domenica 22 marzo 2015

Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver. E certe differenze di opinioni costarono milioni di vite: decidere per esempio se la carne sia pane, o il pane sia carne; se il succo di certe bacche sia sangue o vino; se il fischiare sia un vizio o una virtù, se sia meglio baciare un pezzo di legno oppure gettarlo nel fuoco; quale sia il miglior colore per un vestito, se nero, rosso, bianco o grigio, e se debba essere lungo o corto... [...] E nessuna guerra è tanto furiosa e sanguinosa e di tanta durata quanto quelle causate di una diferenza di opinione, specialmente se si tratta di una cosa senza importanza.

"E certe differenze di opinioni costarono milioni di vite: decidere per esempio se la carne sia pane, o il pane sia carne; se il succo di certe bacche sia sangue o vino; se il fischiare sia un vizio o una virtù, se sia meglio baciare un pezzo di legno oppure gettarlo nel fuoco; quale sia il miglior colore per un vestito, se nero, rosso, bianco o grigio, e se debba essere lungo o corto... [...]
E nessuna guerra è tanto furiosa e sanguinosa e di tanta durata quanto quelle causate di una diferenza di opinione, specialmente se si tratta di una cosa senza importanza."
Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver



Sarà Jonathan Swift a creare «l’emblema più completo e più inesauribile» di quella che è passata alla storia come la disputa degli Antichi e dei Moderni: i primi – fa dire a Esopo nel suo La battaglia dei libri – sono come l’ape, che trae dalla natura il miele che fabbrica; laddove i secondi, alla maniera del ragno, attingono ai loro stessi escrementi di che filare la propria scienza. Ecco dunque la modernità svelarsi come atrofia della memoria, negazione di ogni retaggio, funesta e narcisistica sterilità. Ma la polemica era cominciata ben prima, nell’Italia dei primi anni del Seicento, e sotto il regno di Luigi XIV aveva improntato di sé la vita della Repubblica delle Lettere per tutto l’ultimo ventennio del secolo – un ventennio al tempo stesso turbolento e fecondo. Di questa polemica Marc Fumaroli, grande storico ma anche arguto chroniqueur, traccia, con un piglio che nulla ha a che vedere con l’astratta aridità della cosiddetta storia delle idee, un’immagine viva e riccamente articolata, dando conto non soltanto del dibattito culturale intorno alla lingua, la poesia, il teatro, la scienza, l’arte, la musica, ma anche dei complessi legami che s’intrecciavano fra i letterati di entrambi i partiti, fra questi e la società mondana del tempo, fra questi e il potere politico (in primo luogo il re, del quale bisognava conquistare il favore con qualunque mezzo). Fumaroli non si limita a registrare il successo clamoroso ed effimero a cui si condannano i Moderni, ma (riconoscendo il suo debito nei confronti di Arnaldo Momigliano e di Leo Strauss) ci mostra come, ben oltre i limiti cronologici che le vengono normalmente assegnati, la questione del rapporto che il Moderno ha con il passato continui a essere, ancora oggi, urgente e aggrovigliata.



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