mercoledì 6 agosto 2014

Plutarco. Vita di Crasso. … non si era accontentato di essere il primo ed il più grande tra tante migliaia di uomini, ma, poiché veniva giudicato inferiore a due sole persone, aveva pensato di mancare in tutto




Tutto ci aspetteremmo, tranne trovare un antico romano sulle pagine di Forbes, famosa rivista di economia, che cita Crasso come l'ottavo uomo più ricco di ogni epoca, essendo stato proprietario di un patrimonio di circa 170 miliardi di dollari (stima 2008). Che fosse avido di denaro e ne parlasse spesso ce lo dicono chiarimente le fonti antiche. Velleio Patercolo scrisse che era "uomo in ogni altra cosa onesitissimo e immune ai piaceri, ma che non conosceva misura né accettava limiti nel desiderare denaro e gloria". "Sosteneva - scrisse Plinio il Vecchio - che non si poteva dire ricco colui che non riuscisse a sovvenzionare le spese di una legione con il suo reddito annuo". Anche Cicerone, in due passi che ne mettono in luce l'interesse per il denaro: egli, infatti, affermava che "nessuno è ricco se non chi può mantenere con i suoi mezzi l'esercito, cosa che ormai il popolo romano a stento può fare pur con le tante tasse" e inoltre che "nessuna ricchezza è abbastanza grande per chi voglia occupare una posizione di rilievo nello Stato, se, con i mezzi da essa forniti, non è possibile mantenere un esercito". 
Soldi e potere... 

Nell'immagine, testa di Crasso (I a.C.), museo del Louvre.





Storia Antica (1600 a.C. - 476)
53 a.C. Carre - la disfatta del triumviro...
articolo a cura del Dott. Fabio Ponti
prefazione e note di Andrea Rocchi C.
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Marco Licinio Crasso e la battaglia di Carre, 53 a.C.

non si era accontentato di essere il primo ed il più grande tra tante migliaia di uomini, ma, poiché veniva giudicato inferiore a due sole persone, aveva pensato di mancare in tutto”.
Plutarco. Vita di Crasso.

combatti la rabbia, l’odio, l’Avidità
Dalai Lama

L’Invidia.
Crasso (1) era stanco, stanco di essere considerato il terzo, il meno celebrato dei triumviri, il condottiero senza trionfi, perfino l’unica sua impresa militare di rilievo, la repressione della rivolta dei gladiatori al seguito di Spartaco, gli era stata offuscata da Pompeo che ne aveva spento gli ultimi residui fuochi

Pompeo Magno (2), così veniva chiamato, addirittura paragonandolo all’immenso Alessandro, grazie ai trionfi ispanici ed asiatici, per non parlare del Divino Giulio, il Dictator, i cui trionfi si succedevano ininterrotti da una provincia all’altra. Occorreva l’impresa e l’impero dei Parti era l’occasione che attendeva, del resto in Asia aveva trionfato non solo Pompeo ma addirittura anche Lucullo (3), che sarebbe passato alla storia per imprese più gastronomiche che militari, ne avrebbe fatto un sol boccone di quelle terre come aveva fatto Lucullo in Armenia e nel Ponto.

(1) Marco Licinio Crasso (114-53 a.C.) fu politico e generale della Roma Repubblicana, esponente della Gens Licinia, di fiera estrazione nobile. Fedele a Silla, nella guerra civile contro Mario, si arricchì in modo spropositato con l'acquisto dei beni dei proscritti divenendo l'uomo più ricco dell'Urbe anche grazie a non definite attività di prestito. Annientò Spartaco in Lucania scrivendo la parola fine alla terza guerra servile, successivamente con Cesare e Pompeo, costituì il primo triumvirato nel 60 a.C., dividendosi di fatto le maggiori cariche politiche di Roma. Morì durante la campagna militare contro i Parti, in quel di Carre nel 53 a.C.

