lunedì 25 agosto 2014

Luigi Zoja. La televisione, secondo Baudrillar, è misura di tutte le cose: di quelle che sono, in quanto le riproduce; di quelle che non sono, in quanto, rappresentandole, le fa esistere.

"La Terra ha circa 4,5 miliardi di anni. Se rappresentiamo questa sorta di eternità come un anno solare, i mammiferi vi compaiono solo a metà dicembre, un protouomo verso le 9 di sera del 31 dicembre, Homo sapiens una decina di minuti prima della mezzanotte, il sapiens sapiens (che ormai possiede i nostri tratti fisici) tre minuti prima del termine e la civiltà neolitica durante l'ultimo minuto. Socrate, Cristo e chiunque per noi sia antico si accalcano nell'ultima manciata di secondi."
Luigi Zoja, Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, 2000, Bollati Boringhieri pag.27.


"Nell'ultima generazione l'umanità ha bruciato più risorse energetiche di quanto avesse fatto nell'insieme delle generazioni precedenti."
Luigi Zoja, Crescita e colpa - Psicologia e limiti dello sviluppo, 1993 ed. Anabasi pag.235.



La televisione, secondo Baudrillar, è misura di tutte le cose: di quelle che sono, in quanto le riproduce; di quelle che non sono, in quanto, rappresentandole, le fa esistere.
Luigi Zoja, "La morte del prossimo"

"(...) Omero - che fu il più profondo degli psicologi - dice che Zeus manda agli uomini sogni veri e sogni falsi. Intendo dire che non si debbono prendere alla lettera i sogni, gli archetipi, i miti. Dovremmo però essere coscienti della loro influenza su di noi. Prendere sul serio la loro potenza anche se sono irrazionali. Meglio, proprio perché sono irrazionali e sfuggono al nostro controllo, sarebbe bene conoscerli ".(...)"
Luigi Zoja




grazie Ivano, molto interessante e, come viene detto in altri commenti, suscita molte riflessioni sul nostro tempo. Mi è venuto in mente un bel libro di Luigi Zoja, analista junghiano, il cui titolo è "La morte del prossimo"; come si evince dallo stesso titolo parla dell'amore che, complice anche la tecnologia, coltiviamo per il "distante", il non-prossimo. Mi pare che ci sia qualche nesso.



Luigi Zoja, La morte del prossimo
Un libro da leggere e rileggere. Un’analisi profonda, intelligente, di uno psicoanalista che sa uscire dalla stanza della terapia (Zoja è stato presidente dell’Associazione Internazionale di Psicologia Analitica) per osservare il mondo con gli occhi allenati di chi sa, per arte e per mestiere, cogliere i movimenti profondi della psiche.

“La morte del prossimo” è un testo che fa riflettere, fa ripensare agli eventi politici, economici, sociali, che abbiamo vissuto negli ultimi decenni, attraverso una chiave di lettura che aiuta a scendere al di sotto della superficie, uscendo da stereotipi e luoghi comuni, per cogliere i nessi tra mente individuale e mente collettiva. 
Un testo dedicato a Umberto Galimberti, che proprio in questi giorni ha pubblicato “I miti del nostro tempo.

A entrambi gli autori esprimo un sentito ringraziamento. 
Entrambi lavorano per promuovere una consapevolezza risanante, in grado di coniugare mondo interno e mondo esterno.
Sono sicuro che questo libro, come è stato me, può essere di aiuto a molte persone.

Per millenni, un doppio comandamento ha retto la morale ebraico-cristiana: 
ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso.
Alla fine dell'Ottocento, Nietzsche ha annunciato: Dio è morto.
Passato anche il Novecento, non è tempo di dire quel che tutti vediamo? È morto anche il prossimo.

Abbiamo perso anche la seconda parte del comandamento perché sappiamo sempre meno di cosa parla. «Il tuo prossimo» è una cosa molto semplice: la persona che vedi, senti, puoi toccare. La parola ebraica rèa' nel Levitico, e quella greca plesios, nel Vangelo di Luca, vogliono dire proprio questo: l'altro che ti sta vicino. Sia la Bibbia che i Vangeli sinottici non indicano un prossimo astratto, ma il tuo prossimo: quello che ti sta vicino, su cui puoi posare la mano. Tommaso non crede che Gesù sia tornato:-vuole prima vederlo e toccarlo (Giovanni 20.25).

