mercoledì 1 agosto 2012

Gesualdo Bufalino. Vi sono suicidi invisibili. Si rimane in vita per pura diplomazia, si beve, si mangia, si cammina. Gli altri ci cascano sempre, ma noi sappiamo, con un riso interno, che si sbagliano, che siamo morti

L'amore spesso è soltanto un prestito con cauzione.. [...]
Resta dubbio, dopo tanto discorrere,
se le donne preferiscano essere prese, comprese o sorprese..
Gesualdo Bufalino nasceva il 15 novembre 1920..


"Non il sonno,ma l'insonnia della ragione genera mostri.."



Gira, rigira, da Talete in poi la filosofia pesta l'acqua nel mortaio
Bufalino, Gesualdo, Il malpensante, Bompiani, Milano, 2004, p. 35


Colma di troppi ricordi, rimorsi, libri, viste, visioni, ormai la mia vita è una valigia che non si chiude. Qualcuno mi dà una mano?
Gesualdo Bufalino


"Miliardi sono i viventi, non so quanti, uno più uno meno... Ma oggi a mezzogiorno in punto mi attraversa la mente un abbagliamento: la fisica percezione di loro, gli altri, tutti quanti, bambini, adulti, vecchi, che in questo momento o nascono o muoiono o pensano. Ecco, più di altri conclamati infiniti, mi spaventa questo brulichio e brusio di coscienze, per un istante mi pare di ascoltarlo come la voce, belato o ruggito, di una sola sterminata, inerme, miserevole bestia pensante, vivente e morente, una macchina di umanità, una centrale di luci che pullulano nella notte, e per ognuna che se ne spegne un’altra o mille rampollano... Mai mi sono sentito così volatile e nullo"
Gesualdo Bufalino, Il malpensante, lunario dell’anno che fu


L’amore fra noi lo inventammo come in una prigione due detenuti inventano un telegrafo di segni mediante battimenti sul muro, strofette canticchiate da una finestra all’altra, messaggi sibillini scritti su rotolini di carta. Così cercammo, così trovammo l’alfabeto e la grammatica di una lingua che non c’era.”
Gesualdo Bufalino, Il malpensante.


Resta dubbio, dopo tanto discorrere, se le donne preferiscano essere prese, comprese o sorprese.
Gesualdo Bufalino, Il malpensante


Tale è la forza dell'abitudine che ci si abitua perfino a vivere.
Gesualdo Bufalino


Capita a volte di sentirsi per un minuto felici. 
Non fatevi cogliere dal panico: è questione di un attimo e passa
Gesualdo Bufalino


La felicità esiste, ne ho sentito parlare
Gesualdo Bufalino


Irresponsabile della mia nascita, ho un alibi di ferro: non c'ero.
Gesualdo Bufalino, Bluff di parole


In alternativa al suicidio, che esige qualche virtù manuale e morale di difficile uso,
ammutinarsi contro la vita.
Gesualdo Bufalino


Vi sono suicidi invisibili. Si rimane in vita per pura diplomazia, si beve, si mangia, si cammina. 
Gli altri ci cascano sempre, ma noi sappiamo, con un riso interno, che si sbagliano, che siamo morti.
Gesualdo Bufalino


Caddi in uno dei miei patetici periodi di chiusura. Spesso, con gli esseri umani, buoni e cattivi, i miei sensi semplicemente si staccano, si stancano: lascio perdere. Sono educato. Faccio segno di si. Fingo di capire, perché non voglio ferire nessuno. Questa è la debolezza che mi ha procurato più guai. Cercando di essere gentile con gli altri spesso mi ritrovo con l’anima a fettucce, ridotta ad una specie di piatto di tagliatelle spirituali. Non importa, il mio cervello si chiude. Ascolto. Rispondo. E sono troppo ottusi per rendersi conto che io non ci sono.
Charles Hank Bukowski



