venerdì 23 dicembre 2011

Vladimir Vladimirovič Majakovskij. L'arte non è uno specchio cui riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo

Ormai non è più in mio potere controllare il cuore.
Conosco dove hanno di casa il cuore, gli altri.
Dentro il petto, si sa.
Per me invece
è impazzita l’anatomia.
È tutto cuore,
romba dappertutto.
Vladimir Majakovskij


Come suol dirsi, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore s’è infranta contro la vita. Tu ed io siamo pari. A che scopo ricordare afflizioni, sventure ed offese reciproche. Guarda che pace nel cosmo. La notte ha imposto al cielo un tributo di stelle. In ore come questa ci si leva e si parla ai secoli, alla storia e all’universo
Vladimir Majakovskij, Frammenti


Vladimir Majakovskij, “Frammenti”.
Io non conosco la forza delle parole
conosco delle parole il suono a stormo
Non di quelle
che i palchi applaudiscono.
A tali parole
le bare si slanciano
per camminare
sui propri
quattro piedini di quercia
Sovente
le buttano via,
senza strapparle, senza pubblicarle.
Ma la parola galoppa
con le cinghie tese,
tintinna per secoli
e i treni strisciando s’apprestano
a leccare
le mani callose della poesia.
Io conosco la forza delle parole.
Parrebbe un’inezia.
Un petalo caduto
sotto i tacchi d’una danza.
Ma l’uomo con l’anima,
con l’anima, con le labbra, con lo scheletro…
Mi ama – non mi ama.
io mi torco le mani
e sparpaglio le dita spezzate.
Così si colgono,
esprimendo un voto,
così si gettano in maggio
corolle di margherite sui sentieri.
La rasatura
e il taglio dei capelli
svelino le canizie.
Tintinni a profusione
l’argento degli anni!
Spero,
ho fiducia
che non verrà mai da me
l’ignominioso bonsenso.
Sono già le due
Forse ti sei coricata.
Nella notte la Via Lattea
è come un’Oka d’argento.
Io non m’affretto
e non ho ragione
di svegliarti e turbarti
coi lampi dei telegrammi.
Come suol dirsi,
l’incidente è chiuso.
La barca dell’amore
s’è infranta contro la vita.
Tu ed io siamo pari
A che scopo riandare
afflizioni,
sventure
ed offese reciproche.
Guarda
che pace nel cosmo.
La notte
ha imposto al cielo
un tributo di stelle.
In ore come questa
ci si leva e si parla
ai secoli,
alla storia
e all’universo…
Vladimir Majakovskij



A Mosca esce il manifesto "Schiaffo al gusto del pubblico", «dove veniva dichiarato il più completo distacco dalle formule poetiche del passato, la volontà di una rivoluzione lessicale e sintattica, l’assoluta libertà nell’uso dei caratteri tipografici (!) formati, carte da stampa, impaginazioni......» Firmato tra gli altri da Vladimir Majakovskij, David Burljuk, Velimir Chlebnikov, Aleksej Kruchenych, Vasilij Kamenskij. Rappresenta il manifesto ufficiale del "Futurismo russo". Ecco alcuni brani:
<< A chi legge il nuovo, il primigenio, l’imprevisto.
Soltanto noi siamo il volto del nostro tempo.
... Chi non dimenticherà il primo amore non conoscerà mai l’ultimo... E, se nelle nostre righe permangono tuttora i sudici marchi del vostro “buon senso” e “buon gusto”, in esse tuttavia già palpitano, per la prima volta, i baleni della nuova bellezza futura dell parola autonoma >>



Nella fotografia: Tamiz Naito, Boris Pasternak, Sergej Ejsenstein, Olga Tretyakov, Lilja Brik Vladimir Majakovskij, Voznesensky.