La vicinanza è sempre stata fondamentale. Per questo l'avvicinamento era protetto da riti quasi sacri: il passaggio dal «lei» al «tu», quello dalla stretta di mano all'abbraccio. Spesso gli immigrati ci fanno paura perché, parlando male la nostra lingua, danno subito del tu: sembrano invadenti, vengono troppo vicino.
Col XXI secolo la lontananza e i rapporti mediati dalla tecnica prendono il sopravvento: cosi la ricerca di intimità si riaffaccia in forme contorte. Il bisogno di vicinanza, represso, si traveste di sessualità, o di altri impulsi formalmente permessi.

Cristo non ha modificato il comandamento ebraico: ma ha legato Dio e il prossimo, rendendo assoluto anche l'amore per lui. L'Antico Testamento riguardava i fedeli di Yahweh, non gli altri popoli. La novità del cristianesimo, generosissima ma astratta, è trasformare in prossimo anche l'abitante più lontano della Terra. 

L'amore gli è comunque dovuto: ecco la radice antica di idee moderne come i diritti universali dell'uomo o l'affirmative action. Il Vangelo di Luca sa di non dire una cosa incomprensibile, quando traduce in greco (cioè snazionalizza) la verità ebraica: già da sette-ottocento anni, l'Odissea esprimeva qualcosa di simile (VI, 207-8). «Vengono tutti da Zeus - cioè, per i Greci, dal corrispondente di Dio Padre - gli ospiti e i poveri. E un dono, anche piccolo, è caro» aveva detto Nausicaa, antenata di Maria Maddalena per sensibilità e dolcezza. Nell'Odissea «dono» è dòsis. La radice indoeuropea do- significa dare ma anche prendere: indica sia l'universalità sia l'equilibrio del rapporto tra prossimi. Non è dunque un caso che, nelle lingue europee, «dose» significhi ancor oggi «giusta quantità».
Donando al prossimo, amando il prossimo, noi rendiamo il dovuto anche a Dio. L'uomo giusto porta ogni giorno offerte a Dio e al prossimo. Per millenni il mondo ebraico-cristiano si è retto su questi due pilastri. Questo mondo ha conquistato il resto del mondo con la forza delle sue armi e della sua economia: se il risultato non è stato un genocidio globale ma una globalizzazione, questo si deve anche alla forza - immensa e globale - del doppio comandamento.

Ma la società di oggi è laica. Alla fine dell'Ottocento, il grido sconvolgente di Nietzsche si è sparso sulla Terra: «Dio è morto». Anche chi non ama Nietzsche ha dovuto riconoscerlo come profeta: durante il Novecento, nel mondo ebraico-cristiano le persone religiose da maggioranza sono diventate minoranza. E, anche per questa minoranza, la fede è diventata soprattutto un fatto privato, come la scelta di una filosofia, di una convinzione politica, addirittura di un amore.

La società retta da due pilastri non ha avuto più equilibrio da quando uno è crollato. La morte di Dio ha svuotato il cielo. Ma niente resiste al risucchio del vuoto. Lo spazio celeste è stato riempito con l'assunzione dei miracoli della scienza e dell'economia fra le divinità, con l'elevazione alle stelle del desiderio personale. 

Troppo spesso si dimentica che desiderare significa proprio questo: smettere (de-) di affidarsi agli astri (sidera), farne a meno, sostituirsi al cielo.

Continuiamo ad aver bisogno di adorare qualcuno, ma il posto di Dio è preso dall'uomo e dalle sue opere. 

