sabato 18 luglio 2015

Fernanda Pivano, C’era una volta un beat. Mentre il mondo cominciava a cambiare la sua faccia, mentre i jeans cominciavano a minacciare le sartorie e l’ Alta Moda, mentre i sacchi a pelo cominciavano a minacciare gli alberghi di lusso, mentre le magliette cominciavano a minacciare i ristoranti con l’ obbligo di cravatta, e intanto i capelli crescevano per gli uomini e si accorciavano per le donne, i passaporti venivano bruciati sulle pubbliche piazze come i libri ai tempi di Savonarola, i bianchi parlavano col dialetto negro e i negri parlavano col dialetto ebreo, abbraccio di tutte le minoranze, lotta di classe scavalcata dall’ abbraccio, sogno di scavalcare tutte le lotte, sogno di vivere soltanto per l’ esistenza, sogno di liberarsi per sempre da Super Io e conformismi, da doveri senz’ anima, da alienazioni senza futuro, denaro nemico, potere nemico, guerra nemica.



“Mentre il mondo cominciava a cambiare la sua faccia, mentre i jeans cominciavano a minacciare le sartorie e l’ Alta Moda, mentre i sacchi a pelo cominciavano a minacciare gli alberghi di lusso, mentre le magliette cominciavano a minacciare i ristoranti con l’ obbligo di cravatta, e intanto i capelli crescevano per gli uomini e si accorciavano per le donne, i passaporti venivano bruciati sulle pubbliche piazze come i libri ai tempi di Savonarola, i bianchi parlavano col dialetto negro e i negri parlavano col dialetto ebreo, abbraccio di tutte le minoranze, lotta di classe scavalcata dall’abbraccio, sogno di scavalcare tutte le lotte, sogno di vivere soltanto per l’ esistenza, sogno di liberarsi per sempre da Super Io e conformismi, da doveri senz’anima, da alienazioni senza futuro, denaro nemico, potere nemico, guerra nemica.”
Fernanda Pivano, C’era una volta un beat




Fernanda Pivano, “C’era una volta un beat – 10 anni di ricerca alternativa”, Arcana editrice, Ottobre 1976

“Beat vuol dire beatitudine, non battuto.”
Jack Kerouac

Generazione Beat: fratellanza, liberazione, anticonformismo, comunità.
A raccontare questo periodo in Italia fu lo studio di Fernanda Pivano, che ci fece conoscere la cultura beat come se ci addentrassimo in un viaggio onirico e poetico.  In questo libro, “Nanda” come si faceva chiamare dai suoi amici più stretti, ripercorre le esperienze del decennio tra il 1956 e il 1967, dalla scoperta della letteratura beat, alla ricerca delle storie di poeti e scrittori quali Jack Kerouac, Gregory Corso, Allen Ginsberg, William Burroughs, Lawrence Ferlinghetti, all’esperienza del Living Theater di Judith Malina. Il libro non solo ci racconta dell’esperienza americana, ma anche di ciò che successe in Italia, la beat generation italiana, quella di Paolo Gerbino, Vittorio Di Russo, Poppi Ranchetti, Gianni Milano corredandola di immagini e documenti della raccolta fotografica di Ettore Sottsass e Giovanni De Martino.
http://www.federiconovaro.eu/cera-una-volta-un-beat-pietro-grandi/


Sommario:
- Fu allora che senti parlare di Howl
- ...incontrai Howl e On The Road
- ...cercai di far pubblicare On The Road
- ...incontrai Gregory Corso, Henri Cru e Henry Miller
- ...incontrai Ginsberg
- ...incontrai il Living Theatre
- ...incontrai S. Francisco
- ...incontrai Ted Wilentz
- ...incontrai la censura
- ...uscì l'Antologia
- ...rividi tutti
- ...uscì Juke Box all'Idrogeno
- ...Kerouac venne a Milano
- ...incontrai "Don't Count on Me" e il resto
- ...incontrai i capelloni italiani
- ...qualcosa cambiò
- ...Ginsberg venne in Italia
- ...nacque Pianeta Fresco