Stravolto da me, e dal commercio con costoro quasi corrotto, allora mi chiedo: io, chi sono? Noi, gli uomini, chi siamo? Siamo veri, siamo dipinti? Tropi di carta, simulacri increati, inesistenze parventi sul palcoscenico d’una pantomima di cenere, bolle soffiate dalla cannuccia d’un prestigiatore nemico? Se così è, niente è vero. Peggio: niente è, ogni fatto è uno zero che non può uscire da sè. Apocrifi noi tutti, ma apocrifo anche chi ci dirige o raffrena, chi ci accozza o divide: metafisici niente, noi e lui, mischiati a vanvera da un recidivo disguido; nasi di carnevale su teschi colmi di buchi e d’assenza…
Gesualdo Bufalino, Le menzogne della notte


Agli uomini accade due volte di non saper cosa dire:
all'inizio e alla fine di un amore.
Gesualdo Bufalino



“La preghiera!”- proruppi. “Il tuo covile caldo, il portone per ripararti quando cambia il vento!
Mi ripugna codesto Dio da indossare come una maglia sopra le nostre pleure di cartavelina.
A me è sempre piaciuto bagnarmi.”
Diceria dell’Untore, Gesualdo Bufalino


Che strano innamorarsi di un corpo che mangia, secerne, si svuota: denso di villi, papille, isole del Malpighi… Nomi del mio liceo di anteguerra, che mi ripetevo ora, recuperandoli al di sopra del frastuono degli anni, per servirmene a investigare la geologia di quell’umido sepolcro di carne, con la solerzia d’un generale che si curva, alla vigilia dell’invasione, su una carta di territorio nemico.
Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore.


Nell’asfissia del sentire, che a gara con l’altra del respiro ci soffocava le fauci, ogni parola grande stingeva, appariva una truffa di adulti. Anche la libertà, anche la verità.
Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore


Solo l’infelicità è degli uomini, la disperazione è di Dio.
Dio, gigantesco eufemismo.
Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore


Forse il nodo di ogni nostro destino, quello che ci perde o ci salva, sta qui, in questa vicenda del ricordare e del dimenticare. Si sa qual è sulla terra la condizione dell’uomo: bruciare una attimo e spegnersi, fiammifero tra due bui. Ma in seno a quel frettoloso bruciare, quante minori cancellature c’insidiano, quante ombre perdiamo senza tregua, come chi si dissangua. Delle quali ci facciamo stoltamente mendicanti e pescatori, senza stancarci di tirare su dal pozzo secchi e secchi di cenere nera. Frattanto s’invecchia, è la legge.
Gesualdo Bufalino, Museo d’ombre


Febbre del consumo, la chiamano, ma meriterebbe un nome più empio. Peste unta ad ogni cantone da manifesti, giornali, insegne, scritte ruvide come pugni. Peste che esala da ciminiere e crogiuoli, che stilla dai video, dagli audio, venticinque ore ogni giorno; e ci comanda, pena lo scandalo, di correre, di gridare, di vegliare, di ardere…
Gesualdo Bufalino, Museo d’ombre


Si scrive per guarire sé stessi, per sfogarsi, per lavarsi il cuore. Si scrive per dialogare anche con un lettore sconosciuto. Ritengo che nessuno senza memoria possa scrivere un libro, che l'uomo sia nessuno senza memoria. Io credo di essere un collezionista di ricordi, un seduttore di spettri. La realtà e la finzione sono due facce intercambiabili della vita e della letteratura. Ogni sguardo dello scrittore diventa visione, e viceversa: ogni visione diventa uno sguardo. In sostanza è la vita che si trasforma in sogno e il sogno che si trasforma in vita, così come avviene per la memoria. La realtà è così sfuggente ed effimera... Non esiste l'attimo in sé, ma esiste l'attimo nel momento in cui è già passato. Piuttosto che vagheggiare un futuro vaporoso ed elusivo, preferisco curvarmi sui fantasmi di ieri senza che però mi impediscano di vivere l'oggi nella sua pienezza.
Gesualdo Bufalino, io, collezionista di ricordi, seduttore di spettri, Il Messaggero, 21 febbraio 2002.