Insieme, sono elevate a modello e scopo per gli altri uomini. L'uomo ideale è trasfigurato, divinizzato. Di conseguenza, non è più un uomo vicino. Non è più una vista: è una visione. Ecco l'origine del culto delle persone famose, delle celebrities. Naturalmente le persone vicine continuano a esistere, ma la loro banale imperfezione le rende più estranee di un tempo.
Non è un caso se, alla fine dell'Ottocento, Freud inventa la psicoanalisi, che si diffonde prepotentemente nel secolo xx. L'isolamento avanza. Le persone più sensibili sono lacerate da una sofferenza cui si assegna il nome di nevrosi. Attraverso la psicoanalisi ricostruiranno un rapporto umano, non con un prossimo ma con un professionista. Il loro bisogno di vicinanza è così violento che crea un eccesso di intimità con lui: questo è chiamato transfert e considerato a sua volta nevrotico. Freud suggerisce tecniche per contenerlo. Fa stendere il paziente su un divano per allontanare il suo sguardo.
Col volgere del secolo xx in secolo xxi cede in modo irrimediabile anche il secondo pilastro del comandamento: l'uomo metropolitano si sente sempre più circondato da estranei. E dunque tempo di pensare al sequel di Nietzsche, e dirci apertamente che è scomparso anche il prossimo. I tempi seguenti alla «morte di Dio» sono stati a volte detti post-teologici o post-religiosi. Per quelli attuali non si è ancora trovato un nome. Una sgradita possibilità sarebbe «post-umano».
http://www.mauroscardovelli.com/EPC/Economia,_politica_e_cultura/Zoja.html



La morte del prossimo di Luigi Zoja.
"Prima scena. 
La cassiera del supermercato tiene lo sguardo fisso davanti a sé, poi lo abbassa verso la macchina con cui legge i codici a barre dei prodotti. Il cliente le allunga una banconota da 500 euro; la donna fa segno di no con la testa. Aspetta che il cliente le dia un taglio più piccolo. Intanto continua a guardare altrove. 

Seconda scena. 
Lo scompartimento del treno, un tempo una piccola stanza dentro il vagone, retaggio del tempo in cui le carrozze erano trainate da cavalli, è colmo di persone. Molti indossano le cuffie dell’iPod, altri sono chini sul computer oppure stanno telefonando al cellulare. 

Questi sono solo due esempi di quella che lo psicoanalista junghiano Luigi Zoja definisce nel suo nuovo libro La morte del prossimo (Einaudi), un evento che sembra segnare le società occidentali globalizzate. 

La parola greca che indica il «prossimo» è plesíos, letteralmente: «l’altro che ci sta vicino», ovvero la persona che senti, che vedi, che puoi toccare. Il doppio comandamento su cui si è retta per millenni la civiltà ebraico-cristiana, ama Dio e ama il prossimo come te stesso, è diventato difficile rispettare

Non solo perché, come ha sanzionato il XIX secolo, Dio è morto - l’annuncio nicciano è diventato regola pratica per milioni di persone nel corso dell’ultimo secolo -, ma anche perché l’ampliarsi delle dimensioni del mondo rende sempre più problematico sapere chi è davvero il nostro «prossimo». Se la capacità di immedesimarsi nell’altro è stata una delle poche certezze degli uomini occidentali, scrive Henning Ritter in Sventura lontana. Saggio sulla compassione (Adelphi), l’empatia appare ora al tramonto mentre proprio i nuovi mezzi tecnologici rendono sempre più stretto il mondo stesso, avvicinandoci le immagini della sofferenza, portandole ogni giorno nelle nostre case. Lo scrittore Witold Gombrowitz racconta in uno dei suoi diari di aver scorto un giorno su una spiaggia francese degli scarabei rovesciati all’insù, che il sole stava arrostendo, e di aver cercato di rimetterli nella giusta posizione: un insetto, poi un altro, e un altro ancora. Ma la spiaggia appare pullulante di animaletti, e Gombrowitz si rende conto dell’impossibilità a salvarli tutti. Che fare? Ritter ricorda un passo di Papà Goriot di Balzac in cui si narra un apologo: cosa faresti se potessi uccidere un mandarino in Cina con la sola forza della volontà, e diventare ricco? Il problema di stabilire un’etica della vicinanza, e insieme di un’etica della lontananza, è diventato decisivo. Secondo Zoja il circolo vizioso a cui assistiamo è quello del saldarsi dell’indifferenza per il vicino, effetto non secondario delle società di massa, e la scomparsa dei valori tradizionali, così che la morale dell’amore - fondamentale nel cristianesimo - diventa di fatto impossibile per mancanza d’oggetto. E tuttavia, con un curioso feed-back, accade che la prevalenza della lontananza e la mediazione della tecnica nei rapporti interpersonali - si pensi a Facebook e a Messenger - faccia rinascere un bisogno di intimità, ma in forme complicate, persino contorte e perverse. 
Il bisogno di vicinanza negli adolescenti, ma anche nei giovani adulti, spesso si traveste, dice Zoja, di sessualità, o di altri impulsi formalmente permessi. L’occhio, a cui era affidato il compito del contatto con il prossimo, è ora divenuto un produttore di distanza sia attraverso il «palco» - vero totem dello spettacolo come della politica - sia attraverso il monitor. Forse non è un caso che l’invidia sia divenuta uno dei motori della vita sociale, esibita e usata come un vero e proprio propellente nelle relazioni pubbliche e private. Come ricordava qualche giorno fa su queste pagine Antonio Scurati, la televisione è fondata proprio sull’invidia. Invidiare è la base stessa del glamour, come ha indicato John Berger in Questione di sguardi (il Saggiatore): «la felicità di essere invidiati è glamour. Essere invidiati è una forma solitaria di rassicurazione». La spettatrice-compratrice «deve invidiare se stessa per ciò che diventerà se compra il prodotto». Negli Stati Uniti, poi, la maggior parte di cause civili ha un solo destinatario: il vicino. Ai bambini si dà sempre meno il permesso di far visita o giocare con chi vive accanto a noi. La presenza umana appare ancora indispensabile, proprio perché ci sia un rito con trionfatori e perdenti; mentre ciò che non è più indispensabile è appunto il prossimo

