mercoledì 22 agosto 2012

Isabel Allende. La morte non esiste, figlia. La gente muore solo quando viene dimenticata. – mi spiegò mia madre poco prima di andarsene. – Se saprai ricordarmi, sarò sempre con te. – Mi ricorderò di te – le promisi. Poi mi prese una mano e con gli occhi mi disse quanto mi amava, finché il suo sguardo non divenne nebbia e la vita uscì da lei senza amore

Non esistono verità assolute, tutto passa attraverso il filtro di chi osserva.
La memoria è labile e capricciosa, ognuno ricorda e dimentica a suo piacimento.
Il passato è un quaderno dai molti fogli, su cui registriamo la vita
con un inchiostro che cambia a seconda dello stato d’animo.
Isabel Allende

Un dolore così, dolore dell’anima, non si elimina con medicine, terapie o vacanze; un dolore così lo si soffre, semplicemente, fino in fondo, senza attenuanti, come è giusto che sia.
Isabel Allende


"La vita? fragile…il percorso umano troppo breve…a volte le cose accadono così in fretta che non si ha il tempo di capire le relazioni tra gli eventi".
Isabel Allende


Aveva i piedi saldamente piantati per terra, ma, una parte della sua anima fuggiva verso l'abisso dei sogni.
Isabel Allende



Noi vivremo in eterno in quella parte di noi che abbiamo donato agli altri.
Isabel Allende


Affronta gli ostacoli mano a mano che si presentano:
non sprecare energie per paura di quello che può accadere dopo.
Isabel Allende, Il regno del Drago d’oro


Noi siamo ciò che pensiamo. Tutto quel che siamo sorge dai nostri pensieri.
I NOSTRI PENSIERI COSTRUISCONO IL MONDO
Isabelle Allende, “Nel Regno del Drago D'Oro”


I nostri pensieri danno forma a ciò che noi supponiamo sia la realtà.
Isabelle Allende.


Se fossi capace di esternare i miei sentimenti probabilmente soffrirei di meno, ma mi si coagulano dentro come un immenso blocco di ghiaccio e possono passare anni prima che il gelo inizi a sciogliersi.
Isabel Allende, Ritratto in seppia


Di cosa sapeva l'uomo che amavo? Di terra, come i boschi da cui proveniva, o della dolce fragranza del pane, o forse d'acqua di mare, come quell'aroma sfuggente che mi invadeva nei sogni fin dall'infanzia.
Isabel Allende, Ritratto in seppia


In ultima istanza la bellezza altro non è che un atteggiamento.
Isabel Allende, D’amore e ombra

Questa è la storia di una donna e di un uomo che si amarono in pienezza, evitando così un'esistenza banale. L'ho serbata nella memoria affinché il tempo non la sciupasse ed è solo ora, nelle notti silenziose di questo luogo, che posso infine raccontarla. Lo farò per quell'uomo e quella donna che mi confidarono le loro vite dicendo: prendi, scrivi, affinché non lo cancelli il vento.
Isabel Allende, D’amore e ombra




«Clara abitava un universo inventato da lei, protetta dalle avversità della vita, dove la verità prosaica delle cose materiali si confondeva con la verità tumultuosa dei sogni, nei quali non sempre funzionavano le leggi della fisica e della logica»
Isabel Allende, La casa degli spiriti.


«Per la prima volta nella sua vita, Alba sentì il bisogno di essere bella e rimpianse che nessuna delle splendide donne della sua famiglia le avesse lasciato in eredità i suoi attributi, e l'unica che l'aveva fatto, la bella Rosa, le aveva dato solo una sfumatura d'alga marina ai suoi capelli, che, se non era accompagnata da tutto il resto, sembrava piuttosto un errore del parrucchiere. Quando Miguel indovinò la sua inquietudine, la portò per mano fino al grande specchio veneziano che ornava un angolo della camera segreta; tolse la polvere dal vetro incrinato e poi accese tutte le candele che aveva e gliele mise intorno. Lei si rimirò nei mille frammenti dello specchio. La sua pelle, illuminata dalle candele, aveva il colore irreale delle figure di cera. Miguel cominciò ad accarezzarla e lei vide trasformarsi il suo volto nel caleidoscopio dello specchio e convenne infine che lei era la più bella dell'universo, perché aveva potuto vedersi con gli occhi con cui la vedeva Miguel».
Isabel Allende, La casa degli spiriti.


«Non era fatta per i piccoli turbamenti, i rancori meschini, le invidie dissimulate, le opere di carità, gli affetti logorati, la cortesia amabile o le considerazioni banali. Era uno di quegli esseri nati per la grandezza di un solo amore, per l’odio esagerato, per la vendetta apocalittica e per l’eroismo più sublime».
Isabel Allende, La casa degli spiriti.


Quella notte credetti di aver perso per sempre la capacità d'innamorarmi, che mai più avrei potuto ridere o inseguire un'illusione. Però mai più è molto tempo. E l'ho potuto sperimentare in questa lunga vita.
Isabel Allende, La casa degli spiriti.


Era dell'idea che dando un nome ai problemi, questi si sarebbero materializzati e non sarebbe più stato possibile ignorarli; invece, se si fossero mantenuti nel limbo delle parole non dette, avrebbero potuto scomparire da soli, col passare del tempo.
Isabel Allende, La casa degli spiriti.



Non avevo mai pensato all'amore prima di conoscere Rosa, e il romanticismo mi sembrava pericoloso e inutile e se talvolta mi era piaciuta qualche ragazzina non avevo mai osato avvicinarmi a lei per timore di essere respinto e del ridicolo. Sono sempre stato orgoglioso e a causa del mio orgoglio ho sofferto più degli altri. E’ passato più di mezzo secolo, ma ancora ho impresso nella memoria il momento preciso in cui Rosa, la bella, entrò nella mia vita, come un angelo distratto che passando mi rubò l'anima. […] Non so cosa avesse potuto vedere Rosa in me, e neppure perché, col tempo, mi accettò come sposo. Riuscii a essere il suo fidanzato ufficiale senza compiere alcuna prodezza soprannaturale, perché, nonostante la sua bellezza sovrumana e le sue innumerevoli virtù, Rosa non aveva pretendenti. Sua madre mi fornì la spiegazione: disse che nessun uomo si sentiva abbastanza forte da passare la vita a difendere Rosa dalle bramosie degli altri. Molti le avevano gironzolato intorno, perdendo la ragione per lei, ma finché io non ero apparso all'orizzonte nessuno si era ancora deciso. La sua bellezza intimoriva, per questo l'ammiravano da lontano, senza avvicinarsi. Io non ci avevo mai pensato, a dire il vero. Il mio problema era che non avevo un soldo, ma mi sentivo capace per la forza dell'amore, di trasformarmi in un uomo ricco.
Isabel Allende, La casa degli spiriti.





