damasco o al riacutizzarsi dello scontro tra sunniti e sciti con il contemporaneo emergere di alcune sette come quella degli ismailiti o quella dei nizariti (che in seguiti sarebbero divenuti famosi come gli Assassini). 

Nel mondo musulmano non esisteva poi una guida unitaria in quanto ufficialmente erano divisi solo tra i Selgiuchidi e i Fatimidi, ma in realtà si trattava di un universo spezzettato in tanti microcosmi in cui ogni governatore cittadino, o atabeg, poteva ambire a costruirsi un proprio regno autonomo. Tra questi atabeg intorno alla metà del XII secolo iniziò ad emergere Imad al-Din Zangi di Mosul che nel 1128 conquistò Aleppo, destando più preoccupazione tra i suoi confratelli mussulmani che tra i cristiani, e nel 1144 attaccò la contea di Edessa, dopo che questa aveva stretto un’alleanza contro di lui con un altro vicino mussulmano. Con un’audace campagna, favorita dall’assenza del conte Joscelin II, Zangi giunse davanti ad Edessa il 24 Novembre e la notte di Natale irruppe in città decretando la fine di quello che era stato il primo tra i regni crociati. La notizia della caduta di Edessa produsse profonde emozioni sia nel mondo mussulmano sia in quello cristiano, sebbene di segno diverso. Tra gli islamici la riconquista di una delle grandi città del Vicino Oriente perse a seguito della Prima crociata creò grandi entusiasmi e nelle madrase sunnite di Damasco, dove fino a poco prima si predicava la jihad anti-scita, adesso si chiamavano i fedeli alla jihad contro i cristiani occupanti. Il prestigio di Zangi volò e ciò favori i suoi piani per un’ulteriore espansione territoriale con l’obbiettivo ultimo di unificare la Siria mussulmana. Ben diversa fu l’impressione in Europa dove la notizia giunse per mezzo di varie ambascerie inviate dai regini crociati; quella diretta al Papa arrivò a Viterbo nel Novembre 1145 poco dopo l’elezione alla cattedra di San Pietro di Eugenio III. 

Il nuovo pontefice il 1° Dicembre emanò la bolla Quantum praedecessores in cui, paventando il pericolo che correva l’Oriente Latino, chiamava alle armi i fedeli per una nuova spedizione in Terrasanta. Per lungo tempo si è ritenuto che questa sia stata la prima bolla diretta ad organizzare una crociata, Urbano II nel 1095 non emise nessun documento ufficiale, ma sebbene oggi questa tesi sia messa in dubbio, per la teoria avanzata da alcuni storici di una bolla ad opera di papa Callisto II nel 1119, sicuramente la bolla di Eugenio III fu la prima in cui si indicavano precisamente quali sarebbero stati i benefici materiali e spirituali garantiti a chi avrebbe preso la croce. 
La remissione dei peccati promessa era molto più ampia rispetto a quella di Urbano II, inoltre si concedeva ai crociati una moratoria al pagamento degli interessi sui debiti contratti nonché la protezione ecclesiastica sui beni lasciati in Europa; di fatto la Quantum praedecessores funse da modello per tutte le bolle papali successive in materia di crociate. 

Il regno su cui il Papa faceva più affidamento per una risposta al suo appello era la Francia non solo perché, come scrive David Nicolle, all’epoca questo paese era ritenuto il centro culturale e militare del movimento crociato, ma anche perché il suo re Luigi VII era noto per essere un monarca forte oltre che estremamente pio e pareva già da tempo intenzionato a compiere un pellegrinaggio a Gerusalemme. Nel giorno di Natale Luigi riunì la corte a Bourges per tastare il polso dei feudatari in merito a un grande piano di soccorso dell’Oriente Latino; le reazioni furono però piuttosto fredde e Luigi, per non rischiare, decise di rinviare la discussione alla Pasqua dell’anno successione quando si sarebbe potuto ottenere il parere di una delle massime autorità spirituali occidentali: l’abate Bernardo di Chiaravalle. Definito da Jonathan Riley-Smith come il più grande predicatore del suo tempo, dotato di eccezionale eloquenza ed oratoria, Bernardo era già molto vicino al movimento crociato e infatti fu lui ad ispirare la regola dei Templari il cui primo Gran maestro, Ugo di Payns, era suo parente

L’abate consigliò al re di Francia  di chiedere un nuovo intervento del Papa per dare ancora maggior forza al messaggio; Eugenio III così non solo rinnovò la sua bolla, specificando che stavolta prendere la croce non equivaleva a una penitenza bensì all’automatica remissione di tutti i peccati confessati, ma autorizzò anche lo stesso Bernardo a predicare in prima persona la Crociata a Nord delle Alpi. Forte di questa autorizzazione Bernardo preparò un grade evento a Vézelay per il giorno di Pasqua del 1146, esattamente il 31 Marzo, dove, con accanto re Luigi che già indossava la croce inviatagli dal pontefice, lesse la bolla papale e tenne un infiammato sermone; la reazione degli astanti fu talmente entusiastica che la stoffa per fare le croci si esaurì e l’abate cistercense dovette usare le sue vesti per realizzarne altre. Non furono però solo i discorsi lo strumento utilizzato da Bernardo per promuovere la Crociata, ma anche una serie di lettere, giunte sino a noi, inviate a comunità di fedeli, feudatari e monarchi. Come osserva ancora Riley-Smith in queste missive la crociata veniva dipinta come un evento epocale, un dono del signore, a cui è un privilegio poter partecipare “Io vi dico: il Signore non ha fatto tanto per nessun altra generazione prima di questa, non ha prodigato ai nostri padri un sì copioso dono di grazia. Guardate quanta abilità usa per salvarvi… Egli crea un bisogno, o lo crea o finge di averlo, mentre desidera soltanto aiutarvi nel vostro bisogno. Questa è un’impresa che non viene dall’uomo, ma viene dal cielo e procede dal cuore dell’amore divino.”. Non so voi, ma, nonostante il passaggio dei secoli, a me sembra che la retorica per attribuire a Dio la volontà di farci uccidere tra noi sia sempre la stessa. 

Comunque stavolta i vertici della chiesa ci tennero a mantenere il controllo dell’attività di predicazione al fine di evitare fenomeni estemporanei come quello di Pietro l’Eremita in occasione della Prima crociata. Così Bernardo si recò di persona in Germania per arginare la predicazione di un tale Radulf che faceva appello all’odio contro gli ebrei, ma approfitto anche dell’occasione per recarsi a Francoforte presso l’Imperatore Corrado III. Anche Corrado come Luigi era un monarca intelligente, risoluto e dai forti sentimenti religiosi. Lui in Terrasanta ci era già stato tra il 1124 e il 1125 come “cavaliere ospite” e adesso dimostrava un sincero ardore crociato, ma accanto ai doveri religiosi c’era anche la ragion di stato che sconsigliava si impegnarsi in un’impresa così difficile e lontana mentre la Germania era divisa tra tanti signorotti in costante lotta tra loro e ostili all’autorità imperiale. L’adesione alla croce nelle terre tedesche era però stata enorme per cui sembrava opportuno che l’unico Imperatore cristiano vi partecipasse assumendo personalmente la guida del suo stesso popolo. Ancora una volta risolutiva fu l’azione di Bernardo di Chiaravalle che, in un nuovo sermone pronunciato il giorno di Natale del 1146 a Speyer, si rivolse personalmente a Corrado facendo riferimento al modo in cui sarebbe stato giudicato dall’Onnipotente il Giorno del Giudizio se non avesse adempiuto ai suoi sacri doveri. Di fronte a questa prospettiva anche Corrado III Imperatore del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica prese la croce. 

La predicazione di Bernardo e la memoria ancora viva del successo della prima crociata fecero in modo che il numero di persone che decisero di prendere la croce fosse quasi pari a quelli della spedizione del 1096-1099. Molte famiglie della nobiltà europee avevano avuto un nonno o un padre che aveva partecipato alla conquista di Gerusalemme quindi si venne a creare un senso di emulazione o di rispetto della tradizione; inoltre avere un parente crociato era ragione di grande prestigio, basti pensare che ancora quasi un secolo dopo Dante, nel Paradiso, si fa vanto che il suo trisavolo Cacciaguida avesse preso parte proprio alla seconda crociata. Ben presto la febbre da crociata si diffuse in tutta Europa e iniziarono ad essere avanzate richieste al Papa per estendere il teatro delle operazioni e così il 13 Aprile 1147 Eugenio III, con la bolla Divina dispensatione, equiparava l’impegno di coloro che sarebbero partiti per la Terrasanta a chi fosse andato a combattere i Mori in Spagna sotto la guida di Alfonso VII di Castiglia o a quei nobili tedeschi che si apprestavano a passare l’Elba per combattere contro i pagani slavi vendi

La crociata stava dunque diventando da un “semplice” aiuto all’Oriente Latino a una grande offensiva della cristianità unita al di sopra degli stati contro i nemici della fede: verso Oriente di preparavano a muovere cinque eserciti (Luigi VII, Corrado III, Amedeo di Savoia, Alfonso Giordano di Tolosa e un contingente anglo-fiammingo), nel Baltico si preparavano altre tre forze (Enrico il Leone di Sassonia, Alberto di Brandeburgo e il fratello del re di Polonia) mentre in Spagna i genovesi si mossero contro Minorca, la Castiglia contro Almeria, Barcellona contro Tortosa e il Portogallo contro Santarem e Lisbona. Non si era mai visto niente del genere nel Medioevo. 
Bisogna infatti ricordare che mentre la Prima Crociata fu lasciata all’iniziativa individuale stavolta si fece un attento lavoro di pianificazione, a cui prese parte personalmente il Papa e i vari monarchi coinvolti, per valutare tutti i possibili percorsi di marcia e decidere le iniziative diplomatiche da prendere per facilitare l’arrivo in Oriente

Paradossalmente però gli unici che non vennero coinvolti in quest’opera furono coloro che più di tutti avrebbero dovuto essere consultati: i Regni cristiani d’Oriente e Riley-Smith ritiene che l’unica spiegazione possibile per una tale omissione sia che l’idea generale fosse quella di puntare direttamente alla riconquista della contea di Edessa attraversando l’Anatolia. 

Già perché qual era l’obiettivo che si prefissavano i crociati? 
Corrado III era dell’idea che ci si dovesse limitare a riprendere Edessa, ma sia nel Principato di Antiochia che nel Regno di Gerusalemme si riteneva che una grande spedizione solo per Edessa fosse fatica sprecata mentre molto più utile sarebbe stato andare ad arginare la recente avanzata islamica e magari contrattaccare in direzione di Aleppo; interessante notare come in questa prima fase Damasco non fosse minimamente presa in considerazione. Appare dunque chiaro che nell’Oriente Latino, più che ai diritti del Conte di Edessa, ci si preoccupasse di ciò che stava succedendo nella vicinia Siria. Qui infatti Zangi era stato assassinato nel Settembre del 1146 e le sue terre divise tra i due figli; ciò invece di andare a vantaggio degli stati crociati aumentò i loro problemi perché il brillante Nur ad-Din ottenne Aleppo e, non dovendosi occupare come il padre anche di Mosul e dell’area mesopotamica, poté concentrare tutte le sue attenzioni in Siria rafforzando subito la sua posizione sposando la figlia dell’Emiro Anur di Damasco. 

Gerusalemme tentò di compensare questa variazione degli equilibri inglobando la provincia di Hawran, mettendo però così a rischio le buone relazioni che vi erano da tempo tra il Regno e l’Emiro di Damasco che controllava quel territorio. L’azione finì solo col favorire ulteriormente Nur ad-Din perché Anar di Damasco non poteva rinunciare ad Hawran, sia per questioni strategiche che di prestigio, e fu dunque costretto ad accettare l’aiuto del genero per respingere i cristiani. Nonostante la vittoria conseguita dai mussulmani né Anar né Baldovino III di Gerusalemme vollero dare seguito alla vicenda per non danneggiare ulteriormente i reciproci rapporti, ma certamente questi eventi fecero in modo che tra i regni crociati si guardasse con ancora più apprensione alla possibilità che Nur ad-Din potesse un giorno inglobare anche l’Emirato di Damasco.

Mentre in Oriente avveniva tutto ciò, in Europa i contingenti crociati si apprestavano a partire. 
I primi a mettersi in marcia nel Giugno 1147 furono i tedeschi di Corrado III, probabilmente attorno ai 2000 cavalieri perché i 900.000 uomini di cui parlano fonti bizantine sono assolutamente irrealistici, seguiti dai francesi di Luigi VII e dai vari contingenti minori. 

