venerdì 30 giugno 2017

La rivolta di Nika: sport e politica all'epoca di Giustiniano.

LA RIVOLTA DI NIKA: 
SPORT E POLITICA ALL’EPOCA DI GIUSTINIANO.

La passione sportiva e l’agonismo infiammavano gli animi già degli antichi, che spesso sfogavano le loro accese rivalità e il tifo più sfrenato in risse e zuffe, come il celebre episodio raccontato da Tacito (Annales, XIV, 17) avvenuto a Pompei, nel 59 d.C., che vide Pompeiani e Nocerini protagonisti di una sanguinosa rivolta nell’Anfiteatro della città. La gravità dell’episodio è sottolineata dal fatto che fu lo stesso imperatore (all’epoca Nerone) a portare la vicenda in Senato, che deliberò l’interdizione dello stadio e lo scioglimento dei collegia, organizzazioni che coniugavano finalità sportive e l’adesione ai principi dell’ideologia politica.

Il connubio tra agonismo sportivo e ideologia politica era presente anche a Costantinopoli, presso il cui Ippodromo si tenevano le appassionanti, e pericolose, corse dei carri, tra le competizioni più popolari e diffuse nell’antichità greco-romana.

Fatto erigere da Costantino I (274-337 d.C.) contestualmente alla fondazione della nuova capitale, che sorse sul luogo dell’antica Bisanzio e che prese il suo nome, l’Ippodromo era anche lo specchio fedele della realtà politica della città e dei suoi schieramenti.

Le scuderie, e i rispettivi tifosi, protagoniste delle corse con i carri erano suddivise in gruppi noti come fazioni, erano presenti già da prima dell’epoca di Nerone, del quale era nota la smisurata passione per queste competizioni. Nate probabilmente come gruppi di amici e patrocinatori delle scuderie da corsa, durante il regno di Nerone conobbero una particolare crescita, tanto da arrivare a sottrarsi al controllo imperiale.

Le fazioni erano principalmente quattro: 
le più antiche erano quelle dei Rossi e dei Bianchi, e in seguito nacquero anche quelle degli Azzurri e dei Verdi. I colori delle fazioni caratterizzavano anche le vesti identificative degli aurighi.

Secondo quanto trasmessoci da Tertulliano all’inizio del III secolo d.C. (De spectaculis, 9.5), i Rossi erano associati a Marte e all’estate, i Bianchi a Zefiro e all’inverno, i Verdi alla Madre Terra e alla primavera, e infine gli Azzurri erano associati al cielo, al mare e all’autunno.

L’imperatore Domiziano (51-96 d.C.) creò due nuovi fazioni, quelle degli Oro e dei Porpora, che però non ebbero molta fortuna e scomparvero molto presto.

A Costantinopoli le fazioni erano sostanzialmente due, quelle degli Azzurri e dei Verdi, che avevano prevalso sulle altre due, fino a oscurarle del tutto.
Le fazioni, tuttavia, non limitavano l’agonismo e il contrapporsi fisicamente all’ambito sportivo e ai confini dell’Ippodromo. Il loro fanatismo sfociava infatti anche in dispute religiose, assumendo anche forti connotazioni politiche e arrivando addirittura a una parziale militarizzazione.  

Le fazioni giocavano un ruolo da protagoniste anche all’interno della vita politica della città, e in cambio del loro sostegno all’uno o all’altro schieramento politico usufruivano di particolari agevolazioni nella distribuzione dei compensi e degli incarichi, a cominciare dall’ambito degli spettacoli.

All’epoca di Giustiniano I (imperatore bizantino dal 527 al 565), in particolare, gli Azzurri rappresentavano il partito popolare (dei cosiddetti “Miserabili”) che sosteneva l’imperatore, nel quale a loro volta trovavano appoggio e impunità per i frequenti atti di violenza da loro compiuti. Giustiniano e l’imperatrice Teodora, addirittura, avevano sostenuto e incoraggiato la violenza e la turbolenza nelle strade cittadine, sfruttandola per salire al potere.

I Verdi, di contro, oltre a sostenere, in campo religioso, il Monofisismo, rappresentavano anche l’opposizione legittimista in campo politico, in quanto sostenevano i nipoti di Anastasio I, che aveva regnato prima di Giustiniano. La fazione dei Verdi formava quindi il partito aristocratico, o dei “Contribuenti”.