Isabel Allende: Eva Luna racconta
“...Sin da quando ero molto piccola, da quando ho memoria, ho percepito che il mondo è magico, che esistono due realtà: una palpabile, visibile, quotidiana, solare, e un'altra che è la realtà della notte, dei segreti, delle ombre, delle passioni incontrollabili, una realtà lunare...”.
Si presenta così Isabel Allende in un’intervista.

[...] Tra le tante novelle, colpisce quello della venditrice di parole (palabras), che col suo tavolino nella piazza del mercato vende una mercanzia inusuale ma preziosa. C'è chi va da lei per una parola di conforto, chi per farsi scrivere una lettera al figlio lontano, chi per una lettera d'amore. Un giorno questa ragazza viene rapita da un pericoloso bandito. Sarà la sua arte a salvarle la vita.

Ma sono intriganti anche le altre storie, come quella di Elena, la bimba perversa che s’innamora dell’amante della madre, e quelle di Belisa Crepuscolario, Clarisa, Bocca di rospo, Walimai.

Eva Luna racconta.

“Raccontami una storia” dice Rolf Carlé.
“Che storia vuoi?”
“Raccontami una storia che tu non abbia mai raccontato a nessuno”.
La coppia riposa dopo l'amore, ed Eva Luna comincia a narrare, come Sheherazade ne “Le mille e una notte” ventitré racconti memorabili, storie di passione e di violenza in cui corre un filo sottile e misterioso. Dopo la maestosa lentezza, che abbiamo conosciuto nei romanzi di Isabel Allende, ecco l'insorgere di un'imprevedibile e felice rapidità. Come se l'autrice avesse troppe storie da raccontare, troppi romanzi da scrivere, troppi personaggi da animare a chiedesse soccorso a un suo personaggio, Eva Luna, anche lei narratrice, e narratrice che ha il dono di suscitare la commozione del lettore".

-----La biografia dell’autrice-----
Isabel Allende è nata a Lima nel 1942, ma le sue radici sono in Cile, dove ha vissuto fino al 1973, lavorando come giornalista a Santiago per la televisione. È figlia di Tomás Allende, cugino del presidente Salvador Allende.
Nel 1962 Isabel sposa Miguel Frías, da cui avrà Paula e Nicolás. Dopo il golpe di Pinochet, che rovescia il governo di Allende è costretta all'esilio negli Stati Uniti. Quando riceve la notizia della morte a 99 anni di suo nonno, nel 1981, inizia a scrivergli una lettera che diventerà poi il manoscritto di "La casa degli spiriti", che pubblica nel 1982.

Successivamente pubblica "Eva Luna" (1987) e "Eva Luna racconta" (1990).

Nel 1990, con il ritorno della democrazia in Cile, ritorna a Santiago e riceve il premio Gabriela Mistral.

Nel 1991 sua figlia Paula soffre un attacco di Porphyria e rimane in coma.
L'autobiografico "Paula" (1994) è dedicato alla prematura morte della figlia.
Seguono "D'amore e ombra" (1984) e "Il piano infinito" (1992) in cui per la prima volta la Allende ambienta una sua storia fuori dal continente andino.

Nel 1993, il film "La casa degli spiriti" è presentato a Monaco di Baviera prodotto da Bernd Eichinger, diretto da Billie August e la partecipazione di Winona Ryder, Vanessa Redgrave, Meryl Streep, Glen Close, Jeremy Irons e Antonio Banderas.

Qualche anno dopo pubblica "Afrodita" (1998), "La figlia della fortuna" (1999), "Ritratto in seppia" (2001), "La città delle bestie" (2002), "Il mio paese inventato" (2003), "Il regno del drago d’oro" (2003), "La foresta dei pigmei" (2004), "Zorro", "L’inizio della leggenda" (2005), "Inés dell’anima mia" (2006).
http://lisanna.over-blog.it/article-eva-luna-racconta-di-isabel-allende-87519243.html




Mi chiamo Eva, che vuol dire vita, secondo un libro che mia madre consultò per scegliermi il nome. Sono nata nell’ultima stanza di una casa buia e sono cresciuta fra mobili antichi, libri in latino e mummie, ma questo non mi ha resa malinconica, perché sono venuta al mondo con un soffio di foresta nella memoria. Mio padre, un indiano dagli occhi gialli, veniva dal luogo in cui si uniscono cento fiumi, odorava di bosco e non guardava mai direttamente il cielo, perché era cresciuto sotto la cupola degli alberi e la luce gli sembrava indecorosa. Consuelo, mia madre, aveva trascorso l’infanzia in una regione incantata, dove per secoli gli avventurieri hanno cercato la città di oro puro vista dai conquistatori spagnoli allorché si affacciarono sugli abissi della loro ambizione. Quel paesaggio aveva lasciato in lei una traccia che in qualche modo riuscì a trasmettermi.
Isabel Allende, “Eva Luna”, 1987


Negava le proprie emozioni e per questo ne veniva travolto alla prima negligenza.
Non ammetteva neppure il richiamo dei sensi e tentava di controllare la parte della sua natura che propendeva per le mollezze e per il piacere. […] Tuttavia, chi lo conosceva poteva vedere che quella difesa era solo fumo che un soffio faceva svanire. Procedeva nella vita a sentimenti nudi, incespicando nel suo orgoglio e cadendo per poi rimettersi insieme.
Isabel Allende, “Eva Luna”, 1987


Pensai che finché avessimo potuto tacere era come se nulla fosse accaduto, quello che non viene nominato quasi non esiste, il silenzio va cancellandolo fino a farlo scomparire.
Isabel Allende, “Eva Luna”, 1987


All’avvicinarsi dei diciassette anni il mio corpo raggiunse l’altezza definitiva e il mio viso prese l’espressione che mi avrebbe accompagnata fino a oggi. Allora smisi di scrutarmi nello specchio per paragonarmi con le donne perfette del cinema e delle riviste e decisi che ero bella per il semplice motivo che avevo voglia di esserlo.
Isabel Allende, “Eva Luna”, 1987


Certe volte sentivo che quell’universo costruito col potere dell’immaginazione aveva contorni più saldi e durevoli della regione confusa dove si muovevano gli individui in carne e ossa che mi circondavano.
Isabel Allende, “Eva Luna”, 1987


