lunedì 19 dicembre 2011

Voltaire. C'è chi in seconda fila brilla e in prima s'eclissa

Voltaire (Francois-Marie Arouet), filosofo illuminista; Voce della Ragione, della Libertà e del Progresso; 1694 -1778


Ogni uomo è una creatura dell’epoca in cui vive;
solo pochi sono in grado di elevarsi al di sopra delle idee del loro tempo.
Voltaire



Giudica un uomo dalle sue domande piuttosto che dalle sue risposte
Voltaire

C'è chi in seconda fila brilla e in prima s'eclissa
Voltaire

Se questo è il migliore dei mondi possibili, gli altri, come sono? 
Voltaire

È difficile liberare qualcuno dalle catene che venera
Voltaire

Le streghe hanno cessato di esistere quando noi abbiamo cessato di bruciarle
Voltaire

"In Inghilterra,
proprio mentre si smetteva di bruciare le streghe,
si cominciò a impiccare i falsificatori di banconote."
Karl Marx

"E ciò che un tempo si faceva 'per volontà di Dio',
ora lo si fa per volontà del denaro; vale a dire:
per ciò che, al giorno d’oggi, assicura più di ogni altra cosa un senso di potere e una coscienza tranquilla."
Friedrich Wilhelm Nietzsche



Il nostro rispetto è dovuto a chi domina gli animi con la forza della verità, non a coloro che rendono schiavi con la violenza, a chi conosce l'universo, non a coloro che lo stravolgono.
Voltaire, Lettere filosofiche


“Se in Inghilterra ci fosse una sola religione, ci sarebbe da temere il dispotismo; se ce ne fossero due, si scannerebbero a vicenda; ma ce n’è una trentina, e vivono felici e in pace”.
Voltaire, Lettere filosofiche

Il 10 giugno 1734 il Parlamento di Parigi pronuncia una sentenza contro un libro “scandaloso, contrario alla Religione, ai buoni costumi e al rispetto dovuto ai Poteri”, un libro che va “lacerato e bruciato nella corte del Palazzo di Giustizia, ai piedi della grande scalinata, dall’Esecutore dell’Alta Giustizia”. Si tratta delle Lettere filosofiche con le quali Voltaire, ormai quarantenne e celebre scrittore teatrale e satirico, apre la battaglia culturale che farà di lui l’esponente più famoso e autorevole del movimento illuminista francese.


Entrate nella Borsa di Londra […] Lì l’ebreo, il maomettano e il cristiano si trattano reciprocamente come se fossero della stessa religione, e chiamano infedeli solo quelli che fanno bancarotta.
Voltaire, da Lettere filosofiche

Ama la verità, ma perdona l'errore.
Voltaire

Noi siamo tutti impastati di debolezze e di errori: 
perdonarci reciprocamente le nostre balordaggini è la prima legge di natura
Voltaire

Ogni uomo è colpevole di tutto il bene che non ha fatto
Voltaire

E' molto singolare che tutta la natura, tutti i pianeti, debbano obbedire a leggi eterne e che possa esserci un piccolo animale, alto cinque piedi, che a dispetto di queste leggi possa agire a suo piacimento, seguendo solo il suo capriccio.
Voltaire

II diritto naturale è quello che la natura indica a tutti gli uomini. 
Avete allevato vostro figlio: 
egli vi deve dunque rispetto perché siete suo padre, riconoscenza perché siete suo benefattore. 
Avete diritto ai prodotti della terra che avete coltivato con le vostre mani. 
Avete fatto e ricevuto una promessa: essa deve essere mantenuta.
Il diritto umano non può essere fondato, in nessun caso, che su questo diritto di natura; 
il fondamentale principio, il principio universale di entrambi i diritti è su tutta la terra: 
«Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te». 
Ora non si vede come un uomo, se si segue questo principio, possa dire ad un altro: 
«Credi quello che credo io e che tu non puoi credere, altrimenti morrai».
Voltaire

E' solo per un eccesso di vanità ridicola che gli uomini si attribuiscono un'anima di specie diversa da quella degli animali
Voltaire

I bambini, che piangono la morte del primo pollo che vedono sgozzare, la seconda volta ridono. 
Infine, è fin troppo certo che quella spaventosa carneficina messa senza posa in mostra nelle nostre beccherie e nelle nostre cucine non ci sembra un male; anzi, consideriamo quell’orrore, spesso pestilenziale, come una benedizione del Signore; e possediamo ancor oggi preghiere in cui lo si ringrazia di quegli assassinii
Voltaire