Di nuovo, com’era già avvenuto per la prima crociata, si decise per la via di terra attraversando Germania, Ungheria e Balcani per raggiungere infine Costantinopoli. I sentimenti dell’Imperatore bizantino Manuele verso i crociati erano però ondivaghi tendenti alla diffidenza. 
I rapporti tra Europa e Impero bizantino non erano facili sia per la questione dello scisma con Roma, sia per l’atteggiamento di sospetto e ostilità con cui i bizantini avevano guardato sin da subito all’insediamento dei cristiani in Terrasanta. Inoltre Manuele, come già il suo predecessore Alessio I Commeno, temeva che i crociati potessero essere una minaccia alla sicurezza stessa dell’Impero perché questi, come poi la storia si sarebbe premurata di dimostrare, avrebbero potuto essere usati non solo per combattere gli infedeli, ma anche per attaccare la scismatica Bisanzio. Ciò spiega perché Manuele, nonostante i buoni rapporti con Corrado III, avesse approntato le difese della capitale in contemporanea con l’avvicinarsi dei tedeschi. L’Imperatore del Sacro Romano Impero giunse a Costantinopoli il 10 Settembre 1147 e la fiducia reciproca che vi era tra i due Imperatori, entrambi erano ostili ai Normanni nel Sud Italia, fece in modo che i bizantini si accontentassero di un giuramento da parte dei crociati di non arrecare danni agli interessi dell’Impero. Comunque, nonostante il giuramento, Manuele decise di seguire l’esempio del nonno e allontanare i crociati da Costantinopoli, traghettandoli in Anatolia, non appena possibile per evitare che i vari eserciti in marcia si potessero riunire sotto le mura della sua capitale. I motivi di tanta prudenza risiedevano nei sospetti che Manuele nutriva nei confronti di Luigi VII; questi infatti era, al contrario di Corrado, alleato di Ruggero d’Altavilla che proprio in quel momento stava lanciando una serie di attacchi contro la costa greca con il preciso obiettivo di espandere i suoi domini a scapito di Bisanzio. 
Va ricordato inoltre che i francesi avevano maggiori legami familiari e dinastici con l’Oriente Latino rispetto ai tedeschi e ciò comportava una loro maggiore ostilità nei confronti dei greci, considerati dai Regni crociati più alla stregua di nemici che di possibili confratelli cristiani alleati.  Fatto sta che Luigi giunse sul Bosforo il 4 Ottobre senza aver ancora raggiunto un vero accordo con Manuele perché l’Imperatore bizantino pretendeva un giuramento più oneroso rispetto a quello richiesto ai tedeschi. I rapporti tra francesi e greci poi peggiorarono ulteriormente quando si seppe che Bisanzio aveva siglato un trattato di amicizia con il Sultanato Selgiuchide di Rum, il quale si preparava a contrastare la marcia dei crociati, e nel campo di Luigi si parlò anche della possibilità di lanciare un assalto a Costantinopoli col supporto dei Normanni di Ruggero d’Altavilla. Alla fine l’idea non ebbe seguito perché c’era urgenza di raggiungere Corrado, che si diceva stesse mietendo incredibili successi in Anatolia, ma questo clima fa ben comprendere come il risultato sulla successiva quarta crociata non sia stato il frutto di un semplice concorso di circostanze. 

Luigi continuò quindi a trattare con Manuele, ma l’intero piano della crociata fu improvvisamente scosso dal giungere della notizia che invece di mirabolanti successi, i tedeschi erano incorsi in una disastrosa disfatta nei pressi di Dorilea. Cosa sia realmente successo non si è mai capito con esattezza, ma, come scrive Nicolle, è probabile che Corrado intendesse seguire lo stesso cammino della Prima crociata contando però in un viaggio più facile e veloce dato che si trattava di attraversare terre da poco riconquistate da Bisanzio. 

L’imperatore tedesco decise di dividere il suo esercito in due: il grosso dei soldati avrebbe attraversato l’Anatolia per raggiungere rapidamente il Mediterraneo, mentre i bagagli e i civili avrebbero fatto la via costiera sotto la guida del vescovo Otto di Freising. Sembra probabile che questo secondo contingente a un certo punto abbia deciso di abbandonare la costa e di spingersi verso l’interno dove, senza guide locali, ben presto finì i rifornimenti e cadde in un’imboscata selgiuchide presso Laodicea. Non andò meglio alla forza principale di Corrado il quale iniziò ad incontrare le prime difficoltà avvicinandosi a Dorilea essendo l’inverno alle porte e la regione poco fertile. 
Il foraggiamento venne costantemente ostacolato da imboscate turche e infine il 25 Ottobre si ebbe un duro scontro dal quale i tedeschi uscirono sconfitti; impossibilitato a proseguire Corrado dovette dare ordine di ritirarsi verso Nicea, ma i costanti attacchi dei selgiuchidi trasformarono il tutto in una rotta. Lo stesso Imperatore venne ferito più volte e le perdite patite furono altissime così non deve sorprendere se, quando infine venne raggiunta Nicea, sebbene il grosso dei cavalieri fosse ancora vivo, il morale era praticamente crollato e alcuni crociati iniziassero mestamente a fare ritorno a casa. 

Informato di questa disfatta Luigi VII si preoccupò di salvare la spedizione e così, raggiunto rapidamente un ambiguo accordo con i bizantini, passò il Bosforo e raggiunse i resti dell’esercito tedesco presso Lopardion al fine di riprendere la marcia verso la Terrasanta. Stavolta si decise di prendere la più sicura via costiera e, nonostante a un certo punto si dovette far ricorso al saccheggio per rifornirsi, a Natale i crociati giunsero ad Efeso dove però ad attenderli c’era un messaggio di Manuele Commeno che li informava del radunarsi di un ingente esercito turco. 

I tedeschi, stanchi e feriti, avrebbero voluto fermarsi per qualche settimana, lo stesso Corrado dovette rientrare a Bisanzio per l’aggravarsi delle sue ferite, ma i francesi decisero invece di proseguire addentrandosi nella Valle del Meandro in direzione Laodicea. Nonostante un primo attacco turco fosse respinto il 1° Gennaio 1148, la marcia era resa ogni giorno più difficile dall’ostilità della popolazione locale greca, insofferente ai saccheggi crociati, che non poche volte fece causa comune con i mussulmani. 

L’8 Gennaio i crociati si apprestarono a superare il monte Cadmo, ma la cattiva comunicazione tra avanguardia e retroguardia fece in modo che il centro della colonna, dove si trovavano i bagagli, si trovasse senza scorta quando i turchi lanciarono un attacco a sorpresa. Si accese dunque  una dura lotta, anche perché il terreno di montagna mal si prestava alla tattiche cavalleria, e a fine giornata, nonostante il nemico fosse stato respinto e i bagagli salvati, le perdite erano state alte e re Luigi era scampato per poco alla cattura

Con non poche ulteriori difficoltà, date dal fatto che greci e turchi erano passati alla tattica della terra bruciata, i francesi giunsero infine ad Adalia in pessime condizioni e con la brutta sorpresa che la flotta bizantina non era in grado di portarli sino in Terrasanta

Si decise che solo le truppe meglio equipaggiate avrebbero preso il mare, mentre il resto dell’esercito avrebbe proseguito via terra. Il 19 Marzo il re francese giunse ad Antiochia e si ricongiunse con Corrado III a Gerusalemme dove l’Imperatore tedesco era giunto con ciò che restava del contingente tedesco rimpinguato però da nuove reclute, armate grazie a un generoso finanziamento di Manuele Commeno. 

In Terrasanta si riaprì la discussione su quale dovesse essere l’obiettivo finale di quella crociata fino ad allora così fallimentare. Il conte Raimondo di Tripoli si face portavoce dei regni cristiani settentrionali chiedendo di procedere contro Edessa al fine di rafforzare la posizione dei Latini nel Nord della Siria, ma c’erano molti dubbi che, dopo le perdite subite in Anatolia, la spedizione avesse ancora la forza sufficiente per riconquistare la contea di Edessa come da programma originale. 

Fu così che durante due consigli di guerra, uno a Gerusalemme il giorno di Pasqua e uno ad Acri il 24 Giugno, venne avanzata la proposta di lanciare un attacco contro Damasco. Come nacque questa idea che in seguito venne considerata una delle scelte militari più scriteriate della storia? 

Abbiamo visto che, mentre ancora si preparava la spedizione, Damasco non fosse mai stata presa in considerazione come meta ultima, inoltre la politica estera del Regno di Gerusalemme era da anni diretta a instaurare buone relazione con il vicino Emirato islamico. Eppure è molto probabile che fu proprio in ambienti del Regno che nacque l’idea di sacrificare anni di sforzi diplomatici per impedire che in un prossimo futuro Nur al-Din potesse entrare in possesso di Damasco e unificare l’intera Siria. Accanto a questa necessità strategica vi era poi una serie di motivazioni storiche e religiose che rendevano l’idea molto meno peregrina di quanto si possa credere; i Regni crociati avevano infatti già fatto due tentativi di conquistare Damasco nel 1126 e nel 1129 essendo opinione generale che la città entrasse de jure all’interno delle terre proprie di Gerusalemme. Anur di Damasco venne presto a conoscenza di ciò che si stava preparando e iniziò ad approntare le difese ad esempio stringendo accordi con le tribù arabe o deviando i corsi d’acqua nelle zone che i crociati avrebbero dovuto attraversare; inviò anche richieste di aiuto ad Aleppo e Mosul e ciò segnò un cambio di passo nella gestione della minaccia crociata ad opera dei mussulmani perché nel 1099, a rendere possibile il successo europeo, fu la mancanza di solidarietà all’interno del campo islamico. Sebbene né Aleppo né Mosul avrebbero avuto il tempo di portare immediatamente le loro truppe sotto Damasco, entrambi gli atabeg accettarono di fornire supporto ad Anur e schierarono i loro eserciti. Frattanto a Tiberiade Corrado III, Luigi VII e Baldovino III radunarono una forza di 50.000 uomini, la più grande che fosse mai stata messa in campo dai cristiani in Terrasanta, che poi condussero, attraversando le colline di Kiswa, in vista del loro obiettivo nella giornata del 24 Luglio. I primi scontri si ebbero presso il villaggio di Darayya con i crociati impegnati nel tentativo di superare il fiume Barada e i suoi canali; dopo una serie di combattimenti l’iniziativa di Corrado III e dei suoi cavalieri tedeschi permise ai cristiani di guadare il corso d’acqua così da fare campo di fronte alla Bab al-Jabiya in una zona piena di frutteti in grado di fornire cibo e legno. Il giorno dopo i crociati lanciarono il loro attacco contro la città dovendo però allo stesso tempo far fronte a una controffensiva mussulmana tesa a riottenere il controllo della riva Nord del Barada. Non si sa quale fu la conclusione di questa azione, i cronisti islamici riferiscono solo della morte di alcune illustri figuri cittadine, ma Nicolle suppone per una vittoria araba dato che successivamente non ci furono crociati in zona a bloccare la strada ai rinforzi che giungevano dal Libano. Comunque il grosso dello scontro di ebbe attorno alla Bab al-Jabiya e, nonostante apparentemente l’assenza di armi d’assedio, il morale dei cristiani rimaneva alto anche perché alcune iniziative del nemico, come il costruire delle gigantesche barricate, vennero interpretate come segni di disperazione. In realtà già il 26 Luglio la bilancia iniziò a pendere a sfavore dei crociati perché sempre un maggior numero di rinforzi giungevano a Damasco per dare ma forte alla milizia ahdath: contadini dalla valle di Biqa’a, guerrieri beduini arabi nonché bande di turcomanni e turchi inviati da Sayf al-Din Ghazi di Mosul. Grazie a questo costante afflusso di uomini Anur fu in grado di iniziare a mettere in difficoltà i crociati con una serie di continui attacchi. La posizione dei cristiani fu poi ulteriormente resa precaria dalla notizia che i fratelli Sayf al-Din e Nur al-Din avevano condotto i loro eserciti a Hims  a soli cinque giorni di marcia da Damasco. Anur fu a questo punto molto astuto perché, sebbene questa forza avrebbe potuto spezzare l’assedio, diffidava dei figli di Zangi e così tentò di destabilizzare i crociati, ingigantendo i numeri della forza di soccorso, in modo da spingerli a ritirarsi subito. In effetti nel campo cristiani c’era profonda incertezza in merito a come agire: restando lì dove si era si rischiava di far entrare indisturbati a Damasco ingenti rinforzi, ma spostandosi a Nord per intercettare l’esercito zangide si rischiava di finire circondati tra questo e la guarnigione di Anur. Si pensò così di rischiare il tutto per tutto spostando il campo a sud dove si riteneva che le difese fossero più deboli, ma varie ricognizioni determinarono che in zona non vi era cibo. Probabilmente per una giornata i capi crociati furono indecisi sul da farsi, dando ordini contraddittori di iniziare uno spostamento per poi fermare il tutto; altri autori invece affermano che i cristiani effettivamente spostarono il loro campo, ma non a sud bensì verso le mura orientali scoprendo però che anche qui le difese, sebbene meno potenti, erano comunque in grado di reggere fino all’arrivo dei soccorsi zangidi. Comunque siano andate le cose di fatto nessun ulteriore attacco venne condotto contro la città e tra il 28 e il 29 Luglio si decise per la ritirata. Per ancora un paio di mesi ci furono degli scontri legati a una faida interna alla Contea di Tripoli, nella quale il conte Raimondo II si alleo con i mussulmani perché in rotta con i vicini cristiani, e a una campagna di Nur al-Din contro il Principato d’Antiochia. Di fatto però la seconda crociata si era conclusa con l’abbandono dell’assedio di Damasco che aveva affossato il morale e lasciato uno strascico di polemiche tra gli europei e i latini. Corrado III lasciò la Terrasanta l’8 Settembre 1148 seguito da buona parte dei comandanti francesi mentre Luigi VII, il cui matrimonio con Eleonora d’Aquitania iniziò a deteriorarsi proprio in quel periodo, sarebbe ripartito per l’Europa solo ad Aprile del 1149. Tra Damasco e Gerusalemme venne rapidamente raggiunta una tregua e nell’Agosto del 1149 Anur morì; la lotta di potere che ne seguì si sarebbe conclusa solo nel 1154 quando si concretizzò il grande timore dei regni crociati: Nur al-Dim assunse il controllo di Damasco, unificando la Siria sotto un’unica autorità mussulmana e creando i presupposti perché il suo successore Saladino potesse riconquistare Gerusalemme nel 1187.