E continuammo ad amarci per un ragionevole lasso di tempo,
finchè l’amore non si logorò e si disfece in brandelli.
Isabel Allende, Eva Luna



Ricordai il pomeriggio lontano in cui ci eravamo conosciuti, due ragazzini smarriti, in una piazza.
Già allora lui si considerava un maschio da capo a piedi, capace di orientare il proprio destino, mentre sosteneva che io ero in svantaggio essendo nata donna e che dovevo accettare tutele e limiti. Ai suoi occhi, io sarei sempre stata una creatura dipendente. Huberto la pensava così da quando aveva l’uso della ragione, era improbabile che la rivoluzione cambiasse quei sentimenti. […] Per Naranjo e per altri come lui, il popolo sembrava fatto solo di uomini; noi donne dovevamo contribuire alla lotta, ma eravamo escluse dalle decisioni e dal potere. In sostanza, la sua rivoluzione non avrebbe mutato la mia sorte, in qualsiasi circostanza io avrei dovuto continuare a farmi strada da sola fino all’ultimo dei miei giorni.
Isabel Allende, “Eva Luna”, 1987


Sapeva per esperienza che tutto lasciava una traccia in lui, che nella sua memoria ogni evento proiettava una macchia e talvolta impiegava molto tempo prima di rendersi conto che un episodio l’aveva segnato profondamente, come se il ricordo si fosse raggelato da qualche parte e d’improvviso, per qualche meccanismo di associazione gli comparisse dinnanzi agli occhi con intensità intollerabile.
Sospettavo che la fine sarebbe sopraggiunta solo con la mia stessa morte e mi sedusse l’idea di essere anch’io un personaggio della storia e di avere il potere di stabilire la mia fine o di inventarmi una vita.
Forse la fortuna fece sì che ci trovassimo fra le mani un amore eccezionale e io non avessi più bisogno di inventarlo, ma solo di vestirlo a festa perché durasse nella memoria, secondo il principio che è possibile costruire la realtà a misura dei nostri desideri.
Isabel Allende, “Eva Luna”, 1987


Sospettavo che nulla esistesse davvero, che la realtà fosse una materia gelatinosa che i miei sensi capivano a metà. Non c’erano prove che tutti la percepissero alla stessa maniera. Forse Zulema, Riad Halabì e gli altri avevano un’impressione diversa delle cose, forse non vedevano gli stessi colori, né udivano gli stessi suoni. Se così fosse stato, ognuno viveva in assoluta solitudine.
Isabel Allende, Eva Luna