Come la teoria degli scacchi contempla un’infinità di varianti
per il Gambetto di Re o la Partita Est-Indiana, così la vita 
coniuga in ciascuno di noi le sue ipotesi senza numero, 
che solo lo scacco matto conclude. [...]
Perché gli scacchi non sono semplicemente un gioco.
Sono guerra, teatro e morte. Cioè, tutt’intera, la vita.
Gesualdo Bufalino, Shah mat, l’ultima partita di Capablanca


Gli amori non corrisposti, credetemi, sono i più comodi. Senza nessuno dei sapori di cenere e aceto che accompagnano gli effimeri unisono. Io, un pò l'avevo imparato dai libri, un pò mi faceva gioco persuadermene, per ritegno, musoneria, superbetta sufficienza di me. Sicchè, con la ragazza, mai che cercassi un buon incontro, un'intimità: «L'amo, ma lei che c'entra, la cosa riguarda me» avevo pensato a voce alta una domenica, mentre mi radevo nel bagno, e la frase m'era piaciuta, l'avevo scritta col dito sul cristallo appannato dal fiato, ripetendomela volentieri da allora, come un contravveleno che m'aiutasse a salvarmi dalle vipere della gelosia.
Gesualdo Bufalino Argo il cieco



Che cosa curiosa: sono ciechi entrambi, amore e felicità, però non stanno bene insieme. L'amore non è certo una pace, nè vale a sospendere il tempo, bensì lo accorcia e dilata. Inoltre introduce nella mente un ingombro di larve eloquenti, un cinema pubblicitario e farnetico, con una voce che grida in perpetuo: tu, tu, tu!; e un'altra che replica colpo su colpo: io, io, io... Non ha nulla da spartire, l'amore, con un'idea di felicità. Salvo quando non è ancora giunto e lo aspettiamo dietri i vetri, coltivandone il vizio nella mente, e fiutandone da lontano il fiato come un allarme di primavera.
Gesualdo Bufalino, Argo il cieco


“Ehi tu, t’ho visto, non fare il
furbo, non fingere di non esistere!, Dio
esisti, ti prego! Esisti, te lo ordino!»
Gesualdo Bufalino,
“Argo il cieco, ovvero I sogni della memoria”


Scorrere in un tempo fermo, tuttavia, è possibile mai? E, viceversa, ricchi solo di parole, armati solo di parole, come sospendere il tempo? Scrivendolo, forse? Parole mi servivano, dunque: magari più aggettivi che sostantivi, Per contrastare l'ossificazione del mondo, gli oggetti senza qualità, i gesti senza passione...
Gesualdo Bufalino, Argo il cieco


«Avevo perso la giovinezza come si perde un treno, e m'era restata nella mente, al suo posto, una crepa profonda e nera, che inutilmente bendavo di frasche e mascheravo di fiori. Sapevo che stava sempre lì, cicatrice d'inaccaduto, squarcio di non vissuto, che mi sentivo bruciare ogni sera sopra la guancia più d'uno sfregio di Zorro»
Gesualdo Bufalino, Argo il cieco



Nella narrativa del Novecento, non più persone ma tracce di persone ...
"E dunque aggiungeremo solo che, cascate in pezzi, o ridotte a trampoli malsicuri, le impalcature dell’intreccio, le avventure che l’eroe corre (mille volte più intriganti di prima), sono quelle che attengono alla sua vita di dentro, sicché gli necessita, per esprimerle, trovarsi veicoli nuovi, sia il flusso di coscienza o le intermittenze del cuore o la parabola metafisica. A Parigi, a Dublino, a Praga ... egli cammina, fantasma lui stesso, fra mura di fantasmi: con essi ora s’accapiglia ora fornica amorosamente. Futuro e passato, come segnali di specchi da opposte colline, s’incontrano a farsi una sola luce buia in fondo alla sua pupilla, ed egli non sa più bene dove va, né chi è stato né tanto meno chi è. Ai repertori balzachiani di così imponente e sopraffattoria presenza (personaggi forti, definiti) subentrano non più persone ma tracce di persona, gocce avare di sangue e macchie di Rorscharch, (famoso test proiettivo di personalità) coagulantisi e scioglientisi senza posa nella durata di un solo spasimo doloroso che forse è vita, forse è morte. Discisso in atomi fulminei e irrelati, colui che dice Io sempre più frequentemente va a cercarsi un proprio spessore nella mente del lettore e si modella su di lui, lo adula, lo esige connivente, quando non succube. Altre volte piuttosto lo elude, gli sfugge in fumo fra le braccia vuote .... Se vogliamo nomi, non c’è che da guardare il calendario: tra il 1910 e il 1925 debuttano sulla pagina .. Marcel, Kappa, Vitangelo Moscarda, Stephen Dedalus, Leopold Bloom e signora, Clarissa Dolloway, Zeno Cosini...
Gesualdo Bufalino, Dizionario dei personaggi di romanzo