Quanto di questo è attribuibile ai nuovi mezzi di comunicazione? 
Secondo Manuel Castells, il sociologo catalano, teorico dei media, il computer e i sistemi di comunicazione non isolano gli individui, ciascuno davanti al suo visore, ma al contrario accrescono la comunicazione, la cui forma prevalente è la democrazia orizzontale

Sarebbe invece la generazione più vecchia, estranea alle nuove tecnologie, cresciuta nella tradizionale cultura umanistica, a tradire un grave imbarazzo di fronte a tutto questo. Zoja appare più scettico, anche se concorda con un fatto con i blog, con la virtualità degli incontri in Internet, si è arrestata l’allontanamento dall’altro che ha caratterizzato il XX secolo. Il prossimo era diventato sempre più una notizia e sempre meno un sentimento, scrive, tuttavia noi soffriamo di una tragica privazione sensoriale del prossimo. Ciò che merita «la nostra compassione, e richiederebbe il nostro amore, è sempre più evidente, ma anche sempre più lontano e sempre più astratto». Da sempre la distanza è stata un ostacolo all’amore, il quale esige la prossimità che lo vivifica. Come si fa ad amare senza conoscere direttamente? L’amore virtuale è ancora amore?" 
(da Marco Belpoliti, Ignora il prossimo tuo, "La Stampa", 21/03/'09)

Pubblicato da Silvana a 9:59 AM  
 
Aldo Palladino
http://bibliogarlasco.blogspot.it/2009/03/la-morte-del-prossimo-di-luigi-zoja.html