[...] Il Professore viveva una giornata come tutte le altre, senza neppure accorgersi che era Natale. L'osso fatidico era nascosto nell'impasto e mia madre non se ne accorse finché non le si piantò in gola. Di lì a qualche ora cominciò a sputare sangue e tre giorni dopo si spense silenziosamente, come aveva vissuto, io le stavo accanto e non ho dimenticato quel momento, perché da allora ho dovuto affinare molto le mie capacità percettive per non smarrirla fra le ombre inappellabili dove vanno a finire gli spiriti diffusi. Per non spaventarmi, morì senza paura.
Forse la scheggia di pollo le aveva lacerato qualcosa di fondamentale e l'aveva dissanguata, non so. Sentendo che la vita l'abbandonava, si rinchiuse con me nella nostra stanza del cortile, perché rimanessimo insieme sino alla fine. Lentamente, per non affrettare la morte, si lavò con acqua e sapone per liberarsi dell'odore di muschio che cominciava a infastidirla, si pettinò la lunga treccia, indossò una sottana bianca che aveva cucito nelle ore della siesta e si adagiò sullo stesso pagliericcio dove mi aveva concepita insieme a un indiano avvelenato. Sebbene non capissi in quel momento il significato di tutta la cerimonia, la osservai con tale attenzione, da ricordarne ancora ogni gesto.
La morte non esiste, figlia. La gente muore solo quando viene dimenticata. – mi spiegò mia madre poco prima di andarsene. – Se saprai ricordarmi, sarò sempre con te. – Mi ricorderò di te – le promisi. (...) Poi mi prese una mano e con gli occhi mi disse quanto mi amava, finché il suo sguardo non divenne nebbia e la vita uscì da lei senza amore.
- Mi ricorderò di te - le promisi.
- Adesso, va' a chiamare la tua Madrina.
Andai a cercare la cuoca, quella mulatta grande e grossa che mi aveva aiutata a nascere e, a tempo debito, mi aveva portata al fonte battesimale.
- Bada alla mia bambina, comare. Te l'affido - disse mia madre asciugandosi discretamente il filo di sangue che le scorreva giù per il mento. Poi mi prese una mano e con gli occhi mi disse quanto mi amava, finché il suo sguardo non divenne di nebbia e la vita uscì da lei senza rumore. Per qualche istante sembrò che qualcosa di traslucido galleggiasse nell'aria immobile della stanza, illuminandola con un chiarore azzurro e profumandola con un soffio di muschio odoroso, ma ben presto tutto ridivenne normale, l'aria solo aria, la luce di nuovo gialla, l'odore ancora il solito odore di tutti i giorni. Le presi il viso fra le mani e lo scossi chiamandola mamma, mamma, sopraffatta da quel nuovo silenzio che si era instaurato fra noi.
- Tutti muoiono, bisogna rassegnarsi - disse la mia Madrina, e con tre sforbiciate le tagliò i capelli che pensava di vendere a un negozio di parrucche. Spostiamola di qui prima che il padrone la scopra e mi ordini di portarla nel laboratorio.
Raccolsi quella lunga treccia, me l'arrotolai intorno al collo e mi rannicchiai in un angolo con la testa fra le ginocchia, senza lacrime, perché non capivo ancora la gravità di quella perdita. Rimasi così per ore, forse tutta la notte, finché non entrarono due uomini, che avvolsero il corpo nell'unica coperta del letto e lo portarono via senza una parola. Allora un vuoto spietato riempì tutto lo spazio intorno a me.
Quando il modesto carro funebre se ne fu andato, la Madrina venne a cercarmi. Dovette accendere un fiammifero per vedermi, in quanto la stanza era al buio; la lampadina al soffitto si era bruciata e la luce dell'alba sembrava essersi fermata sulla soglia della stanza. Mi trovò accucciata, un fagottino lì per terra, e mi chiamò due volte con nome e cognome, per riportarmi alla realtà. Eva Luna, Eva Luna. Alla fiammella esitante vidi i suoi grossi piedi dentro le pantofole e scorsi il suo sguardo umido. Mi sorrise nell'istante in cui si spegneva la luce incerta del fiammifero; poi sentii che si chinava nell'oscurità, mi prendeva fra le braccia robuste, mi stringeva al seno e cominciava a cullarmi, ninnandomi con un dolce lamento africano, perché mi addormentassi.
- Se tu fossi un ragazzo, andresti a scuola e poi a studiare da avvocato per assicurare il pane della mia vecchiaia. Gli azzeccagarbugli sono quelli che guadagnano di più, sanno complicare le cose. Nel torbido, c'è sempre buona pesca per loro - diceva la Madrina. [...]
La Madrina aveva il cervello un po' annebbiato per via del rum.
Credeva ai santi cattolici, ad altri di origine africana e a parecchi altri ancora di sua invenzione.
Nella sua camera aveva costruito un piccolo altare, su cui si allineavano, accanto all'acqua benedetta, i feticci del vudù, la fotografia del padre defunto e un busto che lei credeva di san Cristoforo, ma che poi io scoprii essere di Beethoven, pur guardandomi dal correggere il suo errore, visto che era il più miracoloso dell'altare. Si rivolgeva alle sue divinità in tono confidenziale e altero, chiedendo loro favori di scarsa consistenza, e in seguito, quando ebbe preso dimestichezza col telefono, le chiamava in cielo, interpretando il ronzio dell'apparecchio come la risposta dei suoi divini interlocutori. In tal modo riceveva istruzioni dalla corte celeste, anche per le faccende più banali. Era devota a san Benito, un biondo bello e festaiolo, che le donne non lasciavano in pace, il quale si era buttato nel fumo di un braciere finendo bruciato come un ciocco di legna e solo allora era riuscito ad adorare Dio e a compiere tranquillo i suoi prodigi, senza quella sfilza di lussuriose appiccicate alla tunica. Lei lo pregava affinché alleviasse le sue sbronze. Era esperta in tormenti e in morti orrende, conosceva la fine di ogni martire e di ogni vergine che figuravano nel libro delle vite dei santi cattolici ed era sempre pronta a raccontarmele. Io l'ascoltavo con morboso terrore e ogni volta sollecitavo nuovi dettagli. Il supplizio di santa Lucia era il mio preferito, volevo ascoltarlo di continuo con ogni particolare; come Lucia avesse respinto l'imperatore innamorato di lei, come le avessero strappato gli occhi, se era vero che quelle pupille avevano scoccato uno sguardo pieno di luce dal vassoio d'argento dove giacevano come uova solitarie, accecando l'imperatore, mentre a lei spuntavano due splendidi occhi azzurri, assai più belli di quelli originali.
La fede della mia povera Madrina era incrollabile e nessuna successiva sventura riuscì ad abbatterla. Poco tempo fa, quando è venuto qui il Papa, ho ottenuto l'autorizzazione di farla uscire dall'ospedale, perché sarebbe stato un peccato che perdesse lo spettacolo del Pontefice con l'abito bianco e la croce d'oro, che predicava il suo credo indimostrabile, in perfetto spagnolo o in dialetto degli indiani, secondo la circostanza. Vedendolo avanzare nel suo acquario di vetro blindato lungo le vie ridipinte di fresco, tra fiori, evviva, bandiere e guardaspalle, la Madrina, ormai molto vecchia, era caduta in ginocchio, convinta che il Profeta Elia avesse iniziato un giro turìstico. Ho temuto che la ressa la schiacciasse e ho tentato di portarla via di lì, ma lei non si è mossa finché non le ho comprato un capello del Papa come reliquia. In quei giorni molta gente è diventata buona, taluni hanno promesso di condonare i debiti e di non parlare più della lotta di classe o degli anticoncezionali per non dare motivi di tristezza al Santo Padre, ma la verità è che io non mi sono entusiasmata per l'insigne visitatore, perché non avevo un buon ricordo della religione. Una domenica della mia infanzia, la Madrina mi portò in parrocchia e mi fece inginocchiare in una cabina di legno munita di tendine, io avevo le dita goffe e non riuscivo a incrociarle come mi aveva insegnato. Attraverso una reticella mi giunse un alito forte, dimmi i tuoi peccati, mi venne ordinato, e io, improvvisamente, dimenticai tutti quelli che avevo inventato [...]

Quel vecchietto con la barba d'argento era il mio bambolotto.
Un giorno lo sentii dire al pastore che per lui io ero più importante di tutti i successi scientifici che aveva ottenuto fino ad allora.  [...]
- Lo scriva nel mio testamento, pastore.
Desidero che questa bambina sia la mia erede universale. Sarà tutto suo quando io morirò - riuscì a dire farfugliando al religioso che andava a trovarlo quasi tutti i giorni, guastandogli il piacere della morte con minacce di eternità. [...] Il pastore arrivò all'imbrunire e si occupò di tutte le formalità. Spedire il corpo al paese di origine era poco pratico, soprattutto se non c'era nessuno interessato a riceverlo, sicché ignorò le istruzioni e lo fece seppellire senza grandi cerimonie. Solo noi domestici presenziammo a quel triste funerale, perché il prestigio del Professor Jones si era stemperato, superato dai nuovi progressi della scienza, e nessuno si prese la briga di accompagnarlo al cimitero, anche se la notizia era stata pubblicata sul giornale. Dopo tanti anni di clausura, pochi si ricordavano di lui e se qualche studente di medicina lo nominava, lo faceva per burlarsi delle capocciate destinate a stimolare l'intelligenza, degli insetti per combattere il cancro e del liquido per conservare i cadaveri.
Con la scomparsa del padrone, il mondo dove avevo vissuto si sfasciò.
Il pastore fece l'inventario dei beni e ne dispose, applicando il criterio secondo cui il saggio aveva smarrito la ragione negli ultimi tempi e non era in grado di prendere decisioni. Tutto finì nella sua chiesa, meno il puma, dal quale non volli separarmi, perché ci avevo giocato fin dalla prima infanzia e a forza di dire al malato che si trattava di un cane, avevo finito per crederci. Quando i facchini tentarono di caricarlo sul camion del trasloco, mi misi a fare le bizze in grande stile, e vedendomi urlare con la schiuma alla bocca, il sacerdote preferì cedere. Credo che l'animale non fosse di nessuna utilità per nessuno, sicché riuscii a conservarlo. Fu impossibile vendere la casa, perché nessuno volle comprarla. Era segnata dalle stigmate degli esperimenti del Professor Jones e finì nell'abbandono. Esiste ancora. Col passare degli anni è diventata la casa della paura dove i ragazzini, per dar prova di coraggio vanno a trascorrere la notte fra cigolìi di porte, corse di topi e singhiozzi di anime in pena. Le mummie del laboratorio vennero trasferite nella Facoltà di Medicina, e rimasero accantonate in una cantina per un lungo periodo, finché d'improvviso non si riaccese l'interesse per la formula segreta del dottore e tre generazioni di studenti si accanirono a strapparne pezzi da passare al vaglio di diversi macchinari, fino a ridurle a miseri colabrodi.
Il pastore licenzio i domestici e chiuse la casa.
Fu così che me ne andai dal luogo dov'ero nata, tirandomi appresso il puma per le zampe posteriori, mentre la Madrina lo trascinava per quelle anteriori.
- Ormai sei grande e non posso mantenerti. 
Adesso lavorerai, per guadagnarti la vita e diventare forte, come si deve - disse la Madrina. 
Avevo sette anni. [...]

