martedì 12 gennaio 2016

Paul Nizan. Il mediterraneo finisce per riapparire, popolato da tutti i suoi annegati.



L’Europa è anche costruttore di macchine; l’invenzione, l’uso e la conoscenza dei macchinari occupano le ore che non sono connesse, per finalità, a un suolo capace di produrre. Ciascuna di queste operazioni gli dimostra egualmente il suo potere: egli non formula alcuna idea naturale di fatalità. Questi fatti potranno ancora salvare la gente d’Europa. Ma nelle zone desertiche gli uomini mantengono rapporti troppo misteriosi o troppo semplici con una terra che non partecipa alle produzioni utili alla vita: quella terra è uno spazio per vie uniformi, un oggetto per contemplazioni monotone. Tra la penisola del Sinai e l’isola di Socotra bisogna accettare una natura cui gli uomini sono veramente estranei: non possono nulla: i loro voti, i loro desideri non scuotono l’immobilità del deserto. Gli accidenti del clima, le tempeste di sabbia, i temporali assumono una violenza tale da escludere ogni tentativo umano di resistenza o di sfruttamento. Per mancanza di grano, per eccesso di vento, per assenza di fiumi, non si trovano mulini. Su questa impossibilità si basa la credenza della fatalità: un uomo che nello stesso tempo può amare una cascata di acqua e allestirci sopra una turbina, non crederà che tutto è scritto. 
Allora queste città perdute comunicano all’Europa una specie di malattia della pigrizia. Rinnegate, dimenticate, esse si consumano, la vita si traveste da morte. Non parlate agli Europei del Kief, del nirvana; vi diranno di lasciare in pace i morti.
Il mediterraneo finisce per riapparire, popolato da tutti i suoi annegati.
Aden Arabie, Paul Nizan

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