La Seconda crociata si era così risolta in un fallimento; gli unici risultati positivi si erano raggiunti nella penisola iberica dove i portoghesi, con l’aiuto di un contingente crociato anglo-fiammingo, riuscirono ad espugnare Lisbona mentre i castigliani occuparono Almeria e gli aragonesi espulsero definitivamente i mori dalla Catalogna

Ovviamente ci si interrogò sui motivi dell’insuccesso, ma il tutto si risolse o in una serie di reciproche accuse di tradimento o in analisi teologiche sul motivo per cui Dio aveva deciso di abbandonare i suoi fedeli. Qualcuno parlò di una punizione divina contro la cupidigia dei Regni Crociati, altri che l’Onnipotente aveva aiutato la crociata “povera” in Spagna mentre aveva maledetto quella aristocratica in Oriente

Bernardo di Chiaravalle, messo ovviamente sulla graticola essendo stato il principale fautore dell’impresa, scrisse che questa polemiche era inutile perché la mente umana non poteva comprendere le trame del disegno divino, ma solo accettarlo (“Come possono le umane creature essere così avventate da osare un giudizio su qualcosa che non sono minimamente in grado di comprendere?”) accennando però anche qualche velato dubbio sull’opera dell’Onnipotente (“Evidentemente il Signore, provocato dai nostri peccati, sembra aver voluto giudicare gli uomini prima che si compisse il tempo e naturalmente a ragione, ma deponendo la pietà.”). 

Paradossalmente però nonostante il fiasco la Seconda crociata assurse a canone per l’organizzazione di tutte le successive spedizioni. Alle iniziative individuali sul modello del 1096 si preferì infatti la centralizzazione del processo organizzativo nelle mani del Papa e di capi riconosciuti che preparavano la Crociata in ogni suo dettaglio anche per anni. Fu anche la prima occasione in cui vennero istituite delle tasse ad hoc per finanziare la spedizione; sistema che in seguito sarebbe divenuta una prassi strettamente regolata nei metodi e nelle forme. Inoltre i disastri in cui incorsero Corrado III e Luigi VII in Anatolia fecero sì che l’idea di raggiungere la Terrasanta via terra venisse definitivamente archiviata; dopo il 1149 solo Federico Barbarossa, all’epoca della Terza Crociata, avrebbe tentato, di nuovo con esiti disastrosi, di attraversare l’Asia Minore mentre tutti gli altri contingenti avrebbero d’ora in avanti scelto la via di mare, creando così anche le condizioni per l’affermarsi delle Repubblica marinare italiane

Velenose accuse furono dirette poi contro l’Impero Bizantino e il comportamento generalmente tenuto dai greci; ora se è vero che Manuele Commeno  non fece nulla per favorire il successo della crociata è allo stesso tempo un’esagerazione dire che la sabotò! Semplicemente i bizantini temevano che un ulteriore rafforzamento dell’Oriente Latino si sarebbe concluso con il minacciare l’esistenza stessa dell’Impero di Costantinopoli; la sfiducia reciproca tra Bisanzio ed Europa era troppa perché ci si potesse passare sopra nel nome della comune fede. Dopotutto era sin dai tempi della Prima crociata che Imperatori e cronisti greci vedevano in queste spedizioni un pericolo perché potenzialmente potevano essere facilmente usate allo scopo di soddisfare le ambizioni anti-bizantine di conquista di alcune dinastie come quella degli Altavilla. Sebbene nell’immediato non vi furono effetti è facile comprendere come queste accuse di intelligenzia col nemico abbiano contribuito a creare i presupposti per l’esito della Quarta Crociata.

Resta a questo punto da provare a rispondere alla domanda iniziale: 
come mai una spedizione, così ben preparata rispetto alla precedente, si risolse in un gigantesco insuccesso? Secondo me si può rispondere cambiando la domanda e chiedendosi invece: 
perché la Prima crociata ebbe successo? 
Fondamentalmente per tre motivi che mancarono entrambi alla spedizione del 1145-1149 e a tutte le successive. In primo luogo l’effetto sorpresa: una crociata prima del 1096 non era mai stata tentata e quindi, nonostante il modo dilettantesco e improvvisato con cui fu condotta, riuscì a prendere in contropiede sia l’Impero Bizantino che i Mussulmani che si videro piombare addosso inaspettatamente questa massa di cavalieri, senza sapere bene come fronteggiare il tutto

Secondariamente il fattore morale: in un’impresa su distanze così ampie e in pieno territorio nemico poter contare su un solido fattore morale era decisivo. Durante la Prima crociata i cristiani furono sempre estremamente motivati e sicuri di sé sia perché il già citato effetto sorpresa gli consentì di conseguire subito una serie di importanti successi che rafforzarono l’idea del Deus vult, sia perché ebbero dalla loro una serie di eventi fortunati come il “miracoloso” ritrovamento della Lancia Sacra poco prima della difficile battaglia d’Antiochia

Invece la Seconda crociata, come visto, andò sin da subito incontro a una serie di insuccessi che minarono lo spirito di molti fedeli e infatti, quando infine si raggiunse la Terrasanta, il morale già era stato intaccato e bastarono una serie di difficoltà, di fronte a un comunque difficile obiettivo come Damasco, per far evaporare la volontà di combattere. 

Infine, ma è secondo me l’elemento decisivo di distinzione tra la Prima crociata e tutte le successive, nel 1099 i cristiani vinsero sfruttando le divisioni interne al mondo mussulmano. Mentre infatti nel 1148 ci fu una coordinazione tra gli Emirati della Siria per fronteggiare congiuntamente la minaccia contro Damasco, durante la Prima crociata le rivalità interne ai mussulmani fecero in modo che i crociati non dovessero fronteggiare un fronte unito, ma una serie di avversari singoli. Basti pensare che l’unica volta che i mussulmani misero in campo una forza unica, in occasione della già citata battaglia d’Antiochia, parte di questo esercito decise all’ultimo di non prendere parte allo scontro per negare la vittoria al potente atabag di Mosul Kur-Bugha. Ovviamente fintanto che i cristiani avessero combattuto contro un avversario, anzi una serie di avversari, divisi e rissosi tra loro avrebbero sempre potuto contare su un vantaggio sia numerico che organizzativo decisivo. 
Dalla Seconda crociata in poi i cristiani si trovarono però a combattere o con nemici tra loro, seppur contro voglia, collaborativi oppure contro un nemico unico e non credo sia un caso che in tutte queste occasioni ad avere la peggio furono i crociati.

Bibliografia:

David Nicolle, La seconda crociata
Jonathan Riley-Smith, Storia delle crociate

http://www.restorica.it/medioevo/la-seconda-crociata/



La terza crociata.
Dopo aver raccontato della crociata che conquistò Costantinopoli e della seconda crociata, è giunto il momento di ripercorrere gli eventi di quella che, forse ancor più della prima, è diventata per antonomasia LA crociata e sto parlando ovviamente della Terza. Conosciuta anche come la crociata dei re, ciò in ragione dei pezzi da novanta del panorama europeo che vi parteciparono (Federico Barbarossa, Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone), questa definizione è in realtà fuorviante in quanto abbiamo visto che già la seconda spedizione in Terra Santa vide la partecipazione di due teste coronate di tutto rispetto: Luigi VII di Francia e l’Imperatore Corrado III di Germania. Dopo il fallimento del loro attacco a Damasco i latini in Terra Santa erano progressivamente passati sulla difensiva soprattutto dopo che, nel 1173, al signore turco della Siria Nur al-Din successe uno dei suoi più valenti ufficiali: il curdo Salah al-Din Yusuf al-Ayyubi meglio conosciuto con il suo nome occidentalizzato Saladino. Questi riuscì in breve tempo ad riunire sotto il suo dominio la Siria e l’Egitto, dando inizio alla dinastia degli Ayyubbidi che avrebbe regnato sino al 1260, creando altresì una situazione nuova e altamente pericolosa per gli stati crociati. 

Fino ad allora infatti in Terra Santa i cristiani si erano trovati a fronteggiare un mondo islamico politicamente diviso e ciò li aveva non poco favoriti sia all’atto di conquistare Gerusalemme sia poi al fine di solidificare la loro posizione; adesso però di fronte a loro c’era un soggetto politico-militare unitario guidato da un personaggio carismatico e dalle grandi capacità. Dato il valore non solo religioso, ma anche politico, che la riconquista di Gerusalemme all’islam rappresentava per Saladino; prudenza avrebbe voluto che si cercasse una politica conciliante con il potente vicino al fine di non fornirgli un possibile casus belli. Dopotutto, e lo abbiamo già visto nell’articolo dedicato alla seconda crociata, che cristiani e mussulmani negoziassero, commerciassero e a volte si alleassero anche tra loro (sia contro altri latini che contro altri mussulmani) non era cosa rara e in particolare il Regno di Gerusalemme aveva una lunga tradizione di rapporti di buon  vicinato con Damasco, anche dopo l’assedio del 1149. In effetti durante gli anni di regno di Baldovino IV, il famoso re lebbroso, era stata posta in essere un’accorta strategia fatta di contenimento militare del Saladino e ricerca dell’intesa con i vari potentati arabi dell’area che mal digerivano il dominio da parte di un parvenu curdo. Grazie a questa strategia Saladino non era riuscito a intaccare la forza del Regno di Gerusalemme che pareva in grado di riuscire a contenere l’onda lunga della controffensiva; purtroppo nel 1185 Baldovino IV morì e il games of throne (non sto scherzando le vicende interne dei regni crociati non avevano nulla da invidiare alla serie televisiva) vide ascendere al trono di Gerusalemme Guido di Lusignano marito di Sibilla, sorella di Baldovino. Il nuovo reggente al trono si legò al partito del confronto muscolare, chiudendo ad esempio un occhio sulle scorrerie di Raimondo di Chatillon, e ciò fornì il destro a Saldino per mettere in movimento un gigantesco esercito tra i venti e i trentamila uomini. 
Ai corni di Hattin, il 4 Luglio 1187, si ebbe una delle più famose battaglie del Medioevo conclusasi con il completo annientamento dell’esercito di Gerusalemme; la reliquia della Sacra croce finì nelle mani di Saladino mentre lo stesso Guido di Lusignano e altri potentati del regno caddero prigionieri. Presi Acri, Giaffa e Beirut Saladino puntò su Gerusalemme, ma l’assedio non fu facile perché le difese della città erano potenti ed egregiamente dirette da Baliano d’Ibelin. Mostrando il suo pragmatismo il Sultano d’Egitto e Siria trattò la resa onorevole della città in cambio della garanzia sulle vite dei cristiani e condizioni molto generose per la loro evacuazione