FERNANDA PIVANO
Traduttrice di tutti i grandi scrittori americani, amica personale di Hemingway.
Musa dei poeti e dei cantanti della beat generation. Il suo ultimo incontro con Patti Smith.
di GIUSEPPE TURANI | 15/11/2015

(Fernanda Pivano, Patti Smith, con Hemingway, con Kerouac, ancora con Hemingway, con Allen Ginsberg al mare, con Fabrizio De André, a Parigi con Peter Orlovsky, Allen Ginsberg e Gregory Corso)
 di Giuseppe Turani

Anche in tarda età si ostinava a cercare giovani poeti o scrittori di talento.
Spesso si sbagliava. Ma sarebbe sciocco fargliene una colpa: lei amava i poeti, gli scrittori e i musicisti, e aveva passato tutta la vita a fare scoperte. E continuava. Non è colpa sua se la scena italiana offriva poco, a parte il suo amatissimo De Andre’, da lei definito come il più grande poeta italiano del 900.

D’altra parte Fernanda Pivano (solo Nanda, per tutti) aveva fatto talmente tanto per la letteratura che le si poteva concedere l’illusione di scoprire grandi poeti anche dove non ce n’erano.

La sua è stata una delle vite più straordinarie che si possano immaginare. Basterebbero due sole citazioni per descriverla. Nel 1992 a Torino, durante una delle sue ultime letture in pubblico delle proprie poesie, Allen Ginsberg, pronunciò queste parole: “E’ a lei, e soltanto a lei, che noi scrittori americani dobbiamo tutta la nostra fortuna in Italia, e forse anche in Europa”. Dopo di che, un abbraccio e otto minuti di applausi scroscianti.

Sei anni dopo, all’inaugurazione della biblioteca che porta il suo nome e quello di suo padre, tocca a Gregory Corso, l’ultimo sopravvissuto della beat generation, rendere omaggio alla Pivano: “Lei è stata la prima che ci ha visto, ha capito quello che i nostri versi, le nostre poesie denunciavano e ci ha aiutati. Grazie Nanda”. Di nuovo abbraccio e applausi convinti.

Fernanda nasce a Genova nel 1917 in una famiglia di buona borghesia. Al liceo come compagno di scuola ha Primo Levi e come supplente di italiano Cesare Pavese, il grande intellettuale (che morirà poi suicida), in seguito motore della casa editrice Einaudi e grande esperto di letteratura americana.

E è proprio Pavese che segna il destino di quella sua giovane allieva (lei e Primo Levi non vennero ammessi all’esame di maturità perché giudicati “non idonei”). E lo fa nel modo più semplice: nel 1938 (in pieno fascismo) le  porta quattro libri in inglese e le dice di leggerli. Si tratta di Addio alle armi di Hemingway (che lei tradurrà clandestinamente), Foglie d’erba di Walt Whitman, di Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master e dell’autobiografia di Sherwood Anderson.

Nel frattempo la Pivano si è laureata prima in lettere e poi  in filosofia con Nicola Abbagnano, e si è anche diplomata in pianoforte al Conservatorio.

La sua carriera di grande traduttrice comincia nel 1943, quando pubblica per Einaudi (sotto la guida di Pavese) la versione italiana dell’Antologia di Spoon River. Cosa per cui viene arrestata dalle SS. In una retata alla Einaudi avevano trovato un contratto per tradurre Addio alle armi, intestato per sbaglio al fratello Franco, che era stato portato al comando delle SS. Fernanda si reca lì per chiarire l’equivoco. Due ufficiali tedeschi la interrogano per ore, poi rilasciano sia lei che il fratello. Addio alle armi verrà poi pubblicato solo nel 1949.

Nello stesso anno Fernanda, che è bellissima, sposa un uomo che ha poi amato tutta la vita (anche dopo la separazione): il designer e architetto Ettore Sottsass.