(2) Gneo Pompeo Magno (106-48 a.C.) fu politico e generale della Roma Repubblicana, di famiglia benestante di estrazione rurale, figlio del senatore Pompeo Strabone. Sillano, si distinse nella guerra civile, scacciando i mariani dalla Sicilia e dall'Africa ottenendo il trionfo. Nel 67 a.C. liberò il Mediterraneo dai pirati, dal 65 al 62 a.C. annientò Mitridate VI re del Ponto, conquistando il Ponto, la Siria e Gerusalemme. Triumviro con Cesare e Crasso, in seguito alla morte di questo ultimo, entrò in contrasto con Cesare e quando lo stesso passò il Rubicone nel 49 a.C. si schierò con i conservatori. Sconfitto nella battaglia di Farsalo dal futuro dittatore, riparò in Egitto dove trovò la morte per mano dei sicari del re Tolomeo d'Egitto nel 48 a.C.

(3) Lucio Licinio Lucullo (117-56 a.C.) fu politico e generale della Roma Repubblicana, esponente della Gens Licinia. Fedele a Silla, fu governatore della Cilicia, partecipando alla Terza guerra mitridatica (74-63 a.C.) conseguendo i più importanti successi della stessa, sia contro Mitridate VI che contro Tigrane II di Armenia. Lucullo fu rimpiazziato nel comando delle operazioni da Pompeo Magno in seguito a ben riuscite macchinazioni politiche. Tornato a Roma, esautorato dalla vita politica e militare dell'Urbe, si diede ai piaceri del corpo e della mente, divenendo celebre per i suoi banchetti e per l'ostentazione dello sfarzo più assoluto.
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L’Avidità.
Crasso, si immaginava già signore dei traffici commerciali che si estendevano fino in India e magari addirittura fino in Cina, riscuotendo tasse e commissioni su ogni tipo di commercio, su ogni carovana, e poi ancora l’oro, tanto oro, l’oro della ricchissima Seleucia e l’oro di Ctesifonte, l’oro della residenza del Re dei Re dove, si favoleggiava che il maestoso trono su cui sedeva fosse interamente in oro massiccio. Così il suo patrimonio sarebbe aumentato a dismisura, ed avere un patrimonio immenso a Roma significava avere il popolo dalla propria parte, grazie a feste e giochi, ma soprattutto la possibilità di assoldare legioni, tante, tante legioni, ed allora si sarebbe visto chi dei triumviri sarebbe stato il più grande!

L’Ignoranza. 
Ma le cose non andarono così e numerosi infausti presagi (4) si susseguirono nella fase iniziale di quella dissennata campagna militare partita dalla Siria. I Parti non erano gli Armeni, e la loro terra oltre l’Eufrate era immensa, con sterminate assolate aree desertiche, senza una goccia di acqua né forma di vita, marciare su quelle dune infuocate per le sue sette legioni era un inferno, lì ai legionari mancavano del tutto i rifornimenti e le stesse condizioni climatiche impedivano lo sviluppo di una campagna secondo la classica arte militare romana. Loro, invece, i Parti, si muovevano velocemente combattendo esclusivamente a cavallo, utilizzando due tipi di cavalleria, quella leggera con arcieri dall’abilità micidiale e la cavalleria pesante, con i terribili catafratti, protetti da corazze a squame e armati di lunghe lance su imponenti cavalli appositamente allevati.

(4) La leggenda narra che prima di mettersi  in marcia, furono compiuti dai sacerdoti i classici riti propiziatori, dinanzi alle legioni schierate. Nel momento in cui fu consegnato il cuore del toro sacrificato, ancora palpitante, al generale Crasso, questo ultimo non riuscì a trattenerlo tra le mani e lo stesso scivolò nella sabbia. In quello stesso momento, tutti i superstiziosi soldati romani compresero che gli Dei non erano favorevoli alla spedizione.
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Il Tradimento.
La grande forza militare di Roma erano le legioni, pressoché invincibili nell’impatto e nello scontro frontale con il nemico, mentre marginale era il ruolo della cavalleria, ma in quegli spazi aperti desertici, su distese di sabbia infuocata, la possibilità di movimento degli uomini era limitatissima ed un nemico che combatteva esclusivamente a cavallo risultava inafferrabile. Publio Crasso (5), il figlio del generale, guidava l’esiguo contingente, 500-600 unità, di cavalleria leggera romana composta da Galli provenienti dall’esercito di Cesare, mentre il grosso della cavalleria pesante, equivalente ai catafratti dei Parti, oltre 10.000 unità, doveva essere assicurato dagli alleati, dal re Artavasde di Armenia ed all’ambiguo re arabo Abgar. Il primo venne meno adducendo la giustificazione di un prossimo attacco del Re Parto Orode II ai suoi territori, chiedendo anzi egli stesso rinforzi a Crasso, il secondo, dopo aver condotto le legioni di Crasso in un territorio ostile e favorevole al nemico si dileguò con la sua cavalleria alle prime avvisaglie di combattimento.