Così il 2 Ottobre 1187 terminò il dominio latino su Gerusalemme durato ottantotto anni
La notizia della catastrofe giunse in Europa per mezzo dei mercanti genovesi e la leggenda vuole che papa Urbano III ne morì di dolore; in un conclave lampo venne eletto al soglio di Pietro Gregorio VII che, come suo primo atto, bandì una nuova crociata con la bolla Audita tremendi

In realtà come scrive Jonathan Riley-Smith è altamente probabile che la bolla fosse stata scritta dallo stesso Urbano III prima di morire e lanciava una dura accusa contro tutta la cristianità i cui peccati avevano causato la sconfitta. Dopo aver richiesto ai fedeli atti di penitenza e ricordato la transitorietà della vita terrena rispetto a quella ultraterrena, giungeva l’esortazione a “accettare con un atto di gratitudine l’occasione di pentirsi e operare il bene” partendo in aiuto dell’Oriente latino “in conformità al valore di Dio che insegnò, mostrandolo con i suoi atti, che si deve dare la vita per i propri fratelli”. Seguiva poi il canonico elenco dei privilegi che sarebbero stati riconosciuti a chi avrebbe preso la croce come la protezione ecclesiastica dei loro beni nonché la remissione dei peccati. Sempre lo storico inglese fa osservare come la Audita tremendi segni un ulteriore passo avanti teologico-culturale dell’idea di crociata in quanto la partecipazione e il successo non avevano più una valenza solo individuale in prospettiva del giorno del giudizio, ma la vittoria era direttamente legata alla salute spirituale della cristianità. Solo un’Europa spiritualmente purificata poteva ottenere quel favore divino necessario per trionfare sugli infedeli e ricondurre la croce su Gerusalemme. 

Contemporaneamente all’appello papale giunse in Occidente l’arcivescovo Giosia di Tiro, unica città della costa Palestinese ancora in mani cristiane, con l’obiettivo di far giungere aiuti immediati e predicare la nuova spedizione. Il primo risultato che riuscì a conseguire fu convincere il re di Sicilia Guglielmo II ad inviare una flotta a sostegno della città assediata e adesso egregiamente difesa da Corrado del Monferrato (fratello del primo marito di Sibilla di Gerusalemme); questa flotta fu vitale per rifornire non solo Tiro, ma anche Antiochia e Tripoli evitando così lo sbriciolamento dell’intero Oriente Latino prima ancora che la nuova spedizione fosse pronta. 

Dopo la Sicilia Giosia si recò sul continente e il 22 Gennaio 1188 chiese udienza a Filippo II di Francia e Enrico II d’Inghilterra, che si trovavano a Gisors per trattare una tregua all’interno della sempre più endemica lotta tra la corona francese e i Plantageneti (allo stesso tempo re d’Inghilterra e vassalli del re di Francia). La notizia della caduta di Gerusalemme si era già diffusa creando grande commozione in un Europa in cui la fede aveva un ruolo centrale, così le accorate parole di Giosia spinsero i due re e vari signori ad accettare di prendere la croce. 

Seguendo l’esempio della seconda crociata, che aveva abbandonato i metodi fai da te del 1095, sia in Francia che in Inghilterra venne imposta una decima, la celebre decima di Saladino, con cui finanziare l’impresa; ma se il forte sistema statale inglese permise una sua facile riscossione (l’arcivescovo di Canterbury girò il paese per sensibilizzare le anime), nella Francia parcellizzata nelle tante piccole unità feudali semi autonome Filippo II non riuscì a imporre una raccolta unitaria dovendo lasciare l’opera ai singoli signori che la usarono per autofinanziarsi. 

Le possibilità di una rapida partenza vennero poi gustate dall’attivismo del terzogenito di Enrico Riccardo che, all’interno di un conflitto con altri signori feudali dell’Aquitania, finì per fare la guerra al padre alleandosi con lo stesso Filippo di Francia. 

Si dovette così attendere il 6 Luglio 1189 quando Enrico II morì lasciando il trono proprio a Riccardo che, avendo a suo tempo anche lui già preso la croce, decise di mettere in testa alle sue priorità da neo re proprio la crociata per arginare le proteste sorte in tutt’Europa (anche dal Papa) per il ritardo e i suoi motivi. Un nuovo incontro tra lui e Filippo di Francia a Vézelay il 1° Aprile 1190 permise di organizzare la spedizione e sancire l’accordo della divisione a metà di ogni bottino conseguito durante la crociata. Comunque si dovette ancora attendere fino al 1° Luglio perché i due eserciti si andassero a radunare. 

Molto più decisa fu invece l’azione dell’anziano Imperatore Federico Barbarossa che, a settant’anni suonati, rimase commosso dall’appello lanciato dal vescovo Enrico di Strasburgo nel dicembre 1187 nonché da una successiva supplica personale ad opera dell’inviato del Papa cardinale Enrico di Marcy. Così la domenica di Quaresima del 1188 l’Imperatore convocò una dieta speciale, curia Jesu Christi perché simbolicamente presieduta dal Cristo in persona, in cui prese la croce insieme con molti nobili tedeschi. Può sembrare curioso che proprio il Barbarossa, che aveva passato anni in lotta con il Papa, sostenuto quattro antipapa e trascorso anni da scomunicato, sia stato così solerte a rispondere all’appello del romano Pontefice per una crociata. Ragioni per restare in Europa ve ne era molte e di buone, non da ultimo la perenne riottosità della nobiltà tedesca, pronta ad imbracciare le armi contro l’Imperatore non appena la si perdeva un attimo di vista, ma vi erano anche varie ragioni di opportunità per aderire all’impresa. In primis il prestigio e il ruolo universale dell’istituzione imperiale imponevano che l’unico Imperatore cristiano d’Occidente agisse in prima persona per liberare la Città Santa dagli infedeli; in secondo luogo un’eventuale vittoria avrebbe enormemente rafforzato la sua posizione sia all’interno dell’Impero che nei confronti del Papa, permettendogli di intascare i dividendo ad esempio nel momento in cui avesse voluto assicurare al figlio la successione al titolo di Imperatore. Fatto sta che le forze tedesche si radunarono a Ratisbona e l’11 Maggio 1189 si misero in marcia; già in marcia perché il Barbarossa scelse ancora una volta di seguire la rotta terrestre Europa – Balcani – Asia Minore – Terra Santa seguita dalla prima crociata, ma rivelatasi disastrosa per la seconda. Eppure Federico aveva partecipato alla spedizione di Corrado III e dunque doveva ricordarsi di quel drammatico tentativo di attraversare le zone montagnose dell’Anatolia costantemente sotto le incursioni del turchi del Sultanato della Rum nonché dei montanari greco-bizantini; nonostante ciò scelse di provare ancora la via di terra

L’esercito messo in campo dall’Imperatore viene sempre descritto come uno dei più grandi che abbiamo mai partecipato a una crociata e comprendeva, oltre allo stesso Federico, il figlio minore dell’Imperatore, undici vescovi, ventotto conti più un gran numero di nobili minori. Conviene seguire le vicissitudini dei tedeschi separandole da quelle dei franco-inglesi in quanto, e lo vedremo a breve, quest’immensa armata in gran parte non vide mai la Terra Santa

Il Barbarossa tentò di organizzare al meglio la spedizione sia imponendo una rigidissima disciplina, al fine di evitare gli episodi di razzie di terre cristiane che erano stati comuni nelle precedenti spedizioni, sia inviando i suoi piani di marcia a ungheresi, serbi, bizantini e anche turchi di Konya perché gli permettessero libero passaggio. Effettivamente viene riconosciuto che l’esercito tedesco di Federico fu forse quello che meglio si comportò durante il suo passaggio e ciò anche perché l’Imperatore impose il rispetto delle regole indistintamente dal rango; i problemi però iniziarono non appena la crociata fu nei pressi del confine dell’Impero bizantino. 

Tra l’occidente e Costantinopoli i rapporti erano da tempo nuvolosi tendenti al burrascoso; gli eredi di Roma consideravano gli Stati crociati degli usurpatori di terre appartenenti all’Impero e temevano che prima o poi una di queste crociate potesse essere diretta contro di loro (la storia confermò che non era mera paranoia); dal canto loro gli occidentali consideravano i greci-ortodossi come degli scismatici e, non completamente a torto, ritenevano che in più di un’occasione, invece di aiutare i loro fratelli in Cristo latini d’Oriente, si fossero alleato con i musulmani contro di loro. 

All’epoca era Basileus Isacco Angelo, che era in buoni rapporti con il Saladino e a cui aveva promesso di ostacolare in ogni modo la marcia dei crociati verso la Terra Santa. Così non appena varcati i confini bizantini le forze tedesche iniziarono ad essere attaccate dai briganti locali non ricevendo alcun supporto dalle autorità imperiali; Isacco si permise anche di arrestare gli ambasciatori di Federico e trattenerli come ostaggi. Il Barbarossa non era tipo da lasciarsi mettere i piedi in testa da nessuno e così, dopo aver occupato Plovdiv ad Agosto, di fronte al costante muro di rifiuti di Costantinopoli decise di dare libertà di saccheggio alle truppe al fine di mettere sotto pressione la corte bizantina. La situazione giunse a un tale livello di ostilità che Federico prese anche in considerazione l’attacco alla stessa Costantinopoli inviando al figlio maggiore la richiesta di raccogliere una flotta dalle città marinare italiane. Comprendendo che il rischio si stava facendo troppo grande Isacco fu costretto a capitolare e, dopo aver rilasciato gli ambasciatori, fornì i mezzi per trasportare i crociati in Asia Minore. Non appena però passati i Dardanelli, tra il 22 e il 28 Marzo 1190, l’azione di sabotaggio greca riprese e adesso c’era anche da vedersela con i turchi del Sultanato di Rum, i quali anche loro avevano promesso al Saladino di fare resistenza all’avanzata europea. 

Nonostante il ripresentarsi delle difficoltà già sofferte dalla seconda crociata, cavalli morti e assenza di guide locali che indicassero la strada, Federico avanzò su Konya affrontando in battaglia i turchi selgiuchidi, guidati dal figlio del Sultano Kikij Arslan II, poco fuori le porte della città. Lo scontro si risolse in un netto successo per i crociati che, il giorno dopo, occuparono la capitale del Sultanato di Rum. A fronte della sconfitta i turchi decisero di concedere libero passaggio a Federico che riprese subito la marcia; questa comunque non fu mai una mera passeggiata di salute e i cronisti riferiscono che, giunti infine a Karaman, molti uomini avevano abbandonato parte del loro equipaggiamento durante il viaggio. Comunque il 30 Maggio la crociata giunse in Cilicia, territorio cristiano, e Federico poteva gloriarsi di essere riuscito lì dove Corrado III aveva fallito cioè attraversare l’Asia minore con un grande esercito. Sembrava che il futuro dovesse arridere ai tedeschi quando invece, il 10 Giugno, la catastrofe! Non si è mai capito bene cosa successe, ma sembra che sentendosi accaldato (ma forse anche al fine di mostrare la sua ancora grande prestanza fisica) l’Imperatore decise di attraversare a nuoto il fiume Goksu, che non era proprio un ruscelletto. Forse fu colto da un infarto, comunque è certo che annegò prima che i suoi uomini riuscissero ad andargli in soccorso. Con la morte di Federico Barbarossa il morale della crociata tedesca crollò decretandone lo sfaldamento. Parte dei crociati decise di fare subito dietro front e rientrare in Europa, parte si recò ad Antiochia dove cadde vittima di un’epidemia mentre un terzo gruppo, guidati da Federico VI di Svevia figlio dell’Imperatore, proseguì la marcia, con l’obbiettivo di seppellire il Barbarossa a Gerusalemme, e, dopo un tragico viaggio lungo la costa siriana, riapparirà decimato sotto le mura di Acri. Piccola curiosità il tentativo di conservare il corpo dell’Imperatore nell’aceto fallì miseramente e così si dovette rinunciare al piano di seppellirlo nella Città Santa; i suoi resti furono divisi tra le chiese di Antiochia, Tiro e Tarso dando luogo alla leggenda dell’eroe dormiente che si sarebbe ridestato nell’ora del bisogno della Germania (vedi l’Operazione Barbarossa nel 1941).