Ma un anno prima, nell’ottobre del 1948, conosce Hemingway e nasce un rapporto straordinario. Lui è a Cortina e la manda a chiamare: ha saputo che è stata arrestata dalle SS perché aveva un contratto per tradurre un suo libro. Quando se la trova davanti, infatti, le dice subito: “Tell me about the Nazi”.  Il rapporto diventa talmente stretto e personale che Hemingway vuole aprire la posta del mattino insieme a lei: Fernanda legge le lettere in italiano e lui quelle in inglese. Poi, rispondono. In un’altra occasione la chiama con urgenza a Venezia perché vuole farle leggere un manoscritto prima di consegnarlo all’editore. Lei legge e non le piace tanto. Lui se ne accorge e dice solo: dovrò lavorarci ancora un po’.

Finisce che Fernanda tradurrà in italiano tutti i libri di Hemingway, ma anche di Fitzgerald, William Faulkner e moltissimi altri. In realtà è difficile trovare un classico della letteratura americana che non sia stato tradotto da lei. Hemingway le vuole così bene che la invita anche nella famosa Finca di Cuba, un onore riservato a pochi.

Tutto questo senza aver mai messo piede in quell’America che aveva segnato tutta la sua vita attraverso le opere dei grandi romanzieri. Il suo primo viaggio negli Stati Uniti è del 1956, grazie a una borsa di studio (chiederà al dipartimento di stato di poter fare una deviazione a Cuba, proprio per andare a trovare Ernest).

E in America ha la seconda folgorazione della sua vita: gli scrittori e i poeti della beat generation, il movimento alternativo degli anni Cinquanta e Sessanta. Diventa amica di tutti, lei stessa racconterà divertita , di quella volta che uno di questi (Ginsberg o Corso) cerca di farsela e lei si difende con qualche difficoltà, porta tutti in Italia traducendo i loro libri, e facendoli conoscere. In pratica diventa la madrina di quei protagonisti molto bizzarri della scena americana.

Nel suo cuore, però, c’è anche la musica. E, prima di tutti De André. Lei stessa ricorda che la prima volta in cui il cantautore genovese va a trovarla a casa sua, lascia la chitarra fuori dalla porta: “Non vorrei disturbare”, si giustifica. Un’altra volta va al Forum di Assago a sentire un concerto di Bob Dylan. Gli amici le hanno procurato un posto in prima fila. Finito il concerto, tutti la riconoscono e parte un grande applauso

Fra i suoi grandi amici americani c’è anche la cantante Patti Smith, eroina della beat generation, del rock e del punk. Qualche anno dopo gli incontri americani, si riabbracciano a Genova, dove Patti è venuta per un concerto. Ecco come la stessa Fernanda ha raccontato l’episodio: “«…quando sono andata a trovare Patti Smith a Genova, portavo al collo il mio simbolo antinucleare di Bertrand Russell e, quando Patti Smith è comparsa sulla scala, mi sono accorta subito che lo portava anche lei sul risvolto della giacchettina nera diventata la sua uniforme”.

Fernanda ha ormai 86 anni, è malata, e i suoi amici scrittori sono tutti morti. Sa che Patti li ha vegliati uno per uno nelle loro ultime ore. E di questo conversano. Nel 2011 a Venezia si proietta un docufilm sulla Pivano. Patti Smith c’è e canterà sul red carpet della Mostra del cinema, in omaggio all’amica che non c’è più, che se n’è andata insieme ai suoi scrittori.

(Dal Quotidiano Nazionale" del 15 novembre 2015)
http://www.uominiebusiness.it/default.aspx?c=635&a=24121&tag=Personaggi




Firenze, 3 settembre 2012 – 
Con Jack Kerouac diamo inizio ad una nuova serie delle nostre Notizie: L'intervista.

All'intervista televisiva realizzata a Milano nel 1966 da Fernanda Pivano (intervista ardua quanto interessante e divertente) abbiamo voluto abbinare il ricordo di Kerouac e di quell'incontro da parte della Pivano stessa: rievocazione avvenuta, come si vedrà dal secondo video allegato, in epoche diverse e in due distinte occasioni.