(5) Publio Licinio Crasso (86-53 a.C.) figlio minore di Marco Licinio Crasso, militò sotto Giulio Cesare nelle campagne galliche per poi partecipare alle guerre di Pompeo Magno contro i pirati e Mitridate VI re del Ponto. Fu un valente comandante di cavalleria e rivestì diverse importanti cariche civili (augure e triumviro monetale), prima di seguire il padre nella spedizione contro i Parti al comando della cavalleria ausiliaria composta da Galli. Sconfitto, si fece dare la morte dal suo attendente; la sua testa fu issata su una lancia dagli uomini del Surena e mostrata al padre.
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La Tecnica e la Tecnologia.
Gli archi e le frecce risultarono l’arma vincente, attraverso una sapiente realizzazione, che univa una straordinaria capacità di resistere alla compressione, con inserti di osso nella struttura lignea, alla capacità di resistere alla trazione grazie all’uso di fibre di tendine animale; i Parti avevano dunque messo a punto un arco in grado di colpire ad una distanza doppia rispetto all’usuale, scagliando dardi dalla punta con ali ricurve, i quali una volta conficcatisi nelle carni ne avrebbero lacerato muscoli e tendini nel tentativo di esserne estratti. Questa micidiale tecnologia di guerra a distanza, consentiva di decimare le legioni romane senza giungere mai allo scontro frontale; infatti la grande potenza di lancio, unita alla velocità con cui piovevano i dardi, rendeva parzialmente inutile la protezione degli scudi in quanto questi venivano il più delle volte trapassati dalle frecce che inchiodavano le membra e straziavano gli occhi, il resto era affidato alla micidiale carica dei cavalieri corazzati catafratti, contro i quali i Galli, pressoché senza armatura, compirono prodigi di valore, lanciandosi al di sotto dei cavalli nel tentativo di squarciarne il ventre con i gladi.
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Il Coraggio e la Bellezza.
In un mare di morti e di feriti orribilmente mutilati, mentre intorno intere coorti allo sbando abbandonavano la postazione tentando di raggiungere il cuore dell’esercito superstite, venti legionari continuarono a battersi eroicamente, decisi a non cedere ed a trascinarsi nell’Ade il maggior numero di nemici possibile.
Formate la testuggine” ruggisce un centurione, con una punta di orgoglio nella voce...“I soldati romani non fuggono, specialmente quando un intero esercito li guarda!
Questi venti eroici guerrieri si affidano così alla “testudo” la più straordinaria tecnica difensiva militare romana. Vedono i cavalieri parti infierire sui mercenari in fuga facendone orribile scempio con le frecce e le spade ricurve, sotto quegli scudi la temperatura sfiora i 70°, mentre le frecce persiane inchiodano i piedi al terreno e le braccia agli scudi, ma la “Virtus Romana” di quegli uomini non conosce limiti. Surena (6), giovanissimo e potentissimo generale persiano, esita ad ordinare l’attacco finale contro quei valorosi, scende di cavallo, percorre cautamente tra i cadaveri i metri che lo dividono da quel manipolo di eroi, con la spada allarga uno spiraglio tra gli scudi e dice loro che sono liberi di andare perché guerrieri così valorosi non meritano la morte. I venti legionari rompono la compatta formazione, abbassano con trepidazione gli scudi, diffidenti, sotto quell’afa immobile, si aspettano di essere trafitti da una pioggia di frecce, poi con calma si dispongono su due file, e mentre i cavalieri catafratti e gli arcieri più vicini si fanno da parte aprendo loro un varco, con calma ed orgoglio, nonostante le terribili ferite e lo smacco della sconfitta, a testa alta raggiungono i pochi compagni superstiti.
Surena fu di parola, a differenza di Crasso, che per bramosia di trionfi e cupidigia di oro si era fatto beffe di un trattato di pace tra i due imperi, questo ferocissimo e valorosissimo generale persiano, spinto dal coraggio di pochi uomini consegnò alla storia un gesto di una bellezza immortale!