La politica di tolleranza, se non addirittura di lassismo, da parte di Giustiniano aveva fatto sì che le azioni violente e criminali (delitti e vendette private o di gruppo) non fossero perseguite e rimanessero quindi impunite. Gli Azzurri, in particolare, approfittavano del sostegno imperiale per mettere in atto vere e proprie devastazioni della città; non paghi di dare sfogo al loro fanatismo all’Ippodromo, di notte infatti si riunivano in bande e percorrevano le strade e i vicoli di Costantinopoli terrorizzando la popolazione, con rapine e omicidi (soprattutto a danno dei membri della fazione dei Verdi). Come racconta Procopio nella sua “Historia Arcana”, essi si distinguevano anche nell’abbigliamento e nell’aspetto: erano soliti portare i capelli “alla Unna” (con una frangia sulla fronte, le tempie rasate e capelli lunghi sulla nuca), oltre a portare barba e baffi, come i barbari o i persiani.

Di fronte al crescere di violenze e devastazioni, tuttavia, Giustiniano decise di cambiare atteggiamento e si decise infine a mettere un freno al’indipendenza delle due fazioni. Per suo volere, quindi, il prefetto Eudemone procedette all’arresto di alcuni tra i membri più facinorosi delle fazioni, alcuni dei quali si erano resisi colpevoli di omicidio. Giustiniano ignorò le richieste di clemenza da parte delle fazioni e il 10 gennaio del 532 si procedette quindi alle esecuzioni.

A questo punto le due fazioni, messe da parte (almeno temporaneamente le rivalità), si coalizzarono contro l’autorità dell’imperatore, oltre che contro la sua politica fiscale (giudicata particolarmente vessatoria, serviva a finanziare le numerose imprese previste dalla politica imperiale), e l’11 gennaio del 532 diedero inizio alla rivolta che è passata alla storia come rivolta di Nika, dal grido di “Nika, Nika!” (“Vinci, vinci”) con il quale il popolo era solito incitare gli aurighi durante le corse dei carri.

La rivolta ebbe inizio dall’Ippodromo di Costantinopoli, per poi diffondersi a macchia d’olio per tutta la città.

Giustiniano rimase per tre giorni rinchiuso nel suo palazzo, meditando di fuggire dalla capitale (in gran segreto aveva già fatto caricare il tesoro imperiale su una nave). La rivolta andava peggiorando, e durante la rivolta anche la basilica di Santa Sofia fu data alle fiamme

Nel frattempo Ipazio, uno dei nipoti di Anastasio I, era stato proclamato imperatore al posto di Giustiniano.

L’imperatrice Teodora, tuttavia, gli fece presto abbandonare i propositi di fuga, esortandolo invece a reagire. A salvare la situazione, e il regno di Giustiniano, vi furono gli interventi dei due generali dell’imperatore, Narsete e Belisario. Il primo, tramite alcuni negoziati con gli Azzurri, riuscì a incrinare l’unità degli insorti, mentre Belisario, al comando di truppe fedeli all’imperatore, fece irruzione nell’Ippodromo e fece strage degli insorti, ponendo così fine alla rivolta.

Giustiniano, tornato al potere, richiamò i funzionari che in un primo tempo aveva dovuto allontanare a causa della pressione popolare. Oltre al prefetto Eudemone, furono quindi richiamati Triboniano e Giovanni di Cappadocia, figure chiave del governo giustinianeo ai quali si deve anche parte della redazione del Codice di Giustiniano.

Al posto della distrutta Santa Sofia, l’imperatore fece erigere lo splendido edificio che ancora oggi possiamo ammirare, e al cui interno è ancora oggi presente la cosiddetta “colonna piangente”, una colonna in marmo da cui si dice che stillino le lacrime dei rivoltosi uccisi (più semplicemente, la pietra porosa della colonna assorbe per capillarità l’acqua presente in una falda acquifera sotterranea).

Dell’Ippodromo di Costantinopoli, cuore della rivolta di Nika, oggi rimangono poche rovine. 

Sono tuttavia ancora presenti alcuni monumenti, come l’obelisco di Teodosio e la Colonna Serpentina. Facevano parte dell’apparato decorativo dell’Ippodromo anche i famosi cavalli di bronzo che decorano la facciata della basilica di San Marco di Venezia, anche se oggi gli originali (attribuiti allo scultore greco Lisippo) sono stati sostituiti da alcune copie (gli originali possono essere ammirati nel Museo della basilica).


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Giustiniano I e la sua corte, mosaici della chiesa di San Vitale (Ravenna). 

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Colonna piangente



 Claudia Scienza 
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