Torniamo adesso a Riccardo I e Filippo II che, dopo aver radunato i loro eserciti, si diressero per percorsi diversi verso Messina in Sicilia. Francesi e inglesi infatti, forse facendo tesoro dell’esperienza di Luigi VII, avevano deciso di giungere in Terra Santa via mare approfittando anche della copertura offerta dalle flotte delle città marinare italiane, Genova e Pisa in particolare. 
Il 22 Settembre 1190 i due re si riunirono nuovamente nella città siciliana, ma il viaggio finale verso Oriente venne ancora ritardato in quanto sia Riccardo che Filippo avevano delle controversie politiche da risolvere col neo incoronato re di Sicilia Tancredi. In particolare Riccardo voleva indietro la dote che suo padre aveva pagato al predecessore di Tancredi, Guglielmo II, quando questi aveva sposato la sorella di Riccardo Giovanna. La situazione peggiorò al punto che Riccardo usò le sue truppe per prendere d’assedio Bagnara in Calabria e costringere il re di Sicilia a pagare. Tra questi eventi e l’arrivo dell’inverno si dovette attendere sino alla fine di Marzo 1191 perché Filippo si imbarcasse mentre Riccardo rimase nel Sud dell’Italia ancora qualche giorno per incontrare la sua promessa sposa, Berengaria di Navarra, per poi partire a sua volta il 10 Aprile. 

Tappa intermedia della flotta inglese fu l’isola di Cipro ufficialmente sotto il governo di Costantinopoli, ma governata da tempo come un’entità autonoma dal principe ribelle Isacco Comneno. Questi aveva fatto prigionieri alcuni crociati inglesi naufragati sull’isola con le loro navi (tra cui quella che trasportava il tesoro reale); di fronte al rifiuto di rendere indietro il maltolto Riccardo invase l’isola conquistandola. Cipro fu affidata momentaneamente ai Templari, ma non è possibile stabilire se Riccardo si avvide di quale eccellente base strategica aveva procurato ai Latini in Oriente con la sua iniziativa. 

Finalmente il 5 Giugno il re inglese fece definitivamente rotta verso la Terra Santa. 
Qui, dopo la caduta di Gerusalemme, i combattimenti non si erano mai fermati; Saladino infatti non era un ingenuo e comprese subito che la conquista della città santa avrebbe generato una dura risposta da parte della cristianità, per cui usò tutto il tempo a sua disposizione per prepararsi all’inevitabile urto. La strategia del Sultano era semplice: togliere campo d’azione alla prossima crociata. Per far ciò abbiamo già visto che trattò con Costantinopoli e i turchi selgiuchidi dell’Anatolia perché rendessero difficoltoso il passaggio ad eventuali eserciti europei che avessero attraversato l’Asia Minore. Contemporaneamente agì per conquistare il maggior numero di piazzeforti cristiane sulla costa palestinese e libanese, ciò anche per compensare l’inevitabile inferiorità della sua flotta a confronto di quella dei crociati. Acri, Beirut, Sidone e molti altri porti erano già caduti al momento della resa di Gerusalemme e così ai cristiani restavano solo tre posizioni: Tortosa, Tripoli (coi suoi forti castelli Templari e Ospitalieri) e Tiro. In particolare l’ultima era una posizione strategicamente fondamentale perché ultimo brandello dei regni crociati in Palestina e dunque punto di partenza ottimo per un eventuale tentativo di riconquistare Gerusalemme; per questo motivo Saladino vi pose immediatamente assedio  e il suo difensore, Rinaldo di Sidone, aprì negoziati con Saladino i quali stavano per giungere a conclusione quando giunse in città Corrado del Monferrato. Questi incoraggiò la popolazione alla difesa ad oltranza riuscendo, grazie anche al supporto della flotta pisana che aveva sostituito quella sicula, a salvare la città. Mentre Saladino si ritirava, per condurre una campagna contro Antiochia e dunque rientrare a Damasco così da preparare le sue forze agli scontri futuri; i Latini d’Oriente non persero tempo a ricominciare a litigare intorno all’annosa questione del trono di Gerusalemme. Da un lato vi erano i sostenitori di Guido di Lusignano, cioè il legittimo re, ma molti nobili lo consideravano responsabile del disastro di Hattin e iniziavano a preferirgli l’energico Corrado

Guido, liberato dalla prigionia a Damasco, chiese asilo a Corrado, ma questi gli rifiutò l’ingresso a Tiro e così il re di Gerusalemme, con un esercito di 400 cavaliere e 7000 fanti, decise di porre l’assedio ad Acri nell’Agosto del 1189. Saladino attese di aver radunato le sue forze prima di muovere in soccorso della città assediata, ma il suo tentativo si spezzare l’assedio fallì e così si creò una strana situazione in cui Acri era assediata da Guido che a sua volta era assediato dalle truppe di Saladino. Nei mesi che seguirono vari contingenti iniziarono a giungere dall’Europa a supporto dell’assedio di Acri come un’avanguardia inglese guidata dall’arcivescovo di Canterbury, una francese comandata da Enrico di Champagne nonché i resti della crociata tedesca, guidati dal Duca Leopoldo d’Austria dopo la morte di Federico VI di Svevia. Anche Saladino riuscì a far entrare truppe fresche in città, ma il Sultano doveva costantemente fare i conti con le varie anime del suo esercito le quali non attendevano altro che un suo passo falso per metterne in dubbio l’autorità. 

L’arrivo prima di Filippo di Francia (20 Aprile con duecento cavalieri più fanti) e poi di Riccardo I (8 Giugno duemila cavalieri più i fanti) imbottigliò la flotta araba nel porto di Acri e spostò definitivamente l’equilibrio a favore dei cristiani che riuscirono ad aprire una serie di brecce nelle mura. Il 12 Luglio 1191, senza la preventiva approvazione di Saladino, Acri si arrese, ma all’atto di ingresso delle forze cristiane in città avvenne un incidente che in seguito avrebbe avuto serie conseguenze a crociata finita. Gli uomini di Filippo e Riccardo gettarono giù dalle mura di Acri lo stendardo di Leopoldo d’Austria affermando che le insegne di un Duca non potevano stare accanto a quelli di due re; Leopoldo, che si considerava il rappresentante in Terra Santa del Sacro Romano Impero dopo la morte del Barbarossa, la prese a male e se la legò al dito. 

Frattanto il games of thrones di Gerusalemme era andato avanti con sviluppi romanzeschi che adesso chiamavano in causa direttamente i due sovrani come arbitri ultimi della vicenda. Tecnicamente Guido di Lusignano era il Re di Gerusalemme, ma nel 1190 sia sua moglie Sibilla che le sue due figlie erano morte per cui l’erede al trono ufficiale era Isabella la sorellastra di Sibilla; questa però era sposata con un sostenitore di Guido e così una coalizione di nobili contraria al re, guidata da Baliano d’Ibelin, “rapì” Isabella per portarla davanti a un tribunale ecclesiastico che decretasse nullo il matrimonio così da farla sposare con Corrado del Monferrato. Il matrimonio era nullo sotto ogni punto di vista non solo per il modo in cui ci si era arrivati, ma anche perché il fratello di Corrado era il marito della sorellastra d’Isabella… insomma un immane pastrocchio a cui Filippo e Riccardo dovevano mettere mano prima di poter continuare con la campagna militare. Il problema era che il loro giudizio non poteva essere ispirato dall’equità visto che entrambi avevano interessi politici non indifferenti nella vicenda: Corrado era infatti cugino di Filippo II, mentre Riccardo non poteva inimicarsi la famiglia dei Lusignano in quanto il suo ramo europeo accampava pretese sulla contea di Poitou che era dominio feudale personale del re d’Inghilterra. Forse fu l’ambiente biblico a ispirare le parti, ma alla fine il 28 Luglio si decise per la soluzione salomonica di tagliare il regno in due: Guido sarebbe rimasto re vita natural durante tenendo Acri e ogni territorio riconquistato nel Sud, mentre Corrado avrebbe avuto Tiro con il Nord del regno e la promessa di ascendere al trono dopo la morte del Lusignano

I crociati in quei giorni non negoziarono solo tra loro, ma anche con Saladino in merito al riscatto della guarnigione catturata ad Acri; il Sultano d’Egitto e Siria era infatti molto interessato a riavere indietro queste truppe, tra le migliori del suo esercito, e aveva merci di scambio molti interessanti come alcuni prigionieri cristiani dai tempi della battaglia di Hattin o, soprattutto, la reliquia della Vera Croce. Sembrò che si fosse giunti a un accordo in base a uno scambio di prigionieri e il pagamento di un grosso riscatto, ma poi, dopo il rilascio da parte musulmana di un primo gruppo di uomini, le trattative andarono ad arenarsi. 

Frattanto il 31 Luglio Filippo II decise di rientrare in Europa; i motivi dell’abbandono della spedizione appena agli inizi sono da ricercare da un lato nella non facile convivenza forzata con Riccardo, i due sovrani non si amavano causa la perenne ambiguità del rapporto tra la corona inglese e quella francese,  dall’altro nella morte durante l’assedio di Acri del conte Filippo delle Fiandre, evento che apriva l’importantissima partita per la successione a quel titolo. 

Comunque il grosso delle truppe francesi rimase in Terra Santa, guidate da Enrico di Champagne, ma adesso Riccardo era de facto il comandante indiscusso dell’intera spedizione. Filippo comunque prima di partire non si risparmiò un ultimo sgarbo lasciando la sua metà di Acri a Corrado del Monferrato minando così le basi dell’accordo del 28 Luglio. Forse fu anche l’ira per questa azione, avvertita da Riccardo come un mezzo sabotaggio dell’unità interna dell’esercito, a spingere Riccardo a ordinare uno degli atti più efferati della storia delle crociate: il massacro dei prigionieri mussulmani. Come abbiamo detto i negoziati con Saladino si erano arenati, anche se non è giunta a noi nessuna notizia sul motivo di ciò, così il 20 Agosto tutti i prigionieri comprese donne e bambini furono uccisi di fronte ai picchetti dell’esercito nemico; non sappiamo i numeri precisi di questa strage, ma lo stesso Riccardo, in una lettera parlò di almeno 2600 saraceni giustiziati. Vennero risparmiati solo le più alte personalità politiche e militari che potevano essere utili nella trattativa per riavere indietro la Vera Croce. 