l'ho conosciuto personalmente, tramite un altro genio artistico come Giuseppe Leone fotografo in Ragusa.Il prof.Bufalino abitava a Comiso, a pochi chilometri. Una sera lo chiamai al telefono per proporgli di creare un calendario che riunisse le sue riflessioni stagionalmente, i suoi aforismi, ispirati dalla diversa luce della nostra terra, i ricordi. Lui sull'istante mi rispose...: non so ancora cosa intende per idea di calendario e ci congedammo così, sospesi nell'immagine incompiuta. Qualche anno dopo uscì il suo IL MALPENSANTE -lunario dell'anno che fu.




In poche parole, come pietre, ecco come Gesualdo Bufalino connota la vicenda amorosa di Anna Karenina.."alluvione che spacca la diga":
"«L’adulterio nella meteorologia amorosa dell’Ottocento è non di rado un’acquata di primavera. Per Anna Karenina è l’alluvione che spacca la diga. Da quando Vronskij le apparve, nel suo fatuo splendore di denti e spalline, non esistono più per lei, benché per un po’ insista a rispettarli, né l’alfabeto mondano né il codice dei valori morali. Finirà sotto le ruote di un treno, pietosamente, chiudendo tra una banchina e l’altra di una stazione il curricolo nero della sua deroga. È una vendetta del cielo? E Anna la meritava? O non la meritava piuttosto il mondo che la spinse alla morte?"
Gesualdo Bufalino. Dizionario dei personaggi di romanzo




Un'analisi mirabile, tra geografia , mito e storia della Sicilia di Gesualdo Bufalino specchio in cui lui si é guardato, ma in cui tutti noi siciliani non possiamo non guardarci e riconoscerci "Dicono gli atlanti che la Sicilia è un’isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d’onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto d’isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è dispari, mischiato cangiante, come nel più ibrido dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finiremo mai di contarle. Vi è la Sicilia verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava. Vi è la Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è la Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio… Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte di trovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, fra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e la canicole della passione. Soffre, la Sicilia, di un eccesso d’identità, né so se sia un bene o sia un male. Certo per chi ci è nato dura poco l’allegria di sentirsi seduto sull’ombelico del mondo, subentra presto la sofferenza di non sapere districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino. Capire la Sicilia per un Siciliano significa capire se stesso, assolversi, o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l’oscillazione tra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amore di clausura, secondo che ci tenti l’espatrio o ci lusinghi l’intimità della tana, la seduzione di vivere come un vizio solitario. L’insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi. Diversi dall’invasore…, diversi dall’amico che viene a trovarci ma parla una lingua nemica; diversi dagli altri, e diversi anche noi, l’uno dall’altro, e ciascuno da se stesso. Ogni Siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte. Altrove la morte può forse giustificarsi come l’esito naturale d’ogni processo biologico, qui appare uno scandalo, un’invidia degli dei.
Da questa soperchieria del morire prende corpo il pessimismo isolano… un pessimismo della ragione, al quale quasi sempre si accompagna un pessimismo della volontà. Evidentemente la nostra ragione non è quella di Cartesio, ma quella di Gorgia, di Empedocle, di Pirandello. Sempre in bilico fra mito e sofisma, tra calcolo e demenza; sempre pronta a ribaltarsi nel suo contrario, allo stesso modo di un’immagine che si rifletta rovescia nell’ironia dello specchio. Il risultato di tutto questo, quando dall’isola non si riesca o non si voglia fuggire, è un’enfatica solitudine. Si ha un bel dire che la Sicilia si avvia a diventare Italia. Per ora l’isola continua ad arricciarsi sul mare come un’istrice, coi suoi vini truci, le confetture soavi, i gelsomini d’Arabia, i coltelli, le lupare. Inventandosi i giorni come momenti di perpetuo teatro, farsa, tragedia o melodramma… è da questa dimensione teatrale del vivere che ci deriva, altresì, la suscettibilità ai fischi, agli applausi, all’opinione degli altri (il terribile uocchiu d’e gghenti, l’occhio della gente); e la vergogna dell’onore perduto; e la vergogna di ammalarsi…
Non è tutto, vi sono altre Sicilie, non finiremo mai di contarle
Gesualdo Bufalino