Vladimir Majakovskij, America
È facile dire degli americani cose scontate, trite e ritrite: paese dei dollari, sciacalli dell'imperialismo, ecc. Questo è solo un piccolo quadro dell'immenso film americano. Che sia il paese dei dollari lo sa qualsiasi alunno delle scuole elementari.[...] Avari? No. [...] C'è poesia nell'atteggiamento dell'americano verso il dollaro. Egli sa che il dollaro è l'unica forza nella sua nazione borghese di centodieci milioni di anime (nelle altre anche), e io sono sicuro, a parte ogni altra caratteristica del denaro, che l'americano sia innamorato del colore verde del dollaro, perché vi vede la primavera, e anche del torello riprodotto nell'ovale, che gli sembra il ritratto del suo fisico tarchiato, il simbolo del suo appagamento. Zio Lincoln, da parte sua, e la possibilità per ciascun democratico di eguagliare simili uomini, fanno del dollaro la pagina più bella ed elevata che gli adolescenti possano leggere. L'americano, quando ti incontra, non saluta con un disinteressato: 
- Buongiorno. 
Ma ti grida con animo partecipe: 
- Make money? (Fai i soldi?) - e va oltre. 
L'americano non ti dice vagamente: 
- Oggi hai un bell' (o brutto) aspetto. 
L'americano è preciso: 
- Oggi hai una faccia da due cents
Oppure: 
- Hai una faccia da un milione di dollari
Di te non diranno con aria romantica che sei poeta, o artista, o filosofo, affinché l'ascoltatore si perda in supposizioni. 
L'americano è preciso: 
- Quest'uomo vale 1.230.000 dollari
E qui abbiamo tutte le informazioni: sappiamo chi sono i tuoi conoscenti, in quali ambienti vieni ricevuto, dove vai in estate, ecc. Come hai fatto tutti questi milioni non interessa a nessuno in America. Tutto è business, sono tutti "affari" quelli che producono dollari. Hai percepito i diritti per un poema andato a ruba, è business, hai compiuto una rapina e l'hai fatta franca, anche questo è business. Ti educano al business fin dall'infanzia. I genitori ricchi sono contenti se il loro figlio di dieci anni lascia perdere i libri e porta a casa il suo primo dollaro, ricavato dalla vendita dei giornali. 
Vladimir Majakovskij, America



Spero,
ho fiducia
che non verrà mai
da me
l'ignominioso buonsenso.
Vladimir Vladimirovic Majakovskij, Poesie: Frammento, vv. 14-18


Che suono stridente ha questa parola
per chi non è che inferno il Comunismo
ma per noi questa parola è musica profonda che risveglia i morti dalla lotta.
Vladimir Vladimirovic Majakovskij


L'arte non è uno specchio cui riflettere il mondo,
ma un martello con cui scolpirlo.
Vladimir Majakovskij


IL POETA È UN OPERAIO (MAJAKOVSKIJ)
Gridano al poeta:
"Davanti a un tornio ti vorremmo vedere!
Cosa sono i versi? Parole inutili!
Certo che per lavorare fai il sordo".
A noi, forse, il lavoro
più d'ogni altra occupazione sta a cuore.
Sono anch'io una fabbrica.
E se mi mancano le ciminiere,
forse, senza di esse,
ci vuole ancor più coraggio.
Lo so: voi non amate le frasi oziose.
Quando tagliate del legno, è per farne dei ciocchi.
E noi, non siamo forse degli ebanisti?
Il legno delle teste dure noi intagliamo.
Certo, la pesca è cosa rispettabile.
Tirare le reti, e nelle reti storioni, forse!
Ma il lavoro del poeta non è da meno:
è pesca d'uomini, non di pesci.
Fatica enorme è bruciare agli altiforni,
temprare i metalli sibilanti.
Ma chi oserà chiamarci pigri?
Noi limiamo i cervelli
con la nostra lingua affilata.
Chi è superiore: il poeta o il tecnico
che porta gli uomini a vantaggi pratici?
Sono uguali. I cuori sono anche motori.
L'anima è un'abile forza motrice.
Siamo uguali. Compagni d'una massa operaia.
Proletari di corpo e di spirito.
Soltanto uniti abbelliremo l'universo,
l'avvieremo a tempo di marcia.
Contro la marea di parole innalziamo una diga.
All'opera! Al lavoro nuovo e vivo!
E gli oziosi oratori, al mulino!Ai mugnai!
Che l'acqua dei loro discorsi
faccia girare le macine.
Vladimir Vladimirovič Majakovskij