(6) Rostam Surena Phalavi (84-52 a.C.) generalissimo dell'Impero Partico di Orode II, sconfisse Crasso a Carre nel 53 a.C. Proveniva da una nobile e stimata famiglia che ebbe un ruolo importante anche sotto i Sasanidi. Plutarco lo descrive come un uomo fuori dal comune, per ricchezza, natali ed onore. Si narra che lo stesso re Orode II si liberò del potente generale, terminata la campagna contro Roma, per paura che lo stesso potesse ambire al trono.
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L’Orgoglio di Roma.
Crasso commise tanti errori che gli costarono una eterna "damnatio memoriae", ma nel momento della fine, ritrovò quel coraggio e quella dignità che lo rivalutarono agli occhi della storia. Davanti alla straziante scena della testa del figlio Publio, infissa su una lancia nemica, esortò i suoi uomini superstiti a non curarsi del suo dolore ma di pensare che la grandezza di Roma era stata costruita anche sull’esperienza di sconfitte a cui erano sempre seguite grandi vittorie e che questo era il momento giusto per vendicarsi di un nemico infido e crudele.

La Fine (7).
Avvolta nel mistero è la sua fine che pare debba attribuirsi ad un inganno del generale Surena che finse di voler trattare con i romani per poi tendere loro un tranello ed uccidere il generale nella schermaglia che ne seguì. La morte di Crasso lasciò Cesare e Pompeo completamente padroni della scena politica a Roma e la tragica conseguenza fu il tanto sangue romano versato in una fratricida guerra civile tra i due giganti. La leggenda narra che secondo un rituale persiano, per punirlo della sua avidità, fu versato a Crasso dell’oro fuso in bocca, ma non si sa se nella realtà questo avvenne nella sua testa mozzata inviata da Surena al suo Re, oppure in una drammatizzazione della vittoria messa in scena a Seleucia, su di un prigioniero romano appositamente truccato a somiglianza del generale(8).

(7) Effettivi in campo romani 30.000 legionari al servizio di Roma, 4000 cavalieri, 4000 ausiliari leggeri - Effettivi in campo partici 9000 arcieri a cavallo e 1000 catafratti.
(8) Secondo Plinio 10.000 prigionieri romani, furono mandati dai Parti a rinforzare le guarnigioni in Margiana, il confine orientale dell'immenso impero partico. Si presume che questi uomini furono i primi occidentali ad aver rapporti con i cinesi.
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La Virtus Romana.
Carre rappresentò un trauma per Roma come poche altre sconfitte della sua storia, forse Canne, Teutoburgo ed Adrianopoli le furono paragonabili per drammaticità, ma la grandezza di Roma fu nel trarre sempre insegnamenti da ogni sconfitta, tenerne conto la volta successiva e vincere poi la guerra a dispetto di qualche battaglia persa. I Romani non erano giganti come i Germani o i Britanni, non erano crudeli e feroci come i persiani o gli africani né raffinati come i greci o indomabili come i Daci e gli Ispanici, ma avevano disciplina, intelligenza, tenacia, orgoglio, amore per Roma, senso del dovere e rispetto per i loro capi, tutto questo fece grande l’impero, tutto questo passò alla storia come “Virtus Romana”.

Il Sogno.
Augusto recuperò le insegne sottratte alle legioni di Crasso attraverso un accordo di grande profilo politico, ma la sconfitta subita a Carre ad opera dei Parti continuò a bruciare ancora per anni, fino a quando Traiano, sedendosi da conquistatore sul trono d’oro di Ctesifonte, non giunse ad un passo dal sogno di Alessandro: l’IMPERO UNIVERSALE. (ma questa è un’altra storia …)



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