I piaceri sensuali passano e svaniscono in un batter d’occhio, ma l’amicizia tra noi, la reciproca confidenza, le delizie del cuore, l’incantesimo dell’anima, queste cose non periscono, non possono essere distrutte. 
Ti amerò fino alla morte.
Voltaire

La gente cerca la felicità come un ubriaco cerca casa sua: non riesce a trovarla ma sa che esiste 
Voltaire

Bisogna essere dei grandi ignoranti per rispondere a tutto quello che ci viene chiesto
Voltaire

Gli uomini adoperano il pensiero solo per giustificare le loro ingiustizie, e impiegano le loro parole solo per travestire i loro pensieri.
Voltaire

Verrà il tempo in cui la gente si renderà conto che gli astrologi sono dei grandi imbroglioni
Voltaire


La dottrina della reincarnazione non è né assurda, né inutile.
Non è più sorprendente essere nati due volte che una sola; tutto in natura è risurrezione.
Voltaire


La tolleranza è una conseguenza necessaria della nostra condizione umana. 
Siamo tutti figli della fragilità: fallibili e inclini all'errore. 
Non resta che perdonarci vicendevolmente le follie. 
E' questa la prima legge naturale: il principio a fondamento di tutti i diritti umani.
Voltaire


Questo piccolo globo, che non è che un punto, ruota nello spazio, come tanti altri globi; noi siamo sperduti in tanta immensità. L’uomo, alto circa cinque piedi, è certamente poca cosa nella creazione. Uno di questi impercettibili dice a qualcuno dei suoi vicini, nell’Arabia o sulla terra dei Cafri: "Ascoltatemi, perché il Dio di tutti questi mondi mi ha illuminato! Ci sono 900 milioni di piccole formiche come noi sulla Terra, ma non c’è che il mio formicaio ad essere caro a Dio; tutti gli altri Egli li ha in orrore fin dall’Eternità; solo il mio formicaio sarà beato, tutti gli altri saranno dannati in eterno!" I miei interlocutori allora mi catturerebbero e mi domanderebbero chi è il folle che ha affermato questa stupidaggine. Sarei costretto a rispondere: voi stessi. Cercherei in seguito di placarli, ma sarebbe troppo difficile...
Voltaire, Trattato sulla tolleranza