Attrazione inesorabile: non c’è stupore, né paura, ma la sola consapevolezza di vivere una sensazione inevitabile… benefica. Necessaria. Frugare e godere di quanto ci appartiene. Ritrovare chi si vuole e sentirsi nel posto più intimo e protetto, la propria casa. E sapersi avvinti, stretti, allacciati, senza esserne mai paghi, senza chiedersene il motivo, senza pensare se sia giusto o meno, abbandonandosi, vivendo quel richiamo come la più naturale delle condizioni umane… Non è forse questo l’Amore? 
Vladimir Majakovskij




Vladimir Majakovskij
1922-1923
Petizione a...[... ]
L'arca approda.
Qua i raggi!
La banchina.
Ehi!
Gettate la gomena!
E subito sento sulle spalle
il peso del davanzale di pietra.
Il sole ha essiccato col caldo
la notte del diluvio.

Alla finestra, arroventato, accolgo il giorno.
Solo un monte sul globo è il Kilimangiaro.
Un punto sulla mappa dell' Africa il Kenia.
Il globo dalla testa calva.
Io sopram'incurvo per il dolore.
In quest'ammasso di pena
vorrebbe
il mondo abbrancare
i seni viventi dei monti.

E dai poli, rovente e pietroso,
faccia colare lava lungo tutte le dimore!
Cosi vorrei singhiozzare io,
orso comunista.

D'antica nobiltà era mio padre,
delicata ho la pelle delle mani.

Forse coi versi tracannerò i miei giorni
senza aver visto nemmeno un tornio.
Ma col respiro, con la voce, col palpito,
con tutte le cime dei capelli irti d'orrore,
con i fori delle narici, con i chiodi degli occhi,
col dente che stride nell'urlo ferino,
col riccio della pelle,
con le crespe rabbiose dei sopraccigli,
con un trilione di pori, con tutti i pori, sino all'ultimo,
in autunno, d'estate, in primavera, d'inverno,
di giorno, nel sonno,
io odio
e rifiuto tutto questo,
tutto.

Tutto
che in noi
ha inculcato l'antica schiavitù,
tutto
che, sciame di meschinità,
s'è posato
e si posa sulla vita,
persino nel nostro ordine
imbandierato di rosso.

Non vi darò la gioia
di vedermi
placato sotto un colpo.

Né presto intonerete, dietro a me,
il riposi in pace al mio talento.

Mi avranno soltanto con un colpo alle spalle.
I d'Anthès non mireranno alla mia fronte.

Quattro volte invecchierò,
quattro volte sarà ancora giovane,
prima di scendere nella tomba.

Ovunque io muoia, morirò cantando.
Ovunque io cada, lo so, sarò degno di giacere
con chi è caduto sotto la rossa bandiera.

Ma, comunque vada,
la morte è sempre morte.

È spaventoso non amare,
terribile non osare più.

C'è per tutti un colpo,
per tutti un coltello.

E per me che cosa?
E quando?

Nell'infanzia forse,
sul fondo,
ritrovo in tutto
dieci giorni discreti.

E quel che tocca agli altri?

Per me già basterebbe!

Ma no…

Vedete,
non l'ho avuto!

Credere all'aldilà!

Lieve il viaggio di prova.

Basta tendere la mano,
e in un attimo
il colpo ti traccia
nell'oltretomba
il cammino sibilante.

Ma che fare
se con tutta,
se con tutta l'ampiezza del cuore,
io ho creduto
e credo in questa vita,
in questo
mondo?

Fede

Prolungate l'attesa quanto più vi piace,
io vedo chiaro,
con chiarezza allucinante.

Al punto che
basterebbe sciogliere la rima
per irrompere sopra un verso
in una vita meravigliosa.

Ma dovrò forse chiedermi:
è questa?
è quella?

Vedo,
vedo tutto chiaramente.
Anche i dettagli.

Aria su aria, quasi pietra su pietra,
inaccessibile alla polvere e alla putredine,
rifulgente si leva sui secoli
il laboratorio delle resurrezioni umane.