“Ma dimmi, conosci la storia dei tre ladroni e dei cinque cappelli?”…..
“Dunque, il Signore degli Assassini offre a quelli un’opportunità. Dovranno, ciascuno ad occhi bendati, indossare a caso un cappello fra i tre bianchi e due neri che sono a mucchio sul tavolo. Si salverà chi saprà con ragionate ragioni indovinare il colore del copricapo che ha scelto. Avviene che i tre, l’uno all’insaputa dell’altro, estraggano tutti, unanimi, il bianco. Sbendati, si guardano. Ora una cosa è chiara: che può salvarsi solo chi veda addosso ai compagni due cappelli neri, e possa quindi per esclusione dedurre il colore del proprio. Ma ognuno dei tre non scopre sulla testa degli altri che bianco, inesorabile bianco…”.
“E allora?”
“I primi due riflettono a lungo, rinunziano. Vengono decappellati, decapitati. Ma il terzo indovina. Sta a te dirmi come e perché”.
“Intendimi, le probabilità per i tre non sono pari. Anzi per i primi due sono zero. Tuttavia è la loro sconfitta che garantisce al terzo di trovare la chiave. Per cui viene da chiedersi: essi se ne rendono conto? La loro rinunzia e morte sa di servire chi verrà dopo di loro? Non è questo che i teologi chiamano soddisfazione vicaria? Perché, vedi, l’azzardo assai bello del ragionamento dell’ultimo è di puntare la vita sulla scienza di sacrificio dei due che l’han preceduto. Solo a questo punto il birillo casca e la palla va in buca. Te lo ripeto, è la morte dei primi che aiuta il terzo a salvarsi. E’ chiaro?”
Feci di no col capo, non si scoraggiò.
“Supponi”, riprese, “di essere rimasto solo col tuo cappello di colore che non sai, e le due teste mozze, in bianco, ai tuoi piedi. Prova a chiederti che mai sarebbe successo se il tuo cappello fosse stato nero. Mettiti nei panni degli altri, pensa colo loro cervello”.
Cominciai a intravvedere una luce:
“Se il mio cappello fosse stato nero, ebbene il secondo…”.
“Si sarebbe salvato, avrebbe capito d’avere in capo un cappello bianco, di non poterlo avere che bianco. Poiché, se anche lui come te avesse avuto il nero, il primo…”.
“Giusto, il primo, vedendo due neri…”.
Qui la risata del Mago si fece clamorosa, impertinente:
“Acqua, fuochino, fuoco!”, gridò quasi, e concluse:
“Come vedi, ogni enigma ha il suo specchio. E in ogni trinità c’è una coppia di martiri e uno sciacallo che campa su di loro. Sei tu, puoi rivestirti: non era per te la terza croce piantata sul Golgota della Rocca…E ora basta, vattene via. Se no c’è questo: argumentum baculinum”.
E mi puntò contro scherzosamente il bastone.
tratto da “Diceria dell’untore”, Gesualdo Bufalino








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