Voltaire.
- Esiste una morale? -
“Quanto più ho veduto uomini differenti per il clima, il linguaggio, le leggi, i culti e il grado di intelligenza, tanto più ho osservato che tutti possiedono lo stesso fondo morale: tutti, pur non conoscendo una parola di teologia, possiedono un rozzo concetto del giusto e dell’ingiusto; tutti lo hanno acquisito nell’età in cui la ragione attinge il suo sviluppo, nello stesso modo che tutti, senza aver studiato le matematiche, hanno imparato spontaneamente l’arte di sollevare dei fardelli con dei bastoni o di passare un ruscello sopra un’asse di legno.
Mi è sembrato, pertanto, che tale concetto del giusto e dell’ingiusto sia necessario agli uomini, perché tutti, appena sono in condizione di agire e di ragionare, concordano su questo punto. L’intelligenza suprema che ci formò ha dunque, voluto che sulla terra ci sia una certa giustizia, affinché vi possiamo vivere un certo tempo. Mi sembra che, – essendo privi d’istinto per nutrirsi e di armi naturali come gli animali, e vegetando molti anni nell’imbecillità di un’infanzia esposta a tutti i pericoli, – i pochi uomini riusciti a sfuggire alle zanne delle fiere, alla fame, alla miseria, avrebbero finito col disputarsi qualche nutrimento e alcune pelli di fiere e si sarebbero ben presto distrutti a vicenda come i nati dai denti del drago di Cadmo, appena avessero potuto servirsi di qualche arma; o, per lo meno, non sarebbe sorta nessuna società, se essi non avessero concepito l’idea di una qualche giustizia, che è il fondamento di qualsiasi società.
In che modo l’egiziano, che sapeva costruiva piramidi e obelischi, e lo Scita nomade, che non conosceva nemmeno le capanne, avrebbero potuto avere gli stessi concetti fondamentali del giusto e dell’ingiusto, se dio non avesse dato loro sin dall’origine quella ragione che, sviluppandosi, fa loro scorgere gli stessi princìpi necessari, nello stesso modo che diede loro organi che, una volta sviluppati, perpetuano in modo necessario e nella stessa guisa sia la razza dell’Egiziano sia quella dello Scita? Vedo un’orda barbarica, un popolo ignorante, superstizioso e usuraio, il cui gergo non aveva nemmeno un vocabolo per designare la geometria o l’astronomia: eppure, quel popolo segue le stesse leggi fondamentali del saggio Caldeo, il quale conobbe il corso degli astri, e del fenicio, ancora più dotto, che si servì della conoscenza degli astri per recarsi a fondare colonie negli estremi limiti dell’emisfero, là dove l’Oceano si confonde col Mediterraneo. Tutti quei popoli affermano, infatti, che bisogna onorare il padre e la madre, che lo spergiuro, la calunnia, l’omicidio sono abominevoli. Esi traggono, dunque, le stesse conseguenze dal medesimo principio della loro ragione giunta al suo sviluppo.”
(FRANÇOIS-MARIE AROUET) VOLTAIRE (1694 – 1778), “Il filosofo ignorante”, in Id., “Scritti filosofici” (pubblicato anonimo, Ginevra 1766), a cura, prefazione, nota bibliografica e traduzione di Paolo Sereni, Laterza, Bari 1962, 2 voll., vol. I, XXXI. ‘Esiste una morale?’, pp. 543 – 545.
“ Plus j’ai vû des hommes différens par le climat, les mœurs, le langage, les loix, le culte, & par la mesure de leur intelligence, & plus j’ai remarqué qu’ils ont tous le même fonds de morale. Ils ont tous une notion grossiere du juste & de l’injuste, sans savoir un mot de Théologie. Ils ont tous acquis cette même notion dans l’âge où la raison se déploye, comme ils ont tous acquis naturellement l’art de soulever des fardeaux avec des bâtons, & de passer un ruisseau sur un morceau de bois sans avoir appris les Mathématiques.
Il m’a donc paru que cette idée du juste et de l’injuste leur était nécessaire, puisque tous s’accordaient en ce point, dés qu’ils pouvaient agir & raisonner. L’Intelligence suprême qui nous a formés, a donc voulu qu’il y eût de la justice sur la Terre, pour que nous puissions y vivre un certain tems. Il me semble que n’ayant ni instinct pour nous nourrir comme les animaux, ni armes naturelles comme eux, et végétant plusieurs années dans l’imbécillité d’une enfance exposée à tous les dangers , le peu qui serait resté d’hommes échapés aux dents des bêtes féroces, à la faim, à la misère, se seraient occupés à se disputer quelque nourriture & quelques peaux de bètes, & qu’ils se seraient bientôt detruits comme les enfants du dragon de ‹Cadmus›, si-tót qu’ils auraient pû se servir de quelque arme. Du moins il n’y aurait eu aucune société, si les hommes n’avaient conçu l’idée de quelque justice, qui est le lien de toute société.
Comment l’Egyptien qui élevait des pyramides et des obélisques, & le Scythe errant qui nè connaissait pas même les cabanes, auraient-ils eu les mêmes notions fondamentales du juste et de l’injuste si DIEU n’avait donné de tout tems à l’un & à l’autre cette raison qui, en se développant, leur fait apercevoir, les mêmes principes nécessaires, ainsi qu’il leur a donné des organes, qui, lorsqu’ils ont atteint le degré de leur énergie, perpétuent nécessairement, & de la même façon la race du Scythe & de l’Egyptien? Je vois une horde barbare, ignorante, superstitieuse, un peuple sanguinaire & usurier, qui n’avait pas même de terme dans son jargon pour signifier la Géométrie et l’Astronomie; cependant ce peuple a les mêmes loix fondamentales que le sage Caldéen qui a connu les routes des astres, & que le Phénicien plus savant encore, qui s’est servi de la connaissance des astres pour aller fonder des colonies aux bornes de l’Hémisphère où l’Océan se confond avec la Méditerranée. Tous ces peuples assurent qu’il faut respecter son père & sa mère; que le parjure, la calomnie, l’homicide, sont abominables. Ils tirent donc tous les mêmes conséquences du même principe de leur raison développée.”
[(FRANÇOIS-MARIE AROUET) VOLTAIRE], “Le Philosophe ignorant”, [Genève], M. DCC. LXVI., XXXI. ‘Y a-t-il une Morale?’, pp. 50 – 52.