Eccolo,
il placido chimico, dalla fronte spaziosa,
che si acciglia dinanzi all'esperimento.

Nel libro
tutta la terra ricerca un cognome.

Ventesimo secolo.

Chi risuscitare?

«Majakovskij...meglio un tipo più brillante.
Non era poi gran che bello, quel poeta».

lo allora griderò da questa pagina d'oggi:

"Non sfogliare più oltre!
Fammi risuscitare!»

Speranza
Iniettami sangue nel cuore,
e in tutte le vene!

Ficcami nel cranio idee!

Non ho vissuto sino in fondo la mia vita terrena,
sulla terra non ho avuto tutto il mio amore.

Ero colossale di statura.

Ma perché
èer simili cose già basta una pulce:
cigolare con la penna, rintanato in una stanza,
ripiegato come un paio d'occhiali nell'astuccio.

Quel che vorrete lo farò per niente:
pulire, lavare, bighellonare, spazzare, star di guardia.
Potrò farvi, se vorrete,anche il portiere.
Ne avete portieri, da voi?

lo ero allegro,
ma a che serve l'allegria,
se il nostro dolore è un pantano?

Oggi, quando mostrano i denti,
è solo per stridere e addentare.
Se ne vedono tante!
Fatica, dolore... chiamatemi!

Uno scherzo può sempre servire.
Con sciarade di iperbolie d'allegorie
vi diletterò
burlando in versi.

Ho amato...
non conta rimestare nel passato.

Soffri? Tanto peggio!
Vivi e ti porti la tua pena.

Amo anche gli animali.
E voi ne avete?
Prendetemi allora come guardiano!
lo amo le bestie.
Se vedo un botolo
(ce n'è uno dal fornaio
tutto spelacchiato),
sono pronto a donargli il mio fegato.
Non importa, cane, toh, mangia!

Amore

Forse, forse un giorno,
da un viottolo dello zoo
lei, lei che ama le bestie,
entrerà nel parco sorridente,
come nella foto sul tavolo.

È tanto bella lei,
certo rinascerà.

Il vostro trentesimo secolo
sorvolerà lo sciame di inezie
che dilaniano il cuore.

Ci ripaghiamo ormai
dell'amore non vissuto
con le stelle di notti senza fine.

Risuscitami,
non foss'altro perché da poeta
t'ho atteso,
ripudiando le assurdità d'ogni giorno!

Risuscitami
anche solo per questo!

Risuscitami
voglio vivere tutta la mia vita!

Perché non ci sia più l'amore
ancella di matrimoni
di lascivia
e d'un pezzo di pane.

Maledicendo i letti,
balzando su dal materasso,
si espanda l'amore in tutto l'universo.

Perché il giorno,
che il dolore degrada,
non sia mendicato
per amor di Cristo.

Perché tutta la terra
si rivolti
al primo grido:
«Compagno!».

Per non essere più vittime
dei covi delle case.

Perché possa
nella famiglia
d'ora in poi
essere padre almeno l'universo
essere madre almeno la terra.