Elvira mi aveva avvertita con indiscutibile chiarezza che gli uomini hanno fra le gambe un mostro brutto come una radice di yucca, da dove escono bambini in miniatura che si infilano nella pancia delle donne e lì si sviluppano. Non dovevo toccare quelle parti per nessun motivo, perché l'animale addormentato avrebbe sollevato la sua orribile testa, mi sarebbe balzato addosso e il risultato sarebbe stato una catastrofe; ma io non le credevo, mi sembrava una delle sue tante divagazioni stravaganti. Il padrone aveva solo un lombrico grasso e squallido, sempre vizzo, da cui non era mai uscito nulla di simile a un bebé, almeno in mia presenza. Assomigliava al suo polposo naso e scoprii allora - e lo constatai in seguito nella vita - lo stretto rapporto fra il pene e il naso. Mi basta osservare la faccia di un uomo per sapere come sarà da nudo. Nasi lunghi o corti, sottili o grossi, alteri o umili, nasi avidi, fiutanti, presuntuosi o nasi indifferenti che si possono solo soffiare, nasi di tutti i tipi. Con l'età quasi tutti ingrossano, diventano flaccidi, bulbosi e perdono la superbia dei peni ben piantati.  [...]



Isabel Allende, “Eva Luna”, 1987
https://books.google.it/books?id=7r6DntE-eQkC&pg=PA6&lpg=PA6&dq=Isabel+Allende,+%E2%80%9CEva+Luna%E2%80%9D,+1987&source=bl&ots=KNU9kEdDI8&sig=fjEIKyZ-RiCqp2Dv8uKxGJB1EXY&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjk7LmLrPvPAhXMCMAKHWs-ALAQ6AEIWjAO#v=onepage&q=Isabel%20Allende%2C%20%E2%80%9CEva%20Luna%E2%80%9D%2C%201987&f=false


La scrittura per me è un tentativo disperato di preservare la memoria. I ricordi, nel tempo, strappano dentro di noi l'abito della nostra personalità, e rischiamo di rimanere laceri, scoperti. Così scrivere mi consente di rimanere integra e di non perdere pezzi lungo il cammino.
Isabel Allende


Non esistono verità assolute, tutto passa attraverso il filtro di chi osserva. La memoria è labile e capricciosa, ognuno ricorda e dimentica a suo piacimento. Il passato è un quaderno dai molti fogli, su cui registriamo la vita con un inchiostro che cambia a seconda dello stato d’animo
Isabel Allende



Ognuno sceglie la tonalità con cui raccontare la propria storia; a me piacerebbe la chiarezza durevole di una stampa su platino, ma niente nel mio destino possiede tale luminoso requisito. Vivo tra gradazioni sfumate, velati misteri, incertezze; la tonalità con cui raccontare la mia vita si accorda meglio a quella di un ritratto in seppia…
Isabel Allende

Adesso, che ho superato già tanti dolori e posso leggere il mio destino come una mappa piena di errori, quando non sento nessuna compassione di me stessa e posso passare in rassegna la mia esistenza senza sentimentalismi, perché ho trovato una relativa pace, lamento soltanto la perdita dell'innocenza. Mi manca l'idealismo della gioventù, del tempo in cui esisteva ancora per me una chiara linea divisoria tra il bene e il male e credevo che fosse possibile agire sempre in accordo con princìpi inamovibili.
Isabel Allende. Il piano infinito




I migliori afrodisiaci per le donne sono le parole, il punto G è nelle orecchie
Isabel Allende


Gli afrodisiaci sono il ponte tra gola e lussuria. In un mondo perfetto qualsiasi alimento naturale, sano, fresco, di bell’aspetto, leggero e saporito, caratteristiche che si cercano in un partner, sarebbe afrodisiaco, ma la realtà è ben più complessa.
Isabel Allende


Più profonda era la ferita più privato era il dolore
Isabel Allende

È inutile ricoprire le ferite psicologiche,
bisogna farle respirare affinchè possano cicatrizzare
Isabel Allende



Incipit.
Ascolta, Paula, ti voglio raccontare una storia, così quando ti sveglierai non ti sentirai tanto sperduta.La leggenda familiare inizia i primi anni del secolo scorso, quando un robusto marinaio basco sbarcò sulle coste cilene con la testa piena di progetti di grandezza e protetto dal reliquiario di sua madre appeso al collo; ma perché risalire così indietro, basta dire che la sua discendenza fu una stirpe di donne impetuose e di uomini dalle braccia forti per il lavoro e dal cuore sentimentale. Alcuni, dal carattere irascibile, morirono sputando schiuma dalla bocca, ma forse la causa non fu la rabbia, come vollero le malelingue, ma qualche pestilenza locale.



In Cile siamo condizionati dalla presenza eterna delle montagne, che ci separano dal resto del continente, e dalla sensazione di precarietà, inevitabile in una regione di catastrofi geologiche e politiche. Tutto trema sotto i nostri piedi, non conosciamo sicurezza, se ci chiedono come stiamo rispondiamo niente di nuovo o tiriamo avanti; ci spostiamo da un'incertezza a un'altra, camminiamo cauti in una regione di chiaroscuri, nulla è rigoroso, non ci piacciono le opposizioni decise, preferiamo negoziare.
Isabel Allende, Paula, pagina 20


Con mia madre aveva troppi problemi, spesso mi sono chiesta cosa li tenne uniti in quel periodo, e l'unica risposta che mi viene in mente è la tenacia di una passione nata nella lontananza, alimentata da lettere romantiche e rafforzata da una vera montagna di inconvenienti.
Isabel Allende, Paula, pagina 67


Il dolore è inevitabile nel corso di questa vita, ma dicono che quasi sempre è tollerabile se non gli si oppone resistenza e non si aggiungono paura e angoscia.
Isabel Allende, Paula, pagina 187