Da: "Considerazioni sulla storia" (1742) di Voltaire
"Vorrei che uno studio serio della storia lo si cominciasse dal tempo in cui essa diventa veramente interessante per noi: ossia, mi pare, verso la fine del secolo XV. L'arte della stampa, che venne inventata in quel tempo, comincia a renderla meno incerta. L'Europa muta faccia: i Turchi, che vi penetrano, cacciano da Costantinopoli le belle lettere; esse fioriscono in Italia, s'insediano in Francia, non tardano a digrossare l'Inghilterra, la Germania e i paesi nordici. Una nuova religione stacca metà dell'Europa dall'obbedienza papale. Si afferma un nuovo sistema politico. Con l'aiuto della bussola, si compie il periplo dell'Africa e si commercia con la Cina più facilmente che tra Parigi e Madrid. Viene scoperta l'America: si soggioga un nuovo mondo, e il nostro cambia quasi del tutto: l'Europa cristiana diventa una specie d'immensa repubblica, nella quale la bilancia del potere finisce con l'affermarsi meglio che nell'antica Grecia. Una perpetua corrispondenza ne collega tutte le parti, nonostante le guerre, suscitate dall'ambizione dei re, e persino nonostante le guerre di religione, ancor più distruttive. Le arti, che fanno la gloria degli Stati, sono portate a un culmine che né la Grecia né Roma mai non conobbero. Ecco la storia che tutti debbono conoscere. In essa non si trovano né predizioni chimeriche, né oracoli menzogneri, né falsi miracoli, né favole senza senso; tutto vi è vero, sin quasi nei piccoli particolari, di cui solo le menti piccole si occupano. Tutto ci concerne, tutto è fatto per noi."



Una preghiera di Voltaire.
«Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi:
se è lecito che delle deboli creature, perse nell’immensità e impercettibili al resto dell’universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato, a te, i cui decreti sono e immutabili e eterni, degnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura.
Fa’ sì che questi errori non generino la nostra sventura.
Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l’un l’altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda;
fa’ che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. Fa’ sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi,
tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole,
tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate,
tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te,
insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati “uomini” non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione.
Fa’ in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole; che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera;
che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo.
Fa’ che coloro il cui abito è tinto in rosso o in violetto, che dominano su una piccola parte di un piccolo mucchio di fango di questo mondo,
e che posseggono qualche frammento arrotondato di un certo metallo, gioiscano senza inorgoglirsi di ciò che essi chiamano “grandezza” e “ricchezza”, e che gli altri li guardino senza invidia: perché tu sai che in queste cose vane non c’è nulla da invidiare, niente di cui inorgoglirsi.
Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli!
Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime,come odiano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell’attività pacifica!
Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei periodi di pace, ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingue diverse, dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante.»
Voltaire, dal Trattato sulla tolleranza.




Voltaire. C’è infinitamente meno male di quanto non si creda.
“Se ci sono un miliardo di uomini sulla terra, ed è molto, ciò significa circa cinquecento milioni di donne che cuciono, filano, nutrono i loro piccoli, governano la loro casa o la loro capanna, e sparlano un po’ delle loro vicine. Non vedo quale gran male facciano queste poverette sulla terra. In questo numero di abitanti del globo, ci sono almeno duecento milioni di bambini, che certamente non uccidono e non saccheggiano, e press’a poco altrettanti vecchi o malati che non ne hanno il potere. Resteranno tutt’al più cento milioni di giovani robusti e capaci di delitti. Di questi cento milioni, novanta sono continuamente occupati a costringere la terra, con un lavoro prodigioso, perché fornisca loro cibo e vestiti; costoro non hanno il tempo di delinquere.
Nei dieci milioni che restano saranno comprese le persone oziose e di buona compagnia, che vogliono godersi dolcemente la vita; gli uomini di talento, occupati nelle loro professioni; i magistrati, i preti, evidentemente interessati a condurre una vita pura, almeno in apparenza. Di veri malvagi non resteranno allora che pochi politici, vuoi secolari, vuoi regolari, che vogliono sempre turbare il mondo, e qualche migliaio di vagabondi che vendono i loro servigi a questi politici. Ora, queste belve feroci impiegate, tutte assieme, non superano mai il milione; e, in questo numero, conto anche i briganti da strada. Abbiamo dunque tutt’al più sulla terra, nei tempi più burrascosi, un uomo su mille che si possa chiamare malvagio, e che peraltro non è sempre tale.
Sulla terra c’è dunque infinitamente meno male di quanto non si dica e non si creda. Ce n’è ancora troppo, non c’è dubbio: si assiste a sciagure e a crimini orribili; ma il piacere di lamentarsi e di esagerare è così grande che al minimo graffio gridate che la terra gronda di sangue. Siete stato ingannato? tutti gli uomini sono spergiuri. Uno spirito melanconico che ha sofferto un’ingiustizia vede l’universo coperto di dannati, come un giovane gaudente che va a cena con la sua dama, uscendo dall’Opéra, non immagina che esistano degli sventurati.”
(FRANÇOIS-MARIE AROUET) VOLTAIRE (1694 – 1778), “Dizionario filosofico” (anonimo, Londra [Ginevra] 1764), edizione integrale condotta sul testo critico stabilito da Raymond Naves, introduzione di Angelo G. Sabatini, traduzione di Maurizio Grasso, Newton Compton, Roma 2010 (III ed., I ed. 1991), M, ‘Malvagio’, pp. 209 – 210.
“ S’il y a un miliard d’hommes sur la terre, c’est beaucoup; cela donne environ cinq cent millions de femmes qui cousent, qui filent, qui nourrissent leurs petits, qui tiennent la maison ou la cabane propre, & qui médisent un peu de leurs voisines. Je ne vois pas quel grand mal ces pauvres innocentes font sur la terre. Sur ce nombre d’habitants du globe, il y a deux cents millions d’enfants au moins, qui certainement ne tuent ni ne pillent, & environ autant de vieillards ou de malades qui n’en ont pas le pouvoir. Restera tout au plus cent millions de jeunes gens robustes & capables du crime. De ces cent millions il y en a quatre-vingt-dix continuellement occupés à forcer la terre, par un travail prodigieux à leur fournir la nourriture & le vêtement; ceux-là n’ont guère le temps de mal faire.
Dans les dix millions restants seront compris les gens oisifs & de bonne compagnie, qui veulent jouïr doucement, les hommes à talents, occupés de leurs professions; les magistrats, les prêtres, visiblement intéressés à mener une vie pure, au moins en apparence. Il ne restera donc de vrais méchants que quelques politiques, soit séculiers, soit réguliers, qui veulent toujours troubler le monde, & quelques milliers de vagabonds qui louent leurs services à ces politiques. Or il n’y a jamais à la fois un million de ces bêtes féroces employées; & dans ce nombre, je compte les voleurs de grands chemins. Vous avez donc tout au plus sur la terre, dans les temps les plus orageux, un homme sur mille qu’on peut appeler méchant: encore ne l’est-il pas toujours. 
Il y a donc infiniment moins de mal sur la terre qu’on ne dit et qu’on ne croit. Il y en a encore trop, sans doute: on voit des malheurs & des crimes horribles; mais le plaisir de se plaindre & d’exagérer est si grand qu’à la moindre égratignure vous criez que la terre regorge de sang. Avez-vous été trompé? tous les hommes sont des parjures. Un esprit mélancolique qui a souffert une injustice voit l’univers couvert de damnés, comme un jeune voluptueux soupant avec sa dame, au sortir de l’opéra, n’imagine pas qu’il y ait des infortunés.”
[(FRANÇOIS-MARIE AROUET) VOLTAIRE], “Dictionnaire philosophique, portatif”, Londres [Genève] MDCCLXIV, ‘Méchant’, pp. 265 – 266.



Voltaire, Il folle e i dottori.
“ Non è il caso di riscrivere il libro di Erasmo, che oggi non sarebbe altro che un luogo comune alquanto insipido.
Noi chiamiamo follia quella malattia degli organi del cervello che impedisce necessariamente a un uomo di pensare e di agire come gli altri. Non potendo amministrare i propri beni, lo si interdice; non potendo avere idee adatte alla società, lo si esclude; se è pericoloso, lo si rinchiude; se è furioso, lo si lega.
Ciò che importa osservare, è che quest’uomo non è affatto privo di idee; come tutti gli altri ne ha durante la veglia, e spesso anche quando dorme. Ci si può chiedere come mai la sua anima spirituale, immortale, che ha sede nel suo cervello, che riceve tutte le idee assai nette e distinte mediante i sensi, non ne tragga mai tuttavia un giudizio sano. Essa vede gli oggetti come li vedeva l’anima di Aristotele e di Platone, di Locke e di Newton; ode gli stessi suoni, ha la stessa sensazione tattile; come mai dunque, pur ricevendo le medesime percezioni che provano i più dotti, ne fa un insieme stravagante senza poterne fare a meno?
Se questa sostanza semplice ed eterna ha per le proprie azioni gli stessi strumenti che hanno le anime dei cervelli più dotti, essa deve ragionare come loro. Chi può impedirglielo? Mi è oltremodo chiaro che, se il mio pazzo vede rosso, e i saggi vedono blu; se, quando i saggi ascoltano della musica, il pazzo sente il raglio di un asino; se, quando costoro sentono un sermone, il pazzo crede di essere a teatro; se, quando essi intendono sì, egli intende no, allora la sua anima deve pensare all’opposto delle altre. Ma il pazzo ha le loro stesse percezioni; non c’è alcuna ragione apparente perché la sua anima, avendo ricevuto dai sensi tutti gli strumenti, non possa farne uso. Essa è pura, dicono; di per sé non è soggetta ad alcuna infermità; eccola dunque munita di tutti gli aiuti necessari; qualunque cosa accada al suo corpo, niente può cambiare la sua essenza; tuttavia la si porta con il suo astuccio alle Petites-Maisons [L’antico manicomio di Parigi].
Questa riflessione può far sospettare che la facoltà di pensare, data da Dio all’uomo, sia soggetta a guastarsi come gli altri sensi. Un pazzo è un malato il cui cervello soffre, come il gottoso è un malato che soffre ai piedi e alle mani; pensava con il cervello, come camminava con i piedi, senza nulla sapere né del suo potere incomprensibile di camminare, né del suo non meno incomprensibile potere di pensare. Si ha la gotta al cervello, come ai piedi. Insomma, dopo mille ragionamenti, forse soltanto la fede può convincerci che una sostanza semplice e immateriale possa essere malata.
I dotti o i dottori diranno al pazzo: «Amico mio, sebbene tu abbia perduto il senso comune, la tua anima è altrettanto spirituale, altrettanto pura, altrettanto immortale della nostra; ma la nostra anima è ben alloggiata, e la tua lo è male; le finestre della casa per essa sono tappate; le manca l’aria, soffoca». Il pazzo, nei suoi momenti buoni, risponderebbe loro: «Amici miei, voi supponete, come è vostra abitudine, proprio ciò che è in questione. Le mie finestre sono ben aperte come le vostre, poiché vedo gli stessi oggetti e sento le stesse parole: dunque deve essere necessariamente la mia anima a fare cattivo uso dei suoi sensi, ovvero è essa stessa un senso viziato, una qualità depravata. In breve, o la mia anima è folle di per sé, o io non ho anima».
Uno dei dottori potrà rispondere: «Fratello, forse Dio ha creato anime folli, come ha creato anime sagge». Il pazzo replicherà: «Se credessi a quel che mi dite, sarei ancor più pazzo di quanto sono. Di grazia, voi che sapete, ditemi perché sono pazzo?».
Se ai dottori rimane ancora un po’ di buon senso, gli risponderanno: «Non ne so nulla». Non capiranno perché un cervello ha idee incoerenti; non capiranno meglio perché un altro cervello ha idee normali e conseguenti. Si crederanno saggi, e non saranno meno pazzi di lui.”
(FRANÇOIS-MARIE AROUET) VOLTAIRE (1694 – 1778), “Dizionario filosofico” (anonimo, Londra [Ginevra] 1764), edizione integrale condotta sul testo critico stabilito da Raymond Naves, introduzione di Angelo G. Sabatini, traduzione di Maurizio Grasso, Newton Compton, Roma 2010 (III ed., I ed. 1991), ‘Follia’ [voce riportata per intero], pp. 144 – 145.