Cinque giorni dopo Riccardo iniziò la sua marcia verso Sud direzione Giaffa; Saladino lo seguiva a ruota tentando di anticiparlo lungo la costa per poter dare battaglia in un punto strategicamente favorevole. Questa avanzata verso Sud fu una grande battaglia tattica tra i due comandanti in quanto entrambi erano perfettamente a conoscenza degli obiettivi della contro parte, e dunque misero in campo giornalmente mosse e contromosse per tentare di avvantaggiarsi. Alla maggiore velocità di spostamento delle truppe mussulmane, favorite dalla loro grande abilità di disperdere e concentrare un grande esercito, si contrapponeva la solidità dell’ordine di marcia dell’esercito cristiano, rifornito costantemente dal mare mezzo la flotta. Il primo round fu vinto da Riccardo che, con un’improvvisa fuga in avanti, riuscì ad anticipare l’avversario occupando Merle prima che Saladino potesse frapporsi tra l’esercito cristiano e la città. Il Sultano provò a occupare tutti i passi e i punti strategici tra Merle e Cesarea, ma la lentezza di spostamento dei cristiani lo costrinse a richiamare molte truppe in quanto stavano finendo i rifornimenti. Solo il 30 Agosto Riccardo si rimise in marcia lungo la costa, ma già quella sera Saladino era riuscito a schierare il suo esercito parallelamente a quello cristiano; entrambe le parti sapevano che lo scontro era solo questione di giorni, stava solo da vedere quando Saladino avesse considerato il momento e il terreno propizio per impegnare tutte le sue forze. Il primo attacco, lanciato lo stesso 30 Agosto, fu una mera azione di disturbo che non produsse gravi inconvenienti ai crociati, invece il 2 Settembre si giunse per la prima volta allo scontro corpo a corpo. Più che una battaglia fu una schermaglia, ma le perdite furono alte per entrambe le parti. Il giorno dopo Saladino ruppe il contatto con le forze crociate e si spinse in avanti al fine di prendere posizione su una collina presso la foresta di Arsuf; stavolta aveva trovato il luogo perfetto per dare battaglia: la stretta lingua di terra tra la spiaggia e il bosco che i cristiani avrebbero dovuto percorre se non volevano perdere il supporto della flotta. Era il 7 Settembre quando i crociati si avvicinarono all’area ed è probabile che Riccardo fosse consapevole che Saladino intendesse tentare di nuovo, ma stavolta con più energia, di fermare la sua avanzata. Ciò si intuisce dal fatto che schierò le sue truppe in un ordine di marcia che era però anche rapidamente convertibile, mezzo una semplice rotazione verso sinistra, in un ordine di battaglia per respingere un attacco proveniente dall’entroterra. Ecco come descrive questo schieramento David Nicolle: uno schermo esterno di fanteria che copriva il fronte e i fianchi comandato da Enrico di Champagne, l’avanguardia/ala destra era composta da quatto squadroni di cavalleria tra Templari, bretoni e Angioini guidati dal Gran Maestro del Tempio Robert de Sablé, altri quattro squadroni al centro comandati da Riccardo in persona e provenienti dall’Aquitania, infine la retroguardia/ala sinistra con i cavalieri francesi, fiamminghi, Ospitalieri e del Regno di Gerusalemme

Non vi sono invece notizie sullo schieramento adottato da Saladino, ma sempre David Nicolle, sulla base del successivo andamento della battaglia, suppone che il Sultano si pose, con le truppe scelte di Damasco, al centro dietro la linea principale delle sue forze composte dai siriani, nominalmente guidate da suo figlio al-Afdal. Sul fianco sinistro c’erano le truppe provenienti dalla Jazira e dal Nord Iraq mentre sulla destra era schierato il fratello di Saladino al-Adil con gli egiziani. Probabilmente le unità di fanteria erano in prima linea e ognuna di loro era sotto il comando del contingente di cavalleria, proveniente dalla loro stessa regione, schierato subito alle loro spalle. 

Intorno alle 9:00 del mattino l’avanguardia crociata giunse nei pressi di Arsuf; circa allo stesso tempo Saladino aveva il suo esercito proprio davanti alla foresta, forse in attesa del così detto nuzul cioè quel momento in cui il nemico in marcia era all’apice della fatica che era sfruttato dagli eserciti mussulmani per lanciare l’attacco. Un intenso lancio di fereccie e giavellotti iniziò a piovere sulla testa dei crociati e ben presto l’ala sinistra di Riccardo si trovò investita dalle forze nemiche, costringendo parte della fanteria crociata a tornare indietro per andare in aiuto; questa manovra però rischiò di aprire un vuoto tra il centro e l’ala sinistra dello schieramento cristiano. Riccardo non si fece prendere dal panico, ma si attivò per organizzare una carica generale di tutta la sua cavalleria; la pressione sull’ala sinistra era però molto forte e il maresciallo degli Ospitalieri chiese due volte al re d’Inghilterra, una recandovisi di persona, l’autorizzazione a caricare ricevendo però un rifiuto. 

Ad avanzare invece fu la cavalleria mussulmana, cui dietro venne la guardia personale di Saladino; il rischio per i cavalieri ospitalieri e francesi di essere aggirati sul lato del mare fu sventato da una rapida manovra della fanteria crociata che allargò il suo fronte per coprire il fianco e il retro dell’ala sinistra. Improvvisamente il maresciallo degli ospitalieri, seppur ancora non avesse ricevuto l’ordine, lanciò i suoi alla carica; si è a lungo discusso se questa iniziativa fu dovuta a un crollo psicologico del maresciallo o all’errata idea di aver udito, nella confusione della battaglia, lo squillo di tromba con cui il re dava l’ordine di avanzare. L’azione comunque fu così improvvisa da travolgere la stessa fanteria crociata che andò completamente in confusione. Riccardo, temendo che gli ospitalieri e i francesi potessero rimanere circondati ordinò al resto della cavalleria crociata di caricare e lui stesso si recò a supporto dell’azione della sua ala sinistra. La forza d’urto dei cavalieri europei impattò violentemente sullo schieramento di Saladino, soprattutto perché molti cavalieri mussulmani erano scesi da cavallo per poter tirare frecce con maggior precisione. Sbandato l’esercito del Sultano iniziò ad arretrare verso le colline della foresta e le fonti di parte mussulmana non nascondono che quello fu per Saladino un momento drammatico della battaglia in quanto le sue forze erano a un passo dalla rotta completa. Fortunatamente per lui Riccardo non si avvide dell’opportunità e fermò la carica per poter riorganizzare le sue forze e preparare quell’assalto coordinato di cavalleria che era stato sin dall’inizio nelle sue intenzioni; l’attimo di respiro permise anche a Saladino di riportare ordine tra le sue fila e organizzare il contrattacco. Stavolta però il re inglese era pronto a ricevere il nemico e, suonata la carica, lui stesso guidò gli squadroni inglesi e francesi contro la linea mussulmana; l’esercito di Saladino iniziò ad arretrare di nuovo verso i boschi combattendo e a un certo punto tra cristiani e mussulmani si ruppe il contatto. Era ormai quasi mezzogiorno e Riccardo ordinò di interrompere l’inseguimento per riprendere la marcia su Arsuf e accamparsi lì; gli eventi a questo punto diventano incerti e non è chiaro perché si accese un nuovo combattimento, ma invece è certo che il re inglese lanciò una terza e ultima carica di cavalleria probabilmente tesa a forzare la guarnigione di Arsuf ad abbandonare il villaggio. 

L’esercito di Saladino non si era ritirato, ma si era nuovamente riorganizzato senza però cercare un nuovo contatto con l’esercito nemico e quindi lasciandogli il campo pur senza perdere il contatto visivo con i crociati. Difficile dire quante furono le perdite; sicuramente in termini netti i mussulmani persero più uomini mentre da parte crociata non vennero mai indicazioni precise sui caduti se non per la morte di Giacomo de Avresnes, uno dei principali comandanti cristiani. Riccardo aveva sicuramente vinto, ma Saladino era riuscito a conservare intatta la gran parte del suo esercito per cui pare esatta la conclusione degli storici Lysons e Jackson secondo i quali dopo Arsuf “era difficile per Saladino vincere, ma i crociati avrebbero ancora potuto perdere. Essi avevano vinto, ma la rotta mussulmana era non più che una versione costosa e non dignitosa delle loro tattiche.”.  
David Nicolle afferma che tra Arsuf e la perdita di Acri, sicuramente il secondo era stato il rovescio maggiore subito da Saladino in quanto aveva significato la caduta di una posizione strategica di grande importanza. Il Sultano d’Egitto e Siria conservava il vantaggio di poter ricostruire rapidamente le sue forze, cosa che non era possibile a Riccardo, ma certamente, per ragioni di prestigio e stabilità interna al suo Impero, non poteva permettersi ulteriori rovesci. 

La crociata si andò quindi trasformando in una lenta partita a scacchi; Saladino, non potendo difendere sia Gerusalemme che Ascalona, decise di distruggere il castello della seconda città perché se i crociati l’avessero preso avrebbero potuto interrompere i suoi contatti con l’Egitto

Da par suo Riccardo aveva tre opzioni: 
muovere su Gerusalemme, muovere su Ascalona per tentare di invadere l’Egitto oppure trattare. Consapevole di quanto fosse rischioso giocarsi il tutto per tutto sotto le mura della Città Santa, e temendo che un’invasione dell’Egitto avrebbe fatto slittare ulteriormente i tempi della crociata, il re inglese decise di aprire trattative ufficiali con Saladino. A muoverlo in questa direzione era sia la valutazione strategica che i cristiani, al contrario dei mussulmani, non  erano in grado di rimpinguare le loro perdite con la stessa rapidità del nemico; sia il fatto di non poter restare a tempo indeterminato lontano da casa. Riccardo era infatti via dal suo regno ormai da quasi un anno e temeva sia le iniziative di Filippo di Francia, già rientrato in Europa, sia il fratello Giovanni che giungeva notizia stesse complottando per usurpargli il trono. La prima proposta di Riccardo fu giudicata da Saladino inaccettabile: restituzione ai cristiani di tutta la Palestina fino al Giordano insieme con la reliquia della Sacra Croce

Nel frattempo ripresero le scaramucce tra Guido da Lusignano e Corrado del Monferrato, il secondo appoggiato anche dai cavalieri francesi che non avevano mai veramente accettato l’accordo stipulato. Questi problemi nel loro stesso campo, insieme con alcuni guai che i Templari stavano avendo a Cipro, iniziarono a rodere il morale della crociata. 

Dall’altro lato della barricata Saladino aveva anche lui i suoi grattacapi perché ad Est erano insorti problemi con il Califfato abbaside di Baghdad e allo stesso tempo sapeva che una nuova sconfitta in battaglia avrebbe potuto voler dire la sua fine politica. Mentre le trattative proseguivano il Sultano si ritirò a Latrum per proteggere Gerusalemme mentre i crociati avanzarono sino a Ramla; messi di nuovo uno di fronte all’altro gli eserciti si trovarono coinvolti in una serie di piccoli scontro che però non rischiarono mai di degenerare in una battaglia campale. 

L’arrivo di ulteriori rinforzi dall’Egitto spinse Saladino a indietreggiare per difendere direttamente la Città Santa, contemporaneamente Riccardo prese Bait Nuba che diverrà il punto massimo dell’avanzata cristiana durante la terza crociata; da qui, durante una scorreria, il re inglese poté vedere brevemente in lontananza Gerusalemme. I francesi avrebbero voluto che si continuasse l’avanzata, ma i Gran maestri di Templari ed Ospitalieri, che conoscevano bene il territorio e la guerra che si faceva lì, ritenevano che i rifornimenti dell’esercito fossero troppo scarsi per rischiare un assedio della città; il timore era di trovarsi nella stessa situazione di Guido da Lusignano ad Hattin: un esercito stanco ed assetato facile prede dell’attacco da parte dei mussulmani. 

L’8 Gennaio 1192 Riccardo decise di riguadagnare la costa e, per annullare l’effetto psicologico negativo della ritirata, conquistò Ascalona dando ordine di rifortificarla. Ormai però lo scontro all’interno del campo crociato tra Guido e Corrado per il titolo di re di Gerusalemme era una seria minaccia per il prosieguo della spedizione e così Riccardo decise di convocare i principali capi cristiani per mettere un punto definitivo alla vicenda. Con grande sorpresa del re inglese sembrava che il fronte di Guido fosse evaporato e che ormai tutti volessero Corrado come re; messo di fronte a questa comunanza di pareri Riccardo offrì a Guido Cipro come compensazione per la perdita della corona così che Corrado potesse ascendere subito a re di Gerusalemme. Il regno del nuovo monarca però fu brevissimo perché il 28 Aprile venne assassinato a Tiro da un Assassino; vennero avanzata varie ipotesi su chi potesse averlo ingaggiato, ma una risposta certa ad oggi non è possibile darla perché Corrado, col suo carattere forte, era riuscito a litigare con Riccardo, Filippo e Leopoldo d’Austria. Rapidamente si dispose che Isabella vedova di Corrado, legittima erede al trono di Gerusalemme, sposasse Enrico di Champagne così da chiudere una volta per tutte quel games of throne che aveva ininterrottamente avvelenato l’unità del fronte cristiano. Da un punto di vista militare Riccardo prima sembrò sul punto di arrischiare un’invasione dell’Egitto, conquistando la città di Darum nel Sud della Palestina, ma in seguito, venuto a sapere che Saladino aveva dovuto inviare parte delle sue forze a sedare una rivolta nello Jazira, decise di puntare di nuovo su Gerusalemme riguadagnando Bait Nuba. Si era agli inizi di Luglio e ancora una volta i due eserciti si fronteggiavano; Saladino avrebbe preferito evitare una battaglia, nel suo esercito la tensione tra turchi e curdi erano in aumento e c’era il timore di restare imbottigliati nella città così com’era successo ad Acri, ma sembrava che stavolta lo scontro fosse inevitabile. Invece, incredibilmente, il 3 Luglio il Sultano ebbe notizia che i crociati si stavano nuovamente ritirandosi verso la costa e una settimana dopo Riccardo gli inviò un messaggio per invitarlo a una ripresa delle trattative. Seguirono ancora due mesi di scontri durante i quali Saladino fece due tentativi fallimentari di riconquistare Giaffa, venendo però in entrambi i casi respinto dalla rapida reazione di Riccardo. Così il 28 Agosto il sovrano curdo inviò la sua offerta di pace definitiva: tregua per tre anni e otto mesi, la costa da Beirut a Giaffa sarebbe rimasta in mano crociata, Ascalona sarebbe tornata ai mussulmani senza fortificazioni e ai cristiani sarebbe stata concessa libertà di circolazione e pellegrinaggio in tutta la Palestina. Riccardo, che nel frattempo si era ammalato gravemente, comprese che la spedizione si era ormai arenata e così il 2 Settembre autorizzò i suoi emissari a firmare l’accordo. Scortati da truppe mussulmane i crociati inglesi completarono il loro pellegrinaggio a Gerusalemme mentre Riccardo, che non entrò mai nella Città Santa, frappose vari ostacoli ai cavalieri francesi, da lui considerati corresponsabili del fallimento della crociata per il loro appoggio a Corrado del Monferrato e per non aver sempre seguito la strategia dettata dal re inglese. Il 10 Settembre Saladino smobilitò la gran parte delle sue truppe mentre il 9 Ottobre Riccardo salpò da Acri per ritornare in Europa.