"Dov'era Paula prima di entrare nel mondo attraverso di me?  
Dove andrà quando morirà?"
Isabel Allende, Paula



In quell'istante si è capito che mia figlia tornava nel mio grembo, e che sarei stata io sola ad assumere la responsabilità della sua vita e a prendere le decisioni nel momento della sua morte.
Isabel Allende, Paula, pagina 231


"Com'è semplice la vita, in fin dei conti…… rinunciai a poco a poco a tutto, prima mi sono separata dalla sua intelligenza, poi dalla sua vitalità e compagnia, infine è arrivato il momento del suo corpo. Ho perso tutto e lei se n' è andata via, ma in realtà mi è rimasto l' essenziale:
l'amore…..una splendida lucidità mi permise di vivere pienamente quelle ore con l' intuizione desta e i cinque sensi e altri di cui ignoravo l'esistenza all'erta…..la sua pelle di seta, le sue ossa di cristallo, le ombre delle sue ciglia che si addormentano per sempre….lavai il suo corpo con una spugna, la profumai con acqua di colonia e la vestii con indumenti pesanti perché non avesse freddo….era diventata d'opale, bianca, trasparente, così fredda…..il freddo della morte viene dalle viscere come un falò di neve che brucia dentro….baciandola il gelo mi resta sulle labbra….riuniti intorno al letto vedemmo vecchie fotografie…ciascuno di noi prese congedo da lei e pregò alla sua maniera….man mano che passavano le ore qualcosa di solenne e di sacro pervase l' ambiente come succede per una nuova nascita….questi due momenti si somigliano molto, la nascita e la morte sono fatte della stessa materia….l' aria divenne sempre più tranquilla, ci muovevamo con lentezza per non alterare la calma dei nostri cuori, ci sentivamo colmati del suo spirito come se fossimo una cosa sola….non c' è stata separazione tra noi perché la vita e la morte si sono unite….."
Isabel Allende, Paula



Silenzio prima di nascere, silenzio dopo la morte, la vita è puro rumore tra due insondabili silenzi.
Isabel Allende, Paula, Pagina 229


C'è un momento in cui il viaggio iniziato non può essere interrotto, corriamo verso una frontiera, passiamo attraverso una porta misteriosa e ci svegliamo dall'altra parte, in un'altra vita. Il bambino entra nel mondo e la madre in un altro stato di coscienza, nessuno dei due è più lo stesso.
Isabel Allende, Paula, pagina 228



Lei è l'amore più lungo della mia vita, che è iniziato il giorno della gestazione e dura già da mezzo secolo, per giunta è l'unico realmente incondizionato, né i figli, né i più ardenti amanti amano così.
Isabel Allende, Paula


Mia madre chiedeva alla Madonna che avvolgesse Paula nel suo manto e la proteggesse dal dolore e dall'angoscia, che se pensava di portarsela via almeno non la facesse soffrire oltre.
Isabel Allende, Paula


Non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo.
Isabel Allende, Paula

Mia nonna scriveva sui quaderni per salvare frammenti evasivi dei giorni e beffare la cattiva memoria. Io tento di distrarre la morte.
Isabel Allende, Paula


Ora sono costretta a rimanere ferma e silenziosa; per quanto corra non arrivo da nessuna parte, se grido nessuno mi sente...ho passato tutta la vita a remare contro corrente; sono stanca, voglio girarmi, abbandonare i remi e lasciare che la corrente mi trasporti dolcemente fino al mare...
Isabel Allende, Paula


Così è la mia vita, un affresco molteplice e variabile che solo io posso decifrare e che mi appartiene come un segreto. La mente seleziona, esagera, tradisce, gli avvenimenti sfumano, le persone si dimenticano e alla fine rimane solo il percorso dell'anima, quei rari momenti di rivelazione dello spirito. Non interessa ciò che mi è accaduto, ma le cicatrici che mi segnano e mi distinguono. Il mio passato ha poco senso, non vedo ordine, chiarezza, propositi né cammini, solo un viaggio alla cieca, guidata dall'istinto e da eventi incontrollabili che deviarono il corso del mio destino. Non ci fu calcolo, solo buoni propositi e il vago sospetto che esista un disegno superiore che determina i miei passi. Finora non ho condiviso il mio passato, è il mio ultimo giardino, su cui non si è affacciato neppure l'amante più intruso. Prendilo, Paula, forse ti servirà a qualcosa, perché credo che il tuo non esista più, si è perso in questo lungo sonno e non si può vivere senza ricordi.
Isabel Allende, Paula



Di notte la casa si scuote, geme e sbadiglia, penso che vaghino per le stanze i ricordi dei suoi abitanti, i personaggi che fuggono dai libri e dai sogni, il soave fantasma della vecchia padrona e l'anima di Paula, che ogni tanto si libera dai dolorosi legami del suo corpo. Le case hanno bisogno di nascite e morti per tramutarsi in focolari.
Isabel Allende, Paula



In questi mesi mi sono svuotata, mi si è esaurita l'ispirazione, ma è anche possibile che le storie siano creature con una vita propria che esistono nelle ombre di una misteriosa dimensione, e in questo caso sarà solo questione di aprirmi nuovamente affinché entrino in me, si organizzino a loro capriccio ed escano trasformante in parole.
Isabel Allende, Paula


Nella camera da letto di mio zio c'erano scaffali di libri dal pavimento al soffitto, e al centro una branda da anacoreta su cui passava gran parte della notte a leggere. Mi aveva convinto che al buio i personaggi lasciano le pagine e vagano per la casa; io nascondevo la testa sotto le lenzuola per paura del diavolo negli specchi e di quella folla di personaggi che peregrinavano per le stanze rivivendo le loro avventure e passioni: pirati, cortigiane, banditi, streghe e donzelle. Alle otto e mezza dovevo spegnere la luce e dormire, ma zio Pablo mi regalò una lanterna per leggere sotto le lenzuola; da allora ho una perversa inclinazione alla lettura segreta.
Isabel Allende, Paula, pagina 36




Explicit
Paula mi indicò il torrente, vidi rose fresche sparse sulla riva e una polvere bianca di ossa calcinate sul fondo e sentii la musica di migliaia di voci sussurrare tra gli alberi. Sentii che mi stavo immergendo in quell'acqua fresca e seppi che il viaggio attraverso il dolore finiva in un vuoto assoluto. Sciogliendomi ebbi la rivelazione che quel vuoto è pieno di tutto ciò che contiene l'universo. È nulla e tutto nello stesso tempo. Luce sacramentale e oscurità insondabile. Sono il vuoto, sono tutto ciò che esiste, sono in ogni foglia del bosco, in ogni goccia di rugiada, in ogni particella di cenere che l'acqua trascina via, sono Paula e sono anche me stessa, sono nulla e tutto il resto in questa vita e in altre vite, immortale.
Isabel Allende, Paula, pagina 324