“ Il n’est pas question de renouveler le livre d’Érasme, qui ne serait aujourd’hui qu’un lieu commun assez insipide.
Nous appelons folie cette maladie des organes du cerveau qui empêche un homme nécessairement de penser & d’agir comme les autres; ne pouvant gérer son bien,on l’interdit; ne pouvant avoir des idées convenables à la société, on l’en exclut; s’il est dangereux, on l’enferme; s’il est furieux, on le lie.
Ce qu’il est important d’observer, c’est que cet homme n’est point privé d’idées; il en a comme tous les autres hommes pendant la veille, & souvent quand il dort. On peut demander comment son ame spirituelle, immortelle, logée dans son cerveau, recevant toutes les idées par les sens très nettes & très distinctes, n’en porte cependant jamais un jugement sain? Elle voit les objets comme l’ame d’Aristote & de Platon, de Loke & de Newton les voyaient; elle entend les mêmes sons, elle a le même sens du toucher; comment donc recevant les perceptions que les plus sages éprouvent, en fait-elle un assemblage extravagant sans pouvoir s’en dispenser? Si cette substance simple & éternelle a pour ses actions les mêmes instrumens qu’ont les ames des cerveaux les plus sages, elle doit raisonner comme eux. Qui peut l’en empêcher? Je conçois bien à toute force que si mon fou voit du rouge, & les sages du bleu; si quand les sages entendent de la musique, mon fou entend le braiment d’un âne; si quand ils sont au sermon, mon fou croit être à la comédie; si quand ils entendent oui, il entend non; alors son ame doit penser au rebours des autres. Mais mon fou a les mêmes perceptions qu’eux; il n’y a nulle raison apparente pour laquelle son ame ayant reçu par ses sens tous ses outils, ne peut en faire d’usage. Elle est pure, dit-on, elle n’est sujette par elle-même à aucune infirmité; la voilà pourvue de tous les secours nécessaires: quelque chose qui se passe dans son corps, rien ne peut changer son essence : cependant on la mène dans son étui aux petites misons.
Cette réflexion peut faire soupçonner que la faculté de penser donnée de Dieu à l’homme, est sujette au dérangement comme les autres sens. Un fou est un malade dont le cerveau pâtit, comme le gouteux est un malade qui souffre aux pieds & aux mains; il pensait par le cerveau, comme il marchait avec les pieds, sans rien connaître ni de son pouvoir incompréhensible de marcher, ni de son pouvoir non moins incompréhensible de penser. On a la goutte au cerveau comme aux pieds. Enfin après mille raisonnements, il n’y a peut-être que la foi seule qui puisse nous convaincre qu’une substance simple & immatérielle puisse être malade.
Les doctes ou les docteurs diront au fou; Mon ami, quoique tu ayes perdu le sens commun, ton ame est aussi spirituelle, aussi pure, aussi immortelle que la nôtre ; mais notre ame est bien logée, & la tienne l’est mal ; les fenêtres de la maison sont bouchées pour elle; l’air lui manque, elle étouffe. Le fou, dans ses bons moments, leur répondrait, Mes amis, vous supposez à votre ordinaire ce qui est en question, mes fenêtres sont aussi bien ouvertes que les vôtres, puisque je vois les mêmes objets, & que j’entends les mêmes paroles: il faut donc nécessairement que mon ame fasse un mauvais usage de ses sens, ou que mon ame ne soit elle-même qu’un sens vicié, une qualité dépravée. En un mot, ou mon ame est folie par elle-même, ou je n’ai point d’âme.
Un des docteurs pourra répondre: Mon confrère, Dieu a créé peut-être des ames folles, comme il a créé des ames sages. Le fou répliquera; Si je croyais ce que vous me dites, je serais encor plus fou que je ne le suis. De grace, vous qui en savez tant, dites-moi pourquoi je suis fou?
Si les docteurs ont encor un peu de sens, ils lui répondront, Je n’en sais rien. Ils ne comprendront pas pourquoi une cervelle a des idées incohérentes; ils ne comprendront pas mieux pourquoi une autre cervelle a des idées régulières & suivies. Ils se croiront sages, & ils seront aussi fous que lui.”
[(FRANÇOIS-MARIE AROUET) VOLTAIRE], “Dictionnaire philosophique, portatif”, Londres [Genève] MDCCLXIV, ‘Folie’, pp. 197 – 200.