Vladimir Majakovskij, il poeta ribelle, il poeta d'avanguardia, il versatile ingegno - pittore, drammaturgo, attore, uomo politico - nacque in Georgia il 7 luglio 1893 a Bagdadi (oggi Majakovskij) in una tipica casa di legno in mezzo alla foresta (il padre era appunto guardia forestale). Aveva due sorelle: Ljudmila che già studiava a Tbilisi, capitale della regione, e Ol'ga. A Bagdadi non c'erano scuole e quando Vladimir (Volodia, per i familiari) fu in età scolare, tutta la famiglia si trasferì più a valle, a Kubaisi, questa volta in una casa in muratura, e anche Ol'ga andò a studiare a Tblisi. Fu un allievo esemplare, ma cominciò presto a sentirsi adulto, scriveva alle sorelle, leggeva, si interessava di questioni sociali. La Russia era in guerra col Giappone e focolai di rivolta stavano accendendosi un po  dappertutto. A Pietroburgo - in una drammatica "domenica di sangue" - una pacifica dimostrazione era stata violentemente repressa. Ljudmila, che ora studiava a Mosca, portò al fratello dodicenne dei libri politici e poesie di agitazione socialista, così poesia e rivoluzione si associarono nella mente del ragazzo, che cominciò a partecipare a manifestazioni e a comizi. L'anno dopo il padre morì e la famiglia si trasferì a Mosca. Aleksandra, la madre, fu costretta a subaffittare per arrotondare la misera pensione. Volodja è al V ginnasio, è alto, robusto, ha tredici anni, ma ne dimostra assai di più, frequenta circoli politici e ben presto viene accettato come membro del partito bolscevico. Allora decide di lasciare la scuola e di diventare rivoluzionario di professione. Viene arrestato una prima volta e poi una seconda perché trovato in possesso di una pistola. In carcere fa propaganda sovversiva buscandosi cinque mesi di cella d'isolamento. Ha appena sedici anni, e fu questo per lui un periodo importantissimo, si tuffò nella letteratura, lesse tutte le novità, scrisse un intero quaderno di poesie, andato purtroppo perduto. Uscendo dal carcere dirà: "SONO MOLTO INQUIETO, QUELLI CHE HO LETTO SONO I COSIDDETTI GRANDI. E TUTTAVIA NON È DIFFICILE SCRIVERE MEGLIO DI LORO. MI OCCORRE SOLTANTO L'ESPERIENZA DELL'ARTE". Per l'appunto, un "grande" moriva in quell'anno 1910: Leone Tolstoj. VLADIMIR INTERRUPPE IL LAVORO DI PARTITO E SI BUTTÒ A STUDIARE, SI DIEDE ANCHE ALLA PITTURA, ALLA SCULTURA, ALL'ARCHITETTURA, SI APPASSIONÒ AL CUBISMO. STAVA NASCENDO IL FUTURISMO (Marinetti aveva tenuto a Mosca una delle sue conferenze-spettacolo). Il futurismo russo ebbe il suo atto ufficiale di nascita con un almanacco intitolato SCHIAFFO AL GUSTO DEL PUBBLICO. Majakovskij era presente in quelle pagine con due poesie. Altre ne pubblicherà in successivi almanacchi, fino al PRIMO LIBRO INDIVIDUALISTA: IO. Da allora cominciò a recitare pubblicamente poesie sue in provocatorie serate, indossando una blusa gialla che considerava la sua divisa di futurista. In un teatrino di Pietroburgo - attore e regista - mise in scena una tragedia. Le accoglienze furono rumorose. Dirà: "Fischiarono tanto il mio lavoro fino a crivellarlo". Ed eccoci al 1914, allo scoppio della Prima guerra mondiale e alle prime sconfitte russe da parte della Germania. Majakovskij è impegnato a scrivere poesie guadagnandosi i primi rubli; è anche alle sue prime esperienze amorose. Racconterà la breve intensa passione per la sedicenne Marija Denisova nel poema Nuvola in calzoni. ALL'INIZIO DELLA GUERRA HA AVUTO UN BREVE MOMENTO "BELLICOSO", MA DIVENTERÀ SUBITO ANTIMILITARISTA e in questa veste leggerà al Caffè artistico di Pietrogrado (Pietroburgo ha cambiato nome, in odio ai tedeschi) i suoi poemi A voi e Il cane randagio. Durante una vacanza sul golfo di Finlandia RENDERÀ VISITA A MAKSIM GOR'KIJ E GLI LEGGERÀ POESIE SUE, COMMUOVENDO IL GRANDE AUTORE DE LA MADRE. In quella stessa estate conoscerà Lijlia Brik (moglie dell'editore che gli ha stampato La nuvola in calzoni) e sarà una lunga tempestosa relazione interrotta da crisi e riappacificazioni. L'insonne poeta scrive nuove opere: IL FLAUTO DI VERTEBRE, DON GIOVANNI, SEMPLICE COME UN MUGGITO, LA GUERRA E L'UNIVERSO, UOMO. Quando nel 1917 esplose la grande rivoluzione, Majakovskij non si pose certo il problema: "ADERIRE? NON ADERIRE?": - È LA MÌA RIVOLUZIONE - AFFERMÒ, e facendo la spola tra Mosca e Pietrogrado, PARTECIPÒ ALLE RIUNIONI DELLO STATO MAGGIORE DEI SOVIET allo Smol'ny. A Mosca continuava intanto le sue esibizioni (blusa gialla e nastro rosso al collo) in un pittoresco caffè frequentato da portoghesi, artisti, marinai, anarchici, banditi, e scriveva sceneggiature per la casa cinematografica Neptun, interpretando egli stesso delle scene. Per le celebrazioni dell'Ottobre preparò il dramma Mistero Buffo e il poema 1.500.000. Difficile tuttavia separare i drammi dai poemi: TUTTA L'OPERA DI MAJAKOVSKIJ È UNA SPECIE DI "SACRA RAPPRESENTAZIONE", DOVE, SULLA SCENA DELL'UNIVERSO E DELLA STORIA, SI MUOVE L'UOMO, CON LA SUA INFINITA ANGOSCIA E LA SUA INFINITA VOLONTÀ DI BENE, CON IL SENSO INCOMBENTE DELLA MORTE E LA DETERMINAZIONE A RICOSTRUIRE LA VITA. E' un momento grave per la Russia: blocco militare, rivoluzioni sovietiche in tutto il vasto territorio, penuria di viveri, requisizioni forzate, le offensive delle armate controrivoluzionarie, guerra civile. Majakovskij, a Mosca, ha la testa piena di nuove opere. Pubblica una raccolta intitolata: Tutto ciò che ha composto Majakovskij e comincia a lavorare per l'agenzia telegrafica di stato "Rosta" (sarà la futura "Tass") e poi per il "Glavpolitprosvet", la direzione per l'istruzione politica, COMPONENDO FRENETICAMENTE IN DUE ANNI E MEZZO CIRCA TREMILA MANIFESTI E SEIMILA DIDASCALIE. Aprendosi un varco tra lungaggini burocratiche, inimicizie, ottusità... riesce a presentare in centinaia di repliche la seconda edizione del MISTERO BUFFO. La Pravda, l'importante quotidiano nato nel 1912, attacca il majakovskismo, ma ben presto si ricrederà e inviterà Majakovskij a collaborare con degli articoli, "il poeta" però declinerà l'invito, perché, appunto, lui fa solo poesie e poemi. NEL 1922 STALIN È NOMINATO SEGRETARIO GENERALE DEL PARTITO E LENIN SI RITIRA DALLA VITA PUBBLICA PER MOTIVI DI SALUTE. I rapporti con la Germania vengono ripristinati e si apre a Berlino una grande mostra dell'arte russa contemporanea: Majakovskij è presente con i manifesti e i bozzetti creati per la "Rosta". Una sua poesia LA MANIA DELLE RIUNIONE, pubblicata sulle "Istvestija" provoca un lusinghiero giudizio di Lenin. Sullo stesso giornale altre poesie seguiranno, mentre altre opere il poeta darà alle stampe: Majakovskij sghignazza, Tredici anni di lavoro, e un breve ritorno all'amore col poema Amo. Finalmente si concederà un VIAGGIO ALL'ESTERO: BERLINO, PARIGI (DOVE ASSISTE AI FUNERALI DI PROUST, CONOSCERÀ COCTEAU, VISITERÀ LO STUDIO DI PICASSO), poi tornerà in patria per far uscire la rivista "Lef" (di cui è caporedattore) col suo nuovo poema Di questo. DI NUOVO