Allora capimmo che per lui il tempo si era congelato, e non sapeva ancora che sua moglie era morta. Avrebbe continuato a ignorarlo per il resto della sua vita. Assistette al funerale distrattamente, come se si trattasse di seppellire un parente lontano, e a partire da quel momento si chiuse nei suoi ricordi; gli calò davanti agli occhi un sipario di follia senile e non prese più contatto con la realtà. L'unica donna che avesse mai amato gli rimase al fianco giovane e allegra, dimenticò di aver lasciato il Cile e perso tutti i suoi beni. Durante i dieci anni seguenti, fino a quando morì ridotto alle dimensioni di un bambino in un ricovero per anziani dementi, rimase convinto di trovarsi nella sua casa davanti al campo da golf, che la Granny fosse in cucina a cuocere torta di ciliegie e che quella notte avrebbero dormito insieme, come ogni notte per quarantasette anni.
Isabel Allende, Paula


Ci addormentavamo vicini vicini, senza che ci importi dove inizia uno e finiva l'altro, né di chi sono queste mani o questi piedi, in una complicità così perfetta che ci incontravamo nei sogni e il giorno dopo non sapevamo chi aveva sognato chi e quando uno si muove tra le lenzuola l'altro si accomoda negli angoli e nelle curve e quando uno sospira sospira anche l'altro e quando uno si sveglia si sveglia anche l'altro.
Isabel Allende, Paula



Quest'uomo ha la sua vita nelle sue mani e io non ho fiducia di lui, passa come una corrente d'aria, distratto e frettoloso, dandomi noiose spiegazioni... Sembra più interessato a imbastire le statistiche del suo computer e le formule del suo laboratorio che al tuo corpo crocefisso su questo letto.
Isabel Allende, Paula, pagina 15


Mi assunsi sempre la colpa totale del fallimento di quell'amore: io non riuscivo ad amarlo come lui apparentemente amava me. Non mi chiedevo se quell'uomo meritasse più dedizione, mi chiedevo solo perché io non potevo dargliela.
Isabel Allende, Paula



Presto ci passò ogni paura e finimmo tutti arrampicati sugli alberi a divorare albicocche, sbavando sugo, strappandole a manate dai rami per metterle nella borsa. Le assaggiavamo con un morso e se non ci sembravano abbastanza dolci le buttavamo e ne prendevamo altre, ci lanciavamo le albicocche mature che ci scoppiavano addosso in una vera orgia di frutta e di risate. Mangiammo a sazietà e dopo esserci congedati dai dementi con baci e abbracci prendemmo la via del ritorno sulla vecchia Ford con la borsona stracolma, da cui continuammo ad attingere finché non ci vinsero i dolori di pancia. Quel giorno ebbi coscienza per la prima volta che la vita può essere generosa. […] Nei momenti più duri della mia vita, quando mi sembrava che si chiudessero tutte le porte, il sapore di quelle albicocche mi torna in bocca per consolarmi con l'idea che l'abbondanza è a portata di mano, se la si sa cercare.
Isabel Allende, Paula



Aveva tanta paura perché sapeva più di quanto confessava, o perché i suoi ottant'anni di esperienza gli avevano insegnato le infinite possibilità della malvagità umana. Per me fu una sorpresa scoprire che il mondo è violento e predatorio, governato dall'impacabile legge del più forte. La selezione della specie non è servita a far fiorire l'intelligenza o a far evolvere lo spirito, alla prima occasione ci dilaniamo l'un l'altro come topi prigionieri in una gabbia troppo stretta.
Isabel Allende, Paula. Pagina 229


Sentii che mi stavo immergendo in quell'acqua fresca e seppi che il viaggio attraverso il dolore finiva in un vuoto assoluto. Sciogliendomi ebbi la rivelazione che quel vuoto è pieno di tutto ciò che contiene l'universo. È nulla e tutto nello stesso tempo. Luce sacramentale e oscurità insondabile. Sono il vuoto, sono tutto ciò che esiste, sono in ogni foglia del bosco, in ogni goccia di rugiada, in ogni particella di cenere che l'acqua trascina via, sono Paula e sono anche me stessa, sono nulla e tutto il resto in questa vita e in altre vite, immortale.
Isabel Allende, Paula


Ora sono costretta a rimanere ferma e silenziosa; per quanto corra non arrivo da nessuna parte, se grido nessuno mi sente. Ho passato tutta la vita a remare contro corrente; sono stanca, voglio girarmi, abbandonare i remi e lasciare che la corrente mi trasporti dolcemente fino al mare.
Isabel Allende, Paula



Quando avevo otto anni persi mio nonno, preoccupandomi di non avergli mai dimostrato quanto tenessi a lui quando ormai era troppo tardi. Al funerale non versai neanche una lacrima, trattenni tanto da sentire dolore alla gola. Ieri, leggendo un libro in cui alla protagonista succede lo stesso, ho pianto come non ho mai fatto. Ho buttato fuori tutte le lacrime che avevo dentro da quasi dieci anni.
Isabel Allende, Il quaderno di Maya



Come mi spiegava, veniamo al mondo con in mano certe carte e facciamo il nostro gioco; con carte simili c'è chi può sprofondare e chi riesce a superare se stesso. “È la legge della compensazione, Maya. Se il tuo destino è di nascere cieca, non sei obbligata a sederti sotto il metrò a suonare il flauto; puoi sviluppare l'olfatto e diventare sommelier.
Isabel Allende, Il quaderno di Maya



Appena conobbi Daniel, cercai di fargli una buona impressione, di cancellare il mio passato e di cominciare di nuovo su una pagina bianca, di inventare una versione migliore di me stessa, ma nell'intimità dell'amore condiviso capii che ciò non era possibile, né opportuno. La persona che sono ora è il risultato delle mie esperienze precedenti, compresi gli errori più estremi. Confessarmi con lui è stata un'esperienza positiva; mi ha permesso di verificare che è vero ciò che sostiene Mike O'Kelly, che i demoni perdono il loro potere quando li tiriamo fuori dalle profondità in cui si nascondono e li guardiamo in faccia in piena luce, ma ora non so se ho fatto bene.
Isabel Allende, “Il quaderno di Maya”