La Terza crociata fu l’ultima spedizione europea in Terra Santa che andò realmente vicina a una riconquista di Gerusalemme manu militari (Federico II di Svevia nel 1229 riottenne la Città Santa con la diplomazia) nonché l’ultima a mettere realmente in difficoltà i mussulmani. Da questo momento in poi per l’Oriente Latino sarà una lenta agonia inframezzate da altre tre crociate (quinta, settima e ottava) che si risolveranno in mere toccate e fuga. Paradossalmente il risultato più duraturo della “crociata dei re” fu la conquista di Cipro che rimase nelle mani della casa dei Lusignano fino al 1489 quando Caterina Cornaro, vedova dell’ultimo re Giacomo II, cedette l’isola ai veneziani, che la terranno fino al 1571 anno della conquista ottomana. Così questa “conquista incidentale” poté diventare prima un’importantissima base per il supporto di ciò che restava dei regni crociati in Terra Santa, per poi fungere da prima linea di difesa nel Mediterraneo dopo la completa riconquista Mussulmana del Medio oriente. La terza crociata fu poi, dopo la quarta, quella maggiormente condizionata da logiche politiche: la rivalità interna tra Filippo II e Riccardo I nonché l’eterno games of throne del Regno di Gerusalemme ebbero un ruolo centrale nel determinare il risultato finale della spedizione. Va però anche detto che l’epica della “crociata dei re” si può dire essere in parte ingiustificata; certo i nomi che vi presero parte sono altisonanti, ma abbiamo visto che, da un punto di vista militare, non si ebbero eventi particolarmente spettacolari e solo Arsuf, con le sue carice della cavalleria crociata, diede spazio alla gloria. Voglio dire a confronto la prima crociata, con il drammatico assedio di Antiochia, seguito dalla miracolosa vittoria contro l’esercito mussulmano di soccorso e poi dalla caduta di Gerusalemme, fu molto più degna di cantori anche se non vi partecipò nessuna testa coronata. Concludendo come si può considerare la terza crociata? Un fallimento o un mezzo successo? Apparentemente i cristiani potevano dirsi parzialmente soddisfatti perché erano riusciti a mantenere delle basi in Terra Santa e aveva ottenuto la libertà di pellegrinaggio; in realtà però a mio parere fu Saladino che, sul lungo periodo, poté ritenersi più che compiaciuto del risultato finale. Il Sultano aveva infatti mantenuto buona parte di ciò che era riuscito a conquistare con le sue campagne militari ante 1190 mentre la presenza cristiana si era ridotta a una fascia costiera circondata da ogni lato dai domini di Saladino e dunque completamente dipendente dagli aiuti europei per la sua sopravvivenza. Ci vorrà a malapena un secolo perché i mussulmani riescano a ributtare definitivamente a mare i cristiani cancellando per sempre la loro presenza in Terra Santa. Ultima curiosità il titolo di re di Gerusalemme, che aveva fatto tanto discutere durante l’intera crociata, alla fine tornò ai Lusignano nel 1235 per poi giungere, a termine di una serie di vicende dinastiche, ai Savoia e questo è il motivo per cui, nell’intestazione dello Statuto Albertino, Carlo Alberto inserì tra i suoi titoli quello di re di Cipro e Gerusalemme.


Bibliografia:

Jonathan Riley-Smith, Storia delle crociate
David Nicolle, La terza crociata

http://www.restorica.it/medioevo/la-terza-crociata/


La quarta crociata: l’occidente all’assalto di Costantinopoli.
Nel mio precedente articolo dedicato allo scisma d’Oriente ho brevemente accennato nel finale alla quarta crociata e agli effetti devastanti che essa ebbe sui rapporti tra cristiani d’occidente ed ortodossi; oggi voglio raccontarvi di come un’impresa a lungo preparata e ampiamente sponsorizzata dal Papa con lo scopo di riportare la Croce a Gerusalemme  non vide mai neanche le coste della Terra Santa, ma finì per conquistare manu militari la cristianissima Costantinopoli in un miscugli di ambizioni, intrighi, tradimenti e cinismo politico.

Iniziamo dicendo che, da che vi era stato lo scisma tra Roma e Costantinopoli, le relazioni tra l’Europa e l’Impero Bizantino erano andate progressivamente peggiorando e le crociate non fecero altro che aumentare il solco tra le due sponde della cristianità. Per l’occidente infatti Costantinopoli era la scismatica che, dopo aver invocato aiuto per contrastare l’avanzata dei turchi, aveva pugnalato alla schiena i regni crociati non fornendo loro alcun supporto e anzi trescando contro di loro con gli infedeli; da par loro invece gli imperatori bizantini vedevano nell’occidente, e nei crociati in particolare, una minaccia costante al loro trono, non inferiore a quella rappresentata dai turchi, perché sentivano che vi era una crescente ambizione di impadronirsi delle ricchezze di Bisanzio e di riportarla, volente o nolente, sotto il controllo di Roma. Ben presto in Europa iniziarono a farsi piani per la conquista dell’ultima vestigia della romanitas e i primi a farsi avanti furono i Normanni che, dal loro nuovo regno nel sud Italia, ambivano a creare un grande impero mediterraneo. L’idea tornò in discussione sia durante la seconda che, soprattutto, la terza crociata quando Federico Barbarossa sembrò sul punto di attaccare Costantinopoli di fronte al rifiuto di questa di concedergli libero passaggio verso la Terra Santa. La minaccia più seria arrivò però dal figlio del Barbarossa Enrico VI che fece della rivendicazione del trono di Bisanzio il centro della sua politica e sembrò sul punto di passare dalle parole ai fatti quando morì improvvisamente nel 1197 scatenando un immotivato entusiasmo alla corte imperiale la quale non si rendeva conto che la resa dei conti con l’occidente era solo rinviata.

La morte di Enrico VI portò a una grave crisi per la sua successione nel Sacro Romano Impero e fece in modo che il centro della scena europea venisse presa dal neo eletto Papa Innocenzo III uomo dalle grandi ambizioni e pienamente consapevole del suo ruolo di vicario di Cristo in terra. Il nuovo Papa fece subito dell’indizione di una grande crociata uno dei suoi principali obiettivi e, appena sette mesi dopo essere stato eletto, emanò una bolla in cui invitava i re d’Inghilterra e Francia a farsi promotori dell’impresa offrendo l’indulgenza plenaria a chiunque vi partecipasse. 

Quasi contemporaneamente però il regno di Gerusalemme stipulò una tregua con il sultano il che escludeva che l’obiettivo della crociata potesse essere la Palestina, questo fatto invece di frapporsi al prosieguo dei preparativi dell’impresa ne favorì invece ampliamento perché, dovendo trovare un nuovo punto d’attacco, si decise di puntare all’Egitto all’epoca uno dei paesi più ricchi della regione e la cui conquista poteva fornire un perfetto trampolino di lancio per una successiva avanzata verso Gerusalemme. I preparativi si fecero più intensi e Innocenzo III decise di favorirli con una mossa senza precedenti: con la bolla Graves orientalis terrae dispose che tutta la Chiesa dovesse versare una tassa sul reddito pari a un quarantesimo per finanziare la crociata. Era la prima volta che un Papa andava oltre il semplice compito di guida pastorale e interveniva nella fase organizzativa della spedizione il che, probabilmente, favorì un certo gigantismo del piano che si basò sull’idea di portare via mare un’armata direttamente dall’Europa. Per far ciò, ovviamente, servivano molte navi che potevano essere fornite solo dalle città marinare italiane  e i capi crociati decisero di rivolgersi a Venezia con la quale conclusero un accordo in base al quale la città lagunare si impegnava a trasportare quattromilacinquecento cavalieri, novemila scudieri e ventimila fanti; era un numero di uomini mai raggiunto prima per una crociata ed era ben difficile che si potesse pensare che si potessero raggiungerlo con i soli volontari per cui è probabile che il progetto fosse di affiancare a un nucleo di cavalieri volontari dei fanti stipendiati. Per la prima volta si pensò dunque di usare truppe mercenarie durante una crociata e ciò potrebbe spiegare la tassa imposta da Innocenzo III; comunque nessuno parve porsi domande sulle reali possibilità di mettere in campo un esercito del genere e trasportarlo senza scalo da Venezia ad Alessandria d’Egitto (nelle crociate successive si scelse sempre di radunare le truppe in una località intermedia come Cipro) per cui si accettò senza riserve il prezzo chiesto dai veneziani di ottantacinquemila marchi d’argento, un prezzo effettivamente consono se si fosse raggiunto il numero di truppe previste.

Dal momento in cui fu stipulato l’accordo le cose però iniziarono ad andare male: 
il comandante designato della crociata morì e venne sostituito dal marchese Bonifacio del Monferrato comandante di grande prestigio e appartenente a una famiglia che aveva in precedenza già dato crociati, ma era anche amico e suddito di Filippo di Svevia, fratello del defunto Enrico VI, che a sua volta aveva sposato Irene Angelo, figlia del precedente imperatore bizantino Isacco II deposto, accecato e imprigionato dallo zio Alessio III. Il fratello di Irene, che si chiamava anche lui Alessio, riuscì a sfuggire alla sorveglianza dello zio e si presentò alla corte del cognato con la proposta di appoggiare la crociata se questa interveniva a Costantinopoli per rimettere sul trono il padre; l’idea fu presentata al Papa che però, considerandola un pericoloso diversivo dall’obiettivo egiziano, la respinse e la cosa parve morire lì. 

Intanto però quando nel 1202 iniziarono a radunarsi i primi contingenti nei pressi di Venezia ci si accorse che i numeri erano molto inferiori alle aspettative, è probabile che la lunga attesa e la sensazione che nessuno dei capi della crociata (i grandi monarchi d’Europa avevano evitato d’impegnarsi) avesse i mezzi necessari per reclutare i mercenari previsti smorzò gli animi di chi aveva preso la croce. Alla fine risultarono presenti all’appello circa un terzo dei fanti previsti più millecinquecento-milleottocento cavalieri, un numero che avrebbe potuto comunque portare avanti la spedizione dato che l’Egitto attraversava una grave crisi economica e Alessandria era pressoché indifesa, ma ciò che mancava erano trentaquattromila marchi per pagare i veneziani i quali misero in chiaro che finché non fosse stato saldato il debito nessuna nave avrebbe preso il mare. In effetti Venezia aveva fatto sforzi enormi per approntare la flotta, sacrificando i commerci e mettendo a rischio i rapporti con l’Egitto con cui faceva ottimi affari, ed era quindi intenzionata a avere fino all’ultimo marco che gli era stato promesso. La crociata neanche era iniziata che già si trovava bloccata perché i veneziani erano irremovibili e minacciavano di tagliare i viveri se il debito non veniva saldato cosa che però era impossibile perché, nonostante la tassa di Innocenzo III e le donazioni di tasca propria dei capi della spedizione, non si era in grado di raggiungere la cifra finale.
A questo punto però salì in cattedra il Doge Enrico Dandalo che, sebbene avesse superato i novant’anni e fosse quasi cieco, era uno degli uomini politici più astuti e d’esperienza di tutto l’occidente; valutando che, se la crociata si fosse sciolta, Venezia non avrebbe comunque visto un soldo offrì ai comandanti un’alternativa: gli sarebbe stato permesso di prendere il mare se prima di puntare sull’Egitto avessero fatto tappa sull’isola di Zara per riconquistarla agli ungheresi in nome della Serenissima. Il problema era che Zara era una città cristiana appartenente a un regno cristiano il cui re aveva preso la croce e quindi la Chiesa non poteva permettere che fosse usato un esercito crociato per attaccarla, ma il pericolo di veder naufragare l’intera impresa spinse i crociati ad accettare l’offerta sebbene i casi di coscienza e le defezioni furono molte. Nell’Ottobre 1202 così, uniti a truppe veneziane guidate dallo stesso doge, i crociati presero il mare sbarcando a Zara un mese dopo trovandovi però ad attenderli una lettera del Papa che gli proibiva categoricamente di attaccare qualsiasi città cristiana il che però non impedì l’assedio e la caduta di Zara il 24 novembre (con spartizione del bottino tra veneziani e crociati), ma ciò portò a nuove e importanti defezioni come quella di Simon de Montfort futuro capo della crociata contro gli albigesi.