ALL'ESTERO, IL POETA VIAGGERÀ IN POLONIA; CECOSLOVACCHIA, GERMANIA, FRANCIA, MESSICO, STATI UNITI: fu chiamato "plenipotenziario del verso". PABLO NERUDA DISSE CHE "LA VOCE DI MAJAKOVSKIJ SI ERA SCATENATA SUL CONTINENTE AMERICANO SIMILE A UN URAGANO". La sua opera, tradotta in cento lingue, sarà conosciuta in tutto il mondo. Tornato in patria (il visto per l'Italia gli era stato negato) riprende a scrivere, uscirà la prosa giornalistica: La mia scoperta dell'America. La fama di Majakovskij è ora al culmine, la gente lo riconosce per la strada, lo festeggia. Intanto egli prosegue quello che chiama "il suo lavoro": cioè andare di città in città a recitare il suo travolgente repertorio. Continuerà questa attività, organizzata in vere e proprie tournèes, fino alla morte. Escono intanto il poema Lenin dedicato al grande uomo politico morto nel gennaio del '24, BENE, la commedia LA CIMICE rappresentata anche in Italia anni fa, IL BAGNO. IN QUESTE OPERE MAJAKOVSKIJ CRITICA IL MONDO PICCOLO BORGHESE DURO A MORIRE E DENUNCIA IL MALE CHE MINA LA RIVOLUZIONE: IL BUROCRATISMO. MA LA MASSA NON SEMPRE COMPRENDE I SUOI MESSAGGI. "NON IMPORTA - SI RASSEGNA - FRA QUINDICI O VENT'ANNI IL LIVELLO DELLE MASSE LAVORATRICI SARÀ PIÙ ELEVATO. MI COMPRENDERANNO; TUTTE LE MIE POESIE SARANNO COMPRENSIBILI A TUTTI". Nel 1930 apre a Mosca la mostra Vent'anni di lavoro. si stupisce egli stesso della mole di lavoro compiuto. La visitano tanti giovani entusiasti, ma nessuna presenza ufficiale. Anche a Leningrado la stessa mostra attira poca gente e Majakovskij è deluso, depresso, anche perché soffre alla gola e teme di dover rinunciare alle sue recite. E poi, IMPROVVISAMENTE, MENTRE STAVA LAVORANDO AL NUOVO POEMA A PIENA VOCE, CON UN GESTO SCONVOLGENTE, IL POETA SI UCCISE SPARANDOSI AL CUORE CON LA PISTOLA CHE AVEVA USATO DODICI ANNI PRIMA, COME MATERIALE TECNICO, IN UNA SEQUENZA DEL FILM NATO NON PER IL DENARO. E IL PERCHÉ DI QUESTA BRUSCA INTERRUZIONE DI UNA VITA COSÌ INTENSA RIMASE SEMPRE UN MISTERO.
LASCIÒ UN BIGLIETTO: "A TUTTI. NON INCOLPATE NESSUNO DELLA MIA MORTE E PER FAVORE NON FATE CHIACCHIERE. NEL CASSETTO HO DUEMILA RUBLI: PAGATE LE TASSE". (PRESS'A POCO LE STESSE PAROLE LASCIATE SCRITTE DA CESARE PAVESE PRIMA DEL SUO SUICIDIO). A ricordo di questo eclettico ingegno, Mosca ha dedicato una piazza, il teatro drammatico e una stazione della metropolitana. La casa dove per undici anni il poeta visse e lavorò, in piazza Serov 6, è diventata museo e custodisce oltre diecimila "pezzi": manoscritti, disegni, schizzi, manifesti, libri, bozzetti di costumi teatrali... NELLA SUA STANZA (LUI LA CHIAMAVA "STANZETTA-BARCHETTA") PER LE SUE MINIME DIMENSIONI C'È LA SCRIVANIA DI SCOLARETTO ingombra di boccettine di inchiostri di vari colori. Come facesse poi a scrivere, disegnare, dipingere in sì ristretto spazio non si sa. Ma nessun museo riuscirà mai a rendere "intero" Majakovskij e la sua poliedrica personalità, le sue illusioni, i suoi entusiasmi, la sua fede rivoluzionaria, le ansie e la rabbia contro tutto ciò che ostacola il sogno di un futuro felice. In questa stanza lo si sente tuttavia presente, ci guarda da un disegno-autoritratto: viso asciutto, fronte ampissima, grandi occhi neri fieri e dolenti a un tempo, bocca lievemente sprezzante. E par che dica:

Uomini futuri
chi siete?
Eccomi qua
tutto dolori e lividi.
A voi lascio in testamento
il frutto
della mia grande anima.


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