Voltaire, Contro la guerra e contro i moralisti.
“La carestia, la peste e la guerra sono i tre ingredienti più famosi di questo basso mondo. Nella classe della carestia si possono schierare tutti i pessimi alimenti cui la penuria ci costringe a ricorrere per abbreviare la nostra vita nella speranza di sostentarla.
Nella peste si comprendono tutte le malattie contagiose, che ammontano a due o tremila. Questi due doni ci vengono dalla Provvidenza. Ma la guerra, che li riunisce tutti, ci viene dall’immaginazione di tre o quattrocento persone sparse sulla superficie di questo globo sotto il nome di principi o di ministri; e forse per questa ragione in parecchie dediche essi vengono chiamati le immagini viventi della Divinità.
Il più irriducibile adulatore converrà senza fatica che la guerra porta sempre con sé la peste e la carestia, per poco che abbia visto gli ospedali degli eserciti di Germania, e sia passato in qualche villaggio dove si sia consumata qualche grossa impresa bellica.
Indubbiamente è una gran bell’arte quella che devasta le campagne, distrugge le abitazioni e fa morire, in anni normali, quarantamila uomini su centomila.
[…]
Miserabili medici delle anime, per cinque quarti d’ora voi gridate su qualche puntura di spillo, e non dite nulla sulla malattia che ci dilania in mille pezzi! Filosofi moralisti, bruciate tutti i vostri libri. Finché il capriccio di pochi uomini farà legalmente sgozzare migliaia di nostri fratelli, la parte del genere umano consacrata all’eroismo sarà quanto c’è di più spaventoso nella natura intera.
Che cosa ne sarà e che m’importa dell’umanità, della beneficenza, della modestia, della temperanza, della dolcezza, della saggezza, della pietà, quando una mezza libbra di piombo tirata da seicento passi mi fracassa il corpo, ed io muoio a vent’anni in tormenti inesprimibili, in mezzo a cinque o seimila moribondi, quando i miei occhi, che si aprono per l’ultima volta, vedono la città in cui sono nato distrutta dal ferro e dal fuoco, e gli ultimi suoni che odono le mie orecchie sono le grida delle donne e dei bambini che spirano sotto le rovine, il tutto per i pretesi interessi di un uomo che non conosciamo?
Quel che è peggio, è che la guerra è un flagello inevitabile. Se si presta un po’ d’attenzione, tutti gli uomini hanno adorato il dio Marte: Sabaoth, presso gli Ebrei, significa dio delle armi; ma Minerva, in Omero, chiama Marte un dio furioso, insensato, infernale.” (FRANÇOIS-MARIE AROUET) VOLTAIRE (1694 – 1778), “Dizionario filosofico” (1764), ed. integrale condotta sul testo critico stabilito da Raymond Naves, introd. di Angelo G. Sabatini, trad. di Maurizio Grasso, Newton Compton, Roma 2010 (III ed., I ed. 1991), ‘Guerra’, pp. 171 – 172 e p. 174.