«Le ha sempre dato fastidio l’artificio del finale felice nelle favole.
È convinta che nella vita non ci siano finali, ma confini.
Si gironzola di qua e di là, s’inciampa … ci si perde».
Isabel Allende, “Il quaderno di Maya”


Dalla stessa apertura da cui entra l’amore, s’intrufola la paura. 
Quel che ti voglio dire è che se sarai in grado di amare molto, soffrirai anche molto.
Isabel Allende, “Il quaderno di Maya”


È inutile ricoprire di terra le ferite psicologiche, 
bisogna farle respirare affinché possano cicatrizzare.
Isabel Allende, Il quaderno di Maya


Per evitare problemi era molto importante sembrare normale, anche se la definizione di normalità era fluttuante. Se mangiavo troppo soffrivo di ansia, se mangiavo poco ero anoressica; se preferivo la solitudine ero depressa, ma qualsiasi amicizia sollevava sospetti; se non partecipavo a un’attività la stavo sabotando, e se partecipavo molto volevo richiamare l’attenzione.
Isabel Allende, Il quaderno di Maya


Passa per tonto perché parla il minimo indispensabile, ma è molto sveglio: 
si è reso conto in fretta che a nessuno importa quello che dicono gli altri, 
e per questo non dice niente.
Isabel Allende, Il quaderno di Maya 


Mi risulta complicato scrivere della mia vita, perché non distinguo tra i ricordi e ciò che è frutto della mia immaginazione; la pura verità può risultare tediosa e per questa ragione, senza rendermene conto, la modifico o la enfatizzo, anche se mi sono riproposta di correggere questo difetto e di mentire il meno possibile in futuro.
Isabel Allende, Il quaderno di Maya



Ora sono costretta a rimanere ferma e silenziosa; per quanto corra non arrivo da nessuna parte, se grido nessuno mi sente. Ho passato tutta la vita a remare contro corrente; sono stanca, voglio girarmi, abbandonare i remi e lasciare che la corrente mi trasporti dolcemente fino al mare.
Isabel Allende


Isabel Allende, Eva Luna racconta.
II re ordinò al suo visir che ogni none gli portasse una vergine, e quando la notte era trascorsa dava ordine che la uccidessero. Così fece per tre anni, e in città non v'era più donzella alcuna che potesse servire per gli assalti di quel cavalcatore. Ma il visir aveva una figlia di grande bellezza chiamata Sheherazade... che era molto eloquente ed era un piacere ascoltarla.
{Le mille e una notte)


"Raccontami una storia," ti dico. "Che storia vuoi?"
"Raccontami una storia che non hai mai raccontato a nessuno."
Rolf Carfè [...]

Prima che iniziasse il madornale bordello del progresso, chi aveva qualche risparmio lo seppelliva, era l'unica maniera nota di metter via il denaro; ma più tardi la gente prese confidenza con le banche. Quando fecero la strada e diventò più facile arrivare in città con l'autobus, cambiarono le monete d'oro e d'argento con pezzi di carta colorata e li misero in casseforti, come fossero tesori. Tomàs Vargas rideva di loro, perché non aveva mai creduto in quel sistema. Il tempo gli diede ragione, e quando finì il governo del Benefattore - che durò una trentina d'anni, a quanto si dice - le banconote non valevano più niente e alcune finirono appiccicate alle pareti, come decorazione e infame ricordo del candore dei loro proprietari. Mentre tutti gli altri scrivevano lettere al nuovo Presidente e ai giornali per lamentarsi della truffa collettiva delle nuove monete, Tomàs Vargas teneva il suo malloppo d'oro in una sepoltura sicura, anche se questo non attenuava le sue abitudini d'avaro e accattone. Era un uomo senza decenza, chiedeva denaro in prestito senza l'intenzione di restituirlo, e teneva i figli affamati e la moglie in cenci, mentre lui portava cappelli di pelo e fumava sigari da signore. Non pagava neanche la quota della scuola, i suoi sei figli legittimi furono educati gratis perché la Maestra Inés decise che finché lei fosse stata sana di
Isabel Allende, Eva Luna racconta.









Jules Renard, l'autore "Pel di carota" ed amico di un altro grande scrittore, Rostand, l'autore del Cyrano de Bergerac, va a dare l'ultimo saluto all'amico prima che ne chiudessero la bara, poi lascia il palazzo ma uscendo vede con la coda dell'occhio il tavolino con il libro dove i visitatori mettevano come s'usa le loro firme; allora con uno scatto torna indietro, prende la penna e scrive di getto: "l'uomo è un albero che va a fiorire lontano", dove la "lontananza" non vuol dire una misura di spazio ma di tempo: l'impronta che qualcuno lascia durante la sua traversata e che continuerà a crescere anche dopo la sua scomparsa, giorno dopo giorno, tanto in altezza come in profondità”. (cit.)




La vita continua a propagarsi a mezzo del ricordo. Ma il ricordo è tanto spesso dolorosamente insufficiente ed a volte fa più male del vuoto stesso. La verità è che la morte esiste e cambia irrimediabilmente la vita di chi resta




E' pero' un ricordo a corto raggio! Il ricordo tende a sfumare con il divario tra le generazioni o scomparire del tutto. La continuità della tradizione storica della famiglia è l'unico modo per non dimenticare, ma tutto sta cambiando!!



più profonda è la ferita, più scava nell'intimo e meno si ha voglia di farlo vedere agli altri...






Mi è venuto in mente il libro ...la casa degli spiriti.... di Isabel Allende ... quando decide di non parlare più al marito dopo aver ricevuto uno schiaffo datole con ingiusta prepotenza e rabbia ...





certi libri, pochi, forse un paio dei tanti che ho letto, ho provato il desiderio di leggerli all'incontrario. Istinto, non so! Forse la voglia inconsapevole di ripercorrere la mia stessa vita a ritroso, per cercare di recuperare pezzi troppo minuziosamente infranti...forse la possibilità di regalarmi momenti che avrei assolutamente voluto cancellare e nel frattempo avere ancora la possibilità di un andare indietro nel tempo, per recuperarne di migliori, i miei momenti migliori, che non sono mai appartenuti solo a me, ma sempre anche a qualcun altro o altra. A ritroso nel tempo della vita, ti lascia più speranza che nell'avanzarla, delle volte. Tutte le volte che ne resti delusa, tutte le maledette volte che non vorresti nemmeno averla avuta e tutte le altre fantastiche, meravigliose volte che l'hai amata al punto da sfiorarne il vero, autentico senso.



Elenco blog personale