Pubblichiamo inoltre un bell'articolo della studiosa dedicato allo scrittore americano di lì a poco  tragicamente scomparso: Kerouac, rappresentante di spicco della Beat Generation, autore del famoso On the Road, ma anche di tanti libri di versi, dalla Scrittura dell'eternità dorata al Libro degli schizzi, al Libro degli haiku. E dove poi, tra la prosa e la poesia, il confine esatto? Dove l'inizio e dove la fine della poesia, oltre i generi e oltre le definizioni, in un artista che si affida, munito della propria ispirazione, alla scrittura, alle parole?

Completano il post una lettura d'autore e una di Johnny Depp.

P.S. Con Kerouac, rispetto ai due post alcyonio-dannunziani cambiamo evidentemente musica, voltiamo pagina. Ma attenzione: un filo rosso c'è, ad assicurare continuità, a garantire un contesto comune non solo a queste Notizie di poesia ma alla poesia stessa. Quando la Pivano chiede allo scrittore delle sue preferenze in fatto di letteratura italiana, dopo avere giudicato ininfluenti sulla sua opera Dante, Leopardi e Petrarca, Kerouc dichiara che  tra i nostri poeti più di tutti gli piace D'Annunzio...

Marco Marchi

Jack Kerouac, l'Orfeo emerso

Forse l'errore è stato chiamarla beat generation: 
ai tempi che Kerouac mise in moto tutta questa baracca era soprattutto una go generation. Dove andassero non lo sapevano di certo, quei dolci insopportabili patetici insolenti hipsters dal volto d'angelo che zigzagavano per gli Stati Uniti come noi più tardi le nostre varie piazze del Duomo, in cerca di altri amici con cui andare, dove, chi lo sa, ma andare.

Per un po' di tempo un Kerouac asciutto, intenso e disperato cercò di difendersi dicendo che la beat generation non esisteva, era solo un gran chiasso che avevano fatto intorno a una sua frase, che in realtà beat non erano soltanto gli adolescenti del rock and roll ma anche i tossicomani sessantenni, che beat voleva dire essere degli hip del Ventesimo Secolo, vale a dire hip della vita e di visioni mistiche.

Ma già allora, nei primi giorni del 1958, mentre lo stavano leonizzando a New York e cercava di sfuggire allo stereotipo che lo avrebbe ucciso, Kerouac disse in un'intervista di essere enormemente triste, in una grande disperazione, perché vivere era un gran peso, un grande faticosissimo peso, e avrebbe voluto essere al sicuro, già morto: avrebbe voluto avere la certezza che noi in cielo come vuoti fantasmi ci siamo già, davvero. 

Fra tanti maestri di vita che gli indicavano strade opposte Kerouac si è ucciso cercando di difendere la strada che si era scelta da sé, quella dell'energia vitale, dell'energia creativa, dell'energia espressiva.

Dal 1957 al 1967, da Sulla Strada a Vanità di Duluoz, sembra impossibile che siano passati soltanto dieci anni: sembra impossibile che in dieci anni sia tanto cambiata la faccia del mondo.
Sembra anche impossibile che sia tanto cambiato Kerouac e impossibile che sia stato tanto consapevole della trasformazione.

Gli anni che passarono in attesa che Sulla strada venisse pubblicato furono senza dubbio i suoi più importanti, dal punto di vista della creatività. Sappiamo tutti che ha scritto Sulla strada in tre settimane e i Sotterranei in due giorni e tre notti (disse poi che alla fine dei Sotterranei era pallido come la carta, era dimagrito 8 chili e si era visto nello specchio con «un'aria strana»): e che certa critica negò che quelli fossero romanzi con la stessa sicumera con cui ora afferma che sono gli unici suoi romanzi validi.

Ma certamente la vedova troverà manoscritti che per anni Kerouac non ha mai avuto tempo di copiare. 