Ama il prossimo tuo come te stesso è per noi cristiani
ben più che un comandamento; è il nostro
segno di riconoscimento. O almeno dovrebbe
esserlo. Quando si parla di prossimo ci sentiamo
chiamati sempre in causa, spesso crediamo di
saperne più degli altri e lo diciamo a gran voce.
Ma quante volte nelle poche occasioni che ci sono
concesse per fare un esame attento della nostra
vita, chiediamo, come quel dottore
della Legge nel Vangelo “chi è il mio
prossimo”? E se dovessimo scoprire
che dopo il Dio è morto di Nietzsche, il
Novecento ha ucciso anche il nostro
prossimo?
È proprio questa la domanda che ci
pone Luigi Zoja (psicoanalista di fama
internazionale) con il suo ultimo libro
“La morte del prossimo” (Einaudi
2009). Soltanto una domanda provocatoria?
No, una domanda che l’autore
ci invita a prendere molto sul serio,
perchè riguarda la nostra vita quotidiana
molto più di quanto immaginiamo.
Le 128 pagine del libro cominciano col ricordarci
quali novità l’era tecnologica ha portato nella nostra
vita. Mezzi di trasporto velocissimi, telecomunicazioni,
iPod, megalopoli e tanti altri compagni e scenari
di ogni nostro giorno. Chi scrive ha temuto di
trovarsi di fronte a uno delle decine dei saggi che
planando a mezz’aria tra psicoanalisi e sociologia
affollano le nostre librerie di critiche astratte e ormai
inflazionate sulle ombre della società moderna. Già i primi capitoli però fugano questo pregiudizio,
mantenendo sì un profilo socio-psicologico, ma
analizzando lucidamente e concretamente l’uccisione
della prossimità nella vita dell’uomo del
nostro tempo.
Nessuno può dirsi estraneo a tutto questo. Le centinaia
di persone incontrate ogni giorno sui bus, sui
treni o ai semafori; i compagni di banco nella Messa
domenicale, di cui ci accorgiamo
spesso solo allo scambio della pace.
Anche questi sono il nostro prossimo.
«Il tuo prossimo è una cosa
molto semplice: la persona che vedi,
che senti, puoi toccare».
Quante volte ci capita di sbuffare se
la mattina entriamo nel bus che ci
porta al lavoro e lo troviamo pieno?
Ci infastidisce e innervosisce il contatto
con gli altri, la scomodità, il
chiasso. Quante imprecazioni ci
vengono alla mente nel trovare una
lunga fila al semaforo e nello scoprirci
assediati da decine di automobilisti
infuriati come noi! Eppure esiste
forse per noi più prossimo che questi occasionali
compagni di viaggio? In fondo se dovessimo
adattare la parabola del buon samaritano al nostro
tempo non la collocheremmo forse in una delle
nostre autostrade o nel traffico delle nostre città?
L’autore però non condanna l’uomo del duemila per
questo. Non c’è nessuna malvagità in chi impreca
per il traffico! Ci invita solamente ad aprire gli occhi
su una società che ci promette sempre più prossimità con i lontani e ci allontana sempre più dai
nostri vicini, da coloro che possiamo toccare. Ma
possiamo chiamare “prossimo”, si chiede Zoja, chi
abita a migliaia di chilometri di distanza e che tuttavia
possiamo ascoltare e persino vedere con pochi
click e qualche secondo di attesa? Non è forse una
prossimità troppo comoda, dato che la possiamo
annullare con un solo gesto delle nostre dita? Che
fine ha fatto l’amore del prossimo capitato lì, sulla
nostra strada, “per caso”?
Le pagine del libro saltano continuamente dal presente
al passato, dalla analisi sociologica alla narrazione,
prendendo in prestito Sacre Scritture, storia e
filosofia. Attraverso di esse sono raccontate la solitudine,
la morte morale, l’emarginazione, là dove il
prossimo sbiadisce e muore insieme all’uomo.
L’autore ci conduce per mano a scoprire la continuità
tra le nostre piccole “uccisioni” dei nostri vicini e i
grandi mali della nostra società individualista.
Il Novecento, ci ricorda Zoja, è «stato il secolo dei
“con”». Alla disgregazione dei rapporti umani, specialmente
dopo la Seconda Guerra Mondiale, i cristiani
hanno risposto riscoprendo la comunità, nella
politica si è affermato il comunismo o altrimenti il
conservatorismo. Alla fine tuttavia ha trionfato solo
un “con”, quello del consumismo. Anche le grandi
rivoluzioni annunciate dai movimenti del ‘68 non
hanno lasciato di sè che prodotti commerciali:
musica, film, mode. La si condivida pienamente o
no, l’analisi ha il pregio di dimostrare come anche i
grandi programmi politici, sociali o religiosi volti a
rimettere al centro l’uomo hanno in gran parte fallito.
Le distanze nelle relazioni sono sempre più ampie e la morte del prossimo, sempre più reale.
Quali soluzioni allora? E’ possibile fermare tutto
questo, cercando di “riprenderci” il nostro prossimo?
Se vi sono soluzioni, bisogna scovarle fra le
righe. Ma il fine dell’autore non è dare risposte.
Luigi Zoja ha scritto un bel libro, agile e scorrevole,
che intende solamente invitarci a porci ogni giorno
la irrinunciabile domanda: chi è il mio prossimo?
recensioni di Andrea Iurato*

*Segretario Nazionale della Fuci
http://www.academia.edu/5408301/LUIGI_ZOJA_-_LA_MORTE_DEL_PROSSIMO


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