venerdì 3 luglio 2015

Noi invitiamo a venire nel paese dove gli alberi parlano, dove le associazioni scientifiche somigliano alle onde, dove sono dislocate le truppe primaverili dell’amore, dove il tempo fiorisce come un ciliegio selvatico e spinge come uno stantuffo, dove l’oltreuomo in grembiule da muratore sega le epoche in tante assi e maneggia il proprio domani come un tornitore (Oh, equazioni dei baci – voi! Oh raggio della morte, ucciso dal raggio della morte, posto sul pavimento dell’onda). Noi ci dirigiamo là, giovani, e a un tratto qualcuno che è morto, che è ossuto, ci afferra e ci impedisce di mutar pelle, di uscire dalle penne di uno stupido oggi. È forse bello?

"Noi invitiamo a venire nel paese dove gli alberi parlano, dove le associazioni scientifiche somigliano alle onde, dove sono dislocate le truppe primaverili dell’amore, dove il tempo fiorisce come un ciliegio selvatico e spinge come uno stantuffo, dove l’oltreuomo in grembiule da muratore sega le epoche in tante assi e maneggia il proprio domani come un tornitore (Oh, equazioni dei baci – voi! Oh raggio della morte, ucciso dal raggio della morte, posto sul pavimento dell’onda). Noi ci dirigiamo là, giovani, e a un tratto qualcuno che è morto, che è ossuto, ci afferra e ci impedisce di mutar pelle, di uscire dalle penne di uno stupido oggi. È forse bello?"
Velimir Chlebnikov, La tromba dei marziani, in Giorgio Kraiski, Le poetiche russe del Novecento, Bari, Laterza 1968, p. 151

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