[…] L'uomo, estraneo a se stesso, all’uomo è sconosciuto.
Che sono? dove sono? dove vado? e donde vengo?
Atomi tormentati in questo ammasso di fango,
che la morte inghiotte e la cui sorte è in gioco;
ma atomi pensanti, atomi i cui occhi
guidati dal pensiero han misurato i cieli:
con tutto il nostro essere tendiamo all'infinito,
eppure non riusciamo a conoscere noi stessi.
Questo mondo, teatro dell’orgoglio e dell’errore,
di disgraziati è pieno che credon tutto bene.
Ognun si duole e geme mentre il bene cerca;
nessuno vuol morir, rinascere nemmeno.
Eppur nei giorni destinati al dolore,
le lacrime asciughiamo col piacere;
ma il piacere svanisce e passa come un'ombra,
mentre le pene, le perdite e i rimpianti sono tanti.
Il passato non è che spiacevole ricordo,
oscuro è il presente se non c'è avvenire,
se il nulla sepolcrale distrugge l'io pensante.
Tutto ben sarà un giorno: è questa la speranza;
tutto oggi è bene: è questa l'illusione.[…]
- François Marie Arouet de Voltaire, estratto dal Poema sul disastro di Lisbona



“ La famine, la peste et la guerre sont les trois ingrédients les plus fameux de ce bas monde. On peut ranger dans la classe de la famine toutes les nourritures où la disette nous force d’avoir recours pour abréger notre vie dans l’espérance de la soutenir.
On comprend dans la peste toutes les maladies contagieuses, qui sont au nombre de deux ou trois mille. Ces deux présents nous viennent de la Providence. Mais la guerre, qui réunit tous ces dons, nous vient de l'imagination de trois ou quatre cents personnes répandues sur la surface de ce globe sous le nom de princes ou de ministres; et c’est peut-être pour cette raison que dans plusieurs dédicaces on les appelle les images vivantes de la Divinité.
Le plus déterminé des flatteurs conviendra sans peine que la guerre traîne toujours à sa suite la peste et la famine, pour peu qu’il ait vu les hôpitaux des armées d’Allemagne, et qu’il ait passé dans quelques villages où il se sera fait quelque grand exploit de guerre. 
C’est sans doute un très bel art que celui qui désole les campagnes, détruit les habitations et fait périr, année commune, quarante mille hommes sur cent mille.
[…]
Misérables médecins des âmes, vous criez pendant cinq quarts d’heure sur quelques piqûres d’épingle, et vous ne dites rien sur la maladie qui nous déchire en mille morceaux! Philosophes moralistes, brûlez tous vos livres. Tant que le caprice de quelques hommes fera loyalement égorger des milliers de nos frères, la partie du genre humain consacrée à l’héroïsme sera ce qu’il y a de plus affreux dans la nature entière.
Que deviennent et que m’importent l’humanité, la bienfaisance, la modestie, la tempérance, la douceur, la sagesse, la piété, tandis qu’une demi-livre de plomb tirce de six cents pas me fracasse le corps, et que je meurs à vingt ans dans des tourments inexprimables, au milieu de cinq ou six mille mourants, tandis que mes yeux, qui s’ouvrent pour la dernière fois, voient la ville où je suis né détruite par le fer et par la flamme, et que les derniers sons qu’entendent mes oreilles sont les cris des femmes et des enfants expirants sous des ruines, le tout pour les prétendus intérêts d’un homme que nous ne connaissons pas?
Ce qu’il y a de pis, c’est que la guerre est un fléau inévitable. Si l’on y prend garde, tous les hommes ont adoré le dieu Mars: Sabaoth, chez les Juifs, signifie le dieu des armes; mais Minerve, chez Homère, appelle Mars un dieu furieux, insensé, infernal.”
VOLTAIRE, [anonimo] “Dictionnaire philosophique, portatif”, [s.n.], Londres [Genève] MDCCLXIV (I éd), ‘Guerre’, pp. 165 e pp. 168 – 169.







Il vaso di Pandora







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