Ormai era quasi inverno e quindi si decise di attendere la bella stagione sull’isola ed è qui che si presentarono gli inviati di Alessio Angelo che ripeterono l’offerta già fatta arricchendola però con la promessa di sanare lo scisma, di pagare a veneziani e crociati duecentomila marchi d’argento, di garantire un anno di approvvigionamenti e un esercito greco di diecimila uomini e cinquecento cavalieri per l’attacco ad Alessandria

Chiariamo l’obiettivo dei crociati era ancora l’Egitto, ma quella seconda deviazione non gli dispiaceva perché, se avesse avuto successo, avrebbe permesso di rilanciare la crociata in grande stile mentre Enrico Dandalo intravide subito la possibilità di ottenere il riconoscimento definitivo del monopolio commerciale veneziano con l’oriente a scapito di genovesi e pisani. Il problema era che questo avrebbe voluto dire andare una seconda volta contro gli ordini del Papa quando già avendo attaccato Zara i crociati erano automaticamente incorsi nella scomunica; i vescovi aggregati all’esercito si precipitarono a Roma per spiegare la situazione a Innocenzo III il quale, sperando ancora di poter rimettere la spedizione sui giusti binari, si disse disponibile a rimettere la scomunica, tranne che per i veneziani, se si fosse restituita Zara agli ungheresi e  si fosse subito proceduto verso l’Egitto senza invadere alcun altra terra cristiana. I crociati però erano ormai fuori dal controllo del Papa e Bonifacio del Monferrato decise né di riconsegnare Zara né di rendere nota la scomunica nei confronti dei veneziani, che ormai erano divenuti uno dei contingenti numericamente più importanti, con l’argomento che altrimenti l’intera spedizione sarebbe fallita. Così nell’Aprile 1203 i crociati partirono per Costantinopoli, nonostante che fosse in viaggio una nuova missiva di Innocenzo III che ribadiva il divieto di attaccare terre cristiane citando stavolta esplicitamente l’impero bizantino, sbarcando sul Bosforo il 24 Giugno per poi attaccare Galata ai primi di Luglio rompendo la gigantesca catena tesa all’ingresso del porto per impedire l’ingresso di flotte ostili. I veneziani ne approfittarono per occupare il porto e presero d’assalto le mura, ma dovettero indietreggiare quando seppero che i bizantini avevano attaccato i crociati. Nonostante che la battaglia fosse tutt’altro che persa l’Imperatore Alessio III, pavidamente, abbandonò la città permettendo così ad Alessio Angelo di liberare il padre, che fu alquanto contrariato nel sapere quanto il figlio aveva offerto, e salire al trono come co-imperatore.

Sembrava che dopo tanti problemi la situazione dovesse finalmente volgere al meglio per i crociati i quali decisero di svernare a Costantinopoli per poi riprendere finalmente verso l’Egitto; anche Innocenzo III pareva essersi messo il cuore in pace abbandonando i toni da scomunica e limitandosi a una reprimenda chiedendo ai crociati di fare ammenda dei loro peccati prima di procedere verso la loro destinazione. Nessuno aveva però fatto i conti con l’insofferenza dei locali contro i latini e l’imperatore da loro installato sul trono, tutto ciò che Alessio Angelo aveva promesso sembrava infatti fatto a posta per scatenare l’indignazione della popolazione; la garanzia della sottomissione della chiesa ortodossa a Roma e l’ingente pagamento da effettuare erano al di fuori delle possibilità di Alessio Angelo che ben presto si trovò stretto tra una città sull’orlo della rivolta e i crociati che rifiutavano ogni proroga al versamento della prima rata. Alla fine l’insurrezione scoppiò in Agosto divenendo un gigantesco pogrom anti-latino che si concluse con l’uccisione del co-imperatore e l’installazione sul trono di Alessio V Ducas, genero del precedente imperatore Alessio III, il quale immediatamente ruppe ogni relazione coi crociati che quindi si trovarono di nuovo bloccati nell’impossibilità di proseguire il viaggio e a corto di rifornimenti. L’unica soluzione che si presentava a quel punto era di prendere d’assalto Costantinopoli e impiantare un nuovo imperatore scelto però stavolta all’interno delle file dei crociati, i preti al seguito dell’esercito misero in campo una serie di scuse puerili, batterono molto sul fatto che i bizantini fossero scismatici, per convincere i recalcitranti a questa ennesima disobbedienza agli ordini del Sommo Pontefice. Fatto però molto più importante fu che Enrico Dandalo e i capi della spedizione stipularono un accordo in cui mettevano nero su bianco ogni aspetto della divisione dell’impero e del bottino una volta conquistata la città: i veneziani avrebbero avuto i tre quarti del bottino fino alla compensazione completo del loro credito dopodiché il restante sarebbe stato diviso in parti uguali, una commissione di dodici elettori avrebbe dovuto scegliere il nuovo imperatore a cui sarebbe andato un quarto dell’Impero e di Costantinopoli mentre i restanti tre quarti sarebbero stati divisi a loro volta tra crociati e veneziani. Oltre a ciò il Doge riuscì a ottenere tanti e tali privilegi commerciali e politici da rendere di fatto il futuro Impero Latino completamente dipendente da Venezia.

E’ probabile che su trentunomila uomini giunti sul Bosforo vi fossero almeno dodicimila combattenti a cui andavano aggiunti almeno seimila occidentali, fuggiti dalla città durante la rivolta anti-latina, in grado di portare armi su un totale di quindicimila rifugiati. L’attacco ebbe inizio il 9 Aprile 1204 contro le mura del porto, la mura teodosiane esterne erano considerate imprendibili, e, sebbene fallì, venne ripreso con maggior decisione il 12 usando le navi per assaltare le torri con dei ponti volanti;  verso sera i crociati riuscirono a irrompere in città e il giorno dopo, di fronte alla fuga dell’Imperatore, le difese bizantine si dissolsero così che la battaglia si trasformo in un orribile saccheggio che sarebbe durato tre giorni. Chiese, palazzi e case private furono sistematicamente depredate senza risparmio neanche per le reliquie dei santi di cui la città traboccava e i frutti di questo immenso sacco possono ancora oggi essere ammirati a Venezia, dove furono portati molti tesori bizantini tra cui la famosa quadriga di Piazza San Marco che ornava l’Ippodromo di Costantinopoli (e che nel 1797 sarebbe stata a sua volta rubata da Napoleone).

Padroni ormai della città crociati e veneziani passarono a spartirsi il bottino secondo gli accordi e ad eleggere il nuovo imperatore nella scialba figura del conte Baldovino delle Fiandre gradito a tutti perché capace di essere d’ostacolo a nessuno. Chi fece la parte del leone nella spartizione dell’Impero bizantino furono i veneziani  che si presero i tre ottavi di Costantinopoli, con ampi diritti di estraterritorialità fiscale e giudiziaria, e occuparono tutti i luoghi commercialmente strategici come le isole dell’Egeo, i porti dell’Ellesponto  e del Peloponneso oltre che le città di Durazzo e Ragusa; in seguito avrebbero anche acquistato Creta da un Impero Latino alla disperata ricerca di fondi per la sua sopravvivenza e per questo non pare esagerata l’affermazione che il Doge era divenuto “signore della quarta parte e mezza dell’impero romano”. Teoricamente la crociata avrebbe dovuto ancora procedere verso l’Egitto, ma ormai nessuno aveva più la forza e la voglia di continuare con quell’impresa, soprattutto ora che si era racimolato un bel bottino, e così mestamente il legato papale svincolò i crociati dalla promessa di liberare Gerusalemme mettendo così fine alla quarta crociata.

A questo punto però bisogna chiedersi di chi fu la colpa del perché una spedizione contro gli infedeli si trasformò in una guerra tra stati cristiani? 

Gli storici hanno di volta in volta indicato vari colpevoli: 
Bonifacio del Monferrato, Alessio Angelo, Filippo di Svevia, Enrico Dandalo e persino Innocenzo III che sicuramente tra tutti è il più incolpevole dato che tentò disperatamente fino all’ultimo di ricondurre la spedizione sulla retta via restando inorridito dal sacco di Costantinopoli che condannò esplicitamente; al massimo al Papa si può imputare di essere stato il promotore di un piano eccessivamente ambizioso che conteneva già al suo interno i germi del disastro. 

Il grande accusato è stato invece Enrico Dandalo che avrebbe tramato per dirottare la crociata contro Costantinopoli e questa è stata la tesi anche del grande bizantinista Ostrogorsky il quale ha affermato che il doge era intenzionato a sfruttare la situazione per abbattere l’Impero bizantino sin dal momento in cui aveva sottoscritto l’accordo con i crociati con cui si impegnava a portarli in Egitto. Per quanto apprezzi enormemente la Storia dell’Impero Bizantino di Ostrogosky, libro che consiglio vivamente, ritengo che su questo argomento sconfini nella dietrologia perché certamente Enrico Dandalo era un politico brillante, ma gli si concedono anche doti profetiche per aver potuto immaginare prima che i crociati non avrebbero avuto i soldi per pagare il debito contratto e poi che Alessio Angelo si sarebbe presentato offrendo Costantinopoli su un vassoio d’argento. Sicuramente il doge a un certo punto intuì che la spedizione poteva essere sfruttata dalla Repubblica per accrescere il suo potere, ma supporre che questo fosse sin dall’inizio il suo piano mi pare eccessivo e condivido molto più l’opinione di Riley-Smith il quale crede che l’esito della quarta crociata sia stata il prodotto di una serie di circostanze che si sono accatastate l’una sull’altra fino alla catastrofe finale.

L’Impero latino ebbe una vita breve ed effimera crollando appena sessant’anni dopo la sua fondazione quando, abbandonato da tutti, finì per cedere di fronte al ritorno di fiamma dei bizantini. La quarta crociata ebbe però delle conseguenze durature e di grande importanza per la storia perché cancellò definitivamente ogni speranza di una ricucitura dello scisma tra oriente ed occidente, infatti per i greci i cristiani divennero gli odiati conquistatori e il Papa il mandante dell’intera operazione per cui la difesa della chiesa ortodossa contro ogni velleità di riunificazione con Roma divenne un dogma anche contro gli Imperatori bizantini che avrebbero cacciato i latini

Soprattutto però la quarta crociata inflisse una ferita fatale nel corpo già malconcio dell’Impero bizantino perché, anche dopo aver riconquistato il cuore dell’Impero, esso non riuscì mai a restaurare la sua unità politico-amministrativa e iniziò ad essere lentamente rosicchiato dai turchi ottomani finché nel 1453 i bastioni di Teodosio cedettero difronte all’artiglieria di Maometto II chiudendo i quattordici secoli di storia dell’Impero Romano

Gli unici ad uscire vincitori dalla quarta crociata furono i veneziani che gettarono le basi per quell’impero commerciale nel Mediterraneo che avrebbe portato la Serenissima all’apice della sua gloria e sarebbe durato fino al Trattato di Campoformio del 1796 quando Napoleone ne consegnò i resti all’Austria gettando nello sconforto l’Ortis di Foscolo, ma questa è un’altra storia.

http://www.restorica.it/medioevo/la-quarta-crociata-loccidente-allassalto-di-costantinopoli/



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