Tra questi manoscritti la vedova troverà forse il grande inedito di questo mezzo secolo americano, un libro più o meno poliziesco che Kerouac scrisse insieme a Burroughs. La prima volta ne ha parlato Ginsberg in un'intervista:«Burroughs e Kerouac (nel 1945, '45 o '46) hanno scritto un gran libro poliziesco insieme, a capitoli alterni.

Non so dove sia quel libro: Kerouac ha i suoi capitoli e quelli di Burroughs sono da qualche parte tra le sue carte...». E anche Kerouac ne ha parlato in un'intervista: «Ho scritto un libro, ora nascosto sotto le piastrelle del pavimento, insieme a Burroughs. Si chiama E gli Ippopotami bollirono nelle loro tank. Gli Ippopotami. Perché una sera Burroughs e io eravamo in un bar e abbiamo sentito un notiziario che diceva: "E così gli Egiziani hanno attaccato, bla bla bla... e nel frattempo c'era un grande incendio nello zoo di Londra e il fuoco corse tra i campi e gli ippopotami sono bolliti nelle loro tank! Buonanotte a tutti!". Ecco com'è Bill, se n'è accorto. Perché si accorge sempre di queste cose». Effettivamente Burroughs cominciò a scrivere, diciamo così professionalmente, nel 1949 (alludo a Junkie, che uscì soltanto nel 1953).

Prima aveva scritto soltanto (nel 1938) un racconto in collaborazione con Kells Elvins, in cui aveva inventato il personaggio del Dott. Benway che poi sarebbe diventato il protagonista di Pasto Nudo. Ma di nuovo, ricordare che fu Kerouac a inventare il titolo di Pasto Nudo e a suggerire il titolo di Urlo a Ginsberg sarebbe come tornar a parlare della vita comunitaria e alla comunanza di pensieri che legò i tre amici negli anni in cui convissero in quella ormai celebre casa vicino alla Columbia University; e tornar a parlare del grosso peso avuto da Kerouac – come scrittore – nella comunità.
Ginsberg non si è mai lasciato sfuggire occasione per parlare dell'influenza esercitata su di lui da Kerouac anche se Kerouac non ha mai parlato volentieri dell'influenza esercitata su di lui da Ginsberg. Sull'autobus che lo riportò a casa dopo il funerale a Lowell, Ginsberg scrisse:

«Jack il Mago nella sua tomba
a Lowell per la prima notte
quel Jack attraverso i cui occhi
vidi
smog splendore luce
oro sulle spire di Manhattan
non vedrà mai questi camini fumanti
mai più sulle statue di Maria
nel Cimitero».

Resterà questo probabilmente il più commosso ricordo di uno scrittore-poeta stritolato dalla sua società: resterà anche dopo che le nuove generazioni avranno dimenticato questa storia dei beat e tutto il resto e avranno dimenticato anche questa sua morte tragica.

Perché perfino adesso fra tanti giornali che hanno fatto il ritratto sarcastico e definitivo del suo personaggio o la stroncatura compiaciuta e conformista dei suoi libri, nessuno ha pensato al dilemma dei suoi ultimi vent'anni; soprattutto nessuno ha pensato ai lunghi minuti solitari, affondati nell'abisso non più dell'alcool ma della realtà, mentre il suo stesso sangue lo strangolava, togliendogli minuto per minuto quella vita che in tutti i suoi libri ha fatto da inafferabile protagonista in un'ambivalenza di felicità e di disperazione, di bellezza e di orrore, ma di cui Kerouac ha cantato soltanto gli slanci di apertura verso la vitalità e l'energia.

Una vita che aveva poco a che fare con quella che il mondo contemporaneo lo costringeva a vivere, fino a ricacciarlo come un animale ferito nell'agguato dell'alcool; nell'agguato di qualcosa che lo illudesse di potersi sottrarre al suo destino.

Fernanda Pivano (da Beat Hippie Yippie, Arcana 1972)

http://blog.quotidiano.net/marchi/2012/09/03/lintervista-jack-kerouac-boom-boom-boom-intervistato-da-fernanda-pivano-boom-boom-boom/



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